Lucia Guglielminetti's books on Goodreads
Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
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Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
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THE LOST ONE (VERSIONE ITALIANA)

 

 

 

Questo è il mio omaggio ai Nightwish e specialmente a Tuomas, che ha scritto le canzoni che mi hanno inspirato tanto. Immagino che sia anche il modo che Raistan ha scelto per dire grazie.

 

 

5 Novembre, ore 2.15, Londra

 

Ecco, lo sapevo, mi sono perso di nuovo.

 

Tuomas Holopainen riemerse dallo strano stato di trance in cui era precipitato e si guardò intorno perplesso. Non aveva la più pallida idea di dove si trovasse, in quel momento. Londra, ok, ma la città era immensa. Il concerto era finito da un paio d’ore. Aveva lasciato i compagni all’hotel dove alloggiavano, e, dopo essersi concesso una doccia veloce, aveva deciso di fare una passeggiata per la città, sapendo che l’adrenalina da post-show non gli avrebbe permesso di dormire ancora per molte ore. Era uscito dall’albergo e aveva semplicemente incominciato a camminare, godendosi il silenzio e la solitudine dopo la confusione e l’esaltazione del concerto. Era stanco, ma di una stanchezza malsana, che non avrebbe trovato sollievo tra le lenzuola di una stanza anonima. Avrebbe finito per camminare avanti e indietro per la camera, fumando una sigaretta dopo l’altra, senza nemmeno riuscire a concentrarsi sui programmi televisivi. Succedeva sempre, inutile illudersi.

 

Gli capitava sempre anche di smarrire la strada, quando si avventurava in una città sconosciuta. Era più forte di lui. Non riusciva a fissare dei punti di riferimento validi, mai. Osservava gli edifici e le strade con troppa distrazione, perché qualcosa gli rimanesse impresso. Dopo pochi minuti tutto gli sembrava diverso da come lo ricordava, anche quando percorreva soltanto pochi isolati. Spesso non riusciva nemmeno a ricordare la direzione da cui proveniva. Un disastro. Quando distribuivano il senso dell’orientamento, lui doveva essere a pescare su qualche lago finlandese.

 

Cazzo, e adesso?


La strada in cui si trovava in quel momento era deserta. Sentiva in lontananza il rumore del traffico, quindi non doveva essere molto lontano dal centro, ma non riusciva a decidere da che parte andare. Magari sarebbe bastato voltarsi e tornare sui propri passi, ma la nebbiolina gelida che era calata non lo aiutava di certo. In ogni caso, era l’unica cosa che poteva fare. Girarsi e riprendere a camminare, guardandosi intorno, sperando di notare qualche dettaglio registrato in modo involontario. Un’insegna, magari, o un edificio particolare.

Si accese una sigaretta e sollevò il bavero del giubbotto di pelle, rimettendosi in cammino, cercando di ignorare l’inquietudine che tentava di chiudere le sue dita gelide sulla sua gola. Purchè la nebbia non aumentasse. La odiava. Non faceva che accrescere la sua impressione di essersi perso in qualche strano limbo da cui non sarebbe più riuscito ad emergere.

Camminava da meno di cinque minuti, quando ebbe per la prima volta la sensazione di non essere solo. Sentì un formicolio alla base del collo e deglutì, fermandosi di botto e guardandosi intorno con nervosismo.

Ma che diavolo…

Era come se all’improvviso l’aria si fosse condensata, rendendogli faticoso persino respirare.

 

Non un attacco di panico. Non qui. Non adesso.


Riprese il cammino con andatura molto più veloce, le mani affondate nelle tasche e le spalle contratte, quasi all’altezza delle orecchie. I suoi passi risuonavano sull’asfalto, secchi come i rintocchi di una campana incrinata. Mentre camminava, si guardava intorno, pregando di individuare qualcosa che gli risultasse familiare. Un dettaglio qualsiasi. Merda, anche solo uno…

Il cuore aveva preso a rombargli nel petto, più veloce del tamburo di Jukka. Nonostante il freddo e l’umidità, stava sudando. Si frugò nelle tasche alla ricerca del cellulare. Doveva farsi venire a prendere e riportare in albergo. Meglio trascorrere tutta la giornata successiva a farsi sfottere da Marco ed Emppu, piuttosto che sentirsi a quel modo. Ma venirlo a prendere dove?

 

Devo arrivare all’imbocco della strada. Ci sarà un nome, un cartello, una qualsiasi cazzo di cosa, no?


Certo. Non avrebbe dovuto far altro che aspettare all’angolo, e qualcuno sarebbe arrivato in suo soccorso. Semplicissimo. Peccato che per quanto cercasse, il cellulare non saltava fuori. Niente nelle tasche del giubbotto. Niente nei jeans.

Si fermò, imprecando, aprendo la cerniera della giacca con l’intenzione di esplorare anche l’interno, e fu in quell’istante che udì qualcosa. Altri passi. Solo un paio, a dire il vero. Rapidi e leggeri come lo zampettare di un topo, ma li aveva sentiti.

 

Non dire cazzate, sei anche un po’ ubriaco, non hai sentito niente, è stata un’eco creata dalla nebbia, non sclerare, adesso!


Già, la nebbia. Era molto più fitta, ora. Quasi non riusciva a individuare le sagome imponenti della case dall’altra parte della strada. Si lasciò sfuggire un gemito, che nel silenzio che lo circondava lo fece trasalire.

 

Calma. Devi calmarti e riflettere. Continua a camminare, da qualche parte arriverai per forza! Sei a Londra, mica in mezzo alla tundra, andiamo, non essere assurdo!


Decise di dare retta alla sua vocina interiore, concentrato sui suoni che lo circondavano. Il respiro gli usciva dalla gola in ansiti rauchi e concitati. Non stava ancora correndo, perché correre avrebbe significato cedere al panico che lo stava divorando dall’interno, ma ci mancava poco.

 

Fai che non senta più quel rumore. Fai che me lo sia immaginato, ok?


Eppure c’era qualcosa di anormale, nel suono dei suoi passi. Era come… raddoppiato, e non sempre in perfetta sincronia con il proprio, ne era certo. Si fermò di nuovo, imponendo alle gambe di bloccarsi, e il silenzio tornò ad avvolgerlo, rotto soltanto dal suo respiro affannoso… ma non subito. Di nuovo quello strano uno-due dopo il suo ultimo passo.

 

“Ehi, c’è qualcuno? Non è divertente, vieni fuori.” urlò al buio, attenuato soltanto dalla luce giallastra dei lampioni, che con la nebbia risultava ancora più fioca. Anche la sua voce sembrava fiacca, e quasi stridula per la paura.

Ruotò su se stesso, lanciando tutto attorno sguardi frenetici. Di nuovo quella sensazione strana alla gola, come se stesse tentando di respirare attraverso uno strato compatto di ovatta. La paura che aveva avuto fino a quel momento era niente, niente, rispetto al terrore totale che lo colse quando dalla propria sinistra gli rispose una risatina fugace come un colpo di vento. Apparteneva a un uomo, ed era più gelida della nebbia che lo avvolgeva. Tuomas si mise a correre. Non aveva molte sicurezze, nella vita, ma una sì: non voleva assolutamente incontrare lo sghignazzatore misterioso, nemmeno in un milione di anni. Fan o non fan, la persona che rideva in quel modo non era qualcuno con cui avrebbe voluto intrattenersi, né quella notte, né in qualsiasi altra.

Nonostante il panico, il tastierista si accorse che il rumore del traffico, dalla direzione in cui stava correndo, sembrava più forte.

 

Forse ce la faccio! Forse questa strada maledetta è quasi finita! Dai, dai, forza che…


Ogni sua successiva considerazione fu interrotta da un urto contro qualcosa. Un vero frontale, diciamolo. Tuomas si ritrovò seduto per terra senza sapere come ci era arrivato, con un’ombra gigantesca che incombeva su di lui. Di nuovo quella risatina agghiacciante.

 

“Qualche problema, Tuomas Holopainen?” disse una voce. Quella voce. Poi la nebbia si squarciò, e un figura enorme si abbassò su di lui, che la fissava senza riuscire a spiccicare parola. Per un attimo pensò che fosse Marco. I capelli. I capelli erano quasi identici, forse un po’ più chiari. Ma non era Marco. Niente treccine nella barba. Niente dei suoi tratti familiari e allegri. Il gigante che incombeva su di lui portava gli occhiali neri e sembrava più giovane del bassista. Per quello che Tuomas riusciva a scorgere, era pallidissimo e lo stava osservando con un sorrisetto divertito. Possibile che gli fosse andato a sbattere contro senza che quello ne risentisse in alcun modo? Perché era lì? Lo aveva seguito dall’albergo? Che cosa voleva, da lui? E cosa diavolo ci faceva con gli occhiali da sole alle tre del mattino?

La mano. Il bestione gli stava tendendo una mano, ma il tastierista non si decideva ad afferrarla. Era grossa il doppio della sua, bianchissima, e sembrava in grado di stritolare qualsiasi cosa in un decimo di secondo.

 

“Hai intenzione di passare la notte seduto per terra in un vicolo, oppure pensi di alzarti?” gli chiese l’uomo. Aveva uno strano accento. Inglese, ma con una leggera inflessione di francese e uno strano modo di pronunciare la “R”, che gli rendeva impossibile tracciarne la provenienza.

 

Sei proprio andato. Questo potrebbe spezzarti in due come un grissino, e tu stai a preoccuparti delle sue origini!


Di nuovo quella sghignazzata crudele. Avrebbe voluto chiedergli di non farlo, di non ridere a quel modo, ma la voce gli era morta in gola già da un bel po’, e non sapeva se l’avrebbe mai recuperata. L’uomo sbuffò e si abbassò su di lui, afferrandolo per la collottola della giacca e rimettendolo in piedi con un unico gesto fluido, come se non gli fosse costato la minima fatica.

Si fissarono per quello che a Tuomas sembrò un tempo infinito. Il tipo lo sovrastava di una bella manciata di centimetri, e soprattutto era largo il doppio di lui, con le spalle muscolose che tendevano il tessuto della maglia che indossava. Già, perché nonostante il freddo, lui indossava soltanto jeans neri e una t-shirt con le maniche lunghe, anch’essa nera, ma sembrava perfettamente a suo agio.

“Ehm… tu sai dove siamo?” chiese il finlandese, perché quella era la prima cosa che gli era venuta in mente.

“Naturalmente” rispose lo strano individuo, continuando a fissarlo impassibile da sotto gli occhiali.

“E… ehm…”

“Hai bisogno di una guida, Escapist?”

‘Fuggitivo’ , lo aveva chiamato. L’appellativo con cui Tuomas amava pensare a se stesso. Ci aveva scritto persino una canzone, sull’argomento, la fuga dalla realtà quando si faceva un po’ troppo tosta. Come in quel momento, ad esempio. Significava che il mastodonte biondo conosceva la sua musica. Oppure si riferiva solo alla sua fuga poco dignitosa di poco prima, e lo stava allegramente prendendo per il culo. In ogni caso, il bisogno di frapporre un bel po’ di miglia tra e sé e il losco figuro era sempre più pressante. Anche la necessità di ritrovare la strada per l’albergo lo era, tuttavia, e Tuomas dovette adattarsi a rispondergli.

“Solo… solo fino alla strada principale, poi mi arrangio. A proposito, perché mi stavi seguendo? Mi hai fatto prendere un accidente, non mi piacciono questi scherzi. Se vuoi un autografo sarò felice di fartelo, dopodichè ci saluteremo, ok?”

Risatina. Ancora più terrificante, perché l’espressione sul viso del tizio non si era modificata quasi per niente. Solo un guizzo delle labbra, seguito dalla staticità più assoluta. Gli sembrava di guardare in faccia una statua, altrettanto bianca e immutabile.

“Va bene. Ciao” disse l’omone e si voltò, rapidissimo, incamminandosi lungo la strada, lasciando Tuomas perplesso a fissarlo, fin quando non scomparve quasi del tutto nella nebbia.

 

Ecco, e adesso? Sei proprio un coglione!


“Aspetta! Fermati, hai detto che mi avresti fatto da guida! Ehi, biondo!”

“Cercavi me?”

La voce dello sconosciuto, alla sua destra, lo fece voltare di scatto e trasalire.

“Ma… come hai fatto a…”

“È colpa della nebbia. Fa strani effetti. Uno si immagina di vedere cose che non sono reali… allora, dove devi andare?”

“Al Warrington House, vicino a Hyde Park. Mi sono distratto un po’ e… insomma, non sono pratico di Londra. È molto lontano?”

“Un paio di miglia, direi. Da questa parte.”

 

Un paio di miglia? Aveva fatto tutta quella strada e non se n’era neanche accorto? Da ricovero, gente…


Il tastierista si adattò ad affiancare il suo accompagnatore, seguendolo lungo la strada. Non potè fare a meno di notare la sua camminata flessuosa, quasi felina, nettamente in contrasto con le dimensioni del suo corpo, che lo facevano sentire molto piccolo e insignificante. Dava l’impressione di forza trattenuta a stento, come… una tigre. Incedeva con le mani in tasca, lanciandogli di tanto in tanto brevi occhiate inespressive, a cui Tuomas rispondeva allo stesso modo. Per lo meno non era un fan esagitato e non lo stava sommergendo di chiacchiere e di lodi. Assomigliava molto di più a un serial killer, ed era altrettanto glaciale. Un’altra risatina eruppe dalla sua gola e Tuomas si voltò a guardarlo, sorpreso.

“Perché ridi? A proposito, non mi hai detto il tuo nome, amico, e io non ti ho ringraziato per la tua gentilezza. Il mio, di nome, ho notato che lo sai già.”

“Il mio nome è Raistan. Raistan Van Hoeck. E non c’è bisogno che mi ringrazi, mi stavo annoiando. Il motivo per cui rido è… che so quello a cui stai pensando, Tuomas Holopainen, e lo trovo divertente. Non molto originale, forse, ma divertente.”

Il finlandese deglutì e sentì il cuore mancargli un colpo, senza nemmeno sapere bene il perché.

“E a che cosa stavo pensando?” gli chiese, più per un perverso automatismo che per reale curiosità.

“Eri contento che non fossi un chiacchierone, e pensavi che assomiglio più a un serial killer che non a un fan. Forse però ti sbagli…”

“In… in che senso?” gracchiò Tuomas, alzando a stento gli occhi sul gigante.

“Nel senso che io sono un tuo ammiratore. Che cosa credevi?”

“Ni… niente… mi fa piacere.”

“Anche a me. Il concerto è stato… uno splendore. Apprezzo questa nuova cantante.”

Tuomas non lo ascoltava. Solo una cosa, riusciva a dirsi: ‘Mi ha letto nel pensiero! Sapeva esattamente quello che pensavo! Oh, Cristo, ma quanto dista, questo cazzo di albergo? Giuro che mi chiudo in camera, d’ora in poi, e non metto più il naso fuori!’

Rabbrividì e ficcò le mani più a fondo nelle tasche del giaccone. E il tipo, lì, era in maglietta come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.

“Scusa, ma non hai freddo?”

“Uhm… no. Ci sono abituato. Tu, piuttosto. Pensavo che un finlandese fosse più temprato.”

Come dirgli che non aveva i brividi per il freddo? Manco lo sentiva, a dire il vero. L’unica cosa che ascoltava era il proprio istinto, che gli stava mandando segnali d’allarme grossi come TIR, e gli diceva che tutto, in quella situazione, era sbagliato e pericoloso.

“Sto bene. Manca molto?”

“No. Stiamo costeggiando il parco, vedi? Tra poco ci siamo. Un consiglio: non andartene a passeggiare per Hyde Park di notte. Si fanno brutti incontri. Terreno di caccia…”

“Come, scusa? Chi mai…” gli chiese Tuomas, guardandolo ad occhi sgranati. L’aria sorniona che lesse sul viso dello straniero, nonostante gli occhiali gli schermassero metà del volto, gli diede di nuovo i brividi. Doveva aver capito male. Per tutta risposta, dalla scura area indistinta che il suo accompagnatore aveva definito ‘parco’ si levò qualcosa che assomigliava troppo a un grido di dolore, Tuomas non avrebbe saputo dire se maschile o femminile. Gli venne istintivo scostarsi, e così facendo urtò l’uomo, che sembrò non accorgersene nemmeno. Si era immobilizzato, lo sguardo perso in lontananza, e che gli venisse un colpo, stava annusando l’aria. Tuomas riusciva a cogliere i lievi sbuffi del suo naso, ma notò anche un altro particolare, che lo mandò definitivamente nel pallone: non c’erano le classiche nuvolette di vapore a evidenziare il suo respiro. Niente di niente. Mentre lui, Tuomas, sbuffava come una ciminiera, dal naso e dalla bocca del biondo non usciva nemmeno un filo di fumo.

“Ohh, cazzo…” rantolò, desiderando mettersi a correre fino a quando le gambe gli avrebbero permesso di farlo.

“È rientrato… non ti farà del male. Però è meglio muoversi. Te l’ho detto, Hyde Park di notte è malfrequentato.”

“Rientrato? Chi è rientrato? Perché non ti esce il fumo dalla bocca? Chi sei tu? Che cosa ci facevi in quella strada, a quest’ora, mezzo svestito, con gli occhiali scuri?”

Raistan ridacchiò per l’ennesima volta e scrollò la testa, ma fu investito da una spinta del tastierista, il cui autocontrollo era andato temporaneamente in vacanza. Non che riuscì a smuoverlo di molto, solo di un passo, ma nel momento in cui gli mise le mani addosso, Tuomas si rese conto che il suo corpo era gelido come la nebbia che li circondava. Nessuno poteva essere così freddo, a meno di non essere…

“Finisci pure la frase, Holopainen. A meno di non essere?”

Tuomas si arrese al panico e si mise a correre, inoltrandosi proprio nel parco da cui l’uomo lo aveva messo in guardia.

“Stupido umano…” ringhiò quello, e si lanciò all’inseguimento.

 

C’era la luna piena, da qualche parte nel cielo, e, anche se invisibile, esercitava ugualmente il suo malefico potere su alcune delle creature della notte. Quelle alte, pelose, stupide e puzzolenti, per dirne una. Lycan. Niente di simpatico, né per gli umani come Tuomas, né per i vampiri come Raistan. Alcuni di loro si riunivano proprio nel grande parco londinese, nelle notti di luna piena, per fare un po’ di baldoria senza essere disturbati. A volte qualche senzatetto ci andava di mezzo, e spariva senza lasciare traccia.

Ma dove si era cacciato quell’idiota di un musicista? Ne percepiva l’odore e il calore, lì, da qualche parte, ma l’olezzo di licantropo era molto più forte e lo distraeva, mandando in allarme ogni suo senso, facendogli desiderare acquattarsi e ringhiare, per il senso di minaccia che portava con sé.

 

“Finlandia! Holopainen! Dove cazzo sei, dobbiamo andarcene, stronzo!” sibilò il vampiro, guardandosi intorno con un certa sollecitudine. Un ruggito, forte e minaccioso, lo fece voltare di scatto, subito seguito da un grido di puro terrore. Tuomas sbucò da dietro una pianta inseguito da una mostruosità alta quasi tre metri, che procedeva ingobbita, con le mani quasi a contatto con il terreno, eppure ugualmente veloce. Quando vide Raistan si diresse verso di lui, uno sguardo del tutto folle negli occhi grigi sgranati; il lycan si bloccò per un attimo, invece, solo per lanciare un ululato di pura gioia e slanciarsi di nuovo in avanti, divorando la strada che lo separava dal vampiro e dal musicista.

“Merda… sei un coglione, te l’avevo detto! Scappa, vattene, e vedi di non perderti di nuovo!”

Sì, come no. Tuomas si era aggrappato al retro della maglia del vampiro e sembrava non avere nessuna intenzione di muoversi da lì. Piagnucolava, borbottava frasi sconnesse nella propria lingua. Andato.

Il lycan si slanciò contro il vampiro che lo stava aspettando con tutti i muscoli tesi e l’impatto si riverberò anche nelle braccia di Tuomas. Finirono tutti quanti per terra in un groviglio di arti e imprecazioni, con la terra e le foglie secche che gli entravano in bocca.

Cane. Cane enorme. Bruttissimo. Ma solo un cane, solo un cane, solo un cane…

Ringhi. Ruggiti. Rumori di lotta tra due creature grandi e forti.

 

Non voglio vedere. Non voglio guardare. È solo un sogno. Tra poco mi sveglierò, oddio, fammi svegliare…


“Ma certo che sei stronzo, lycan! E che cazzo!” esclamò a un tratto il biondo, con aria scandalizzata.

Suoni liquidi poco più in là.

“Ohhh, scusa, mica mi ero accorto che eri tu, come sei permaloso!”

Altra voce maschile, tonante e un po’ rauca.

“Guarda qui, mi hai strappato la maglia! L’ho presa stasera al concerto di questo idiota! Per inciso, non ti avrei mai perdonato, se avessi fatto fuori uno dei miei idoli musicali. Ehi, Holopainen, puoi alzarti adesso, qui siamo tutti amici. Nessuno ti mangia. Vero, Greylord?”

La risataccia lugubre che i due scambiarono non tranquillizzò in nessun modo il povero Tuomas che tuttavia si alzò da terra e fece qualche passo verso la strana coppia ferma accanto a una panchina, proprio sotto un lampione. La nebbia si era diradata, adesso, concedendogli di vedere più di quello che avrebbe voluto. Il secondo tipo era un massiccio individuo con i capelli grigi e mossi, un po’ scompigliati, e gli occhi più gelidi che avesse mai visto. Piccolo particolare, era completamente nudo e non sembrava preoccuparsene minimamente.

“Ehi, fighetto, non lo sai che è pericoloso andare in giro per i parchi di notte? Non te l’ha detto, la mamma?” lo apostrofò quello, fissandolo corrucciato. Il biondo gli rifilò un pugno sulla spalla che a Tuomas avrebbe staccato direttamente l’articolazione.

“Non chiamarlo fighetto, è un genio, solo che è un po’ distratto, e si è perso. Lo stavo riaccompagnando all’albergo, quando è andato un po’ in tilt ed è scappato. Non capisco perché…”

“Vampiro, con quella faccia faresti scappare persino tua madre! Vero che è brutto da far paura, musicista?”

 

Vampiro. Lo aveva detto. Lo aveva detto sul serio. Oddio. E lui prima lo ha chiamato lycan. Licantropo. Sono finito in un film dell’orrore. Non berrò mai più , lo prometto. Mai più canne. Mai più nulla.


Visto che Tuomas non rispondeva, e si limitava a fissare i due compari che scherzavano come se si conoscessero da sempre – chi poteva dirlo? – il lycan di nome Greylord spostò lo sguardo su Raistan.

“Ma è sordo?” chiese, infastidito dal silenzio del musicista.

“No, è finlandese…”

La battuta li fece scoppiare entrambi a ridere in modo sguaiato. Ed eccoli lì, i canini nella bocca del gigante biondo. Scintillanti e dall’aspetto letale, proporzionati alle dimensioni del loro proprietario, quindi vere e proprie zanne. Tuomas temette seriamente di svenire e si spostò barcollando verso la panchina, lasciandovisi cadere sopra con un lamento.

“Che cosa hai intenzione di farne di lui, adesso? Direi che ha visto un po’ troppo…” chiese a un certo punto il tipo nudo, che non faceva niente per nascondere le sue parti intime, come se fosse la cosa più normale del mondo andarsene in giro in quel modo. Nuove risate da parte di entrambi. Tuomas chiuse gli occhi e abbassò il capo. Non voleva più saperne niente, e scappare non aveva senso.

“Sono d’accordo. Bisogna provvedere…”

“Concordo.”

Altre risate. Non avrebbe mai immaginato che i vampiri e i licantropi fossero così ridanciani, peccato che non avrebbe mai potuto raccontarlo a nessuno.

“Basta che sia una cosa… rapida. Non sopporto la vista del sangue.”

Una nuova esplosione di ilarità accolse le sue parole. Il lycan stava quasi ululando, mentre il vampiro si teneva appoggiato alla sua spalla, con la testa appoggiata sull’avambraccio. Quando alzò la testa, Tuomas si accorse che aveva le guance rigate di rosso.

“Oh… cazzo…”

 

Che morte, lo attendeva. Il giorno dopo lo avrebbero ritrovato in quel parco, e la stampa avrebbe inventato qualsiasi cosa, dalla morte per overdose, al rito satanico, all’emorragia cerebrale. Nessuno avrebbe mai saputo la verità e lui non avrebbe mai potuto scrivere una canzone sulle creature che vivono di notte. Peccato.

“Tuomas Holopainen, guardami. Non aver paura, guardami.”

Oh, il biondo si era tolto gli occhiali finalmente. Aveva dei begli occhi, anche se solcati da una pupilla ad ago, simile a quella dei serpenti. Tuomas si sentì sprofondare in quello sguardo, e la sua paura cessò come d’incanto.

“Adesso te ne tornerai tranquillo al tuo hotel e ti metterai a dormire. Non ricorderai quello che è successo in questo parco, né avrai memoria dell’esistenza di licantropi e vampiri nel mondo reale. Invece ti ricorderai del gentile accompagnatore che ti ha aiutato a ritrovare l’albergo dopo che ti eri perso, e avrai un incredibile sogno erotico riguardo a lui. Non so da che parte tu propenda e non mi interessa. A me piacciono le femmine, ma un giretto con te lo farei volentieri… Stammi bene, Finlandia. Sempre dritto e poi a destra, non puoi sbagliare.”

Tuomas si incamminò a passo tranquillo verso l’uscita del parco, sotto lo sguardo indulgente dei due amici soprannaturali.

 

“Ma si può sapere dove ti eri cacciato?! Ci hai fatto preoccupare!”

Tuomas degnò appena di uno sguardo il plotone di esecuzione che lo accolse al suo ritorno in albergo. Aveva un sonno terribile, e non vedeva l'ora di salire in camera per mettersi a dormire.

“Ho fatto due passi, perchè, è vietato?” rispose, dirigendosi verso l'ascensore.

“Due passi? Sei stato via per quasi tre ore, pensavamo avessi incontrato Jack lo Squartatore!” ringhiò Marco, squadrandolo con esasperazione.

“Naaaaa... Londra è così noiosa... non ho visto anima viva! Buonanotte.”

“Sì, sì, buonanotte... sempre il solito.”

Un attimo prima che le porte dell'ascensore si richiudessero, Tuomas gli strizzò l'occhio, poi premette il pulsante del sesto piano, pregustando la notte di sonno che lo attendeva.

Sperava proprio di fare dei bei sogni.