Lucia Guglielminetti's books on Goodreads
Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
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Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
reviews: 2
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Artwork by Tincek Marincek (Deviantart)

THE BLACK SWAN

 

Ricordate quella mia chiacchierata con Greylord, in cui gli rivelavo i dettagli della mia prima volta come umano? Credete che le sue domande si siano limitate a quello? Neanche per idea. L’imbarazzante conversazione è continuata con richieste ancora più imbarazzanti. Gli è andata bene che, come lui, ero parecchio sbronzo e non mi dispiaceva ricordare i bei tempi andati. Succede ai vecchi, non è così, caro lettore? Stessa scena, stessa stanza, stesso divano di casa sua, su cui ci siamo stravaccati parecchie ore prima e da cui non abbiamo intenzione di alzarci tanto presto. Come spesso accade quando sono con lui, mi sento bene, in pace e rilassato. Raccontargli quello che vuole mi sembra il minimo per ricambiare il modo in cui mi fa sentire, non pensi, caro lettore? Sentite cos’ha voluto sapere il bastardo.

 

“Ma… ma tu…”

“Ma io cosa, lycan? Cos’è, un interrogatorio?”

“Eddai, Odie, non fare il prezioso!”

Sbuffo, ma la sua curiosità mi diverte in realtà e lo invito a continuare con un gesto della mano.

“Dico, ehm… a te piacciono anche i maschi, giusto?”

Scrollo le spalle, trattenendo il ghigno che vorrebbe affacciarmisi sul viso e fissandolo impassibile. Vederlo imbarazzato è molto divertente.

“Non posso negarlo. Quindi?”

“Ma… dipende dal fatto che sei quello che sei oppure ti piacevano anche prima? Insomma, siete tutti mezze checche oppure è una tua prerogativa?”

Adesso è lui quello che mi guarda divertito, per poi scoppiare a ridere e polverizzarmi una coscia con una manata. Il mio cipiglio non pare impressionarlo molto, perché continua a ridere imperterrito.

“Non sono una mezza checca. Sono semplicemente liberale nelle mie frequentazioni, come tutti gli appartenenti alla mia razza, chi più chi meno. Da umano non ho mai avuto certi impulsi, devo ammetterlo, ma immagino che fossero sepolti in me da qualche parte e che la mia… condizione li abbia fatti emergere. E anche allora… non ci pensavo, fino a quando non ho incontrato quel tipo. The Black Swan. Il Cigno nero. Uno degli uomini più belli che abbia mai visto, devo dirlo.”

“E com’è successo? E quando?”

“C’era… c’era stata questa festa alla Corte di Francia, intorno al 1700… 91, 92, non mi ricordo di preciso. Io frequentavo assiduamente una cortigiana di Re Luigi XVI e, anche se i fasti precedenti alla Rivoluzione erano svaniti, i pezzi grossi di tanto in tanto si concedevano ancora qualche sontuoso divertimento. Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza, sai com’è… un ultimo glorioso bagliore prima del buio. Giselle mi aveva invitato, approfittando del fatto che sarebbe stato un ballo in maschera e nessuno avrebbe fatto caso a me. Pensava che sarebbe stato divertente, insomma. Lo fu, almeno per me, visto quello che accadde. Le Tuileries non erano sontuose come Versailles e molti degli arredi più preziosi erano già spariti, depredati da chissà chi, ma c’erano saloni immensi, con soffitti riccamente affrescati, da cui pendevano lampadari che brillavano di mille candele e facevano rispendere ogni cosa. Non avendo mai frequentato quegli ambienti, rimasi notevolmente impressionato, non posso negarlo. Non indossavo un vero e proprio costume, solo una maschera, e mi aggiravo fra gli ospiti osservandoli e captando pensieri qua e là. Giselle, che amava molto occasioni come quelle, aveva tentato più e più volte di convincermi a ballare, ma io ero solo il figlio di un mercante fuggito da casa a sedici anni, che si era guadagnato da vivere fino al momento del… cambiamento facendo il carbonaio. Nessuno aveva mai pensato che danzare sarebbe stato importante, per il mio futuro. Non lo era, infatti. Dopo un’oretta trascorsa insieme, dunque, ci eravamo separati. La tenevo d’occhio, si capisce, ammirando la sua disinvoltura, il modo con cui passava da un cavaliere all’altro come un’ape tra i fiori, ascoltando la sua risata che mi piaceva molto e donava allegria anche a me, ma preferivo la mia condizione di osservatore. Pensavo che avrebbe potuto scapparci una cena interessante, anche. I candidati non mancavano di certo. A un tratto le porte del salone si spalancarono ed entrò lui. Cazzo, che costume, lycan, una roba mai vista. Un cigno nero, come ti ho detto, e con la stessa eleganza. Gli invitati si lasciarono sfuggire un ‘oooohhh’ corale di meraviglia e si aprirono per lasciarlo passare. Era molto alto, quasi come me, e capii subito che non poteva trattarsi di una femmina, anche se il viso, truccato con il caratteristico disegno dei cigni, era molto delicato. Un codazzo di femmine adoranti lo seguiva, come fossero state i suoi pulcini.

“È venuto! È venuto davvero! Non erano soltanto voci!” sussurrava la folla. Incuriosito, raggiunsi Giselle per chiedere informazioni sul nuovo arrivato, che nel frattempo stava rendendo omaggio al Re e alla Regina. Lei se lo mangiava con gli occhi, ricordo, e non era la sola. Si poteva dire lo stesso di tutti i presenti, maschi e femmine.

“Chi sarebbe il pennuto?” chiesi alla mia dama, che mi guardò scandalizzata.

“Ma come, non lo conosci? È Jean Le Courbet, la stella del Teatro Nazionale! Ma dove vivi?!” mi liquidò, rivolgendo un’altra volta la sua totale attenzione al nuovo arrivato. Non so tu, ma non ho mai capito cosa porta la gente a perdere la testa per i personaggi famosi. Li adorano solo perché non li conoscono di persona, dico io. Una volta che hai sentito il tuo idolo ruttare o andare al cesso, addio mito. Ma gli umani hanno questo disperato bisogno di credere in qualcosa, chiamalo Dio, chiamalo rockstar… bah. Incomprensibile, per me. Non c’è niente e nessuno in cui valga la pena credere…”

“Hai finito di fare il filosofo? Vai avanti!”

“Oh, scusa se ti sto facendo perdere tempo, sei così impegnato… era per farti capire meglio il mio atteggiamento di quella sera, che poi fu proprio quello che me lo face conoscere. Mentre tutti gli si affollavano attorno, io mi ritirai in disparte su un lato della sala, da cui potevo osservare ogni cosa indisturbato. Reggevo un calice di vino, ma ne traevo solo una stilla di tanto in tanto, per non destare sospetti. A parte i servitori, ero l’unico per conto proprio e lui non mancò di notarlo, evidentemente. Nel frattempo, io avevo adocchiato una femmina che avrebbe potuto costituire una cena soddisfacente e aspettavo di averla a tiro. Quattro smancerie e l’avrei fatta mia, ma non nel modo che lei avrebbe sperato, ne sono certo. La musica era ripresa e l’assembramento attorno al gallinaccio era un po’ meno pressante, ma al momento avevo occhi solo per il mio spuntino. Un’insignificante giovane umana sepolta sotto strati e strati di tessuto, bella in carne, dall’aria ingenua.  Mi faceva venire l’acquolina in bocca. Poi, una voce mi indusse a voltarmi: “Voi non amate il teatro, monsieur?”

Ed eccolo lì, il cigno, sempre tallonato dalle sue pollastre. Gli occhi, con il trucco nero che si allargava in due ali fin sulle tempie, mostravano una sclera rossa particolarmente inquietante. Mi stava rivolgendo un vago sorriso che non ricambiai.

“Amo le storie, ma non sempre chi le racconta” gli risposi, riportando la mia attenzione sulla donna di cui volevo cibarmi.

“Ma senza chi le racconta non potrebbero prendere vita…” mi disse. A parte una breve occhiata iniziale, non lo avevo più degnato di uno sguardo, temendo che l’umana si defilasse.

“Sono certo che potreste aspirare a qualcosa di meglio”. Il sussurro mi giunse da brevissima distanza dall’orecchio; quando mi voltai, notai che mi si era avvicinato fino a sfiorarmi il braccio con le piume e che stava seguendo la direzione del mio sguardo con aria divertita. Mi ci volle qualche istante per cogliere il pesante sottinteso contenuto nella sua frase, e in qualche modo fu un piccolo shock. Fino a quel momento non avevo mai pensato di poter costituire un interesse per qualcuno che non appartenesse al sesso opposto, né avevo mai provato alcun genere di attrazione per un altro maschio. Devo ammettere che rimasi senza parole per qualche istante. La maschera celava lo sconcerto emerso sul mio volto, ma lui dovette coglierlo ugualmente, perché sorrise, fissandomi con tutta calma, come in attesa.

“Senti un po’, razza di un pollo troppo cresciuto…” ringhiai, simulando un’ostilità che a dire il vero non provavo, ma non feci in tempo a finire la frase perché lui sgranò gli occhi e scoppiò a ridere, quasi facendosi cadere il bicchiere dalla mano piumata. Quando si riprese, si voltò e si diresse verso una porta sul fondo del salone, lanciandomi uno sguardo inequivocabile per invitarmi a seguirlo.

Al diavolo, mangerò lui, pensai, e mi feci largo tra la folla per raggiungerlo. Oltre la soglia si apriva un’altra stanza, e al di là di questa, un’altra ancora. Era lì che lui mi attendeva, nella penombra e nel silenzio. Solo adesso che potevo di nuovo assaporarli mi resi conto di quanto mi fossero mancati. Tre candele come unica illuminazione, e andava bene così. Eravamo in un grazioso salottino, con poltrone rivestite di seta dorata e un enorme specchio al di sopra del camino spento; l’unico suono, a parte l’eco lontana della musica nel salone, era il ticchettio di un orologio sopra la mensola del focolare.

Senza dire una parola, Jean Le Courbet prese a sciogliere i lacci del costume piumato, gli occhi fissi nei miei; io sollevai la maschera e lo vidi sorridere.

“Che ti sei messo in testa, uomo?” gli chiesi, restando nei pressi della porta, dicendomi che non ero davvero attratto da quello che vedevo, dalle porzioni sempre più ampie di pelle che il costume scopriva, dal tendersi e contrarsi dei muscoli svelati a tratti mentre la svestizione proseguiva. Lui non mi rispose. Lasciò semplicemente scivolare a terra il vestito e rimase nudo, immobile davanti a me, sempre con quel vago sorriso. Non emanava paura, solo calma e una vaga curiosità. La felicità per aver provato sorpresa, per una volta. Il desiderio di essere guardato davvero, tanto per cambiare. Non per il suo nome, non per la pelle del cigno che, volente o nolente, si portava sempre cucita addosso. Solo per se stesso.

E io, beh… smisi di lottare contro me stesso e le convenzioni umane che mi portavano a pensare che non dovessi provare quello che stavo provando e ad apprezzare quello che stavo vedendo. Fanculo il senso di colpa, in ogni sua forma. Quello sì che è puro veleno.

Fu così che mi avvicinai, simulando una sicurezza che non possedevo, portandomi di fronte a lui e restando lì con le mani in tasca, nell’attesa della sua mossa successiva. Temevo la sua reazione quando si fosse accorto del gelo della mia pelle, più che altro per le spiacevoli conseguenze che una simile scoperta avrebbe potuto avere. In ogni caso ero pronto a prendere i provvedimenti necessari perché non ci fossero problemi. Anche i più estremi.

Il suo respiro divenne più pesante, mentre mi liberava della giacca e del gilet e passava ad aprirmi la camicia sul petto. Il mio era assente come al solito. Se si era accorto della stranezza dei miei occhi, non me lo fece notare, ma quando la sua mano si posò sul mio torace lo vidi trasalire e sgranare gli occhi. Percepii i miei muscoli tendersi per la tensione e dovetti impedire che un ringhio minaccioso mi fluisse dalla bocca, mentre venivo colto da una strana malinconia, come se già rimpiangessi ciò che non era ancora successo. La mia seconda pelle non era da cigno, piuttosto da serpente, eppure anche io avevo il desiderio che si guardasse al di là di essa, proprio come lui.

“Sei una continua fonte di sorprese, mon ami. Potrei amarti, per questo” disse, e mi liberò anche della camicia, percorrendo il mio corpo con uno sguardo soddisfatto. Io stavo facendo la stessa cosa col suo e apprezzavo quel che vedevo. Era magro, ma armonioso e ben fatto, con mani delicate e splendidi capelli neri che gli scendevano sulle spalle in onde morbide. Sentivo il suo cuore battere veloce. Per fortuna, lui non poteva accorgersi dell’immobilità del mio. Fu lui a colmare la distanza residua che ci separava. Lui ad affondare le mani nei miei capelli, sulla nuca, e a premere le labbra contro le mie, inducendomi ad aprire la bocca ed esplorandola con la lingua. Se ne staccò con precipitazione, facendomi irrigidire di nuovo, ma tutto quello che fece fu scrollare la testa e baciarmi ancora. Risposi al bacio, questa volta, e posai le mani sul di lui, strappandogli un lamento forse di piacere, forse di disagio. Si staccò da me solo per prendermi per mano e portarmi con sé mentre si allungava sul pavimento ricoperto da un folto tappeto. Tremava, mentre lo faceva, gli occhi sempre fissi nei miei a trasmettermi urgenza e desiderio, quasi fame, come se stesse strappando quei pochi momenti a una vita di reclusione che diventava sempre più opprimente, anche se le sbarre della sua prigione erano d’oro.

“Portami via…” disse, e c’era una vera supplica nella sua voce e nei suoi occhi che decisi di soddisfare come un dio benevolo, ma in fondo mutevole. Avrei potuto portare piacere come dolore, tormento ed estasi. Una stilla di vita, oppure la morte. Non avevo ancora deciso. Sapevo solo che la sua sottomissione mi eccitava come mi era successo raramente, anche se il mio corpo non se n’era ancora reso conto appieno. Mi liberai del resto dei miei indumenti, poi lo sovrastai, tenendomi sollevato con le braccia per guardarlo. Lui era pronto, mentre io avevo ancora bisogno di un certo incoraggiamento, da quelle parti. Non si fece pregare. Invertimmo le posizioni e lui prese possesso del mio cazzo con le mani e con la bocca, mentre io tenevo la testa sollevata da terra e non facevo che guardarlo, chiedendomi se fosse solo un sogno bizzarro o la realtà. Solo che non bastava. Volevo di più e su quello eravamo perfettamente d’accordo.

“Come ti piace farlo?” mi chiese, gli occhi resi liquidi dal desiderio.

“A lungo” risposi, non potendo confessare che fosse la prima volta in quel campo, per me. Lo indussi a sdraiarsi di nuovo. Non avevo nessuna intenzione di ricambiare il favore in termini di succhiate. Quello no. Avrebbe messo troppo in discussione l’immagine… virile che avevo di me stesso, allora. Cercai dunque l’unica strada possibile, ma lo feci con un po’ troppa foga, perché lui urlò e mi piantò le unghie nelle spalle. La parte più selvaggia di me stesso apprezzò quella reazione, ma non volevo che finisse troppo presto e mi trattenni quel tanto che bastava perché diventasse piacevole per entrambi. Ancora i suoi occhi fissi nei miei, le sue mani aggrappate ai miei capelli, o ad accarezzarmi la schiena con frenesia. Quando venne, mi abbassai su di lui e lo morsi, traendo lunghe sorsate del suo sangue senza che quasi se ne accorgesse. Quello era il confine. Quello era il momento in cui la sua vita dipendeva interamente da me. Staccai la bocca dal suo collo e lo baciai con le labbra ancora grondanti del suo sangue, intensificando le spinte e unendo i miei gemiti ai suoi finché l’orgasmo non mi travolse, spedendomi una scarica di piacere lungo la spina dorsale e in ogni fibra del corpo, fino ad abbandonarmi sopra di lui che ansimava sotto di me e mi accarezzava la schiena, almeno fino a quando non lo sentii piangere.

“Ehi, galletto, che ti prende adesso? Ti ho fatto male?” gli chiesi, tornando a sollevarmi sulle braccia. Non mi ero ancora staccato da lui. Non era un brutto posto dove stare.

Tentò un debole sorriso, ma non ci riuscì molto bene.

“No, è stato bellissimo, scusami… è che… non posso tornare di là. Non ce la faccio più.”

Sapevo che non si riferiva soltanto alla serata in corso, ma mi limitai a un prosaico “Allora trovati un’uscita secondaria e dattela a gambe”

“Vorrei che ci fosse. Lo vorrei tanto” mi rispose, poi si alzò e tornò a indossare il suo costume, mentre io mi rivestivo con tutta calma. Sentivo il suo sguardo su di me, ma scelsi di non ricambiarlo. Non volevo diventare la sua personale spalla su cui piangere, poco ma sicuro.

“Posso sapere come ti chiami, almeno?” mi chiese.

Glielo dissi, poi gli rivolsi un leggero inchino e lasciai la stanza. Forse ci sarebbero state altre cose che avrebbe voluto dirmi, o che avrei potuto dirgli io, ma non successe. Sei mesi dopo Giselle mi disse che era morto, travolto da una carrozza, forse ubriaco o in preda ai fumi dell’oppio. E, forse, senza aver fatto nulla per evitarlo. Questa è la storia, lycan. E, sì, a volte non vorrei essere lo stronzo che la vita mi ha portato ad essere, ma il Cigno nero sarebbe morto lo stesso. Perché un essere che dispensa morte non può essere la salvezza per nessuno, né lo desidera.”

 

 

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Commenti: 3
  • #1

    Aria (mercoledì, 29 giugno 2016 17:26)

    Le "cronache del divano": emozionanti, divertenti, struggentistarei appollaiata in un angolo ad ascoltarle per ore...
    Le frequentazioni di Raistan sono certamente liberali, ma mai banali e sempre emozionanti.
    Del resto, chi altri potrebbe meglio comprendere e condividere "la felicità per aver provato sorpresa, per una volta. Il desiderio di essere guardato davvero, tanto per cambiare"?
    E chi meglio di lui è consapevole del fatto che le uscite secondarie attraverso cui darsela a gambe, in caso di necessità, bisogna essere pure capaci di trovarsele da soli?

  • #2

    LuciaG (mercoledì, 29 giugno 2016 17:30)

    Sottoscrivo ogni parola. Come sempre, grazie Bianca <3

  • #3

    Claudia (mercoledì, 29 giugno 2016 20:33)

    Il finale è di una malinconia (e di una poesia) pazzesca ed è ciò che rende questo pezzo unico, secondo me. Come sempre, dimostri una capacità di tratteggiare, anche solo attraverso apparizioni fugaci come questa personaggi indimenticabili e controversi, e noto che spesso è la loro mortalità e vulnerabilità di umani a lasciare il segno su Raistan.

    On a more lighter note, vedo che sei sempre più in sintonia con lo slash, furbacchiona! XD