Lucia Guglielminetti's books on Goodreads
Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
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Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
reviews: 2
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L’OSPITE INATTESO.

 


 

«Mamma, papà, svegliatevi! Ho paura!»

Jim Andrews aprì un occhio e lo volse all’orologio digitale sul comodino della moglie. Le 3:35, e brava Ellie…

«Ellie, torna a dormire, avrai sognato…»

«Che succede? Ellie, stai bene?»

 

Alice, moglie di Jim e madre di Ellie, emerse dalle profondità del piumone. Accese la luce e si ritrovò a fissare la figlia, tutta tremante nella camicia da notte di Hello Kitty, col suo topo di peluche stretto al petto.

 

«Amore, cosa c’è?»

«Ho sentito un rumore forte, da sotto, e poi il suono di qualcuno che piangeva. Voi non avete sentito?»

«No, piccola, devi aver sognato. Vuoi venire qua con noi?»

«Non ho sognato, sono sicura! Ero già sveglia, anche fuori ci sono dei rumori strani! Papà, ti prego, non puoi andare a vedere?»

Jim sospirò e si arrese. Conosceva troppo bene la figlia per illudersi di riuscire a calmarla – e a riprendere sonno – se non si fosse piegato al suo volere.

«Ok, Ellie, ok, vado. Tu infilati sotto le coperte con mamma, se no prendi freddo.»


La bambina obbedì e Jim mosse i primi passi attraverso la stanza; il suono di qualcosa che andava in frantumi al piano inferiore lo gelò sul posto e strappò uno strillo alla moglie e alla figlia.

«Visto che non stavo sognando? C’è qualcuno di sotto, lo sapevo!»

«Alice, chiama la Polizia e chiudetevi dentro. Io vado a vedere.»

«NON T’AZZARDARE A LASCIARCI QUA DA SOLE!» strillò Alice tenendo stretta la bambina.

«Sst, zitta, vuoi che si accorgano che li abbiamo sentiti?»

«Meglio, magari se ne vanno. Il telefono, Jim, prendi quel telefono!»

«Prendilo tu, io vado a vedere.»


Aprì la porta dell’armadio a muro e ne sfilò una vecchia mazza da baseball, poi si diresse fuori dalla stanza prima che la moglie potesse protestare. Le donne non capivano, c’erano cose che un uomo deve fare per il solo fatto di essere un uomo.

Si fermò in cima alla rampa di scale e si mise all’ascolto, con tutti i nervi tesi. Ellie aveva ragione, si sentivano strani rumori anche da fuori, se uno ci faceva attenzione, come un ringhiare sommesso inframmezzato a parole rabbiose. Un nuovo schianto da sotto lo fece trasalire e la mazza gli cadde quasi di mano. Ellie e Alice strillarono di nuovo, poi Jim sentì la moglie digitare con frenesia un numero telefonico.

«Pronto?! Pronto?! Cazzo, rispondete! Oh mio Dio, Jim, non c’è la linea…»

Ellie si mise a piangere.

Jim scese i primi scalini, col cuore che gli martellava nel petto.

Aveva le gambe rigide come bastoni, come se appartenessero a qualcun altro e non a Jim Andrews, commercialista quarantenne, rosso di pelo e dalla battuta pronta. Forse era un sogno, forse non stava realmente scendendo quella scala, forse non c’erano solo quattro scalini a separarlo dall’ignoto e dal dovere di proteggere in prima persona la sua famiglia. Si fermò, s’impose di controllare la respirazione troppo affannosa e quasi urlò quando la mano gelida della moglie lo afferrò per l’avambraccio.

«Che diavolo fate qui tutte e due, Cristo Santo? Tornate immediatamente di sopra!» sibilò, ma sapeva che niente avrebbe potuto farle cambiare idea.


«Non possiamo stare lì da sole, ti prego…» disse Alice.

Chiunque fosse l’intruso, era impossibile che non li avesse ancora sentiti. Che intenzioni aveva? Come ladro doveva essere ben scarso, se era già riuscito a mandare in frantumi due oggetti. E se non era un ladro, che cosa ci faceva in casa loro? Perché l’allarme non aveva suonato?

«L’allarme non vi sarebbe servito a niente, e nemmeno il telefono. Avrebbe solo messo a rischio altre persone oltre a voi, credetemi.»

La voce proveniva dal fondo della scala, dal soggiorno, e fece accapponare la pelle ai tre Andrews stretti l’uno all’altro sul terzultimo gradino. Il tono era stato cortese, la frase pronunciata a un volume appena percettibile, con un accento difficile da collocare, eppure mai come in quel momento Jim Andrews avrebbe voluto voltarsi e scappare.


«Prego, accomodatevi… vi chiedo solo di non accendere la luce, per il momento, e di non tentare gesti eroici. Ellie, non aver paura, vai a sederti sul divano con mamma e papà.»

«Come sai il mio nome, signore?»

«Quelli come me sanno tante cose, cara. So anche che il tuo papà sta pensando di fare una cosa molto stupida… Mi creda, signor Andrews, è molto meglio che si sieda sul divano con sua moglie e sua figlia.»

Jim, Ellie e Alice si sedettero cautamente, continuando a tenersi stretti l’uno all’altro come criceti nella tana. Jim riusciva appena a nascondere il suo nervosismo. Come diavolo faceva quel tipo a sapere a cosa stava pensando – per inciso, la pistola nello sgabuzzino vicino all’ingresso – e perché conosceva i loro nomi? Li stavano tenendo d’occhio? Volevano rapire uno di loro? Oh mio Dio, non Ellie, piuttosto lui, ma non la bambina, o Alice.

«Non pensi stupidaggini, per cortesia» continuò l’intruso. «Ho ben altri problemi, in questo momento… aaarghhh…»


Gli Andrews balzarono in piedi come un tutt’uno quando udirono quell’agghiacciante lamento sgorgare dalla gola del loro ospite. Ne intravedevano la sagoma sul secondo divano della stanza, posto ad angolo retto rispetto al primo, e lo videro accasciarsi, ripiegato su sé stesso, mentre all’esterno, oltre la porta finestra che dava sul giardino, un’intera cacofonia di latrati, ululati, risate sguaiate, esplose come a un segnale, facendo urlare di terrore i tre malcapitati.

«Cosa c’è là fuori?!» gridò Jim. «COSA CAZZO C’È, LÀ FUORI?! MI RISPONDA, PER DIO!»

Colto dal terrore, Jim si lanciò sul misterioso visitatore e tentò di abbrancarlo per i vestiti, ma fu respinto da una forza straordinaria e si ritrovò a volare attraverso la stanza.

«Che cazzo?» pensò, rialzandosi tra cocci di vetri, meravigliato e terrorizzato più che dolorante. Era stato scagliato a tre metri di distanza, abbattendo il vaso del tronchetto della felicità.

«Jim! Jim!»

«Papà! Lascialo stare, brutto, non far male al mio papà!»

«Non… mi toccare… non provare mai più a toccarmi, ti avverto… e voi due, sedute!»

Quest’ultimo comando fu impartito a un volume tale da far strillare madre e figlia all’unisono, ma ottenne l’effetto voluto: le due si risedettero di schianto sul divano, come fulminate.

«Loro, là fuori, non sono qui per voi… sono qui per me. È me che vogliono… io… non sapevo dove altro andare… ho solo… ho solo bisogno di riposare un po’… solo…riposare…»


L’ultima parola fu pronunciata quasi in un sussurro, poi la figura tacque e rimase immobile, con la testa reclinata contro lo schienale del divano. Jim si alzò lentamente da terra e tornò a sedersi accanto alle sue donne, che lo abbracciarono piangendo sommessamente.

«Signore, lei è ferito, mi sembra di capire. Mia moglie è un’infermiera, perché non ci permette di accendere la luce e di aiutarla? La prego…»

«Mettiamola così: finché sto qui sono salvo, quelli là fuori non farebbero mai niente per mettervi in pericolo, per loro le famiglie sono sacre; per me no… io sono egoista e m’importa solo di me stesso, quindi avete un problema… un grosso problema… ho sete…»

«Le posso portare dell’acqua, se mi lascia andare in cucina.»

L’ospite scoppiò a ridere fragorosamente, ma ben presto la risata si trasformò in un accesso di tosse affannosa e lo costrinse a piegarsi di nuovo su sé stesso, rantolando e gemendo.


«Non posso stare qui a far niente con uno che soffoca sul mio divano, mi scusi!»

Così parlò Alice Andrews, la guerriera, e accese la luce prima che l’ospite potesse fare qualcosa per impedirlo. Ci fu un momento di silenzio interdetto in cui i quattro convenuti si fissarono, poi nell’ordine: l’ospite chiuse gli occhi e sospirò, esausto; Jim soffocò un’imprecazione e maledisse mentalmente la moglie che voleva sempre fare di testa sua; Alice portò le mani al volto e sgranò gli occhi, incapace di emettere il benché minimo suono; Ellie disse: «Wow!»

L’essere sul divano dischiuse nuovamente gli occhi e gli angoli della bocca gli si incurvarono in un accenno di sorriso: «In trecento anni è la prima volta che qualcuno mi guarda e dice wow, piccolina.»

Ellie si alzò e si mosse verso lo strano individuo. La mano di sua madre scattò e la afferrò per un braccio, ma la bambina si divincolò con decisione senza nemmeno voltarsi. Allungò lentamente la mano e gli sfiorò una guancia, la cui pelle era talmente pallida da lasciar intravedere il reticolo di vene al di sotto.

«Sei freddo… vuoi che ti porti il mio pigiamino con gli orsetti?»


Le labbra dell’essere tremarono di nuovo di ilarità trattenuta, ma ben presto si torsero in una smorfia di dolore. Si lasciò cadere all’indietro, con i lunghi capelli biondi, quasi bianchi, a coprirgli il viso esangue. Indossava un lungo cappotto nero dalla foggia antiquata, e quando i lembi del pastrano si aprirono, agli occhi degli inorriditi Andrews apparvero quattro enormi squarci che gli attraversavano in diagonale tutto il petto, sanguinanti e dall’aria infetta.

«Oh mio Dio» disse Alice, «sono stati quei cani là fuori a ridurla così? Lei ha bisogno di andare in ospedale, non capisce?»

«Non sono cani… e no… non posso andare in ospedale… Ellie sa già che sono diverso, in quel modo tutto speciale che hanno i bambini di capire le cose inspiegabili. Prima o poi lo capirete anche voi e rimpiangerete di aver acceso quella luce; perché quando vi convincerete che sono quello che sono, capirete anche che quelli là fuori non sono cani, ma qualcosa di molto peggio. E se ci possono essere in giro cose del genere, qui, nella vostra bella cittadina, con i giardinetti ben curati e le station wagon in garage, Dio solo sa cos’altro può esistere. Non ci sono più limiti e questa è una cosa semplicemente inaccettabile per degli adulti.»

«Raistaaan…» chiamò una voce dall’esterno, «yu-huuuuuu… vieni fuori… Raistan, lascia stare quelle brave persone, fai il bravo, non costringerci a entrare… tanto non hai scampo, lo sai, sei stato morso e graffiato, è solo questione di tempo, lasciaci finire il lavoro… Raaaaaiiiiist, dimmi un po’, brucia?»

Un coro di risate sguaiate accolse quest’ultima domanda, dopodiché un nuovo accesso di ululati e latrati ammutolì gli occupanti della casa.

«Ora, vi chiedo, guardatemi.» L’essere di nome Raistan rivolse lo sguardo ai tre umani, strani occhi di un azzurro simile al ghiaccio, con pagliuzze rosse nell’iride e un’inquietante pupilla verticale come quella dei serpenti.


«La stiamo guardando, mi creda, non abbiamo occhi che per lei.»

«Allora dite quello che pensate.»

«Lei è… un po’ pallido...» balbettò Jim.

«E?»

«Sei freddo come la neve! E hai gli occhi come il mio gatto!»

«Ellie!»

Un lieve sorriso increspò nuovamente le labbra dell’individuo.

«E?»

«Senta» sbottò Jim, «smettiamola con i giochetti. A me non interessa cosa è lei, voglio solo sapere cosa ne sarà di noi e cosa possiamo fare perché tutto questo finisca presto. Cos’è che vuole farci credere di preciso? Che è un vampiro?»

Il silenzio dello sconosciuto, quasi come fosse un’ammissione di colpa, diede ulteriormente ai nervi al signor Andrews. D’un tratto, una sorta di corto circuito mentale lo scosse e fece esplodere tutta insieme la tensione accumulata.

«Ora basta!» gridò precipitandosi sull’individuo e prendendogli la faccia tra le mani. «Non è possibile, non ci credo assolutamente, questo è uno scherzo, una candid camera

Jim ne percepì il gelo della pelle ma volle ignorarlo contro ogni logica: «È tutto un trucco, Alice, qualcuno ci sta prendendo in giro, questo stronzo è truccato, ha le lenti a contatto, vero che hai le lenti a contatto?»

Raistan lo lasciò fare. Si lasciò maneggiare il volto come se fosse stato di pongo, tirare i capelli, persino aprire la bocca; lasciò che Jim cacciasse esultante un dito nello squarcio sul suo petto e lo ritraesse di scatto come se si fosse ustionato; poi, veloce come un serpente, scivolò alle sue spalle senza nemmeno dargli il tempo di rendersene conto, gli bloccò le braccia in una presa ferrea e avvicinò la bocca a pochi centimetri dalla gola, sguainando i terribili canini.


«Che cosa vede, Alice? Dica a suo marito che cosa vede in questo momento.»

«I denti, Jim… non sono finti... oh Dio, la prego, non lo faccia…»

«Ora ci credi, Jim? Credi a tua moglie?»

Sì che ci credeva, ci aveva creduto dal momento in cui gli aveva infilato mezza mano nella ferita sul petto e l’aveva sentita fredda come un pezzo di carne appena uscito dal frigo.

«Sì! Sì, ci credo, lei è un vampiro, ecco perché ha riso quando le ho proposto dell’acqua, oh Dio, per favore, abbiamo una bambina...»


Raistan lo spinse via, lasciando che riprendesse posto sul divano assieme alla sua famiglia. Li vide abbracciarsi e provò un senso di tristezza e invidia, perché da secoli nessuno abbracciava lui, nessuno provava nulla per lui se non terrore, ribrezzo; a volte anche lussuria, ma mai, mai amore, compassione, desiderio del genere più puro. Sarebbe morto solo e a nessuno sarebbe importato, nessuno l’avrebbe nemmeno saputo; quelle persone avrebbero addirittura tirato un sospiro di sollievo, come biasimarle?

Furioso con sé stesso per essersi lasciato cogliere da riflessioni di quel genere si alzò in piedi di scatto, ma una potente vertigine lo fece cadere di schianto in ginocchio ai piedi dei suoi allibiti ostaggi. Il veleno dei licantropi, presente nella loro saliva, si stava diffondendo molto velocemente. Quella era la notte delle sensazioni dimenticate… il suo corpo, dal momento della trasformazione avvenuta tantissimi anni prima, era sempre e solo stato un’efficientissima macchina da guerra. Niente malattie, niente vecchiaia con i suoi acciacchi, l’unica sensazione negativa che conosceva, ma che aveva imparato a dominare da tanto tempo, era la sete. Ora, quelle ondate di dolore che lo travolgevano, sempre piú intense e frequenti, erano orribili, ma anche… interessanti. Si sentiva piú vivo ora, a un passo dalla morte, che negli ultimi 305 anni, tanti ne poteva annoverare da quando la sua creatrice lo aveva morso.

 

Jim Andrews, notandone l’aria distratta, tentò un ultimo disperato atto di coraggio: si slanciò dal divano, agguantò il vampiro e riuscí a trascinarlo a terra, strappandogli un gemito rabbioso; ma questi si riscosse all’istante, si voltò e lo sollevò per la maglia rimettendosi in piedi con lui.

«Ha del fegato, signor Andrews, bisogna dargliene atto. Venga con me.»

In un istante, Jim si ritrovò davanti alla porta-finestra. Era incredibile la velocità con cui il vampiro si muoveva, gli era parso di volare, e si sentiva maneggiare come se fosse senza peso. Raistan si pose alle sue spalle e aprí l’anta a vetri: «Greylord! Vuoi avere sulla coscienza questa bella famigliola? Lo sai che non mi farei scrupoli, non me ne faccio mai…» una salva di ululati e ringhi accolse le sue parole. «Allontanatevi! Lasciate che me ne vada e non farò loro alcun male! Greylord, dove sei? Sei troppo codardo per farti avanti?»

«Sono qui, Raistan.»


Un individuo enorme vestito di grigio si fece largo in mezzo al branco di lupi giganteschi che infestavano il giardino degli Andrews. Alla luce dell’unico lampione di fronte alla loro casa, gli occhi degli animali brillavano, rossi come fanali. «Sai, abbiamo deciso di farti una sorpresa. Che cos’è, in fondo, una famiglia, se liberando il mondo dalla tua infetta presenza, ne possiamo salvare altre cento, o mille?»

«COSA?» esclamarono all’unisono Jim e il vampiro.

«Hai capito bene. Ci dispiace, signor Andrews, ma lei è incappato in uno dei peggiori rappresentanti della loro abietta specie. Sono anni che gli diamo la caccia. Non immagina neanche i crimini di cui si è macchiato il suo ospite, per cui abbiamo deciso che siamo disposti a tutto pur di mettere fine alla sua vita, stanotte, anche a sacrificare voi tre.»

«Ma… non potete, abbiamo una bambina, non…»

«Lo so benissimo, signor Andrews, e mi dispiace molto, ma non c’è altro modo. Raistan, per il rispetto che ti porto, nonostante tutto, ti concedo un’ora. Se sarai fortunato, il nostro veleno ti ucciderà prima, se no verremo a prenderti e non sarà la presenza di queste persone a fermarci. È tutto chiaro?»

«State bluffando. Non stai dicendo sul serio, non è mai successo niente del genere, non potete farlo!»  

«Perché ti scaldi tanto? Entro un’ora lo scoprirai, no?»

«Dovrete entrare voi, io non uscirò mai.»

«Se cosí dev’essere, cosí sarà.»

Raistan indietreggiò trascinando con sé il povero Jim, chiuse la porta e lo lasciò andare. Lui tornò sul divano e abbracciò la moglie, che piangeva in silenzio, e la figlia che li osservava con aria piú curiosa che spaventata. Come avrebbe voluto essere al suo posto, ignara di tutto…

 

«È vero quello che ha detto quel tizio?» chiese Alice, dopo qualche istante.

«Riguardo a cosa?»

«Su di lei. Su quello che ha fatto.»

«Sono un vampiro, signora Andrews; solo nei film i vampiri possono decidere di essere buoni. La bontà non può convivere con la nostra alimentazione, siamo assassini, questo è quanto.»

«Forse però si può decidere chi uccidere, si può fare un compromesso, no? Tra uno stupratore di bambini e i bambini stessi si può scegliere il primo, non crede?»

«Lei vuole sapere come scelgo le mie vittime, giusto? Assolutamente a caso, temo. Non sono un giustiziere, sono un predatore.»

«Sí, ma non è un animale. È dotato di intelligenza, cultura, sentimenti, non è possibile che questi fattori non influenzino in nessun modo le sue scelte, non ci crederò mai. Persino un leone sceglie l’elemento debole del branco di zebre. Lei vuol farmi credere che non lo fa?»

«Esatto, non lo faccio, mi spiace deluderla.»

«Balle.»


Raistan sorrise debolmente e chiuse gli occhi: «Lei è proprio un bel tipo, non c’è che dire.»

«E ora? Lascerà che quei… quelle cose entrino qui e uccidano anche noi, oppure penserà a qualcosa?»

Il vampiro sembrava sul punto di perdere i sensi. La testa gli ricadeva continuamente sulla spalla e si capiva che stava compiendo uno sforzo immane per rimanere presente.

«Mi risponda, la prego… che cos’ha intenzione di fare?»

Alice vide gli occhi del vampiro rovesciarsi all’indietro e si alzò di scatto dal divano, prendendolo per le spalle e scuotendolo con decisione: «Non ancora, non ci provare…»

«Alice» sussurrò Jim, «di solito gli ostaggi sono contenti quando il loro sequestratore tira le cuoia, che diavolo stai facendo, lascialo perdere, usciamo di qua!»

«Hai… hai ragione Jim, mi dispiace, andiamo.»

Il vampiro allungò fulmineamente una mano e afferrò Alice per un braccio, strappandole uno strillo.

«Non ancora. Lei deve aiutarmi.» Il suo viso si era imperlato di minuscole goccioline rosse e Alice lo sfiorò con le dita, meravigliata. Pensò che sembrava una bellissima statua cui un artista un po’ bizzarro avesse voluto aggiungere alcuni particolari inquietanti: gli occhi, i capelli angelici, la pelle trasparente e quei denti infernali.

«Lei sta sudando sangue…»

«Cosí è, per quelli della mia razza. Diventa un problema quando si vogliono indossare abiti chiari. Adesso deve procurarmi un liquido infiammabile, tipo alcol o benzina e un accendino.»

«Perché? Cosa vuole fare? Non vorrà mica dare fuoco alla casa!»

«No… voglio neutralizzare il veleno dei licantropi.»

Jim scattò in piedi come se fosse stato morso da una vespa: «Licantropi?! Quelli là fuori sono licantropi? Oh, Signore, non bastavano i vampiri…»

«Che cosa sono i cantropi, papà?» chiese Ellie con voce stanca; la bimba iniziava a cedere alla sonnolenza.

«Niente, amore, sono le bestie cattive che ci sono nel nostro giardino.»

«Staranno sempre lí?»

«Spero di no, Ellie. Tu cerca di dormire, ora, vedrai che quando ti sveglierai se ne saranno andate.»

«Va bene… Posso addormentarmi qui con voi?»

«Solo per stanotte, signorina.»

«Sí, solo per stanotte. Buonanotte mamma, buonanotte papà… buonanotte, Signore Bianco.»

«Buonanotte, Ellie…» rispose il vampiro in un sussurro.

Tacquero tutti per qualche istante, ognuno perso nei propri pensieri. Alice guardò di sottecchi Raistan e vide che stava fissando la bambina con uno sguardo pieno di tristezza.

«È tutta la nostra vita.»

«Lo so. Lo posso sentire con chiarezza. È bello avere qualcuno… o qualcosa per cui vivere.»

«Lei non ce l’ha?»

«No. Mai avuto. Gliel’ho detto, sono un maledetto egoista. Devo avere quell’alcol e quell’accendino, signora Andrews. Ora.»

«Va bene, ma non ho ancora capito cosa vuole fare.»

«Voglio cauterizzare le ferite.»

«Cioè… vuole dare fuoco a tutta la parte superiore del suo corpo?»

«L’idea è più o meno quella, sì.»

«Lei è pazzo! Se non morirà per il veleno, ci penseranno le ustioni!»

«Quando glielo dirò, lei mi dovrà… spegnere.»


Di nuovo silenzio allibito da parte degli umani.

«Mi rendo conto di mettermi in una posizione di svantaggio, lei potrebbe decidere di non farlo e io continuerei a bruciare, ma non deve dimenticare che posso leggere nel pensiero. Se scoverò questa intenzione, in lei, non esiterò a portarla con me.»

Alice scattò in piedi, furiosa: «Non c’è bisogno di continuare a minacciare, non ho mai pensato di lasciare che qualcuno bruciasse vivo nel mio soggiorno!»

«Bene, meglio così. Preferisco mettere sempre le cose in chiaro.»

Il volto del vampiro grondava ormai quell’inquietante sudore insanguinato. Alice si alzò e lasciò la stanza per procurarsi quello che lui aveva chiesto.

«Posso portare la bambina di sopra? Immagino che non sarà un bello spettacolo» chiese Jim.

«Vada. La voglio di nuovo qui tra cinque minuti.»

«Grazie. È… è sicuro di quello che fa?»

«No. Ma è l’ultima cosa che mi rimane da tentare.»


Jim prese delicatamente la bambina in braccio e salì le scale. Vide il vampiro sfilarsi il cappotto e quello che rimaneva della camicia, stringendo i denti per il dolore; volle sperare ancora una volta che fosse tutto un sogno e scrollò la testa, poi si avviò per il corridoio e adagiò la figlia nel suo letto, rimboccandole le coperte e accarezzandole con dolcezza una guancia. Stava ritornando sui suoi passi quando un verso terribile, un incrocio tra un grido, un gorgoglìo e un ruggito gli mise le ali ai piedi e lo indusse a precipitarsi giù dalle scale, convinto di trovare la moglie con la gola squarciata. Così non era: trovò Alice in piedi con una coperta in mano e il volto esangue, mentre il vampiro si contorceva sul pavimento con la schiena inarcata e il petto in fiamme. Nel giardino esplose l’ennesima festa di latrati, ululati e grida di giubilo.

«Spengo? Devo spegnere? La prego, mi lasci spegnere, oh mio Dio, Jim, sta bruciando vivo, oh Dio...»

«Non… ancora…» ringhiò Raistan e versò altro alcol sulle ferite infuocate, alimentando nuove fiamme e nuove urla selvagge. Un nauseabondo lezzo di carne bruciata si stava diffondendo nell’aria della stanza e Jim portò di scatto una mano alla bocca per impedirsi di vomitare. Si voltò, come ubriaco, e risalì la scala per andare dalla figlia, caso mai si fosse svegliata per tutto quel frastuono.

Il vampiro prese a dilaniarsi una mano con i denti, nel disperato tentativo di trattenere le urla; Alice gridò a sua volta e quando vide che anche i suoi capelli si stavano incendiando gli si buttò sopra con la coperta, soffocando le fiamme, per poi crollare a sedere sul pavimento con lo stomaco in subbuglio. Il corpo alle sue spalle, da cui si levava soltanto più un filo di fumo, sobbalzava come percorso da scariche elettriche. Il grido si era ridotto a un rantolo, non meno terribile perché apparentemente interminabile, cui faceva eco la confusione di fuori.

Alice scattò in piedi, si diresse come una furia verso la porta-finestra e l’aprì di schianto: «Basta! State zitti, lasciatelo almeno morire in pace, non avete già fatto abbastanza? E... E... Non calpestate le mie ortensie!»


Il branco si ammutolì all’istante e Alice richiuse la porta con violenza, scoppiando a piangere e scivolando a sedere sul pavimento, esausta. Una risatina la riscosse e le fece sollevare il viso rigato di lacrime. Il vampiro la stava guardando: «Le… ortensie, Alice?»

Senza più nemmeno la forza di rialzarsi da terra, la donna gattonò fino a lui e rise a sua volta, quasi isterica, poi si voltò e vomitò. «Mi scusi… È stata la cosa più spaventosa che mi sia mai capitata.»

«A me no, purtroppo. Grazie, per essere rimasta.»

«Almeno ha funzionato? Come si sente?»

«Come se mi avessero dato fuoco… lo sa Alice, ora è pallida come me.»

Un debole sorriso rischiarò il viso della donna.

«Venga, l’aiuto a sdraiarsi sul divano e vado a prendere le bende per fasciarla.»

Il vampiro aveva perso la consueta eleganza nei movimenti e Alice fu quasi costretta a sollevarlo di peso da terra. Per fortuna, un Jim terreo e imbarazzato ricomparve e li aiutò entrambi.

«Com’è andata? Mi spiace, mia moglie è abituata a vedere ferite di ogni genere, ma io… era troppo, insomma. Sono solo un commercialista…»

Raistan gli rivolse un debole sorriso: «È in gamba, Alice. Lei è fortunato.»

«Lo so. Almeno è servito a qualcosa? Questo… orrore, dico.»

«Detto fra noi, non credo. Forse ha rallentato un po’ l’infezione, giusto per darmi il tempo di fare quello che devo fare, ma il veleno era già troppo diffuso. Non importa, lo avevo immaginato: era praticamente ovvio.»


Alice era tornata con il suo carico di bende e cerotti e, sentite quelle parole, gli occhi le si riempirono nuovamente di lacrime.

«Se ne era così sicuro» chiese Jim, «perché sottoporsi a questa tortura?»

«E privarmi del piacere di qualcuno che si occupava di me? Della sensazione che le importasse?»

Alice sgranò gli occhi: «Lei è pazzo, davvero. Potrebbe avere stuoli di vampire e umane bellissime che cadono ai suoi piedi e preferisce farsi bruciare vivo da un’infermiera trentacinquenne in sovrappeso.»

«Anche lei è bellissima. È così viva…»

«Cosa fa, ci prova con mia moglie?»

Tutti e tre sorrisero, poi Alice e Jim si preoccuparono di fasciare il torace martoriato del vampiro lavorando in silenzio sotto il suo sguardo torvo. Agivano con la massima delicatezza e si scusavano con lui ogni volta che gli procuravano dolore, gli tamponavano il sudore dal volto, come se si stessero occupando di uno di famiglia anziché di un assassino piombato in casa loro a sconvolgere le loro vite.

«Come fate?»

«A fare cosa?»

«A essere così gentili con uno come me. Vi sto leggendo e non sento odio, non sento nemmeno una grande paura. Com’è possibile?»

Alice alzò le spalle: «Lei non sta bene ed è qui in casa nostra. Cosa dovremmo fare, ormai, stare rintanati in un angolo a piangere e a tremare di paura? Forse anche lei sarà buono con noi, alla fine, e non permetterà che quelle bestie entrino e ci uccidano tutti. Sono sicura che sotto quei canini in fondo batta un cuore, anche se lei fa di tutto per convincerci del contrario.»

«Nella mia lunga vita ho fatto cose terribili, mi creda.»

«Non sembra andarne fiero, è già qualcosa. Qui abbiamo finito. Riposi un po’, ora.»

«Quanto tempo abbiamo?»

«Non si preoccupi di questo. Si riposi.»

«Jim, lei ha un orologio che le lampeggia in testa, è un po’ difficile ignorarlo…»

Jim arrossí e abbassò lo sguardo: «Mi scusi, è che sono un po’ apprensivo per natura, soprattutto da quando abbiamo Ellie.»

«Vedo che manca circa un quarto d’ora: basterà.»

 


Raistan chiuse gli occhi e rimase immobile, come a voler raccogliere le forze. Percepì Alice che gli sistemava meglio il cuscino sotto la testa e Jim che lo copriva con una coperta; volle tornare indietro con la memoria a quando qualcuno si era occupato di lui nello stesso modo affettuoso, ma per quanto tentasse, non ci riuscì. Era passato troppo tempo, e i suoi ricordi da umano erano nebulosi e confusi, come un sogno che non si riesce ad afferrare. Pazienza. Si sarebbe accontentato del silenzio.

 

«Ehm… l’ultimatum sta per scadere…»

Il vampiro scostò la coperta e si mise a sedere, chinando per un attimo la testa fra le mani, poi fece un lungo sospiro e si alzò in piedi in quella maniera fulminea che spiazzava tanto gli umani.

«Vorrei il mio cappotto, per favore.»

«C’è un ingresso sul retro» disse Alice. «C’è persino una botola sul tetto, potrebbe provare a scappare da lì…»

Alice gli mise le mani sulle spalle e provò a sospingerlo nuovamente a sedere, ma fu come tentare di spostare un muro di cemento.

«Raistan Van Hoeck non scappa, non a questo punto. Ci sono cose che… un vampiro deve fare per il solo fatto di essere un vampiro. Giusto, Jim?» disse, facendo eco al pensiero dell’uomo di qualche ora prima.

Jim abbassò lo sguardo e assentì col capo.

«Voi maschi, di qualunque specie… siete insopportabili! Perché non vuole nemmeno provare a mettersi in salvo? Non ha senso!»

Lui sorrise, il primo vero sorriso di quella folle nottata e Alice pensò che fosse il più triste e dolce che avesse visto da un sacco di tempo nonostante il balenare fulmineo dei canini allungati. Poi Raistan prese le mani della donna tra le sue e si chinò a sfiorarne il dorso con le labbra pallide.


«Non ho detto che non lotterò, che mi consegnerò a loro come un agnello sacrificale. Ma se è rimasta ancora un briciolo di umanità in me, non posso stare qui ad aspettare che voi paghiate al posto mio. Grazie di tutto. Mi avete fatto sentire meno solo e più umano di quanto non mi sentissi da tanto tempo. Ora di tempo non ce n’è più. Salutatemi Ellie.»

«Sono qui, signore. Vai via?»

«Sì, piccola, devo andare. Mi spiace di averti svegliato.»

«Non ti vedrò più?»

«Temo di no, Ellie. Devo andare in un posto molto lontano, ma spero che sarà bello… anche per quelli come me.»

Fece per voltarsi, ma la bambina lo prese per mano e allungò verso di lui il suo topo di peluche: «Prendilo, signore. A me fa quasi sempre passare la paura…»

Raistan posò la sua lunga mano pallida e solcata di vene sulla testa della bambina: «Si rovinerebbe troppo, piccola. Lo porterò con me in un altro modo, qui dentro.» E si appoggiò una mano sul petto.

Poi, il vampiro di nome Raistan si mosse con la velocità di un’ombra verso la porta-finestra, la aprì e uscì nel gelo della notte, accolto da un boato terrificante di latrati e ululati.

Gli Andrews corsero verso la finestra e videro per un attimo il loro strano visitatore acquattarsi in posizione di battaglia, sentirono, nonostante il frastuono, il possente ruggito sgorgare dalla sua gola; incontrarono per un attimo ancora il suo sguardo riconoscente, poi preferirono non vedere più niente e tentarono di tornare alla normalità delle loro vite.

 

 

EPILOGO

 

Per Alice Andrews, nulla fu più lo stesso, da allora. Cercava di comportarsi come sempre, svolgeva i suoi compiti in casa e fuori casa con la solita efficienza, giocava con Ellie, ma il suo pensiero tornava sempre lì, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Dormiva a fatica e passava ore, immobile nel letto, a immaginare i destini più orribili per il vampiro, non riuscendo a impedirselo, non riuscendo nemmeno a cancellare il senso di colpa per averlo lasciato uscire a farsi massacrare dai lupi. E non l’aveva neanche ringraziato per il suo sacrificio, dandolo quasi per scontato.

 

Il mattino seguente a quei folli avvenimenti, era uscita in giardino per controllare lo stato delle cose: tutto era normale, come se si fosse trattato solo di un sogno. Guardando bene, però, aveva trovato tracce di sangue nell’erba ghiacciata e il bracciale di cuoio con uno stemma che aveva visto al polso di Raistan. Il cuore le aveva fatto una capriola nel petto. Lo aveva raccolto, pulito sulla giacca e lo aveva esaminato. Lo stemma d’oro bianco, ovale, rappresentava un leone rampante tra due falci di luna opposte; un’incisione al di sotto recitava: “Non omnis moriar” (Non morirò del tutto). Lo aveva indossato senza nemmeno pensarci e quando il marito lo aveva visto, quella sera, l’aveva guardata ma non aveva fatto commenti. Alice sospettava che anche le sue notti non fossero tranquille, lo aveva sorpreso sveglio al suo fianco, in diverse occasioni; parlarne tuttavia, sembrava troppo penoso per entrambi. Si era anche chiesta se non si fosse infatuata del vampiro e non era riuscita a darsi una risposta sincera. Forse era ancora troppo presto. A peggiorare le cose, Ellie chiedeva spesso del “Signore Bianco” di dove fosse andato e del motivo per cui non poteva tornare a trovarli.

«Ma…non hai mai avuto paura di lui, piccola? Com’è possibile?» le chiese una volta il padre, dopo l’ennesima domanda. La bambina lo guardò come se fosse matto.

«Perché dovevo avere paura?! Era malato e triste, non era mica cattivo! Faceva solo finta!» Jim le aveva sorriso e l’aveva baciata sulla testa. Forse anche i bambini sanno leggere nel pensiero. Poi, una mattina di quasi due mesi dopo, Alice era scesa a ritirare la posta e, in mezzo ai soliti volantini pubblicitari e alle bollette, aveva trovato una busta con l’indirizzo vergato in un’elegante calligrafia antiquata, tutta svolazzante. Il cuore le aveva mancato un colpo, era rientrata precipitosamente in casa e si era seduta sul divano, aprendo la busta ed estraendone un foglio di una carta raffinata e pesante, color avorio.

                                                        

 
Parigi, 23 Febbraio

 

Carissimi signori Andrews, Alice e Jim,

sono lieto di potervi scrivere queste poche righe per farvi sapere che ce l’ho fatta. Greylord dovrà ancora attendere, prima di poter soddisfare la sua sete di giustizia a mie spese. Quando sono uscito da casa vostra, non sperando in niente se non in una fine rapida, ho scoperto di avere più amici fedeli di quanti non avessi mai immaginato. Hanno combattuto al mio fianco, mi hanno curato, mi sono stati accanto finché non sono stato in grado di provvedere di nuovo a me stesso, proprio come voi. È stata la sorpresa più grande della mia vita e mi ha fatto riflettere su molte cose, anche su quello di cui abbiamo parlato durante la mia permanenza presso di voi. Ora mi obbligo a compiere delle scelte e questo fa sì che la convivenza con me stesso e la mia pur deprecabile condizione, sia più sopportabile, giorno dopo giorno.

Spero che abbiate trovato il mio bracciale. Nonostante il suo aspetto vetusto, è molto antico e prezioso. Fatene quello che riterrete più opportuno, anche se una parte di me si augura che lo vorrete conservare come ricordo della nostra serata insieme.

Avrei desiderato che più piacevoli circostanze ci avessero condotto a fare reciproca conoscenza, ma sono sicuro che, in quel caso, la mia stupidità non mi avrebbe concesso di apprezzarvi come invece è avvenuto.

Con queste parole, vi lascio e vi auguro ogni bene.

Vogliate donare un grosso abbraccio alla vostra deliziosa bambina, Fatele sapere che il “Signore Bianco” la pensa e che il suo viaggio, fino a questo momento, è stato piacevole.

 

                                  Vostro servo e debitore, per sempre,

Raistan Van Hoeck.

 

 

Alice strinse brevemente al petto la lettera, col viso rigato di lacrime, poi si alzò e la portò in cucina, dove la affisse con una calamita alla porta del frigo. Anche Jim avrebbe potuto vederla, appena rientrato a casa. Si asciugò il viso, sfiorò il foglio con un sorriso sognante, poi salì al piano superiore e si mise a rifare i letti.

 

                                                                                            Fine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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