Lucia Guglielminetti's books on Goodreads
Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
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Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
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IL RACCONTO DI FRAN

 

Londra, un giorno qualunque, ore 20

UNO

Il campanello del negozio trillò proprio mentre Fran stava raccogliendo le ultime cose per andare a casa.

Era stata una giornata pesante: un braccio intero e un polpaccio, ed entrambi con disegni complicatissimi, che prevedevano un lungo lavoro di preparazione, anche solo per tracciare lo schizzo sulla pelle. Poi, le solite procedure per rendere l’ambiente il più sterile possibile e metterla al riparo dai casini che potevano accadere se i tatuaggi non venivano eseguiti con l’accuratezza necessaria da un punto di vista igienico. Non voleva guai lei, ed era una professionista seria, che si era messa in attività dopo anni di addestramento presso uno dei tattoo artists più famosi d’Inghilterra. Un vero despota, diciamolo, ma era grazie a lui se aveva raggiunto quel grado di competenza e se ora poteva disporre di un suo studio, e scegliersi i clienti.

Già, scegliere.

Niente ragazzine che correvano dietro alla moda del momento e si pentivano del tatuaggio dopo due giorni; niente tatuaggi tribali – le facevano venire mal di testa – e, se il disegno proposto non le piaceva, non c’era verso, a costo di rinunciare a centinaia di sterline. Lei non lavorava in quel modo. Il suo corpo decorato da mille disegni era la prova che per Fran il lavoro era una missione, e che pretendeva la stessa serietà anche dalle persone che accettava di tatuare.

“E adesso chi diavolo è?” si chiese, al suono della campanella. Il laboratorio in cui lavorava era separato dal resto del negozio da una parete divisoria abbellita dalle foto dei suoi lavori, che le rendeva impossibile rendersi conto di chi fosse entrato. Colpa sua, non aveva chiuso la porta a chiave e adesso le toccava ascoltare le richieste dell’ennesimo aspirante tatuato.

“Arrivo, un attimo!” disse a voce alta, sperando di cavarsela in pochi minuti e di riuscire ad essere gentile. Se fosse stata una delle solite ragazzine che bramavano il nome o la faccia di uno dei One Direction su una chiappa striminzita, l’avrebbe fatta volare attraverso la vetrina. Non ottenne risposta, ma udì una risatina maschile che per qualche motivo la fece sentire molto a disagio. Era stata fredda e rapida come una folata di vento. Quando si guardò il braccio, decorato da un complesso motivo, opera di un maestro ungherese, vide che la pelle le si era increspata in un brivido. “Che cazzo?” pensò e desiderò di essere già a casa, col suo compagno e il suo cagnolino.

Nulla, tuttavia, poteva prepararla alla visione che si trovò davanti quando si affacciò nella reception del negozio. Un individuo enorme, tutto vestito di nero, con incredibili capelli di un biondo quasi bianco che gli sfioravano la cintura, stava osservando con aria compita le foto appese al muro, le mani intrecciate dietro la schiena. La sovrastava di qualcosa come trenta centimetri, e aveva l'aspetto di uno che avrebbe potuto spazzarla via con un dito. Non un culturista, dava l’idea di una muscolatura più allungata, ma era comunque gigantesco e la stava fissando con un vago sorriso divertito da dietro occhiali neri dal taglio ovale, un po’ alla Matrix.

“Ehm… ciao. Stavo per chiudere… che cosa posso fare per te?” balbettò, sentendosi decisamente idiota. E piccola. Molto piccola.

“Salve. Voi siete la signorina Fran?”

“Beh sì, sono io, questo è il mio studio…” gli rispose, senza riuscire a smettere di fissarlo. Era pallidissimo, con il mento e le guance ricoperte da una leggera barba bionda, appena accennata; sotto la luce della stanza, la sua pelle appariva strana, incredibilmente compatta. Le stava ancora sorridendo, ma c’era qualcosa di strano (sbagliato) anche dietro quelle labbra sensuali, carnose al punto giusto, sebbene esangui come il resto del viso: era come se celassero qualcosa ed era sicura di non voler vedere che cosa fosse. E perché le aveva dato del ‘voi’?!

“Non essere ridicola, sei stanca, che cosa dovrebbe nascondere?”

Il bestione le rivolse un mezzo inchino ma non accennò ad allungare una mano per stringere la sua, e lei per qualche motivo gliene fu grata.

“Un’amica mi ha detto che è a voi che bisogna rivolgersi, se si vuole un lavoro fatto come si deve. Possiamo parlarne per qualche minuto?”

“Ehm… beh, in genere faccio di questi colloqui il lunedì mattina… se volessi ripassare…”

“Temo che al mattino mi sia impossibile. È un lavoro grosso e non ho problemi di soldi, quindi forse vi converrebbe pazientare per qualche minuto ancora.”

“Forse. Ma sono stanca e come ti ho detto, stavo per chiudere.” (Brutto snob del cazzo, pensi che farei qualsiasi cosa, per soldi?) Non aveva ancora finito di formulare il pensiero che lo vide aggrottare le sopracciglia, mentre la mascella gli si irrigidiva e il sorriso svaniva dal suo volto come se non ci fosse mai stato. Non un bel cambiamento. Inoltre, era come se l’aria nella stanza si fosse fatta più densa, rendendole persino difficile respirare. Che diavolo…

“Non intendevo essere arrogante, ma davvero non posso venire di mattina. Comunque, se non siete interessata, pazienza, mi rivolgerò a qualcun altro. Perdonatemi per il tempo che vi ho fatto perdere.”

Le rivolse un altro veloce inchino, poi si voltò e si avviò verso la porta ad ampie falcate, senza attendere una risposta. Movimenti potenti ed eleganti nello stesso tempo, come l’incedere di un gatto… o forse di una tigre. Fran rimase per un attimo imbambolata a guardarlo, poi si maledisse per il suo caratteraccio e sospirò. In fondo era curiosa di sapere che lavoro potesse desiderare un tipo del genere e si sentì richiamarlo prima ancora di rendersi conto che lo stava facendo.

“Aspetta… scusa, ho avuto una giornata un po’ pesante, ma posso dedicarti qualche minuto, in effetti. Vuoi… volete sedervi?”

Quella faccenda del ‘voi’ l’aveva confusa e non le sembrava educato, a quel punto, continuare a dargli del tu. Lui si voltò, squadrandola guardingo, e lei gli indicò con un cenno della mano la poltrona maculata che campeggiava accanto alla sua postazione di disegno, dove passava ore a creare nuovi soggetti per il suo lavoro, o anche solo a imbrattare fogli per il puro gusto di farlo. L’uomo osservò il bizzarro mobile come se non ne avesse mai visto uno prima, poi lo raggiunse e si sedette con circospezione sul bordo, con le lunghe gambe, fasciate nei jeans neri, quasi all’altezza del mento.

“Grazie. Siete molto gentile.”

“Non è vero, ma fa lo stesso. Allora, ditemi. Che cosa avevate in mente? Senti, non possiamo darci del tu? Non sono proprio abituata a questa cosa del voi, mi fa sentire… antica.”

“Come preferisci. Mi riesce difficile entrare subito in confidenza con chi non conosco. Comunque va bene. Allora, per venire al motivo della mia visita, ho un… problema alla schiena da tanto, tanto tempo e mi chiedevo se si potesse risolvere con la vos… ehm… tua opera.”

“Oh. Che genere di problema?” chiese Fran, a disagio. La pelle del viso era perfetta, ma se si fosse trovata davanti una schiena devastata da pustole o altre cose schifose, avrebbe dovuto rifiutargli il proprio lavoro. L’uomo cominciò a sbottonarsi la camicia, senza mai smettere di fissarla.

“Immagino che sia più facile se lo vedi da sola…” disse e si alzò in piedi, voltandosi. Quando si lasciò scivolare l’indumento giù dalle spalle, Fran sbottò in un’imprecazione molto poco diplomatica. Sentì il tipo sospirare e se ne pentì subito, ma ormai il danno era fatto.

Questo genere di problema…” fece lui, scostando i capelli per scoprire del tutto la schiena. Un numero imprecisato di cicatrici gli solcava la pelle, dalle spalle fino all’orlo dei jeans e anche più in basso, per quello che poteva intuire. Lunghe, sbiancate, incrociate in molti punti, per lo più in rilievo; alcune larghe un dito, altre più sottili. I fianchi non erano in condizioni molto migliori, anche se in quella zona i segni si limitavano a quattro incisioni per lato, molto profonde e dall’aria più recente. Sembravano graffi, ma non osava immaginare quale bestia potesse averglieli inflitti. La cosa che la mandò definitivamente nel pallone, tuttavia, furono le tre E scavate in profondità nella parte alta della schiena, tra le scapole. Poteva sbagliare, ma sembravano… marchi, come inferti da uno strumento incandescente che si era fatto strada nella carne di quel tipo. MA-CHE-CAZZO! pensò e non si rese conto di averlo detto a voce alta fino a quando l’uomo non le rispose: “È quello che dico anch’io… sono un po’ stufo di vedermele. Dici che riusciresti a coprirle?”

Fran fece un passo avanti e allungò una mano per toccarle, per rendersi conto se la superficie cutanea fosse troppo accidentata per riuscire a lavorare bene, ma l’uomo si scostò con una rapidità che la lasciò a bocca aperta, per poi lasciarsi sfuggire un’imprecazione a sua volta. Lei ritrasse la mano di scatto e mentre si stava ancora chiedendo come avesse fatto a muoversi così velocemente, il tizio sospirò di nuovo. “Ti ho fatto una domanda, donna” ringhiò, indossando di nuovo la camicia e voltandosi a guardarla con aria ostile. Lei riuscì a intravedere altri segni sul torace bianchissimo e muscoloso, prima che la stoffa nera lo coprisse del tutto.

“Beh… sì, penso che…” (donna?!!!)

“Bene. Quando? Come ti ho detto, posso venire solo dalle… diciamo… sei del pomeriggio… pagherò una tariffa maggiorata, se è necessario…”

“Ma la smetti di preoccuparti dei soldi? Parliamo piuttosto del disegno. Avevi qualcosa in mente?”

“Io non mi preoccupo dei soldi. Di solito siete voi u… ehm… che… Comunque avevo in mente… fiamme. Fuoco. Magari il sole. E argento.  Sta a te combinare le cose in un risultato soddisfacente. Pensi di esserne in grado?”

“Beh, dovrò lavorarci per un po’… posso sapere perché hai scelto questo soggetto?”

“Ti serve saperlo per il tuo lavoro?”

“No, ma di solito quelli che vengono qui hanno una storia, dietro al tatuaggio che scelgono, e me la raccontano.”

“Anch’io ho una storia. Ma è una storia mia e basta. Quanto ti ci vuole per studiare qualcosa da sottopormi?”

“Sono un po’ presa… una quindicina di giorni, direi. Ci rivediamo per parlarne e poi…”

“È troppo. Una settimana” disse il tipo, con tono che non ammetteva repliche. O meglio, non le avrebbe ammesse se non si fosse trattato di Fran…

“Allora trovati su internet un disegno già pronto e fattelo fare da qualcun altro. Se invece vuoi qualcosa di unico, dovrai avere pazienza. Io ho bisogno di tempo” gli rispose lei, gelida. Lo vide trasalire e avrebbe giurato che gli occhi, dietro le lenti scure, si fossero ristretti in due fessure minacciose, ma poteva essere una sua impressione, così come il senso di soffocamento che la colse di nuovo e le fece passare una mano tra i capelli, a disagio. L’uomo sibilò qualcosa di incomprensibile a mezza voce, forse in un’altra lingua, poi si diresse verso la porta e la spalancò con un gesto secco. Solo all’ultimo momento si voltò a guardarla, e lei si sentì di nuovo molto piccola.

“Due settimane da oggi. Non un giorno di più. Buona serata.”

 

DUE

 

Le due settimane trascorsero lente e veloci nello stesso tempo. Fran era sempre molto impegnata, ma ogni sera, quando tornava a casa, passava ore a studiare un soggetto che potesse soddisfare le aspettative del misterioso individuo piombato nel suo negozio. Il lavoro procedeva in modo altalenante, come del resto le accadeva spesso. Era una perfezionista e non era mai completamente soddisfatta dei risultati, ma, man mano che il disegno prendeva forma sul foglio, si lasciò cogliere da un cauto ottimismo.

Non sapeva nemmeno lei perché fosse così importante soddisfarlo: lo aveva trovato piuttosto irritante, durante il colloquio, non le aveva lasciato un recapito e tanto meno un acconto (e anche quello era stato irritante). Tuttavia non aveva dubbi sul fatto che sarebbe tornato e la prospettiva la attraeva e la spaventava insieme.

Anche la sfida di un lavoro così impegnativo la affascinava. Disegnare su una pelle così disastrata non sarebbe stato semplice, ma capiva il suo desiderio di nascondere ferite tanto gravi e solidarizzava in segreto con lui. Chissà chi gli aveva fatto tanto male… scema, magari è un patito del sadomaso e ha incontrato un partner a cui è scappata la mano, che cosa vai ad immaginare?! Nessuno veniva frustato, al giorno d’oggi, che cazzo, e se succedeva, i motivi potevano essere soltanto legati al sesso. Se no, perché vergognarsi di raccontare la propria storia?

 

Quando il giorno X arrivò, Fran si svegliò con un senso di terribile ansia. Aveva persino sognato di incontrare il tipo in un vicolo buio, immerso nella nebbia, e di aver finalmente scoperto che cosa ci fosse di strano nella sua bocca… solo che non se lo ricordava più.

Non aveva lavori, quel giorno, e non ne fu contenta: il tempo che la separava dall’avvento della sera sarebbe passato molto più lentamente. Si costrinse ad occuparlo in mille modi, dalle pulizie a una lunga passeggiata con il suo cane, alla spesa al supermercato; trascorse poi le ultime ore ad apportare modifiche al disegno che campeggiava sul foglio, colorato a china, per rendere i colori ancora più vividi. Era… infernale, non riusciva a trovare un altro termine per definirlo. Un trionfo di fiamme che passavano dal rosso acceso, soprattutto nella parte inferiore, all’arancione, al giallo. In quanto all’argento, lo aveva rappresentato sotto forma di monete, alcune integre, altre mezze fuse dal fuoco che ardeva tutt’intorno. Ci volevano le palle per accettare un disegno del genere e per sottoporsi alle ore di tortura che sarebbero servite per imprimerlo sulla pelle, ma era certa che quello non fosse un problema per il bestione. Era evidente che aveva sopportato ben di peggio. Chissà perché desiderava un soggetto simile, con fuoco e argento insieme…

Lasciò il proprio appartamento intorno alle quattro del pomeriggio. Lo studio non era lontano, ma non riusciva a stare a casa un minuto di più, e aveva voglia di camminare un po’ per… calmarsi. Due ore. Solo due ore e il tipo sarebbe arrivato. E se il disegno non gli fosse piaciuto… lo avrebbe cosparso di alcool e gli avrebbe dato davvero fuoco, per tutto il tempo che le aveva fatto perdere.

 

Ore 18.25

 

Ecco, non verrà. Quello stronzo ha cambiato idea e non si è nemmeno degnato di avvertirmi! Colpa tua, cazzo, sei una cogliona, manco il telefono, gli hai chiesto… idiota, idiota, idiota!

Il campanello della porta trillò e Fran balzò in piedi, come se fosse stata punta da una vespa. Si precipitò fuori dal laboratorio e… si scontrò proprio con la persona che stava aspettando, cacciando uno strillo di spavento. Lui ridacchiò, invece, e le rivolse un altro dei suoi veloci inchini, con un ghigno fatto apposta per prenderla in giro.

“Buonasera, Fran. Andavate di fretta?” le chiese, squadrandola con occhi pieni di divertimento. Già, gli occhi. Niente lenti scure, quella sera, ma occhi bellissimi, di un verde scuro molto particolare. Troppo particolare… che abbia le lenti a contatto? Fran dovette impedirsi di restare imbambolata a fissarli. Quel tipo era da infarto, inutile stare lì a girarci intorno. Se solo non fosse stato così mortalmente pallido…

“Ehm… no, non mi ricordavo se la porta era aperta… Sei venuto, alla fine.”

“Certo. Avevi dei dubbi?”

“Qualcuno, sì. Allora, vuoi vedere lo schizzo che ho fatto? Naturalmente non è vincolante, se vorrai si può modificare…”

“Va bene. Vediamo se sei degna della tua fama.”

Fran lo squadrò con un certo cipiglio: “Mi stai prendendo in giro?” disse.

“Chi lo sa? Coraggio, sono certo che mi piacerà.”

Io no… avrebbe voluto rispondere lei, ma si trattenne e prese la grossa cartellina in cui custodiva il disegno. Accese la lampada sulla scrivania per ottenere un’illuminazione migliore e poi aprì il faldone che lo ricopriva, trattenendo il fiato senza nemmeno accorgersene e fissando l’uomo, per cogliere la sua reazione… che non ci fu. Non per i cinque, interminabili minuti successivi. Sembrava essersi trasformato davvero in una statua, mentre fissava il disegno con il viso privo di qualsiasi espressione, chino su di esso con i capelli che gli spiovevano in avanti. Li scostò con uno scatto secco del collo, ma fu l’unico movimento che compì, assieme allo scorrere di un dito sulla superficie del foglio, a seguire quasi ogni linea, in particolare la scritta che lo percorreva tutto, un’ispirazione dell’ultimo momento. Quella la preoccupava molto. Chissà come l’avrebbe presa? Era una frase tratta dal racconto di un autore italiano, Stefano Benni. Per qualche motivo le era venuta in mente appena lo aveva visto, ma solo mentre la intrecciava alle fiamme si era resa conto di quanto, a suo parere, fosse calzante per quello strano personaggio.

“È in italiano… significa…”

“Lo so cosa significa. Taci.”

Fran chiuse la bocca come fulminata e sgranò gli occhi. Come sarebbe, ‘taci’?!

Lo sentì recitarla tra sé e sé con uno strano accento e la voce assorta, e di nuovo trattenne il fiato.

‘Il fuoco è la mia tenerezza, perché angelo e belva insieme nel mio spirito caddero abbracciati’

Finalmente l’uomo alzò la testa e la guardò con uno sguardo terribilmente serio e intenso. Stava stringendo il bordo della scrivania con tale forza da farla scricchiolare, le nocche sbiancate, e Fran deglutì, quasi terrorizzata.

“Come ti dicevo, se non ti piace, possiamo…”

“Quando cominciamo?” gracchiò lui e finalmente lasciò la presa sulla scrivania, che ringraziò con l’ennesimo scricchiolio.

 

 

TRE

 

Un'altra settimana era trascorsa, da quando avevano preso gli ultimi accordi sul lavoro in programma. Fran aveva ipotizzato che fossero necessarie almeno quattro sedute, per portarlo a termine. Quattro sedute di almeno cinque ore ciascuna, ammesso che il tipo resistesse tanto a lungo. La schiena non era una zona particolarmente dolorosa da tatuare, e forse la presenza di tutte quelle cicatrici gli aveva reso la pelle meno sensibile, non lo sapeva, era una cosa del tutto soggettiva. In alcuni la sensibilità aumentava, e c'era da dire che non aveva mai lavorato su un corpo così martoriato. Si sarebbero regolati man mano e sarebbe stato lui a decidere quando non riusciva più a sopportare il dolore o l'immobilità. Non aveva avuto niente da obiettare, in proposito, così come non aveva battuto ciglio sulla cifra che gli aveva proposto e che lei considerava del tutto equa. Fran non lavorava a buon mercato e non nutriva nessuna stima per quelli che lo facevano: un tatuaggio pagato due soldi era un tatuaggio da due soldi, il più delle volte. Tuttavia non era nemmeno propensa a gonfiare le somme che richiedeva. Il giusto, né più né meno, era quello che voleva. Per sé e per il cliente.

A parte un lavoretto da due ore al mattino, si era tenuta libera il resto della giornata. Voleva essere il più possibile riposata, sia da un punto di vista fisico che mentale. Di nuovo le ore trascorsero lente e la pioggia che si abbatteva con furia sulla città non le permise nemmeno di passeggiare un po' per scaricare la tensione che si sentiva addosso. Perché diavolo si dovesse sentire tesa, poi, era un vero mistero. Ok, quel tipo la innervosiva, anche solo per l'attrazione che provava per lui, mista a un senso di minaccia che le faceva sfrigolare i nervi. Alla fine di ogni seduta si sarebbe sentita uno straccio, lo sapeva. Quando mancava meno di un'ora all'appuntamento, ebbe addirittura la tentazione di chiamarlo e di mandare tutto a monte, indirizzandolo presso un suo amico e collega, altrettanto bravo e scrupoloso. Tuttavia, aveva la sensazione che il tipo non avrebbe accettato un rifiuto in maniera tranquilla e pacata e quei soldi le servivano. La casa aveva bisogno di manutenzione urgente, inoltre Natale era vicino e le sarebbe piaciuto disporre di un po' di denaro per tornare in Italia durante le vacanze e per comprare qualche bel regalo ai suoi familiari. Al diavolo, non mi mangerà mica, no? Ha l'aria di poterlo fare, ma se mi rifiutassi di tatuare tutti i tipi dall'aria poco raccomandabile che gravitano da queste parti, morirei di fame. Fai tatuaggi, Fran, non servi the alle vecchiette...

La campanella squillò e la riscosse dai suoi pensieri. Ok, calma, sorridi e sii professionale, andrà tutto bene.

“Eccoti, ciao, tutto a posto? Sei pronto?” gli chiese, raggiungendolo all'ingresso. Che sorpresa, niente total black, quel giorno. Un semplice paio di jeans sbiaditi e, sotto la giacca di pelle, una maglietta grigia, aderente, che metteva in risalto il suo fisico possente. Pesanti anfibi ai piedi, addirittura sconfinati, e i capelli legati in una coda.

“Io sono pronto. E tu?”

“Certo!” rispose Fran, forse con un po' troppa convinzione. Il tipo ridacchiò in quel suo strano modo fulmineo e la fissò per un attimo con l'aria di un vecchio volpone, come se sapesse esattamente quello che stava pensando. Sbrigate le ultime formalità legali – la firma di una liberatoria che la metteva al sicuro da responsabilità di tipo sanitario – gli fece cenno di seguirla nel suo regno, un piccolo locale piuttosto spoglio in cui campeggiava un lettino ricoperto da una lunga striscia di carta assorbente bianca e l'attrezzatura per tatuare. Vide che il tizio si guardava attorno incuriosito ed ebbe l'impressione che stesse... annusando l'aria, ma si diede della pazza anche solo per averlo pensato.

“Se vuoi toglierti la maglietta e sistemarti sul lettino...”

“Seduto o coricato?” le chiese lui, continuando a guardarsi intorno con aria interessata.

“Preferirei coricato, è anche più riposante per te. Non è un mistero che sarà un lavoro lungo. A proposito, come ti chiami? Non sono riuscita a leggere il nome sulla liberatoria che hai firmato.”

“Mi chiamo Raistan.”

“Come?”

“Rai-stan. Sono olandese” le spiegò, con tono neutro. Si era tolto la maglietta e la reggeva tra le mani come se non sapesse che farsene. Dalla postura delle spalle, piuttosto rigida, Fran capì che anche lui era teso. Gli venne in aiuto e gli indicò un attaccapanni accanto alla porta, poi iniziò a preparare l'attrezzatura con gesti meccanici, dettati dall'abitudine.

“Ecco a cosa è dovuta la tua strana 'R'... Bella, l'Olanda, e terra di ottimi tatuatori, nonché di altre ottime cose.”

Lui non le rispose. Si era seduto sul lettino e teneva le braccia incrociate sul petto, seguendo ogni suo gesto. Certo che era davvero bianco, non credeva di aver mai visto una pelle a quel livello di candore.

“Tu e il sole non andate d'accordo, eh?” commentò Fran, mentre finiva di avvolgere nella pellicola trasparente tutto quello che la circondava, compreso il carrello che reggeva la macchinetta tatuatrice, i cavi, persino l'unico quadro appeso alla parete.

“No. Direi di no” rispose Raistan, abbassando lo sguardo e facendo oscillare le lunghe gambe.

A Fran fece pensare a un bambino e provò uno strano moto di simpatia per quel pallido individuo con un passato così ingombrante da fargli desiderare di cancellarlo con un'esplosione di colore. Si sedette sulla sedia dotata di rotelle, indossò i guanti di lattice e si spinse in avanti fino al lettino, su cui l'uomo non si era ancora deciso a sdraiarsi. La fissava pensieroso, senza più l'ombra di un sorriso sul volto.

“Adesso ti copierò il disegno sulla pelle, poi tracceremo il contorno e poi, piano piano, passeremo alla fase interessante. Sei d'accordo? C'è qualcosa che non va? Hai cambiato idea?”

“No, per niente. È solo che... beh... non sono abituato ad essere toccato, ok? Devo... abituarmi all'idea. E anche tu... dovrai... adattarti a quello che sentirai. Sei pregata di non sclerare, va bene? È una cosa che non sopporto.”

“Perché dovrei sclerare?” gli chiese.

“Toccami e lo scoprirai” replicò Raistan.

A quel punto, l'ultima cosa che Fran desiderava fare era proprio quella. Rimase a fissarlo perplessa, con il pennarello in mano, senza saper come replicare ad una frase tanto strana.

“Senti... cosa sta succedendo? È uno scherzo? Mi stai spaventando e non mi piace essere spaventata. Ho... ho un ragazzo e non sarebbe contento di sapere che mi sento in questo modo per colpa di un cliente. Lasciamo perdere tutto, ok? Ti restituisco l'acconto, non ha importanza, ma voglio che tu te ne vada. Se vuoi ti do l'indirizzo di un collega molto bravo, ma...”

“Toccami, Fran” disse Raistan, fissandola con un'intensità tutta nuova e la ragazza si vide allungare una mano guantata verso di lui, come mossa da volontà propria. Gliela appoggiò su una spalla e trasalì per il gelo che le si trasmise attraverso la plastica. Il cuore, che già le batteva veloce, accelerò ulteriormente e Fran temette di essere sul punto di svenire. Sollevò la mano di scatto e spinse la sedia all'indietro, andando ad urtare il carrello metallico alle sue spalle.

“Cazzo! Perché sei così freddo?!” gli chiese, con voce tremante. L'uomo la osservava annoiato, come se avesse assistito centinaia di altre volte alla stessa scena, ma non faceva nulla. Non si muoveva, la guardava e basta, sempre con quell'espressione terribilmente statica, le mani chiuse a pugno appoggiate al lettino.

“Stai sclerando, Fran. Ti avevo chiesto di non farlo.”

“Tu rispondi alla mia domanda! Perché cazzo sei così freddo?!”

“Forse sono malato e la mia temperatura corporea è particolarmente bassa... o forse sono solo diverso. Questo non significa che tu sia in pericolo. Non sono qui per creare problemi, né per farti del male. Voglio solo il mio tatuaggio. Visto il tuo look, la diversità non dovrebbe essere un problema, per te. So che hai idee molto... progressiste... beh, fai conto che io appartenga a... una minoranza in pericolo. Non ti allontaneresti molto dalla verità, in fondo. Oppure è tutta scena, la tua? Potrei ottenere quello che voglio da te in modo diverso, ma non mi va, e speravo di poter instaurare un altro tipo di rapporto. Dipende da te...”

Maledetto bastardo, aveva toccato dei tasti sensibili e lo sapeva. Se lo avesse cacciato si sarebbe sentita una merda per mesi e questa era una cosa che sapeva lei. Si sentì avvampare la faccia e abbassò la testa di scatto, senza osare guardarlo.

“Io do fiducia a te e tu la dai a me, allora. Dimmi perché sei così freddo.”

“Non posso, mi dispiace. La fiducia non c'entra. Il... gruppo di cui faccio parte non lo permette.”

Raistan si coricò sul lettino a pancia in giù, scostando i capelli legati e appoggiando il viso sulle mani. I piedi gli sporgevano oltre il bordo e la superficie d'appoggio lo conteneva appena.

“Andiamo, lo so che lo vuoi fare. Ti sei preparata tanto, per questo lavoro... io me ne starò qui buono buono e non aprirò bocca. Nemmeno respirerò, se me lo chiederai. Lascia che sia la tua tela. Usami. Mostrami quanto sei brava.”

Ancora prima di rendersi conto di quello che stava facendo, Fran avanzò di nuovo con la sedia verso di lui, prese fiato e incominciò a disegnare.

 

EPILOGO

 

Diciotto ore, spalmate su quattro giorni diversi, li avevano condotti alla fine. Mancava ancora una seduta, necessaria per gli ultimi ritocchi, ma il novantanove per cento del lavoro era fatto. Fran avrebbe potuto scrivere un libro sulle stranezze capitate in quelle giornate e non escludeva di farlo, una volta o l'altra. Del modo in cui le ferite sulla pelle del suo cliente si rimarginavano all'istante, per dirne una, rendendo superflue le raccomandazioni sulla cura del tatuaggio nei giorni successivi alla sua creazione; dell'assoluta immobilità che lui riusciva a mantenere per ore e ore, con i muscoli completamente rilassati e lo sguardo fisso, a tratti quasi vitreo; che le venisse un colpo, di quella volta in cui si era spaventata a morte non sentendolo più respirare. Aveva posato precipitosamente la macchinetta e lo aveva scosso con energia: solo in quel momento gli aveva sentito riprendere fiato in una lunga inspirazione e lo aveva rivisto muoversi, come se si fosse appena svegliato.

“Dio mio, mi hai fatto prendere un accidente! Stai bene? Sembravi... morto...”

Lui aveva ridacchiato nel suo solito modo, aveva annuito, poi si era stirato come un grosso gatto candido – beh, un po' meno candido, a quel punto – ed era tornato ad adagiarsi sul lettino, tenendola d'occhio con quello sguardo sornione che aveva imparato a conoscere. Paura di lui non ne aveva più avuta, dopo quel primo giorno, se non quando, mentre sistemava l'attrezzatura, si era tagliata con la spessa carta del foglio da disegno. Quella volta era stata inquietante davvero. Un attimo prima, il tipo era tranquillamente coricato e le stava parlando dell'ultimo libro che aveva letto; quello successivo era seduto e le fissava il dito sanguinante con uno sguardo talmente intenso da trasmetterle più di un brivido lungo la schiena.

“Ti sei ferita” aveva detto, con aria rapita, dopodiché le aveva abbrancato la mano e si era portato il suo dito alla bocca, succhiandolo come si farebbe con un ghiacciolo in una torrida giornata estiva. Aveva visto i suoi occhi rovesciarsi all'indietro per un attimo e aveva sentito chiaramente una specie di... ringhio gutturale, del tutto alieno, sgorgargli dalle labbra. Ma la cosa più sconvolgente era stata accorgersi che anche la sua lingua era fredda, esattamente come la sua pelle. Il contatto era durato solo pochi secondi, perché gli aveva sottratto con precipitazione la mano con una specie di squittio, ma le era sembrato molto più lungo e spaventoso e sensuale nello stesso tempo.

“Che diavolo stai facendo? Cosa sei, un vampiro?”

Una di quelle cose che si dicono senza pensarci, certo, ma c'era stato qualcosa nella sua espressione, nel modo in cui si era passato il dorso della mano sulla bocca, per poi deglutire più volte, che le avevano fatto pensare che l'ipotesi non fosse così campata in aria.

“Scusa. L'ho fatto senza pensarci. Mettici un cerotto, su quel taglio” le aveva detto, per poi tornare a sdraiarsi. Non voltato verso di lei come faceva di solito, ma dall'altra parte, con i muscoli delle spalle così tesi che aveva dovuto chiedergli più e più volte di rilassarsi. La seduta era durata solo tre ore, quel giorno, con evidente sollievo di entrambi. Lui se n'era andato come se avesse avuto il diavolo alle calcagna e Fran aveva continuato a riflettere su quello strano accadimento anche alla sera e nei giorni seguenti. E se davvero...

Aveva cercato di analizzare con razionalità gli indizi in suo possesso, senza lasciarsi cogliere dalle emozioni: il tipo era freddo gelato, pallido come un morto; sapeva muoversi molto velocemente oppure restare immobile per ore, come una salma; la pelle gli guariva in modo quasi immediato: niente gonfiore, arrossamento, niente crosticine; quando gli aveva chiesto se se ne rendesse conto, lui le aveva risposto che il suo sangue conteneva un numero di piastrine superiore alla norma. Poi aveva cambiato bruscamente discorso, come faceva spesso se le domande di Fran diventavano troppo personali. Non c'era stato verso di fargli rivelare la causa di tutte quelle cicatrici, ad esempio e nemmeno le ragioni che lo avevano spinto a scegliere il tema del tatuaggio. Finché si trattava di parlare del più e del meno sembrava prestarsi volentieri, anche se non era certo un chiacchierone, ma c'era un confine invisibile che Fran sentiva di non poter varcare.

Ora, mentre lo aspettava seduta in studio a scarabocchiare figure su un foglio – il viso di Raistan, in particolare – si disse che, per il bene del proprio equilibrio mentale, doveva riuscire a strappargli un'ammissione. Anche solo una non-negazione, o sarebbe diventata matta. Non aveva parlato con nessuno dei suoi sospetti, nemmeno con il proprio ragazzo, perché non voleva di certo vederselo piombare in negozio in modalità “cavaliere dalla scintillante armatura”, magari corredato di paletto, e non lo avrebbe fatto nemmeno in seguito, per tutti i secoli dei secoli, ma... lei doveva sapere, o non sarebbe più riuscita a dormire di notte e nemmeno di giorno.

Come se lo avesse evocato col pensiero, la porta si aprì e Raistan entrò nello studio, rivolgendole un sorriso a bocca chiusa, come faceva sempre.

“Buonasera, Francesca. Sono in ritardo?” le chiese, rivolgendole il solito cenno compito con la testa. Da quando aveva scoperto il suo nome per esteso, aveva preso a chiamarla così. Non lo faceva nessuno, tranne i suoi genitori, ma si era resa conto che non le dispiaceva. Suonava solo un po' retrò, come tante espressioni nel suo modo di parlare.

“No, sei puntualissimo, come al solito. Come va la schiena? Ti ha dato fastidio?”

Che glielo chiedeva a fare? Conosceva benissimo la risposta...

“No, nessun fastidio. Tutto bene. Oggi finiamo, eh?”

“Sì. Sarai stufo di farti massacrare, immagino.”

Il tipo scrollò le spalle con aria noncurante.

“Ho passato di peggio” le rispose, inclinando la testa per sbirciare i disegni che Fran aveva appena tracciato. Quando si accorse di che cosa stava guardando, lei arrossì e coprì il foglio con una pagina bianca.

“Stavo solo pasticciando...” borbottò, a disagio.

“Capisco. Come sta il topo?” le chiese, sghignazzando.

“Eddai, non è un topo, smettila! Si chiama Pinto!” Aveva fatto lo sbaglio di mostrargli una foto del suo cagnolino ed era stata l'unica volta in cui lo aveva visto ridere di gusto, anche se con il viso celato dietro le mani. “Guarda che te lo disegno sulla schiena, così impari a sfottere!” ringhiò, ma si mise a ridere a sua volta e gli colpì scherzosamente una spalla con un pugno leggero.

“No, per carità, ci tengo alla mia reputazione! Vogliamo iniziare? Ho un impegno, stasera, intorno alle otto.”

“Faremo in tempo, vieni” disse la ragazza e lo condusse nel locale attiguo. Aveva già preparato ogni cosa, ma quando entrò e l'uomo si tolse la maglia, Fran temette di non farcela. Pensò anche alle tante domande che sarebbero rimaste senza risposta e il cuore prese a batterle più rapido.

“Tu stai bene, Francesca? Sei molto silenziosa, oggi.”

“Sì sto bene. Divento un po' malinconica alla fine di ogni lavoro, tutto qui. Partiamo?”

“Quando vuoi.”

Si coricò e lasciò penzolare le braccia giù dal lettino, osservandola completare gli ultimi preparativi.

“Non farlo”, disse.

“Che... che cosa?” chiese Fran, alzando la testa per incontrare il suo sguardo.

“Metti giù quell'affare. Lascia le cose come stanno, non rovinare tutto.”

“Qua... quale affare? Non ho...”

Ma lei sapeva quello di cui lui stava parlando. Il problema era come facesse a saperlo lui.

La spilla.

La spilla d'argento che teneva in mano, in quella mano che adesso le tremava in modo incontrollabile. Lo guardò allarmata e non riuscì a sostenere il suo sguardo paziente, in quel momento incredibilmente vecchio e intenso e triste e rassegnato, rassegnato a una solitudine che lei non avrebbe mai conosciuto, e si vergognò del suo puerile sotterfugio, per poi essere colta dalla rabbia. Anche lui l'aveva esclusa, nonostante non gli avesse più fatto domande compromettenti. Perché non poteva darle fiducia e concederle la possibilità di dimostrargli che era ben riposta? Scagliò il monile lontano, con rabbia, e impugnò la pistola ad aghi.

“Mettiti giù, voglio finire questo disegno e dimenticarmene per sempre.”

“Invece non te ne dimenticherai mai...”

“Vogliamo scommettere?”

Accese lo stereo senza nemmeno chiedere il permesso al suo cliente e cercò di isolarsi per le successive due ore, quelle che le servirono per portare a termine il lavoro in modo definitivo.

“Fatto. Come al solito sei già guarito. Tutto normale. Puoi rivestirti, ti aspetto di là. Stronzo...” borbottò, strappandosi via i guanti di lattice e lasciando il laboratorio. Era sull'orlo delle lacrime e non sapeva nemmeno bene il perché; voleva soltanto che se ne andasse e non tornasse mai più. E non gli avrebbe fatto neanche un centesimo di sconto. Oh.  Raistan la raggiunse dopo pochi istanti, con le mani affondate nelle tasche della giacca di pelle e la bocca stretta in una linea sottile, lo sguardo torvo puntato a terra. Fran provò di nuovo la sensazione di soffocamento, ma molto più forte, questa volta e fu quasi travolta dalla nausea, che dominò a stento. Cercò a tentoni la sedia e vi si lasciò cadere sopra a peso morto.

“Mi hai chiesto il perché del fuoco e dell'argento, e delle cicatrici, e io ti risponderò, perché non è vero che non mi fido di te. Allora guarda.”

Allungò una mano verso il viso della ragazza che sgranò gli occhi, terrorizzata, ma non riuscì a sottrarsi al suo tocco, che la raggiunse sulla fronte e lì si posò. Lui serrò le palpebre e prese fiato e Fran vide. Vide la frusta dai fili d'argento abbattersi sulla sua schiena un numero infinito di volte, in un luogo illuminato soltanto da torce, popolato da gente rabbiosa che esultava ad ogni sferzata; vide il fuoco divorargli la carne nella luce del giorno, sentì persino l'odore della sua pelle che bruciava e le sue urla e urlò con lui, fino a quando lo stomaco non le si rivoltò sul serio e dovette chinarsi per vomitare. Solo allora, Raistan sollevò la mano. Stava ansimando e stille arrossate gli colavano dalla fronte lungo le guance e dagli occhi.

“A volte è meglio non sapere, giovane umana, e non ricordare.”

Posò sulla scrivania l'assegno, poi sfrecciò verso la porta a una velocità impensabile per un mortale, e sparì. Fran si affacciò all'ingresso, sulla strada, ma la via era deserta e si accorse che era calata la nebbia, proprio come nel sogno. Le parve di udire da qualche parte la sua lieve risata e si chiuse precipitosamente la porta alle spalle.

Andò in bagno, si sciacquò il viso accaldato, poi tornò a casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    Margareth (martedì, 12 luglio 2016 14:46)

    Come al solito ogni racconto su Raistan.. breve o lungo che sia..mi trasporta nel suo mondo...