Lucia Guglielminetti's books on Goodreads
Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
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Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
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BUONI PROPOSITI

 

 

Si sa, in occasione delle festività è usanza degli umani scrivere i propri propositi per l’Anno Nuovo.

Cose importanti, magari, tipo “combatterò per la pace nel mondo” o “perderò 25 chili” o “non chiamerò più cesso mia sorella anche se fa schifo”.

Io sono solo un povero vampiro, per me il passare del tempo non ha significato, ma la mia umana attuale si è messa in testa di introdurmi alle principali abitudini mortali per le feste e mi è toccato subire anche questa domanda imbarazzante. Il mio sguardo vacuo è valso più di mille parole, credo. Ha annunciato che se ne andava a fare una doccia, e che al suo ritorno avrebbe voluto conoscerne almeno uno.

Essendo un uomo dalle mille risorse e amando le sfide, mi sono obbligato a trovare qualcosa da dirle, ma tutte le cose che mi venivano in mente non erano socialmente accettabili. Credetemi, la vostra umana non sarebbe felice di sapere che una delle cose che vorreste finalmente fare è approfittare sessualmente di una vergine, o devastare un convento, o seminare il terrore a una riunione di qualche club del libro o del cucito. Tutte attività spassose per i membri della mia razza, ma poco apprezzate da quelli della sua. E’ meglio che me la tenga buona, sapete. Sa fare cose notevoli con la bocca e con le mani, sarebbe un peccato rinunciarci.

Quando è uscita dal bagno, tuttavia, aveva l’aria battagliera e un turbante sulla testa, fatto di asciugamani, che le conferiva l’aria di un feroce califfo.

“Allora? Ci hai pensato?”

Certo che ci avevo pensato, ma cosa potevo dirle?

“Voglio…ehm…farti sapere ogni giorno quanto sei importante per me, voglio dimostrartelo con i gesti e le parole. Tu sei il mio miracoloh.” Quest’ultima affermazione mi sembrava di averla già sentita, suonava troppo inverosimile, soprattutto se pronunciata da me, ma le umane hanno in genere il cuore tenero e ho visto i suoi occhi riempirsi di lacrime di commozione. Mi si è seduta accanto e mi ha abbracciato, mentre io tiravo un sospiro di sollievo. Per il momento l’avevo scampata.

“Devo dirti una cosa, amore.” ha pigolato, con il tono lamentoso che in genere usa per confessarmi misfatti del tipo ‘Ho appena gettato via la tua intera collezione di numeri di Playboy’. Mi sono un tantino irrigidito, ma ho retto bene.

“Che cosa?”

“I miei parenti di Firenze mi hanno invitato a trascorrere il resto delle ferie da loro. Partirei domani, se non hai niente in contrario.”

Sono seguiti sguardo strappalacrime e sbattimento di ciglia, che ho accolto con espressione glaciale. Lei sa quanto odi queste sue trasferte, inoltre abbiamo una casa da sistemare, non mi sembrava il momento di allontanarsi per giorni.

“E se anche fosse? Cambierebbe la situazione?”

“Per favore…non li vedo da tanto…”

Mi sono alzato di scatto dal divano e sono sfrecciato fino alla finestra. La vecchia, familiare sensazione di abbandono stava tornando a farmi visita. Odio stare da solo. E lei lo sa.

“Tanto hai già deciso, no? Buon viaggio.”

Sono uscito di casa sbattendo la porta. Mi rendevo conto che non era un atteggiamento ragionevole né generoso, nei suoi confronti. In questi mesi mi ha dedicato quasi ogni momento del suo tempo libero, e io gliene ho fatti passare alcuni davvero indimenticabili – non in senso buono, se vi fosse venuto il dubbio – ma sono quello che sono e la generosità non è una delle mie qualità. In genere non me ne frega un cazzo delle esigenze degli altri, sono assolutamente incapace di empatia, quindi perché avrebbe dovuto essere diverso in quel caso? So di essere uno stronzo. Ho fatto di tutto per renderlo chiaro anche a lei, ma per qualche motivo non molla. Non MI molla. E io la amo, per questo.

In ogni caso avevo tutta la sera e la notte a disposizione, una gran voglia di sfogarmi e una certa sete. Sarebbe stato carino mettere a frutto qualcuno dei miei buoni propositi, ho pensato. Non che fosse così semplice, alla resa dei conti. Le ragazze vergini non se ne vanno in giro con un cartello attaccato alla giacca, per quanto ne so, e non emanano nemmeno un odore particolare. Non conoscevo la sede di nessun Club del libro o del cucito, perché per fortuna la mia umana non li frequenta.

La sorte, come a volte accade, ha voluto venire in mio aiuto, forse perché quello che mi accingevo a fare era buono e giusto. Mi sono imbattuto in un volantino attaccato a un lampione, pensate un po’. La scritta, in un festoso stampatello multicolore, annunciava il

 

GRANDE RADUNO NATALIZIO

della sezione locale degli Scout.

INTERVENITE NUMEROSI!

SIETE TUTTI INVITATI!!!

 

“Tutti”, diceva.

Mica “tutti tranne i vampiri”.

A pensarci bene, anche gli Scout, o meglio, la loro eliminazione, potevano rientrare tra i miei buoni propositi. Vi viene forse in mente una categoria di persone più odiose o inutili per la società?

‘Cretini vestiti da bambini che guidano bambini vestiti da cretini’ li ho sentiti chiamare una volta. Non trovo una definizione più calzante, nemmeno sforzandomi. George Bernard Shaw non mente.

Ho sentito le labbra stirarmisi in un sorriso da caimano, e mi sono diligentemente annotato l’indirizzo del luogo dove l’ameno meeting si sarebbe tenuto proprio quella sera. Se non era tempismo quello…

Ok, so che cosa state pensando, anche senza leggere nel pensiero. Tu non uccidi bambini, nemmeno se sono boy-scout. E’ un tuo punto di onore, non hai mai contravvenuto in 307 anni, non puoi!

E’ vero, è uno dei pochi limiti che mi sono imposto. Ma non ci sarebbero stati solo bambini no? Tutti i coglioni che li portano a sperdersi nei boschi non li vogliamo contare? E poi il mio scopo non era tanto uccidere, quanto seminare il panico, così, per divertirmi un po’. E che diavolo, volete smetterla di partire prevenuti? Solo pensare alle vostre obiezioni avrebbe potuto inibirmi, che cazzo.

Insomma, per farla breve sono andato sul luogo del raduno, un casolare appena fuori città di proprietà della curia, con tanto di area verde attrezzata. Parecchie macchine parcheggiate e voci che intonavano canti festosi. Potevo sentirle già da lontano e la mia temperatura interna si è alzata di un paio di gradi. Nessuno doveva permettersi di essere felice mentre io ero così scazzato.

Poiché la mia donna abita nel Sud Italia, il clima da queste parti è molto più mite di quello dei luoghi dove risiedo abitualmente. Qui, anche di sera, gli umani escono volentieri perché la temperatura lo permette. Nel nostro caso specifico, cantare canzoni attorno al fuoco poteva essere un bel modo per passare il tempo, persino ai primi di Gennaio.

Un breve vialetto fra gli alberi conduceva allo spazio aperto di fronte alla casa. E’ da lì che sono sbucato io, chioma al vento e vestiti neri, passo tranquillo e mani affondate nelle tasche dei jeans, dirigendomi verso i numerosi convitati riuniti attorno al fuoco. Almeno una cinquantina di persone, a occhio e croce. Parecchi bambini, genitori, e poi loro. Un intero branco di accompagnatori scout in alta uniforme, ginocchia pelose al vento, fazzoletto al collo e tutto l’armamentario. Tra le loro file anche alcune femmine, nessuna da prendere in considerazione se non in caso di guerra nucleare e scomparsa del 99% del genere umano dalla faccia della Terra, tranne forse una.

Stavano tutti cantando uno dei loro zuccherosi inni e non ho ritenuto educato interromperli. Mi sono semplicemente avvicinato al cerchio e ho aspettato che finissero. Poi non si dica che non sono un tipo civile.

Ho subito notato alcuni di loro soffermare lo sguardo su di me, per poi guardare oltre appena me ne accorgevo e lo ricambiavo. La loro voce, nello stesso tempo, si faceva più esitante, qualcuno perdeva il filo della canzone, qualcun altro cercava rassicurazione sul volto del vicino. E non avevo neppure mosso un muscolo, ancora. Mica avevo fretta.

C’era in particolare un piccoletto grassoccio, fra gli istruttori, che da quando ero arrivato non aveva più smesso di fissarmi con un’espressione difficile da catalogare. Non del tutto amichevole, in ogni caso.

Come si dice, una canzone via l’altra. Impossibile non rimanere colpiti da versi di sublime bellezza come:

 

Al cader della giornata

noi leviamo i cuori a te,

tu l'avevi a noi donata

bene spesa fu per te.

 

Te nel bosco e nel ruscello,

te nel monte, te nel mar,

te nel cuore del fratello

te nel mio cercai d'amar.

 

E il vorticoso giro di accordi che li accompagnava… ho estratto un fazzoletto dalla tasca e l’ho usato per soffiarmi il naso in modo piuttosto rumoroso, simulando esagerata commozione. Varie teste si sono di nuovo voltate a guardarmi, mentre io fingevo di asciugarmi gli occhi e li pregavo di non fare caso a me con un gesto noncurante della mano. Dio, era parecchio che non mi divertivo così. Nemmeno spennare a carte i parenti ignari della mia umana mi aveva dato uguale soddisfazione. Per non parlare di quello che sarebbe seguito da lì a poco.

“Buonasera. Desidera unirsi a noi?” mi ha chiesto alla fine della canzone uno dei capi più esagitati, quello che non aveva smesso un attimo di sorridere, sgolarsi e battere le mani a ritmo di musica. A quel punto mi stavano guardando tutti, e mi sono sentito in dovere di fare un passo avanti ed entrare nel cerchio. I loro visi si erano appena trasformati in giganteschi punti interrogativi. Alcuni mocciosi mi guardavano a bocca aperta, imitati da molte madri, mentre la totalità degli istruttori si stava domandando che cosa potesse volere da loro un tipo come me.

“E’ qui in qualità di…genitore?” finalmente il grassoccio aveva riacquistato la favella.

Ho ridacchiato e scosso la testa.

“Se è per ricevere informazioni sulle nostre numerose attività, la segreteria della nostra sezione è aperta dalle…”

“Zitto.”

La bocca ha continuato a muoverglisi per qualche istante dopo che le parole avevano smesso di uscire, mentre tra i convenuti si diffondeva un brusio di nervosismo.

“Mamma, perché quell’uomo è così bianco?” ha bisbigliato un piccoletto extra-large, tirando la manica della genitrice. Mi sono abbassato sulle ginocchia a poca distanza da lui, permettendogli una panoramica piuttosto esaustiva delle mie peculiari caratteristiche, pupille da serpente in primis.

“E tu perché sei così dannatamente ciccione?” gli ho domandato a mia volta, con candore.

“Scusi, ma come si permette?” ha strillato la madre, che concorreva in stazza con il Titanic.

L’ho ignorata e sono avanzato fino al centro del cerchio, in un silenzio che si era fatto di ghiaccio, carico di tensione.

“Grazie per avermi invitato alla vostra festa – ho esordito – adesso gradirei accogliervi alla mia.”

Da quel momento, per gli umani è stato il caos. Un caos fatto di sangue, di grida e di terrore. Di gente che cadeva nel tentativo di fuggire e che veniva calpestata da qualcuno meno goffo. Sfrecciavo veloce e non davo loro il tempo di vedermi arrivare, se non all’ultimo, quando le mie zanne si avventavano sulla loro gola. I bambini? Tranquilli, li ho evitati tutti, ma chi può dire cosa si saranno portati a casa per i propri incubi?

I capi. Volevo loro, e li ho avuti, uno dopo l’altro. Il canterino, ad esempio. L’ho raggiunto a pochi metri dalla casa, investendolo con tutto il mio peso e scaraventandolo a terra. Gli ho dato il tempo di voltarsi e di guardarmi, prima di abbrancarlo per il fazzoletto e sollevarlo a mezzo metro da terra con una mano sola.

“Ti agiti troppo, è questo il tuo problema. Sprechi energie che potrebbero essere utilizzate meglio. Adesso, ad esempio, ti stai soffocando da solo. Ehi, mi senti? Coraggio, testa di cazzo, dammi un minimo di soddisfazione.” Niente da fare. Morto stecchito in meno di due minuti. Sempre detto che sono dei mezzi froci, questi Scout. L’ho lasciato cadere a terra e mi sono guardato intorno. Cadaveri ovunque, bambini in lacrime, gente che urlava accucciata in un angolo e loro, gli eroici aiutanti di vecchiette in pericolo, che tentavano di mettersi in salvo nascondendosi in ogni anfratto disponibile.

“Esploratori…dove siete? Venite fuori…siate coraggiosi, o inizierò a sbranare lupetti…”

Eccone uno a strisciare in mezzo ai cespugli, emettendo squittii che nemmeno un castoro in agonia, altro che lupi. Manco a farlo apposta, era il botolo che mi aveva fissato per primo con aria di superiorità. Mi sono chinato e l’ho afferrato per una caviglia, ridendo.

“Dove te ne vai, amico?” gli ho chiesto, abbrancandolo poi per il fondo dei suoi irritanti pantaloncini, per rimetterlo in piedi.

Scrollava la testa con gli occhi strabuzzati, forse perché grondavo sangue dalla bocca e dal mento.

“Il tuo Baden-Powell non ha previsto che cosa fare, in caso di attacco vampiro a uno dei vostri campi? Male, molto male.”

“Non…non puoi!!!” ha strillato lui, cogliendomi piuttosto di sorpresa.

“Non posso cosa?”

“I…i capelli! Non sono regolamentari!”

In quel momento l’ho amato, sapete. Sono elementi del genere, poterli uccidere, che rendono accettabile una vita interminabile e spesso difficile come la nostra. Sono scoppiato a ridere, poi l’ho decapitato con un manrovescio. Peccato solo che non abbia potuto ascoltare l’ultima cosa che avevo da dirgli…

“Nemmeno il tuo cervello, Eugenio.”

Un colpo piuttosto forte tra le scapole mi ha indotto a voltarmi di scatto, con un ringhio. Chi era così folle da osare tanto? La femmina meno orrenda, pensate un po’. Le altre tre si erano trasformate in concime per piante già da un po’. Non valeva la pena spenderci nemmeno un minuto. Mi sono girato verso di lei. So di averle sorriso, prima di strapparle dalle mani il bastone con cui mi aveva colpito, robusto e nodoso al punto giusto.

“Bella mossa, umana. Guarda, siamo rimasti praticamente soli, i tuoi amichetti sono tutti morti tranne un paio, laggiù, di cui mi occuperò presto. Come ti chiami, dimmi.”

“Ro…Roberta…la prego…perché fa questo?” mi ha chiesto, trattenendo a stento le lacrime. Non era la prima a rivolgermi una domanda del genere e non sarebbe stata l’ultima a scoprire che non c’era una vera risposta. Ho fatto spallucce e l’ho liquidata con quello che dico sempre in questi casi: “Perché no?”

Non era male, in fondo, si poteva anche prendere in considerazione per finire la serata, alla faccia della mia umana fuggiasca. Era piccola, scura di carnagione e di occhi, con una bocca ben modellata. Peccato per quell’orrenda gonna-pantalone e per i capelli legati in una severa coda di cavallo.

“Scioglili.” le ho detto, indicandoglieli. Il suo pianto è cresciuto in maniera esponenziale, poverina, ma mi ha obbedito, scrollando debolmente la testa per farli scendere sulle spalle.

“Meglio. Molto meglio.”

Ho allungato una mano e gliel’ho appoggiata sul seno. Giusto una palpatina esplorativa. Lei ha strillato, ha incrociato le braccia sul petto ed è indietreggiata con precipitazione, rischiando di cadere.

“La prego…sono…vergine…”

“Oh.”

Ma che bella notizia. Avevo davanti a me la possibilità di realizzare anche un altro buon proposito per l’anno nuovo. Chissà perché, il mio sorriso rapace non l’ha per niente tranquillizzata, e ha ricominciato a piangere.

“Andiamo in casa.” le ho detto, prendendola per un gomito. Mi sono accorto in quel momento, tuttavia, della confusione generale che regnava ancora nel grande spiazzo illuminato dalle fiamme. Troppi superstiti, troppi potenziali testimoni. Ci ho messo un po’ ma sono sfrecciato da uno all’altro e li ho glamourizzati tutti, bambini compresi. Lo so, sono troppo buono. Le grida e i pianti sono cessati, e chi ne era in grado si è avviato verso le rispettive vetture con aria instupidita, tenendo per mano i pargoli.

Finalmente potevo dedicare un po’ di tempo a me stesso e alla mia pudica verginella. Avevo incantato anche lei e le avevo imposto di restare nei pressi della casa. E’ lì che l’ho ritrovata, a canticchiare uno dei loro irritanti motivetti, fissando il nulla davanti a sé.

“Dentro, in un posto comodo.” le ho ordinato. Mi ha condotto al piano di sopra, in una camera piuttosto spoglia ma almeno fornita di letto. Faceva un freddo cane, me ne accorgevo persino io che sono indifferente alle condizioni climatiche.

“Spogliati e guardami. La tua mente è libera.”

Mantenendola inconsapevole mi sarei risparmiato un sacco di fastidi, ma che gusto c’è a scoparsi una vergine se non è cosciente di quello che sta succedendo? Se non potrà pensare a me come alla sua prima volta? La mia vanità mi imponeva di risvegliarla, ed è quello che ho fatto. Gli occhi le si sono snebbiati proprio mentre si stava sfilando l’odiosa gonna pantalone. Io ero davanti a lei e la stavo fissando impassibile, sentendo un certo subbuglio nelle parti basse. Ok, non era Claudia Schiffer, ma mi potevo anche accontentare, visto il tesoro che portava con sé. Se non mi aveva mentito, avrebbe anche sanguinato. Solo il pensiero mi faceva andare in orbita, cazzo.

“Hai mai visto un maschio nudo, Robertina?” le ho chiesto con tono gentile.

Ha scosso con forza la testa e ha ricominciato a piagnucolare, cercando di coprirsi come meglio poteva il seno e il pube.

“Perché piangi? Coraggio, lasciati andare, scommetto che muori dalla voglia di farlo, non importa con chi. Arrivare vergine a… quanti anni hai, a proposito?”

“Ve…ventidue…”

“Ecco, appunto. Arrivare vergine a ventidue anni dev’essere stato un bello stress. E’ una tua scelta, o è stato il caso, a deciderlo?”

“Volevo…conservarmi per il matrimonio…la prego…”

“Vedi, io non credo nel matrimonio. Io credo in questo” – mi sono sfiorato con una mano il cavallo dei pantaloni – “e in quella. E ci crederai anche tu, dopo. Non per vantarmi, ma sono piuttosto bravo. Ho avuto un sacco di tempo per fare esercizio.”

Mi sono avvicinato e le ho appoggiato le mani sulle spalle. E’ trasalita come se l’avessi ustionata, ma so che era per il freddo del mio tocco. Ci vuole un po’ per abituarsi. Poi mi sono abbassato sul suo collo e ho iniziato a percorrerlo con le labbra e con la lingua. Odore di paura, di sangue surriscaldato. Tutte cose che apprezzo enormemente.

“Lasciati andare, piccola. Sentimi. Approfitta di me.” le ho sussurrato, per poi prenderle la testa fra le mani e imprigionarla con il mio sguardo.

“Fammi quello che hai sempre sognato fare.”

Le parole magiche, a quanto pare. Da quel momento, è stato come aver a che fare con un polipo assatanato. Mi si è avvinghiata addosso, attorcigliandomi le gambe alla vita e le braccia attorno al collo, baciandomi come se ne andasse della sua stessa esistenza. Ho barcollato per un attimo, sorpreso da quell’impeto, mentre lei era passata a strapparmi via la t-shirt di dosso e ansimava come un mantice, supplicandomi di prenderla in qualsiasi modo.

“Dammelo! Lo voglio, dammelo!”

Avevo creato un mostro, ma uno che sapevo gestire. L’ho scaraventata sul letto, mi sono liberato in fretta e furia del resto degli indumenti mentre lei si toccava e mi fissava con aria lasciva, poi mi sono fatto sotto.

“Piccola puttanella, guarda cosa covavi dietro la tua facciata di brava ragazza, tutta casa e campeggio.” le ho ringhiato, aprendole le cosce e insinuandomi con il corpo fra esse.

“Sì! Sì! Fallo, brutto stronzo, che stai aspettando?”

La situazione stava diventando un tantino surreale, non credete? E poi tutta quella partecipazione attiva me lo stava facendo ammosciare, che cazzo di gusto c’è ad abusare di qualcuno se quello si diverte?

L’ho fissata per un lungo istante, lì distesa sule letto con le sue minuscole tette puntate verso il soffitto, la pelle d’oca su tutto il corpo. Il suo desiderio, quasi una brama irrefrenabile, mi arrivava in ondate impossibili da ignorare.

“No.” le ho detto. La sua espressione prima sorpresa poi indignata mi ha ripagato dell’indubbio sacrificio che stavo per compiere. Per colpa sua, uno dei miei buoni propositi stava per sfumare, ma che diavolo, sono uno che ama guadagnarsele, le cose.

“Come no?” mi ha chiesto, senza modificare la sua posizione.

“Ho detto no. Peccato, però, non saprai mai che sensazione paradisiaca si prova quando un affare delle dimensioni del mio ti apre in due…”

E’ impazzita, cari lettori. Dalla sua bocca è sgorgata una tale sequela di insulti, sia in italiano che in dialetto locale, da scioccare persino un tipo navigato come me. Mentre mi stavo risistemando i vestiti è passata all’aggressione fisica, con gli occhi puntati sul cavallo dei miei pantaloni. Credo che il suo intento fosse strapparmelo, per poi appuntarselo alle mostrine del camiciotto. Capirete che non potevo permetterglielo, ho una lunga vita davanti e innumerevoli femmine ancora da soddisfare, con un po’ di fortuna. E’ stato il suo collo ad andarci di mezzo, ahimè. Le vertebre, nella torsione fulminea che ho impresso, si sono frantumate come statuine di porcellana. Magari statuine del Presepe, tanto per restare in argomento. E’ crollata al suolo, finalmente silenziosa e composta e ho potuto lasciare la casa senza rimpianti.

In fondo avevo un’umana calda e profumata che mi aspettava altrove. Prima o poi avrebbe scoperto come avevo trascorso la serata, ma sul fronte gelosia non avrebbe potuto rimproverarmi niente. Per il resto è piuttosto di manica larga, con me. Le avrei permesso di far visita ai suoi parenti, dopo tutto, e avrei usato quei giorni di solitudine per realizzare qualche altro proposito per il Nuovo Anno.

Dobbiamo sempre puntare a migliorarci, no?

 

 In quanto a voi, cari lettori, vi auguro un anno proficuo e pieno di cose piacevoli. Se tra queste doveste annoverare ricevere una mia visita, sappiate che la mia agenda è piuttosto piena, ma se siete vergini, sarò felice di mettervi in cima alla lista. Restate vivi.

 

RVH

 

 

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