Lucia Guglielminetti's books on Goodreads
Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
reviews: 1
ratings: 1 (avg rating 5.00)

Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
reviews: 2
ratings: 2 (avg rating 4.50)

I Vampiri di Praga

 

Fu il silenzio a destarla. Un silenzio antico di millenni, che calò a zittire il frastuono dei sogni.

Aprì gli occhi nella penombra grigia, e si pose in ascolto. Perché la sorprendeva tanto quel silenzio? Sapeva bene dove si trovava, quanto distante fosse dalla superficie e dai suoi rumori. Quanto lontana dalla luce, che perfino di notte faceva palpitare la Città d’oro, come una corona di stelle nel grembo oscuro del cielo.

Avrebbe saputo contare quanti passi erano occorsi per scendere fin laggiù, lungo le scale che penetravano nel profondo, trasformandosi man mano che si scendeva, prima imponenti scalinate in marmo nero, ornate da fregi d’oro, poi gradini di pietra squadrata dall’opera meticolosa di antichi architetti, infine scalini appena abbozzati sulla superficie scabrosa delle caverne, resi amorfi dai secoli, sdrucciolevoli dall’eterno stillicidio degli umori rilasciati dai milioni di cadaveri sepolti strato dopo strato sopra la sua testa.

Il silenzio sarebbe stato il suo unico compagno, finché non fossero venuti a prenderla. Mancava poco ormai. Lo sapeva. Lo sentiva. Quando l’avevano ricondotta in cella aveva avuto la certezza che quella che si era appena conclusa sarebbe stata l’ultima udienza. Non avrebbe più rivisto la luce, la foschia dorata che avvolgeva ogni cosa, confondendo i contorni, addolcendo le asperità, come in un sogno. Avrebbe dovuto sentirsi triste. La verità era che non sentiva nulla. Perfino la rabbia sembrava aver lasciato il posto a una rassegnazione muta. Non riusciva a pensare a suo Padre, alla sua tragica fine. Non riusciva a pensare a suo Fratello, che di quella fine la considerava responsabile. Le grida dei suoi accusatori erano eco lontane, che risuonavano da qualche parte, oltre il silenzio, e non potevano toccarla. Nessuno poteva toccarla più.

Lo avrebbe fatto l’Arconte, presto, e il suo Esecutore. Questa era l’unica certezza. Erano venuti per lei, per pronunciare la sua sentenza e per eseguirla. Conosceva le leggi della città, lei stessa aveva contribuito a scriverle, al fianco di suo Padre. Il suo sigillo le aveva validate. Era come se avesse decretato da sola la propria condanna.

Ne aveva visti molti avvicendarsi nei secoli. Molti Arconti. Molti Esecutori. La Città d’oro aveva conosciuto la sua fetta di Male, e per certi crimini la voce del Principe non era sufficiente. Era stato necessario invocare l’intervento del Tribunale Supremo, ed esso si era manifestato attraverso i suoi emissari. Erano sempre due: la Voce della giustizia e il suo Artiglio. Così era scritto, così sarebbe stato anche questa volta.

Non aveva paura. L’avrebbero trovata pronta. Era figlia di suo Padre, il Re Folle, l’Imperatore eterno. Suo padre assassinato dalle sue stesse mani. Così aveva deciso la Città. Così aveva deciso suo Fratello.

Eppure, quando la perfezione del silenzio venne infranta dal clangore sordo delle porte di ferro, scoprì di non essere così pronta. Come una sorgente di gelido fuoco la rabbia tornò a scaturire dal suo ventre, e risalì lungo le membra, accendendole di furore guerriero. Senza poterselo impedire snudò le zanne, fletté le braccia, rivelando artigli pronti a colpire. Stavano arrivando, l’avrebbero presa, ma prima avrebbe lottato, come aveva fatto ogni giorno, ogni notte, negli ultimi trecento anni.

Rumore di passi, fuori dalla cella, tonfi e strepiti, poi un fragore di tuono. E ancora grida, subito spente in un gorgoglio sinistro.

Il dubbio serpeggiò nella sua mente. Non erano i suoi carnefici che venivano a prenderla. Erano i suoi nemici, ai quali non bastava saperla condannata, destinata alla Morte Ultima. No, volevano essere sicuri che non avesse scampo, volevano eseguire loro stessi la sentenza.

Quella consapevolezza infiammò ancora di più la sua rabbia, tramutandola in ferocia. Quando sentì che si erano fermati dietro la porta della cella e si preparavano a entrare, raccolse tutte le proprie forze per scagliarsi contro il primo tra loro che avesse osato attaccarla. Non aveva speranze, e lo sapeva. Ma non era la vittoria che cercava, non questa volta.

Poi la porta di ferro venne strappata dai cardini e gettata di lato, e due figure riempirono il vano, stagliate contro la luce fredda del corridoio.

Lei si arrestò, un istante prima di avventarsi su entrambi.

“Mon dieu, Madame, avete un aspetto spaventoso!” esclamò l’Arconte valutando la figura della prigioniera con un’occhiata eloquente. Ma subito l’espressione costernata sul suo bel volto si sciolse in un sorriso incoraggiante: “Non preoccupatevi, penseremo a rimettervi in sesto quanto prima. Tuttavia, ora è prioritario portarvi fuori di qui, che ne dite?”

“Ti pare il momento della messa in piega?” ringhiò l’Esecutore, spostandolo con malagrazia. Aveva le mani inzuppate di sangue fino ai gomiti e l’espressione di qualcuno che non era disposto a sopportare un rifiuto. Quando si avvicinò alla prigioniera per strappare dalla parete le catene d’argento che la tenevano imprigionata, lei non reagì. Una smorfia di dolore attraversò il volto dell’uomo quando afferrò il metallo e lo strattonò.

“Uscite con i vostri piedi o devo caricarvi sulle spalle?” s’informò l’Esecutore. La donna guardò l’Arconte con aria interrogativa.

“Non fate caso ai suoi modi” la tranquillizzò quest’ultimo. “È rozzo, ma efficace. Non voglio assolutamente farvi fretta, ma si dà il caso che questo sia una specie di salvataggio. Possiamo procedere?” la invitò, rivolgendole un altro sorriso caldo.

La donna lo guardò, poi tornò a guardare l’Esecutore. Non aveva affatto l’aspetto rassicurante di un salvatore, non ne aveva i modi. Ma non era il momento di indugiare in sterili puntigli.

Porse la mano all’Arconte e lasciò che la traesse fuori dalla sua prigione.

 

Una settimana prima

 

Il taxi filava lungo la superstrada a due corsie, librandosi su sopraelevate risplendenti di fari giallastri e insegne al neon, per poi immergersi in sottopassi illuminati a giorno da file di led.

L’illuminazione artificiale era tale da rendere difficile rendersi conto in quale momento del giorno o della notte ci si trovasse. C’era da credere che la gente, da quelle parti, avesse una gran paura del buio…

Man mano che ci si allontanava dalla zona dell’aeroporto Václav Havel, tuttavia, la situazione iniziò a mutare. Le strade erano ancora illuminate, ma più sobriamente, come se l’avvicinarsi alla città rendesse necessario adeguarsi alla nuova atmosfera. Quando poi il mezzo iniziò a percorrere le vie del Malá Strana, il Piccolo Quartiere, all’improvviso parve aver imboccato una sorta di porta dimensionale che conduceva in un altro secolo. Gli eleganti lampioni a gas che rischiaravano l’oscurità con polle di luce ambrata parevano galleggiare a mezz’aria. Le dolci colline del Castello e del Petřin racchiudevano l’orizzonte in un sogno evanescente e più in là la Moldava si snodava come un nastro d’argento guizzante.

“Non ti piace?”

Fu Guillaume a rompere il silenzio dopo un tempo indefinito. Raistan non avrebbe saputo dire quanto fosse durato. A essere sinceri, si era perso da un po’ a osservare quel paesaggio pazzesco e mutevole, e si stava giusto domandando se il tassista non si fosse sbagliato e non li avesse riportati nel dannato ‘800. Ma non c’era bisogno di essere sinceri, non riguardo a quel genere di cose.

Distolse lo sguardo dal finestrino, si raddrizzò e fissò l’uomo seduto di fronte a lui.

“Cosa, il giro turistico?” domandò con più asprezza di quanto fosse necessario. Ma faceva parte del gioco tra lui e il damerino in bianco. Lui doveva mostrarsi cinico e un po’ rozzo, incurante della bellezza che lo circondava, e Guillaume poteva salire ancora una volta in cattedra, da bravo arcangelo impietoso, lasciar grondare biasimo su di lui e poi rimbrottarlo dolcemente, magari dicendogli che era una ‘bestia’. E a quel punto Raistan era ufficialmente autorizzato a comportarsi come tale, con una certa soddisfazione per entrambi.

Ma non era quello il momento, non era quello il luogo.

Erano lì per lavorare, dopotutto.

“Ho sempre pensato che Praga fosse una città dannatamente romantica” riprese Guillaume, “Almeno dopo la Terza defenestrazione. E un po’ prima della sua Primavera…” Aggrottò un poco la fronte altrimenti liscia come alabastro, come se valutasse le proprie parole.

“Ti prego, risparmiami la lezione di storia. Piuttosto, spiegami meglio di chi ci dobbiamo occupare questa volta, e quali sono le accuse.”

Guillaume indicò con un cenno della mano l’autista alle spalle di Raistan, accompagnandolo con un’occhiata eloquente. Non si poteva essere certi che l’umano alla guida non capisse l’inglese, anzi, era probabile che fosse così. E mettersi a discettare di leggi vampire, di maghi e di Rodolfo II buonanima, che in teoria era passato a miglior vita nel 1612, ma in pratica aveva governato la città fino alla settimana prima come Immortale, poteva essere sconveniente.

L’Olandese sbuffò e tornò a dedicare la propria attenzione allo scenario che scorreva al di là del finestrino.

“Sai niente di questo albergo in cui alloggeremo? Spero che avranno tenuto conto delle nostre… esigenze particolari, quegli stronzi del Consiglio. Immagino il loro entusiasmo per averti dovuto convocare.”

“No, non ne so nulla, tranne che si trova nello Staré Mesto, il quartiere più antico della città. Vedrai, sarà attrezzato con ogni confort. E poi adoro quella parte di Praga. Mi riporta alla mente tanti ricordi, più o meno piacevoli.”

Un sorriso nostalgico affiorò sul viso perfetto del francese. Raistan preferì non approfondire quali fossero, soprattutto quelli spiacevoli. Anche lui conosceva la città, anche se non vi aveva mai soggiornato a lungo. Giusto il tempo di visitarla come turista, circa un secolo prima. E se qualcuno avrebbe potuto trovare buffa l’idea di un vampiro turista, beh, che si fottesse. Con tutto il tempo che avevano a disposizione, dedicarsi alla conoscenza delle principali città, europee e non, gli era sempre sembrato un dovere morale.

Il taxi avanzava lentamente nel dedalo di viuzze che costituivano la Città Vecchia.

Nonostante l’ora tarda, le strade erano ancora popolate di turisti, musicisti e artisti. Raistan sperò che il loro hotel si trovasse in una strada un po’ più defilata. Non gli piaceva il chiasso sotto le finestre. Ma quando la macchina si fermò all’imbocco di un vicolo e l’autista fece loro capire che gli era impossibile infilarcisi senza rimanere inesorabilmente incastrato, il vampiro avrebbe preferito non aver espresso quel desiderio. Guardò prima l’umano, poi Guillaume, che stava ascoltando con attenzione l’astruso blaterare di quest’ultimo, in una lingua vagamente assimilabile all’inglese, e poi di nuovo fuori dal finestrino. Doveva essere uno scherzo. Quel… quel budello buio e desolato non poteva ospitare un albergo! Non uno degno di questo nome, almeno. Adesso, invece che indietro nel tempo, gli sembrava di essere finito a capofitto nella Londra alternativa dei libri di Harry Potter. E quella doveva essere la versione brutta di Diagon Alley.

Vide Guillaume aprire la portiera e scendere dall’auto, e fu costretto a seguirlo; l’autista scaricò le loro valige, li squadrò con sospetto, intascò il denaro che il Francese gli stava porgendo, poi indicò ancora una volta il vicolo e risalì in macchina, partendo con brio.

“Non ci credo” mormorò l’Olandese, guardando desolato Guillaume. “Dev’essere uno scherzo. Dimmi che è uno scherzo.”

Il Francese invece scrollò le spalle e si addentrò nella cupa stradina con il proprio bagaglio, costringendo Raistan a seguirlo di nuovo. L’Olandese non poté fare altro, lasciandosi dietro una scia di imprecazioni che avrebbero fatto impallidire un demone dell’inferno.

Man mano che camminavano, la luce dei lampioni sulla via principale si faceva sempre più debole. Guillaume camminava con lo sguardo rivolto verso l’alto, osservando i muri delle case che incombevano su di loro, come cupi guardiani, fino a quando si fermò a indicare qualcosa a Raistan.

“È qui. Vedi l’insegna?”

“Quale in…” stava per rispondere l’Olandese, giudicando che l’Arconte stesse diventando pazzo come quella stramba città. Ma poi la vide anche lui. Skrytý Hotel, diceva una scritta su un discreto cartello di legno intarsiato, al di sopra di un’altrettanto discreta porta verniciata di verde scuro. Assomigliava un po’ a quella del 10 di Downing Street, a Londra, ed era altrettanto lucida. Skrytý Hotel. Hotel Nascosto. Alla faccia dell'appartato, pensò Raistan, ma la cura con cui la porta era stata mantenuta pulita lo rincuorò leggermente. Visto che non c’era un campanello, Guillaume si adattò a usare il pesante batacchio al centro dell’uscio.

“Come minimo ci verrà ad aprire Igor di Frankenstein” bofonchiò l’Olandese. E quando la porta si aprì, scoprirono che non si era allontanato poi molto dalla verità. Un minuscolo umano un po’ storto, tutto vestito di nero, si parò davanti a loro esibendo un sorriso popolato di buchi. Raistan non riuscì a frenare una risata con una nota vagamente isterica, ma l’occhiata di Guillaume lo indusse a smettere subito.

“Voi siete signori di Francie, sì? Prosím, prosím, posadit se! Accomodatevi, e benvenuti allo Skrytý Hotel!” Si spostò per fare spazio a Guillaume e Raistan, invitandoli a entrare con un gesto del braccio pieno di enfasi e impazienza. Raistan gli sfilò accanto squadrandolo con un ghigno, confrontando la propria mole con quella dell’omino.

Prosím, prosím! Le vostre stanze sono pronte, sì. Báječný vista su Karlův Most, sì?”

La hall dell’albergo difficilmente si sarebbe potuta definire davvero tale, viste le dimensioni, ma era graziosa e ben curata, con il bancone della reception di legno scuro lucido come la porta e paesaggi raffiguranti le bellezze di Praga dipinti da una mano felice. Al centro del soffitto pendeva un lampadario che avrebbe fatto gridare al miracolo un amante dei cristalli di Boemia, acceso in quel momento a diffondere luce e magici riflessi tutto attorno. E il pavimento, di legno, era ricoperto di un tappeto dai colori brillanti che la luminosità faceva risaltare al meglio. Non ebbero molto tempo per apprezzare tutto questo: l’umano sfrecciò con insospettabile energia su per la scala che occupava il lato sinistro della piccola sala, costringendoli a seguirlo a passo più che veloce.

“Ma che ha, fretta? Tu capisci quello che dice, a proposito?” disse Raistan, salendo tre a tre gli scalini ricoperti da una passatoia un po’ consunta.

“Più o meno, sì. E tu smettila di ridere ogni volta che lo guardi. Non è serio, per un Esecutore!” gli rispose Guillaume, che non gli avrebbe mai confessato che il suo primo impulso, quando la porta si era aperta, era stato di fare altrettanto.

“Dai, Fiorellino, come si fa a non ridere? Dici che si chiama Igor anche lui? Magari proprio Aigor? Glielo puoi chiedere?” Si produsse in una perfetta imitazione del personaggio reso immortale da Marty Feldman, guadagnandosi uno scappellotto sulla nuca dal francese, che si stava divertendo un mondo. La verità era che odiava la missione che era stata loro affidata, che prevedeva il Giudizio Supremo nei confronti di una donna che aveva sempre ammirato. Gli risultava davvero difficile credere che Lenka Knežević avesse potuto assassinare il suo stesso padre. Il modo, poi… i dettagli dell’omicidio avevano fatto arricciare il naso persino a lui, che riteneva di aver visto, nella sua lunga vita, cose capaci di popolare gli incubi di un uomo per un decennio, o forse più. Il povero Rodolfo era stato vetrificato, niente meno. Come sua figlia avesse potuto riuscirci, e da chi avesse ottenuto l’aiuto e le conoscenze necessarie a perpetrare un crimine simile, erano parte delle informazioni che era stato chiamato a ottenere durante il procedimento. Ma se avesse dovuto dire che era ansioso di cominciare, avrebbe mentito.

Raistan, con la sua imprevedibilità, il suo spirito caustico e la sua strampalata ironia,  alleggeriva l’atmosfera e lo faceva ridere anche in momenti in cui avrebbe giurato che non ci sarebbe mai potuto riuscire. Era uno dei motivi per cui lo amava e desiderava condividere con lui il proprio tempo e le proprie incombenze.

L’umano, intanto, aveva percorso parte di un corridoio al primo piano e si era fermato davanti a una porta recante il numero 6 in ottone luccicante. E sembrava non stare più nella pelle all’idea di aprirla. Lo fece, armeggiando con la chiave e spalancando l’uscio con una mossa teatrale, come se dovesse mostrare loro chissà quale meraviglia contenuta all’interno.

“Questa prima camera, sì? Prosím, prosím!” Di nuovo si sbracciò per invitare i due vampiri a precederlo nella stanza, poi si precipitò verso la finestra. Scostò le tende, aprì gli scuri e li invitò a unirsi a lui nel rimirare il panorama al di fuori. Non aveva mentito. Il Ponte Carlo, Karlův Most in lingua ceca, riluceva davanti a loro in lontananza, grazie alla sapiente illuminazione che ne metteva in risalto le arcate e la torre gotica che ne costituiva l’accesso.

“Bello” commentò Raistan “ma a me interessa di più che le imposte siano inviolabili dall’esterno e a prova di luce.” E mentre lo diceva, squadrava l’umano senza più traccia di ironia sul viso. Per la prima volta da quando li aveva accolti, il sorriso dell’ometto vacillò e i suoi occhi di un celeste slavato si sgranarono. “Signore mio, nessuno, di vostra nobile stirpe, ha mai… spálený, bruciato, sì? fra le mura dello Skrytý Hotel! Ne va di suo buon nome! Molto raccomandato tra vampiri di tutta Europa, sì.”

“Oh, interessante. Esiste il Tripadvisor per vampiri? Non lo sapevo. Che cosa ci scrivono, “Bare comodissime e una splendida vista sul cimitero monumentale più vicino”?”

Raistan guardò Guillaume che stava inutilmente tentando di mantenersi impassibile e che gli rifilò una gomitata nelle costole alquanto dolorosa. Bête, gli sillabò, forse conscio dell’effetto che aveva su di lui quell’appellativo. Una risatina stridula come gesso che sfregasse su una lavagna li fece voltare entrambi a guardare il loro accompagnatore. “Ah ah, signore alto scherza, io ho capito! Voi potete stare tranquilli in nostro albergo, davvero. È la camera di vostro gradimento?”

Lo era, se si escludeva, forse, la tappezzeria un po’ troppo floreale. Ma il letto era grande e sembrava comodo, gli arredi di foggia antica scelti con gusto e il bagno, immacolato, conteneva una doccia che prometteva meraviglie.

“Sì, non è male” concesse Raistan, mentre Guillaume annuiva per confermare.

Ringalluzzito da quel complimento, l’omino ripartì di gran carriera verso la porta. “Adesso io mostro voi altra camera!”

Raistan si voltò verso Guillaume, come a chiedere spiegazioni. “Abbiamo chiesto due camere?” gli domandò, perplesso.

“Non abbiamo chiesto niente. Devono aver dato per scontato che…” rispose Guillaume, stringendosi nelle spalle.

“Ma io non voglio un’altra camera! Questa basta per tutti e due!” protestò l’Olandese.

Di nuovo il sorriso dello pseudo-Igor vacillò, e in modo molto più evidente.

“Signore alto sta scherzando di nuovo, sì?” Di nuovo quella risatina stridula echeggiò nella stanza, ma l’espressione gelida di Raistan e quella impassibile del vampiro vestito di bianco lo indussero a smettere subito. Sul viso gli rimase la smorfia di chi abbia appena addentato un limone particolarmente aspro.

“Ho la faccia di uno che sta scherzando, Aigor?” gli sibilò l’Olandese a poche spanne dal viso.

L’umano giudicò che fosse consigliabile non rispondere. Anche il suo sorriso indiavolato era sparito.

“Bene, bene. Se è così che voi preferisce, io lascio voi. Televisore ha tutti i canali migliori. Anche canale di Orrore, con tutti film su vampiri! Se voi bisogno, usa telefono. Buona notte signori, sì?”

Guillaume gli allungò una mancia generosa e lo ringraziò, poi si chiuse la porta alle spalle.

“Ce lo guardiamo un film sui vampiri?” propose, e finalmente si concesse una risata.

 

Come spesso accadeva, la sera dopo Guillaume si svegliò per primo.

Aprì gli occhi nell’oscurità vellutata della stanza, e subito avvertì la presenza ingombrante e confortevole di Raistan accanto a sé. Nonostante tutto, faticava ancora a concepire come riuscisse a condividere il sonno diurno con un altro immortale. Soprattutto, faticava ad accettare come ciò gli risultasse piacevole.

Rimase a fissare il soffitto, che la sua vista sovrumana gli permetteva di intravedere, solo un’oscurità più fitta sopra di lui.

Tra poco anche Raistan si sarebbe destato. Tra poco sarebbero usciti insieme, lungo le vie della Città d’oro, tra i suoi vicoli pieni di magia e antiche nebbie. Non era una gita di piacere, la loro. Di rado potevano concedersene, ma dopo i fatti di Parigi era più di quanto Guillaume avesse sperato di ottenere. Allora si era trattato di operare una scelta obbligata: rinunciare a Raistan per sempre o scendere a patti con le più antiche istituzioni che reggevano le sorti della loro stirpe. Non era stata la prima volta che si trovava a dover barattare la propria libertà con un qualche vantaggio da parte degli antichi Consigli. Ma era la prima volta che lo faceva per una questione così dannatamente personale. Se avesse avuto ancora degli amici, qualcuno di loro avrebbe potuto chiedergli se ne fosse valsa la pena. Ma non era rimasto nessuno a potergli rivolgere certe domande. Lo faceva lui stesso, ogni tramonto, quando si svegliava e tornava a essere consapevole del suo ruolo di Arconte. Arconte. Quante volte nel corso dei secoli si era trovato a doversi confrontare con simili figure? In almeno un paio di occasioni aveva dovuto ergersi ad avvocato difensore per scagionare dalle loro accuse qualcuno che gli stava a cuore. In altre occasioni l’imputato era stato lui. Solo in pochi casi l’esito era stato favorevole. Come tutti coloro che detenevano potere assoluto, gli Arconti erano temuti e odiati. Il loro arrivo era sempre e comunque preludio al dolore, qualunque fosse l’esito della loro indagine, qualunque fosse la sentenza. Erano guardati con biasimo e paura. Non poteva dire che quel ruolo gli piacesse. Ma c’era di peggio. Senza contare che era stato l’unico modo per strappare Raistan dalle grinfie del Kilarmeth, il tribunale supremo del Clan dei Diurni. Già. L’unica ragione per cui si era piegato a quella farsa. Anche se erano secoli che si sentiva dire che i suoi talenti, messi al servizio della politica vampirica, avrebbero potuto apportare non pochi vantaggi. Non a lui, questo era certo. Ma non era questo il punto, non in questo caso. I capelli dell’Olandese gli solleticavano il collo e la spalla nuda. Chissà come, ogni volta che scivolavano nel sonno, al risveglio si ritrovava avviluppato nei suoi capelli come in un bozzolo argenteo. Se ne fece scorrere una lunga ciocca tra le dita, godendo della loro consistenza serica.

Forse non aveva fatto un favore nemmeno a Raistan, costringendolo ad assumere il ruolo di Esecutore. Assurdamente non ne avevano mai parlato. Dopo che lui si era presentato a Parigi sbandierando la recente nomina e rivendicando l’Olandese come suo sottoposto, avevano iniziato a viaggiare insieme, andando ovunque i loro servigi venivano invocati, e avevano svolto il proprio dovere con serietà e senza alcuna remora, esattamente come ci si aspettava da loro. Guillaume giudicava ed emetteva la sentenza, Raistan la eseguiva, a mani nude, o secondo i metodi della tradizione. Nessuno aveva avuto da ridire. Nessuno si era lamentato. Anzi, la loro fama si stava spandendo rapidamente tra il Vecchio e il Nuovo mondo, con sommo orgoglio del Kilarmeth, che inghiottiva volentieri il veleno in nome delle lodi che giungevano a celebrare il loro figlio più audace.

Guillaume richiuse gli occhi, scostandosi dolcemente di dosso Raistan. Era ozioso porsi certe domande, era inutile. Ciò che era fatto era fatto, e la sola verità era che non ci sarebbe stato un altro modo per loro per stare insieme, non ci sarebbe stato un altro luogo.

E quella sera avrebbero dovuto scendere sotto il cimitero ebraico, ad ascoltare le accuse mosse a Lenka Knežević dalla sua stessa gente, dal suo stesso fratello, Karel. Li ricordava entrambi, in occasione del loro ultimo incontro. Quanto tempo era trascorso? Rodolfo era sempre lieto di rivederlo. Lo chiamava ‘il mio più vecchio amico’, e mai espressione avrebbe potuto essere più corretta, dal momento che Guillaume gli aveva fatto visita molti secoli prima, quando Rodolfo era ancora un mortale ossessionato dall’alchimia e dal mistero della vita eterna. Era stato grazie a lui, alle loro lunghe dissertazioni notturne, che Rodolfo aveva appreso il potere del Bacio immortale. Lo aveva supplicato di concederglielo, naturalmente, e Guillaume aveva rifiutato, ancora e ancora, ma il Re non se ne aveva avuto a male. In seguito, dopo aver trovato un vampiro più accomodante disposto a donargli la vita eterna, era stato lieto di incontrare nuovamente Guillaume, questa volta da pari, e intrattenersi notte dopo notte, indagando i segreti dell’universo. Non era mai cambiato, Rodolfo, non aveva mai perso quella curiosità, quella passione che lo spingeva a esplorare, a scavare oltre lo scibile. Sua figlia era come lui, nonostante la sua indole riflessiva e il suo aspetto algido la rendessero all’apparenza meno coinvolta nei propri studi. Karel, poi, appariva ancora più freddo e distaccato da ogni cosa. A volte osservandoli insieme, Rodolfo e la sua splendida progenie, Guillaume si stupiva a pensare come lui sembrasse il Neonato innamorato della Notte e delle sue infinite possibilità, in confronto a quei due giovani vampiri così seri e compiti.

Ma questo accadeva secoli prima. E ora Lenka si era macchiata del crimine di tutti i crimini, una colpa che andava oltre ogni misericordia. Non sarebbe stato facile giudicarla. Non sarebbe stato facile comprendere le sue ragioni. Non era compito dell’Arconte discutere le decisioni di un tribunale cittadino, e il tribunale di Praga si era già pronunciato. Però. C’era un però, e quel però aveva a che fare con Rodolfo e con lui, e con Lenka, che li osservava in silenzio conversare per tutta la notte, senza perdere una parola, senza fare nulla per celare l’amore che provava per il padre, la gratitudine verso quell’amico speciale che era tornato ancora una volta a parlare con lui, a renderlo felice.

Senza fare rumore raggiunse il bagno e aprì l’acqua nella doccia. Tanto valeva prepararsi, mentre Raistan si svegliava dal suo sonno.

 

Quando infine Raistan aprì gli occhi, Guillaume aveva quasi finito di vestirsi. Rimase a osservarlo per un momento, stagliato contro la finestra, le cui tende aperte lasciavano entrare nella stanza un tramonto di sangue. L'Olandese non aveva ancora voluto entrare in merito alla scelta di look che il compagno aveva adottato per il suo ruolo di Arconte. Intuiva che la sua peculiarità avesse a che fare con la scarsa propensione di Guillaume per il ruolo stesso. Era probabile che, vestendo quei panni, il vampiro francese provasse l'esigenza di sentirsi completamente altro da sé. Come un attore che si prepari per interpretare un personaggio che non gli assomiglia affatto, ma che gli è stato assegnato dal regista. Così, smessi i sontuosi completi bianchi di alta sartoria con i quali era solito abbigliarsi, l'Arconte De Joie aveva scelto il nero come biglietto da visita. Mentre lo guardava fissare gli ultimi bottoni della giacca accollata, Raistan non poté fare a meno di pensare che gli donasse molto. Il tessuto nero e lucido creava un contrasto drammatico con il pallore innaturale del suo volto, enfatizzando i lineamenti severi e delicati a un tempo. Anche la scelta di raccogliere i capelli e pettinarli all’indietro, lasciando il viso libero, rendeva ancora più austera la sua figura, ma gli conferiva anche una sorta di struggente fragilità. O forse era solo lui a vederlo così.

Scivolò fuori dal letto senza fare rumore e si portò alle sue spalle. Il completo rigoroso sembrava cucito intorno al suo corpo snello e armonioso, le membra fasciate dalla stoffa con precisione chirurgica. Raistan si domandò se fosse così che Guillaume appariva quando era un giovane mortale, un ugonotto cresciuto nella rigidità e nel rigore, scaraventato nel cuore corrotto e impietoso di una delle corti più marce d'Europa. Scacciò quel pensiero mentre sollevava le mani e le passava sui fianchi dell'uomo davanti a sé, percorrendone la figura. Guillaume non amava che lui ipotizzasse troppo sul suo passato, che tentasse di scoprire più di quello che lui gli concedeva, attraverso le parole o più spesso attraverso il sangue. Lo sentì irrigidirsi impercettibilmente al suo tocco. Sembrava così delicato che sarebbe bastata una pressione troppo violenta per spezzarlo. Ovviamente non era così. Guillaume era dannatamente forte, e in veste di Arconte faceva una paura fottuta non solo a tutti coloro i quali erano chiamati a subire il suo giudizio, ma perfino a quelli che lo avevano invocato.

Lo voltò verso di sé e studiò quel volto senza età che sembrava cesellato nell'alabastro.
    "Dobbiamo andare" dichiarò Guillaume, senza tuttavia sciogliersi dalla sua stretta.

Raistan si chinò e gli baciò lo zigomo destro, poi il sinistro. Come sempre accadeva, bastò quel semplice contatto per incendiargli il sangue, per farlo ardere di desiderio per lui. Ma non era tempo.

“Agli ordini, Arconte De Joie” rispose, lasciandolo andare con un sospiro. “Devi darmi il tempo di prepararmi, però. E aiutarmi con quella maledetta divisa. Mi chiedo se gli altri Esecutori abbiano bisogno dell’aiuto del loro capo per riuscire a vestirsi…”

“Questo non lo so. Di sicuro tu sei il più affascinante. Dai, sbrigati, non possiamo far aspettare quella gente.”

“Tu sei l’Arconte Supremo. Puoi fare quello che ti pare. Vado, vado…”

Si concesse una rapida doccia poi tornò in camera, dove l’equipaggiamento destinato al suo ruolo lo attendeva sul letto sfatto. Pantaloni di pelle nera, stivali al ginocchio, un lungo cappotto chiuso da alamari metallici a rivelare cinghie incrociate sul petto nudo al di sotto e un coprispalle metallico, più coreografico che utile, a completare quella mise che avrebbe mandato in estasi Eloisa e le sue amiche fanatiche di videogames.

Il paletto di legno intarsiato con la punta d’argento, lo strumento di morte di cui si serviva nel suo ruolo di Esecutore, era agganciato a una delle cinghie, ben visibile in tutto il suo letale splendore. Un regalo di Guillaume, quello.

“Aiutami con queste maledette fibbie…”

Guillaume lo accontentò, non prima di avergli riservato una lunga occhiata compiaciuta.

 

“Ben ritrovati, signori di Francie!” Così li accolse festosamente il prodigo Igor, quando li vide scendere lungo la stretta scala. “Avete riposato bene, sì?”

Guillaume lo gratificò di un cenno di assenso e un breve sorriso. Alla comparsa di Raistan alle sue spalle, l’ometto parve perdere per un momento la sua loquacità e rimase a fissarli entrambi con una sorta di reverenziale timore. “Voi entrambi molto eleganti, signori. Fascinující. Hrozné…”

Quella duplice definizione, affascinanti e cattivi, piacque all’Arconte, che finalmente rivolse un sorriso all’umano.

“Sei molto gentile, Igor. E lo Skrytý Hotel è all’altezza della sua fama.” Quelle parole fecero gonfiare l’uomo di orgoglio. Guillaume proseguì: “Tra poco ci verranno a prendere. Mi chiedevo se il servizio prevedesse anche la cena.”

Quella richiesta non parve cogliere impreparato Igor.

“Io aspettava quella domanda. Si vede che il signore di Francie è abituato a essere servito bene” disse, con fare sornione. “Per ospiti meno illustri c’è servizio frigo bar, ma per voi io ha pensato a cena speciale” concluse, tutto fiero.

Lo sguardo scettico di Raistan non parve scoraggiare il suo entusiasmo, mentre li guidava attraverso la hall in un corridoio che conduceva a una leziosa sala da pranzo. Il colore dominante era il rosa salmone, che caratterizzava i pesanti tendaggi che scendevano lungo le pareti a coprire indistintamente intonaco e finestre nascoste, le tovaglie dei tavolini rotondi, la fodera di raso che rivestiva le sedie, perfino il soffice tappeto disteso sul parquet. L’illuminazione era costituita da graziose applique coperte da paralumi dello stesso colore.

“Fine. Sembra di stare in un bordello” osservò Raistan, prendendo posto di fronte a Guillaume a uno dei tavolini. Il Francese gli rispose con un’occhiata divertita e di disapprovazione a un tempo.

Igor tornò quasi subito recando un vassoio su cui erano poste due grandi coppe dall’aria antica. Erano alte, in vetro pesante e rosso, montato su un’intelaiatura di metallo. Lungo il bordo superiore e sulla base erano incastonate gemme di vetro scarlatto. Ancora prima che l’uomo le posasse davanti a loro, Guillaume e Raistan percepirono l’odore di sangue fresco.

Bon Appétit!” augurò loro l’ometto, ritirandosi col vassoio sottobraccio.

Guillaume sollevò la pesante coppa e osservò per un istante il contenuto. Poi la alzò in direzione di Raistan.

Santé, Raggio di Sole” mormorò, prima di portare la coppa alle labbra e assaggiare. Non si trattava di plasma scongelato, questo era certo. E non sembrava nemmeno sangue animale. Mentre sorbiva il liquido tiepido Guillaume decise che doveva trattarsi inequivocabilmente di sangue umano appena spillato. Sarebbe stato interessante scoprire i segreti della cucina dello Skrytý Hotel, in quella o in un’altra occasione…

Anche Raistan bevve, avidamente, la fronte corrucciata, come spesso accadeva quando si stava nutrendo. Quando ebbe finito e posò la coppa le sue labbra erano accese di un vermiglio malevolo.

“Tutto sommato potrei rivalutare Aigor” commentò soddisfatto, passandosi il dorso della mano sulla bocca con un ghigno.

Guillaume non ebbe nulla da eccepire. Si godettero il piacevole torpore indotto dalla sazietà scambiando solo poche parole, finché Igor tornò per avvertirli che l’auto era arrivata.

 

Il Cimitero ebraico era stato per oltre trecento anni l’unico luogo in cui gli ebrei di Praga potevano seppellire i propri morti. Questo su un appezzamento di terreno davvero angusto, stretto tra gli edifici del quartiere Josefov, custodito dall’ombra secolare di alti alberi di sambuco, le cui radici dovevano contendersi lo spazio già esiguo con i cadaveri. Gli ebrei non si erano lasciati abbattere. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, avevano continuato a stipare i loro morti, uno strato sopra l’altro. A ogni nuova sepoltura, toglievano la lapide, aggiungevano il nuovo ospite, e poi ripiantavano la lapide vecchia accanto a quella nuova. Nessuno si era mai lamentato della sovrappopolazione. Il risultato era alquanto caotico, ma anche oltremodo suggestivo, come dimostrava il fatto che il Cimitero ebraico era una delle principali attrazioni turistiche di Praga.

Poteva dunque sembrare un controsenso che la comunità dei vampiri praghesi avesse scelto proprio quel luogo come ritrovo. Ma la soluzione presentava notevoli vantaggi. Intanto a nessuno sarebbe venuto in mente di mettersi a scavare sotto centomila ebrei morti. Perfino i tedeschi, durante la sanguinosa occupazione della città, sotto l’egida dello sciagurato SS-Obergruppenführer Reinhard Heydrich, soprannominato per i preziosi servizi resi al Reich in territorio boemo ‘il boia di Praga’, non avevano toccato il cimitero. Lo consideravano una sorta di memento per i posteri, a imperitura memoria di un popolo che loro avevano condotto all’estinzione. A volte la logica nazista era un po’ contraddittoria…

A ogni modo, il Cimitero ebraico si era rivelato una scelta felice per i vampiri di Praga e per il principe Rodolfo, che sotto di esso aveva stabilito la propria dimora.

Mentre l’elegante berlina nera che era stata mandata a prenderli costeggiava il perimetro del cimitero, Guillaume non poteva fare a meno di ripensare alle precedenti occasioni in cui si era recato laggiù. Si rammaricava di aver lasciato passare tanto tempo dalla sua ultima visita, avvenuta proprio durante l’occupazione tedesca. La presenza in città di quella feccia non aveva causato troppi problemi alla comunità vampirica. Moriva tanta di quella gente ogni giorno che nessuno faceva caso a qualche cadavere in più, boemo o tedesco che fosse. Rodolfo gli aveva parlato, in quell’occasione, dell’impegno assunto dai maghi di Praga contro i loro ‘fratelli’ nazisti. Già, perché, a differenza dei vampiri, da sempre indifferenti a buona parte delle vicissitudini umane, i maghi erano più propensi a immischiarsi in quel tipo di faccende, si trattasse di semplici scaramucce o di Guerre mondiali. E la comunità magica a Praga era una delle più cospicue d’Europa. Il loro contributo nella lotta contro il Reich era stato tanto ingente quanto del tutto sconosciuto per i comuni mortali. Rodolfo aveva dimostrato da sempre una naturale propensione verso i cultori delle arti magiche. Prima della sua trasformazione aveva invitato a Praga una folla di maghi e alchimisti di ogni etnia e cultura, con l'intenzione di far creare loro la pietra filosofale che gli avrebbe garantito l'immortalità. Era inevitabile che tra quella massa di ciarlatani ci fosse anche qualche vero mago. Una volta divenuto ciò che era, il Principe non aveva perso la sua simpatia verso quella stirpe. Anzi nel corso degli anni la sua frequentazione della comunità magica era stata così frequente ed entusiasta da creare non poco scontento tra le file dei vampiri che si vedevano in qualche modo traditi dal loro stesso Signore. Ma Rodolfo era stato un Principe tale da far passare in secondo piano certe sue stravaganze. Inoltre, l’affermarsi presso la sua corte di una piccola schiera di vampiri dediti alla magia, aveva rasserenato un po’ i puristi della stirpe.

Ora che Rodolfo era morto, cosa sarebbe accaduto?

L’auto si era fermata nel cortile di un piccolo e anonimo caseggiato poco lontano dal cimitero. Guillaume ricordava che esistevano diversi accessi, che venivano cambiati con una certa frequenza per garantire la massima sicurezza ai vampiri. Mentre il loro silenzioso autista li guidava all'interno dell'edificio e lungo la scala che scendeva nelle cantine, Guillaume immaginò che i piani superiori fossero presieduti da guardie ghoul al servizio della Corte di Praga.

“Questo posto avrebbe bisogno di una tinteggiata” gli sussurrò Raistan all’orecchio. Guillaume trattenne un sorriso. Non era l’occasione giusta per ridere, e, una volta arrivati là sotto, sarebbe stato anche peggio, ma fu grato all’Olandese per quell’estremo tentativo di risollevargli il morale. In effetti la scala lungo cui stavano scendendo era quanto di più desolante si potesse immaginare: intonaco scrostato, una ringhiera che avrebbe necessitato di una generosa passata di antiruggine. Scesero per quattro rampe, fino a un androne illuminato solo da una lampadina nuda. Vecchie biciclette erano ammucchiate in un angolo, coperte da un velo di ragnatele. L’autista aprì una porticina con una grossa chiave, introducendoli in un ambiente completamente diverso. Le pareti costituite da blocchi di marmo nero levigato riflettevano la luce di un neon montato sul soffitto. Le porte lucide di due ascensori si aprivano sulla parete di fronte a loro. Quando il loro accompagnatore premette il pulsante di comando una delle porte si aprì silenziosamente.

La discesa fu breve, almeno all’apparenza. L’ascensore si aprì in un ambiente pressoché identico a quello da cui erano entrati. Una porta blindata davanti a loro era già stata aperta, segno che erano attesi.

Le pareti del rifugio erano rivestite di marmo nero e davano l’impressione di procedere in un labirinto di scatole poste l’una di seguito all’altra. Dopo aver percorso un paio di corridoi deserti, nei quali i loro passi risuonavano con un’eco metallica, giunsero davanti a una seconda porta blindata a due ante. Il loro accompagnatore la spalancò usando entrambe le mani e li precedette nella sala.

I vampiri di Praga.

Guillaume ricordava un vecchio film con Carroll Borland e Bela Lugosi, I vampiri di Praga, appunto. Nel film il malefico conte Mora e la sua terribile figlia tramavano per uccidere la figlia di un nobile in visita a Praga, ma il loro piano diabolico veniva sventato da un sedicente esperto di occulto. Si era ripromesso di accennarne a Lenka e Rodolfo quando fosse ripassato dalle loro parti. Si era divertito a immaginare l’espressione imperturbabile della donna. Non avrebbe colto lo scherzo, sembrava essere completamente priva di senso dell’umorismo. Il pensiero di lei e di quello che sarebbe accaduto di lì a poco gli procurò un moto di insofferenza.

Forte della presenza di Raistan un passo dietro di sé, avanzò verso il centro della sala. Solo i membri della corte e le personalità di spicco della comunità si erano dati convegno. Per l’esecuzione sarebbero stati molto più numerosi, forse sarebbe servita una sala più grande. A Guillaume questa appariva già considerevole, o forse era solo l’effetto delle luci nascoste che riverberavano sul marmo dando l’impressione di trovarsi in un caleidoscopio nero. Vide subito Karel, circondato da un gruppo di uomini tra i quali appariva poco più che un fanciullo. Non era così, naturalmente. Il figlio di Rodolfo era stato abbracciato alla Tenebra verso la metà del XVII secolo. Un ragazzo taciturno e schivo, che nell’Abbraccio aveva trovato il conforto di una vita contemplativa destinata a non finire mai. Salutò Guillaume con un breve cenno del capo e strinse le labbra. L’uomo al suo fianco lo sovrastava ampiamente e sembrava incombere sulla sua figura sottile. Guillaume non lo conosceva, ma capì subito di chi dovesse trattarsi. Rodolfo gli aveva parlato di quel Pavel Ourada, suo consigliere e guida tra i Vampiri dediti alle arti magiche. In occasione della sua ultima visita non era a corte e non aveva potuto incontrarlo. Se ne sarebbe ricordato, in tal caso. Il suo saluto verso i due illustri ospiti fu più manifesto di quello del Reggente, un inchino formale, durante il quale tuttavia non smise per un istante di fissarli con i penetranti occhi scuri.

“Dò il benvenuto all’Arconte De Joie e al suo Artiglio nella città di Praga.”

Questo fu il saluto di rito che Karel rivolse loro. Guillaume cercò di scorgere nei suoi occhi cosa gli passasse davvero per la testa, cosa avrebbe voluto dire veramente se ne avesse avuta la possibilità. Amava il proprio padre, e ancora di più amava la sorella, di un amore che trascendeva l’Abbraccio, l’eternità. Erano spiriti affini, gemelli nell’anima prima che nel sangue. Quello che era accaduto doveva averlo devastato.

“Io, Guillaume De Joie, assumo il ruolo di Arconte, in nome delle Tradizioni vecchie e nuove” rispose Guillaume, con lo stesso tono. Avvertiva lo sguardo bruciante di Pavel Ourada su di sé, ma si impose di non guardarlo finché non fu Karel a menzionarlo.

“Maestro Ourada, consigliere di mio… del Principe” si corresse il ragazzo, contraendo il volto in una smorfia dolorosa, che solo per un istante ne tradì la fragilità. “Gran Maestro delle arti oscure e del Consiglio dei Sapienti di Praga.”

Pavel Ourada rinnovò l’inchino. Guillaume intuì che in vita dovesse essere stato un sacerdote, ma non avrebbe saputo dire cosa glielo avesse suggerito, forse solo il suo istinto. Aveva labbra tumide, che aprì in un breve sorriso nel salutare lui e Raistan.

“A nome del Consiglio dei Sapienti porgo il mio umile benvenuto all’Arconte e al suo Artiglio. Possa la giustizia correre rapida e pura sulle labbra dell’uno, nella mano dell’altro.”

Ciò detto tornò a ritirarsi discretamente di un passo, seguitando tuttavia ad avvolgere con la propria ombra ingombrante Karel Lucic.

Guillaume rispose con il rigore richiesto a tutti i convenevoli. Riusciva a percepire chiaramente l’insofferenza di Raistan, ma sapeva di poter contare ciecamente sulla sua professionalità, in quei frangenti. Perfino un ribelle come lui sapeva quando fosse il caso di comportarsi bene.

Portati a termine i saluti di rito, in un silenzio pesante, irreale, Karel Lucic invitò gli ospiti a seguirlo presso il luogo in cui era custodito il corpo di Rodolfo. Solo Pavel Ourada li seguì, accompagnato da due vampiri incappucciati dei quali era impossibile distinguere i lineamenti. Gli altri membri della corte rimasero nella sala, uomini e donne che sembravano usciti da una foto in bianco e nero, fantasmi pallidi e silenti in gramaglie.

Guillaume e Raistan seguirono il giovane Reggente attraverso un lungo corridoio, sulle pareti del quale si aprivano piccole nicchie contenenti lampade a olio. Il contrasto delle lampade antiche con la fredda modernità dell’architettura era alienante. Raistan alzò la testa a cercare il soffitto di quella specie di galleria. Dava l’impressione di essere basso, opprimente, a incombere su di lui, quasi a schiacciarlo. Invece era molto alto e si perdeva nell’oscurità. Desiderò essere già fuori, lontano da quella tomba gelida che sapeva di umidità e di cose vecchie, passate, morte e sepolte. Una vita eterna trascorsa in un luogo del genere sarebbe stata per lui una condanna ben peggiore della Morte Ultima.

Forse una frazione dei suoi pensieri e del suo turbamento giunse a Guillaume, che si voltò a guardarlo giusto un attimo prima che si fermassero di fronte all’ultima porta in fondo al corridoio, ma nulla trapelava sul volto dell’Olandese, atteggiato nella più completa impassibilità. Anche la sua postura era rigida, le mani guantate strette a pugno e le spalle contratte.

Fu il Reggente a sbloccare la serratura con una massiccia chiave, rivelando un ambiente immerso nella penombra e ancora più freddo di quello in cui si trovavano. Si fece da parte per farli passare. Si ritrovarono in una piccola cappella dai soffitti a sesto acuto e volte costolonate con ricche decorazioni a fresco.

Al centro, su una specie di altare ricoperto da un drappo di un cupo color cremisi, giaceva un corpo nudo, candido, in una posa di estrema sofferenza che ricordò a Raistan e Guillaume le vittime dell’eruzione vulcanica a Pompei ed Ercolano, cristallizzate per sempre negli ultimi istanti della loro agonia.

Solo che questo era peggio.

Non c’era uno strato di cenere compatta a celare i lineamenti, distorti dal terrore e dal dolore. C’era la brillantezza crudele del vetro che costituiva il corpo a rendere il tutto ancora più vivido e spietato. Non era difficile immaginare come dovessero essere stati gli ultimi istanti dell’esistenza di Rodolfo. Bastava guardare quel viso, che Guillaume ricordava gentile e sorridente, ora stravolto e quasi irriconoscibile, i denti scoperti in una smorfia in quello che non doveva nemmeno essere stato un grido, ma un digrignare feroce di zanne. Il sangue colato dal naso, dalla bocca, impossibile da asportare perché ormai parte di quella grottesca scultura, solcava il volto e si perdeva nella barba, accentuando il suo colore rossiccio. Era sprizzato anche dagli occhi, creando striature in rilievo sulle guance. Quegli occhi che erano la cosa più terribile, a ben vedere: sporgenti, la sclera completamente rossa, e sbarrati, a fissare la morte che veniva a prenderselo, un pezzo per volta. Spaventosi nella loro vividezza come quelli di certe bambole di porcellana, poiché fatti dello stesso materiale.

A rendere ancora più surreale quella scena, la mano destra del Principe, le dita ad artiglio, era appoggiata sul drappo, separata dal resto del corpo da una spaccatura netta all’altezza del polso. E fu quella a confermare a Guillaume e Raistan che un qualche sconosciuto e potentissimo processo alchemico fosse intervenuto a modificare i tessuti interni così come quelli esterni di Rodolfo. Ogni cellula di quel povero corpo dalla schiena inarcata e dagli arti contratti si era fatta vetro.

“E questa?” chiese Guillaume, indicando la mano solitaria e rivolgendosi al Reggente.

Il giovane abbassò gli occhi, imbarazzato. “È stato un incidente durante la rimozione degli abiti. Il responsabile è già stato punito” disse, rialzando lo sguardo in quello dell’Arconte, come se aver rivelato quel gesto gli avesse infuso un sollievo illusorio.

“E quella di un delitto di tale efferatezza lo sarà presto, grazie alla vostra venuta”, aggiunse Ourada, stirando le labbra in un sorriso sgradevole. Raistan dovette consapevolmente trattenere un ringhio. Più tempo passava, meno quel tipo gli andava a genio. Viscido e untuoso come un serpente, e con l’aria da prete stronzo. E poi, andiamo, Maghi? Quando Guillaume gliene aveva parlato, aveva cercato tracce di ironia sul suo viso, ma non ne aveva trovate.

“Vuol dire che se li faccio incazzare mi possono trasformare in rana?” gli aveva chiesto, ridacchiando.

“Sei troppo grosso per essere una rana. Forse un orso. Un grosso, pigro, irritabile e candido orso polare” gli aveva risposto ricambiando il sorriso, per poi tornare serio. “Non è quel tipo di magia, Raistan. Sarebbe meglio se lo fosse. Questa è più noiosa, ma anche molto pericolosa. Ed esiste. Io lo so. La conosco.”

“Quando la vedrò, ci crederò” aveva sentenziato l’Olandese.

E ora, davanti a quel corpo che non aveva più nulla di umano o di qualunque altra specie nella sua struttura più profonda, Raistan incominciò a crederci.

Guillaume combatteva una battaglia silenziosa e solitaria. Percepiva la presenza di Raistan, lo sentiva vicino, e di questo era grato. Sarebbe stato infinitamente peggio se fosse stato solo.

E tuttavia non poteva fare a meno di meravigliarsi di se stesso per il fatto che, davanti a quella ‘cosa’ terribile e ripugnante che era stato un amico per secoli, non riusciva a provare semplicemente dolore. Il suo cordoglio era innegabile, come lo era la curiosità morbosa che lo accompagnava.

Udì la propria voce chiedere: “Come è stato possibile?”, e per un attimo fu lontano da quel luogo, da quel momento, lontano da ciò che era, scaraventato indietro nel tempo, fino a una mattina di settembre, quando era entrato quasi di prepotenza negli appartamenti di Monsieur René le Florentin, Profumiere della Regina Madre, ponendo quella medesima domanda, con un falco trasformato in pietra tra le mani…

“Arconte, siamo a vostra disposizione per rispondere a qualsiasi domanda.”

Fu la voce di Ourada a richiamarlo al presente, alla cappella funebre di Rodolfo, e prima ancora fu Raistan a reclamarlo, senza bisogno di parole.

“Quali sono le prove a carico dell’imputata?” domandò, senza distogliere gli occhi dalla figura contratta e irriconoscibile del Principe.

Karel aprì la bocca per parlare, ma poi parve cambiare idea. Rivolse lo sguardo a Ourada, che prese la parola.

“Negli appartamenti dell’imputata sono state trovate formule e testi riguardanti la vetrificazione. Formule e testi appartenenti ai maghi” specificò solerte il Consigliere. “E questo nonostante il Consiglio avesse proibito qualsiasi genere di traffici con essi. Inoltre l’imputata ha, per sua stessa ammissione, deliberatamente colpito il Principe con una lama stregata.”

Guillaume non poté fare a meno di interromperlo: “E dove si troverebbe questa lama adesso?”

Pavel Ourada nascose le grandi mani nelle ampie maniche della tunica nera e chinò il capo simulando contrizione.

“È stata distrutta durante la cattura dell’imputata. Prima che potesse volgerla contro qualcun altro.”

Questa volta Raistan non poté fare a meno di tradire un ringhio di disappunto. E a ragione. La perdita di una prova così schiacciante non avrebbe potuto che inficiare le indagini.

Come leggendogli nel pensiero Karel intervenne: “L’abbiamo vista mentre lo colpiva, Arconte De Joie. Ci sono diversi testimoni.”

Il cenno di assenso di Ourada confermò a Guillaume e Raistan che lui era tra di essi. Non che ne avessero dubitato.

“Nell’ultimo periodo Lenka sembrava ossessionata da certe pratiche proibite perfino tra i maghi” continuò Karel amaramente. A dispetto dei suoi sforzi per mantenere una facciata imperturbabile e fredda Guillaume poteva percepire chiaramente il suo turbamento. “Restava per giorni e notti chiusa nelle proprie stanze a studiare. Nostro padre tollerava la sua eresia solo perché era lei.”

“Il Principe aveva sempre dimostrato a sua volta molto interesse per queste pratiche” si sentì in dovere di intervenire Guillaume.

“Negli ultimi anni sua Altezza aveva deciso di rinunciare a pratiche blasfeme per abbracciare la vera conoscenza” intervenne a sua volta Ourada. “Solo l'amore che portava alla propria progenie faceva sì che tollerasse le sue bestemmie.”

“Capisco” tagliò corto Guillaume. Capiva che non era il luogo e non era il momento per approfondire certe questioni. Ma ci sarebbe stata occasione. Più restava in quel sotterraneo più si rendeva conto di non aver nessuna intenzione di lasciar condannare Lenka con un processo sommario. Soprattutto perché sarebbe stato lui a dover pronunciare la sentenza.

“Avrò bisogno di esaminare le stanze di Lenka, di vedere a cosa stava lavorando...”

“Arconte De Joie” La voce di Ourada risuonò nella cappella come il fragore di un tuono. E tuttavia l’atteggiamento del vampiro-mago rimaneva deferente. “Le indagini sono già state svolte. Il materiale è stato confiscato, per preservare la sicurezza della comunità. Sarà nostra cura intervenire contro chi ha reso possibile questa atrocità. Il vostro dovere è solo quello di punire la colpevole del crimine.”

Guillaume ebbe la netta percezione di Raistan che si tendeva dietro di lui, pronto a scattare per punire la tracotanza del consigliere. Sarebbe stato suo dovere farlo, qualora l’Arconte avesse deciso che la sua sovranità era stata in qualche modo lesa. Ma Raistan non lo avrebbe fatto certo per senso del dovere. Le labbra di Guillaume si sciolsero in un sorriso morbido come burro.

“Maestro Ourada” iniziò, con soavità, “Il dovere di un Arconte è certamente quello di assicurare che la giustizia vampirica venga compiuta. Non è mia intenzione immischiarmi nelle vostre scaramucce con i maghi di Praga, a meno che, ovviamente, non sia il Reggente a chiedere il mio parere” aggiunse, rivolgendo un sorriso ancora più conciliante a Karel.

“Tuttavia” riprese, mentre il sorriso lasciava le sue labbra e i suoi occhi alla luce palpitante delle lampade assumevano una durezza adamantina, “Proprio perché la giustizia è il fine ultimo del mio mandato, reputo indispensabile che io possa visionare le prove che mi condurranno a pronunciare la sentenza. E sono certo che in questo, come in ogni altra cosa, troverò in voi e nella corte tutta il massimo appoggio e disponibilità” concluse, ficcando gli occhi negli occhi al Consigliere.

Vi fu un singolo istante di silenzio, nel quale la tensione che gravava sui presenti pareva crepitare.

Poi le labbra serrate di Ourada si piegarono in un sorriso terribile.

“Arconte De Joie, ho avuto modo di apprezzare i vostri trascorsi di studioso prima ancora di poter ammirare i vostri successi presso le corti europee. Disponete pure di me e dei miei seguaci come riterrete opportuno, sono certo avremo molto di cui parlare, nelle notti a venire.”

Ciò detto, posò la grossa mano sulla spalla di Karel, come a decretare la fine di quel colloquio.

 

“Io lo impalo, quello stronzo. E non mi riferisco al cuore” ringhiò Raistan mentre la macchina li riportava all’albergo. Aver avuto la possibilità di uscire da quella specie di catacomba gli aveva regalato un sollievo che non avrebbe immaginato di provare. La prima cosa che aveva fatto era stata alzare la testa a guardare il cielo trapunto di stelle, mentre l’aria fresca della sera sembrava cancellare l’odore di umido e di abbandono che si sentiva addosso, simile a un sudario. “La prossima volta che oserà rivolgersi a te in quel modo, sarà l’ultima cosa che dirà su questa terra.”

“Mi piace quando fai il protettivo…” rispose Guillaume, donandogli un sorriso, anche se la sua mente era ancora sotto il cimitero, a ripercorrere le cose dette come quelle non dette. Nella ricostruzione che gli era stata fornita c’erano troppi punti oscuri, e lui non avrebbe pronunciato alcuna sentenza prima di aver capito com’erano andate davvero le cose. E il motivo per cui erano accadute. “Dimmi quello che pensi di questa faccenda, se ti sei fatto un’opinione.”

A volte, da quando avevano assunto il loro ruolo, ricevere un punto di vista diverso con cui confrontarsi gli era stato d’aiuto. Sperava che lo potesse essere anche ora, di fronte a un delitto per lui inspiegabile data l’indole della persona accusata di averlo commesso.

“La mia opinione è che non c’è niente che funzioni. La tipa ha trovato il modo di trasformare in una statua di vetro il genitore, giusto? Ci ha studiato per notti e notti, magari ha fatto esperimenti e adesso è sicura di aver trovato il giusto procedimento. Lo mette in pratica e poi, invece di starsene lì tranquilla a godersene gli effetti, cosa fa? Irrompe nella stanza del Principe e lo pugnala. Che cazzo di senso ha, scusa? E come fanno a dire che il coltello era stregato? Cosa faceva, sprizzava scintille, come la bacchetta del maghetto eroe? Devi parlare con la donna al più presto. E forse avresti dovuto chiedere di esaminare subito il materiale raccolto. Adesso quel pezzo di merda ha tempo di togliere tutto ciò che non ritiene vantaggioso che tu veda. Non mi piace, non mi piace per niente.”

“Ha già avuto tutto il tempo che gli occorreva” commentò Guillaume, meditabondo. “E non possiamo dare per scontato che Ourada nasconda qualcosa solo perché non ti piace. Non piace neppure a me, ma lo stesso si può dire di un sacco di altra gente. Quanto agli studi di Lenka, Karel ha detto che tutto è stato posto sotto sigillo, in attesa della sentenza. E Karel è una delle creature più metodiche e devote alla burocrazia che io abbia mai conosciuto. Ma rimanderei qualsiasi altra esternazione di simpatia nei confronti del Consigliere a quando saremo effettivamente soli” suggerì, lanciando un’occhiata eloquente all’autista. Era vero che si trattava solo di un ghoul umano, ed era vero che l’abitacolo dell’auto era separato dal posto di guida da un vetro insonorizzato. Ma cinquecento anni di paranoia gli avevano insegnato che la prudenza non è mai troppa.

Raistan scrollò le spalle, perdendosi per qualche istante nella contemplazione del paesaggio urbano che scorreva al di là del finestrino. Non vedeva l’ora di ritornare in albergo per togliersi di dosso la divisa da Esecutore e indossare qualcosa di più comodo e anonimo. L’orologio digitale della grossa berlina nera segnava la mezzanotte appena passata. Il che significava che avevano ancora tutta la notte a disposizione per fare qualcosa di piacevole, fuori e dentro la stanza d’hotel. La sua mano si appoggiò sulla coscia dell’Arconte, mentre un sorriso malefico gli affiorava sul viso.

“Adesso basta lavoro, vero?”

Sì. Era ora di concedersi un po’ di svago, e la città ne offriva tutte le opportunità. A Guillaume non era sfuggito il malessere di Raistan, durante le ore trascorse presso la corte di Praga. Sapeva quanto fosse insofferente a riti, convenzioni, formule di cortesia. Si assomigliavano, in quello. In più odiava i luoghi opprimenti, privi di una visuale sull’esterno. Quando gli aveva prospettato per la prima volta la necessità di scendere sotto il Cimitero ebraico aveva visto i suoi lineamenti irrigidirsi e il suo sguardo farsi più cupo.

“Mai un attico sulla cima di un grattacielo, eh? Mai. Sembra che la maggior parte dei membri della nostra razza non aspettino altro che punirsi per quello che sono, per l’eternità. Io preferirei finire in cenere, cazzo” aveva detto, strappando un sorriso pieno di tenerezza a Guillaume. Il suo Olandese, che non voleva saperne di sentirsi morto… e faceva sentire più vivo anche lui.

 

Una volta giunti in albergo, furono accolti da un Aigor più pimpante che mai. La rapidità con cui aprì la porta faceva pensare che avesse trascorso la serata impalato lì, ad attendere il loro ritorno e che lo scopo della sua vita fosse esattamente quello.

“Bentornati signori! Voi trascorso bella serata, sì?” trillò, saltellando loro intorno come un cagnetto fedele.

“Una merda” ringhiò Raistan, sfilandogli davanti diretto alla scala per il piano superiore.

“Grazie Igor, tutto bene” gli rispose Guillaume, compensando la rudezza dell’Esecutore con un tono cortese e un sorriso. Testone di un Olandese…

“Io può fare voi signori domanda, sì?” osò l’ometto, bloccandoli mentre stavano già salendo la rampa. Vederli voltare con lentezza e un’espressione impassibile sui volti senza tempo gli fece temere per un attimo che non fosse stata poi un’idea così buona. Ma l’immortale più esile gli sorrise di nuovo, più luminoso di un angelo, e il povero umano prese coraggio. Bastava concentrarsi su quel sorriso, sul suo invito a parlare, invece che sull’aria truce di quello più alto che sembrava sempre voler sbranare qualcuno, anche solo con gli occhi.

“Perché voi chiama me Igor, se posso io chiedere?”

Una risatina trillante sfuggì dalle labbra di Guillaume, mentre Raistan incrociava le braccia sul petto e lo fissava, serio.

“Non ti piace?” gli chiese.

“No, sì, bellissimo nome, solo non mio. Mio nome è Bohumir, se a voi signori interessa, sì?”

“Come? Boromir? Come l’umano idiota del Signore degli Anelli? Io preferirei chiamarmi Igor, te lo dico sinceramente” sentenziò Raistan, che si stava divertendo un mondo a diffondere confusione e qualche stilla di aura malefica, tanto per non far mancare niente al povero mortale. “Non pensi che Igor sia meglio, Francese?”

Guillaume ritenne che fosse meglio trascinarselo dietro per un polso su per la scala, prima che all’impiegato venisse un ictus. “Ce ne ricorderemo, grazie!” gli urlò, un attimo prima di sparire dietro l’angolo. La risata sguaiata di Raistan rimase ad aleggiare per un pezzo nella hall.

Bohumir sospirò. Tutti squilibrati, quegli immortali, ma pagavano bene, erano tranquilli - specie durante il giorno - e non bisognava sbattersi in cucina per soddisfarli da un punto di vista gastronomico. Era sufficiente avere le conoscenze giuste per procurarsi materia prima di prim’ordine, come quella sera. Gli era stato detto di non badare a spese, data l’importanza dei suoi ospiti, e così aveva fatto. Avrebbe fatto in modo di gonfiare adeguatamente il prezzo, per compensare il rischio di certi… ordini, e tutti sarebbero stati felici. Beh, non proprio tutti. Non i due ragazzini che giacevano, sgozzati, nella ghiacciaia dello Skrytý Hotel. Ma era così che andava il mondo. C’erano le prede, e c’erano i predatori. E Bohumir sapeva benissimo di chi voleva essere alleato.

 

Campane remote fremevano nell’ultimo palpito antelucano.

Vista dall’alto la città sembrava annegare nel suo stesso oro, che nemmeno lo scrigno della notte riusciva a celare, come un tesoro troppo prezioso. I tetti lucenti correvano sotto i loro piedi in un labirinto ammaliante, una selva di abbaini, balaustre, comignoli pronti a spiccare il volo come stormi di pietra. I lampioni facevano colare miele liquido sulle facciate di San Salvatore e San Nicola, verderame sui tetti svettanti. Le statue del Ponte Carlo galleggiavano in uno sfolgorio di fuochi fatui, lanciando segnali silenziosi ai loro gemelli speculari e tremolanti annegati nella Moldava.

Era bella Praga distesa ai loro piedi, come un’amante ebbra della sua stessa bellezza. Offriva generosa la morbidezza delle sue cupole barocche e l’asperità di cuspidi gotiche, l’opulenza di una matrona e l’inquietudine di un efebo nella stessa alcova, in un’orgia al contempo sensuale e spirituale a cui era impossibile sottrarsi.

La notte li ubriacava di oscurità abbagliante, di tenebrosa luce.

Procedevano fianco a fianco, come ombre all’unisono, note concomitanti. A volte uno dei due correva in avanti, solo perché l’altro potesse colmare la distanza, in un procedere ondivago lungo i percorsi insonni e furtivi della Malá Strana. Nel buio effimero di androni occulti soffocavano bocca contro bocca il silenzio dei loro cuori, in spazi segreti ubriachi di solitudine e desideri sospesi.

Praga era un sortilegio velenoso e incontaminato, i suoi peccati bastavano a lavare le loro colpe, a renderli innocenti come non ricordavano di essere mai stati.

Tornarono all’hotel allacciati come amanti d’altri tempi, avviluppati nella foschia grondante del primo albore. Entrarono nella stanza ridendo senza ricordarne la ragione, eppure negli occhi del francese c’era la cicatrice di un sogno infranto, nella bocca dell’Olandese gli ultimi versi di una canzone triste.

Ma Guillaume baciò dalle labbra di Raistan l’amarezza, e Raistan posò sulle sue palpebre il dolce fiore dell’oblio. Ovunque li avrebbe portati la fine della notte, sarebbero stati ancora insieme.

Caddero avvinti sul letto fattosi spuma di mare, cercando la pelle attraverso gli abiti, l’anima attraverso la carne, ogni bacio una promessa immortale, l’ultimo brandello di umanità immolato a un inesausto Amore. Entrarono l’uno nell’altro, corpo, sangue, essenza, rimescolando in un crogiuolo primordiale tutto ciò che era, tutto ciò che avrebbe potuto essere, tutto ciò che non sarebbe stato mai. La bellezza della città riverberava ancora in loro, amplificando ogni emozione, magnificando ogni amplesso, in un’ascesa vertiginosa e inarrestabile verso il più luminoso degli abissi. Quando precipitarono, perché alla fine fu inevitabile, la caduta fu turbinosa, convulsa, accolta da una folla di stelle baluginanti. Giacquero l’uno nell’altro, dolore e piume come cuscino, il sollievo di una lacrima a riflettere l’alba vicina.

 

Non fu facile tornare al cimitero. Non fu facile convincersi ad affrontare nuovamente l’interminabile discesa fino alle stanze di Rodolfo. Ma Guillaume non aveva mai pensato che sarebbe stato facile essere un Arconte. Il solo fatto di non poter fare esclusivamente quello che gli passava per la testa era per lui fonte di un’assoluta insofferenza. Gli bastava tuttavia voltarsi appena e scorgere il profilo imbronciato di Raistan che procedeva un passo dietro di lui per ricordare quanto gli era valso cedere un po’ di libertà.

Ourada li aveva accolti da solo nella grande sala rivestita di marmo nero. Aveva giustificato l’assenza del Reggente con non meglio definiti impegni diplomatici. Guillaume non aveva potuto fare a meno di chiedersi quanto, nelle notti del giovane Karel, fosse lasciato spazio alla diplomazia, quanto alle manovre spinose che avrebbe condotto a un’inevitabile guerra contro i maghi. Di una sola cosa era certo: non provava alcuna invidia per lui.

Gli appartamenti di Lenka erano stati prontamente sigillati, dopo il suo arresto. Una precauzione resa necessaria dalla dannosità dei suoi studi, aveva ribadito il Consigliere. Come se, in qualche modo, le formule sacrileghe che Lenka aveva osato sussurrare nel ventre vetusto del Cimitero ebraico potessero strisciare fuori da sotto la sua porta e infettare con la loro empietà chiunque si fosse trovato nelle sale sotterranee.

Quando si era trattato di restare solo negli appartamenti della Principessa, Guillaume si era ritrovato nuovamente a dover fronteggiare l’insolenza del Consigliere. Ourada non si era limitato a imporre un netto rifiuto alla sua richiesta, ma aveva alzato la grossa mano verso di lui, in un gesto più perentorio che minaccioso, che aveva suscitato una reazione immediata da parte di Raistan. L’Olandese non aveva alzato un dito, ma si era piazzato davanti al naso del vampiro-mago con tutta la sua non indifferente statura, gli occhi conficcati negli occhi, le zanne a stento celate dal labbro superiore fremente.

Guillaume non aveva fatto nulla per fermarlo. Forse avrebbe dovuto, era quello che ci si aspettava da lui. Ma aveva la sensazione sempre più lampante che da molto, troppo tempo a Pavel Ourada fosse stato concesso credere di poter agire in assoluta libertà e impunità nella Praga sotterranea. Sicuramente Rodolfo sapeva cosa faceva, nel concedergli quel potere. Ma Rodolfo era morto, e questo non giocava certo a suo favore, col senno di poi.

Alla fine il Consigliere aveva ceduto, almeno apparentemente. Aveva distolto lo sguardo dagli occhi di Raistan e, chinando il capo, aveva fatto un passo indietro, in segno di sottomissione. Ma quando lo aveva guardato in volto Guillaume non vi aveva letto traccia di remissività. L’ossequio di quell’uomo era più pericoloso della sua esplicita avversione. Avrebbero fatto meglio a tenerlo ben presente, fintanto che si fossero mossi nel ventre purulento del cimitero.

“Esattamente, ricordami cosa stiamo cercando?” domandò Raistan, lasciandosi cadere su una poltrona rivestita di velluto nero.

“Prove. Documenti, appunti, qualunque cosa parli della vetrificazione, o di altre pratiche proibite.”

“Io non sarei così idiota da lasciarli in giro, e tu?” Raistan si alzò dalla poltrona e iniziò a sua volta a esaminare la camera, rassegnato a trascorrere in quel modo parecchie ore.

Poco, in quelle stanze, lasciava indovinare l’appartenenza della loro proprietaria al genere femminile. Sull’antico mobile da toeletta, in un angolo della camera da letto, erano posati pochi oggetti dedicati alla cura personale. Non che Raistan fosse un esperto, ma ricordava la postazione della sua creatrice, affollata di belletti fra i più diversi, boccette dal contenuto misterioso, profumi e monili. Sul mobile in questione, invece, a parte una spazzola e una serie di nastri di seta per i capelli, non c’era nulla. Il piano di marmo nero era impolverato, ma desolatamente vuoto. Anche la mobilia era austera, senza alcuna concessione alla frivolezza. Il tempo si era fermato, sotto il Cimitero ebraico di Praga.

“Ma questa gente esce, ogni tanto? Vanno in giro per la città? Che so, al cinema, a teatro… Dici che sanno in che secolo siamo, e che là fuori c’è un sacco di merda, ma anche cose interessanti? Ringrazio di non dover respirare, perché ogni volta che scendiamo qua sotto mi prende un terribile senso di soffocamento e non vedo l’ora di uscire…”

Guillaume scrollò le spalle mentre esaminava gli scaffali della libreria di Lenka, che occupava un’intera parete della grande stanza. Anche in quel caso, nessuna concessione alla mondanità e al divertimento. Pochissimi i romanzi, e tutti risalenti a epoche passate. Una sterminata raccolta di testi scientifici, invece, e storici, biografie di personaggi morti e sepolti, di alcuni dei quali Raistan non aveva mai sentito parlare. E poi volumi di cronache di viaggio, con cui forse la principessa aveva sublimato il desiderio recondito di vedere il mondo, libera da quelle mura opprimenti e sempre uguali a se stesse anno dopo anno, secolo dopo secolo.

“Ci vorranno giorni, prima di riuscire a controllare tutto, ne sei consapevole, sì? E quel corvaccio là fuori non ce li concederà, poco ma sicuro…” si lagnò Raistan, mentre controllava minuziosamente gli scaffali interni dell’armadio che conteneva solo una pallida parodia dei vestiti che una femmina moderna poteva desiderare, e tutti di foggia antica. Niente che lasciasse intendere uscite spensierate per musei o negozi. Niente che lasciasse pensare a una vita normale nonostante la condizione di immortalità, quale lui e Guillaume cercavano di condurre. Un pannello leggermente fuori posto sul fondo del mobile attirò la sua attenzione, come se fosse stato smosso di recente e risistemato senza una cura eccessiva. il vampiro si inginocchiò sul pavimento di pietra, scostò gli abiti con un gesto brusco e si mise a tastare il legno, cercando un punto su cui far leva per poterlo estrarre. Non ne trovò, non a un esame sommario, e decise di sveltire le pratiche: con un pugno lo sfondò, rivelando una piccola area dietro di esso.

“Che cosa combini, Raggio di Sole?” gli chiese Guillaume, allarmato dal rumore.

“Credo di aver trovato la biblioteca segreta della tua fanciulla.” Quando si voltò, reggeva fra le braccia tutta una serie di pergamene e di rotoli di carta ingiallita, oltre ad alcuni volumi dall’aria vetusta. “Ce ne sono altri” disse, lasciandoli cadere sul pavimento e inabissandosi di nuovo nelle profondità dell’armadio. “Magari c’è anche l’ingresso per Narnia…” borbottò dall’interno del mobile, strappando un sorriso a Guillaume che lo aveva raggiunto e si era abbassato per dare una prima occhiata a quel bailamme di carte. Gli altri pannelli che costituivano il fondo del guardaroba vennero asportati rapidamente, esponendo una nicchia scavata nella parete e attrezzata con alcuni ripiani. Raistan ne estrasse altri libri e altre pergamene, alcune delle quali vergate in caratteri astrusi che non riconobbe nemmeno. Ma contava nella maggiore esperienza di Guillaume per venirne a capo.

“Ci capisci qualcosa?” gli chiese, voltandosi a guardarlo. Guilaume si era seduto sul pavimento a gambe incrociate e scartabellava quella miriade di documenti disponendoli con ordine davanti a sé e passando lo sguardo da uno all’altro, la fronte aggrottata e l’aria intenta.

“Non ancora. Ma tu continua a cercare.”

L’Olandese gli obbedì e ritornò a frugare nell’armadio, tastando anche le zone in cui non riusciva ad arrivare con lo sguardo. La mano venne a contatto con un volume più piccolo rispetto a quelli che aveva estratto fino a quel momento. Quando lo prese, si rese conto che era qualcosa di diverso. Un diario, rilegato in pelle nera. Austero, anche quello. Non che si fosse aspettato fiorellini e cuori, ma scosse la testa. Sedette accanto a Guillaume e lo sfogliò velocemente, scoprendo pagine fitte di una calligrafia antiquata e tutta inclinata verso destra, come se le parole stessero tentando di fuggire dal foglio. Moltissime pagine, si rese conto, di una carta sottile come velina. La data d’inizio risaliva a qualcosa come un secolo e mezzo addietro; quella sull’ultima nota era di poco più di venti giorni prima. Le scritte erano inframmezzate da schizzi, disegni, alcuni raffiguranti piante, come se fossero tavole di un qualche botanico, altri parti del corpo umano riprodotto nei minimi dettagli. Qualche monumento, come il Duomo di Firenze, anch’essi rappresentati con una precisione quasi maniacale. E un fiume di parole, pagina dopo pagina.

“Questo può essere interessante, Fiorellino.  È il suo diario, ma c’è da cavarsi gli occhi a leggerlo tutto. Consiglierei di concentrarsi sull’ultima parte. Prendilo.”

Lo allungò verso Guillaume e, nel farlo, le pagine si aprirono lasciandogli cadere in grembo quello che a prima vista gli apparve come un semplice cartoncino bianco. Eppure, quando lo prese in mano e lo esaminò, due parole apparvero dal nulla sulla superficie levigata, in un acceso color rosso.

Seven Sins

 

“Oh, cazzo. Cos’è questa diavoleria?”

Il suo tono incredulo fece alzare di scatto la testa a Guillaume, che lo guardò e lo vide fissare il biglietto con un’espressione a metà fra il divertito e lo sbigottito.

“Che diavoleria?” gli chiese, allungando la mano per farselo passare. Ma Raistan non se ne accorse.

Seven Sins, dice. Solo che prima la scritta non era così, ammesso che ci fosse. Era bianca, ne sono sicuro. Cazzo, sto impazzendo.”

Lo allungò a Guillaume reggendolo fra due dita soltanto, come se scottasse, e cercò sul suo viso una spiegazione a quel mistero che, per istinto, non gli piaceva per niente. Maghi, gli disse una vocina nella testa. E, per la prima volta da quando erano arrivati a Praga, quella parola assunse nella sua testa un qualche significato.

 

Allontanandosi dal centro storico Guillaume ebbe di nuovo la sensazione vagamente straniante di venir dislocato in un luogo assolutamente diverso da quello in cui era giunto. La Città d’oro cessava di esistere non appena si distoglievano gli occhi dalle sue guglie svettanti, dalle sue cupole simili a bolle iridescenti stagliate contro un perpetuo tramonto. Praga era come una ragnatela bagnata, che tornava invisibile non appena i raggi del sole ne asciugavano l’ordito sottile, e riemergeva più brillante e rorida che mai dalla rugiada di una nuova sera.

Mentre il taxi li portava lungo le ampie arterie stradali percorse da luminarie e cartelloni pubblicitari, Guillaume si domandava se non fosse stato solo un sogno quello che aveva catturato lui e Raistan in quelle ultime notti. Un sogno oscuro, come era inevitabile dovessero essere i sogni destinati a gente come loro, ma pur sempre un sogno, una favola tenebrosa con tanto di Principessa, Principe e Mago. Già, tanti personaggi, tutti fin troppo reali e nitidi, per sperare di poter dimenticare le loro vicende. Forse, senza rendersene conto, anche lui e Raistan erano diventati personaggi di quella favola, anche se non era sicuro di voler sapere quale ruolo fosse destinato loro. Intanto, doveva preoccuparsi dell’esito di quella spedizione. Gli ci erano volute parecchie telefonate per ottenere l’indirizzo verso cui erano diretti. Non era nemmeno sicuro che vi avrebbe trovato quello che stavano cercando. No, non era esatto, perché per trovarlo avrebbero dovuto sapere esattamente cosa stavano cercando. Così non era. Il ritrovamento degli incartamenti di Lenka nello scomparto segreto reso così facilmente individuabile al loro esame se da una parte non faceva che rendere schiacciante e manifesta la colpevolezza della donna, dall’altra rendeva anche palese l’urgenza che qualcuno aveva di vederla condannata, e con lei tutta la stirpe dei maghi di Praga. Tra le carte lui e Raistan avevano trovato perfino riferimenti al famoso pugnale che Lenka doveva aver usato per uccidere suo padre. Un’arma leggendaria, forgiata con una magia oscura che trascendeva qualsiasi conoscenza i maghi-vampiri potessero vantare. Guillaume non aveva certo bisogno di confrontarsi con Ourada per saperlo. Il Consigliere di Rodolfo non poteva saperlo, ma lui era stato affascinato dalle arti magiche secoli prima che Praga aprisse le sue sale sotterranee a certe pratiche. In un certo senso era stato un mago prima di essere ciò che era diventato, sebbene, a quei tempi, era opportuno stare molto attenti ai termini con cui ci si definiva, e soprattutto si veniva definiti. Alla cattolicissima corte di Carlo prima, e di Enrico poi, la parola ‘mago’ faceva ancora una paura fottuta. Pura ipocrisia, dal momento che la Regina Madre non esitava ad affidarsi ai servigi di divinatori che leggevano il futuro dei suoi figli e del regno nelle interiora di animali, per non parlare delle pratiche ancora meno ortodosse in cui indulgeva in prima persona. Un ‘mago’, nella Parigi di allora, poteva ancora finir bruciato in place de Grève. Un alchimista... beh, poteva sperare di dare meno nell’occhio, soprattutto se conduceva i propri studi con discrezione negli appartamenti del Louvre.

Ma non era dei suoi trascorsi che doveva preoccuparsi.

C’era la questione della vetrificazione, una pratica così empia che perfino i maghi stessi la condannavano senza possibilità d’appello.

C’era il diario di Lenka, che probabilmente conteneva informazioni preziose, se solo fossero stati in grado di decifrarlo. Perché era chiaro come il sole che il suo contenuto era criptato. Guillaume conosceva abbastanza bene la Principessa per rendersi conto che, consapevole di poter essere tradita, aveva nascosto i propri segreti in un luogo in cui essi fossero pienamente visibili da chiunque, ma comprensibili solo a pochi, forse a nessuno. Nel corso dei secoli lui stesso aveva portato a Rodolfo antichi manoscritti interamente cifrati. Lui e la figlia a volte impiegavano anni per decifrarne il codice, era una sorta di gioco d’intelligenza tra loro.

C’era il fatto che fosse stato negato loro di parlare con Lenka. Questa volta la responsabilità non era da imputare all’onnipresente Consigliere, sebbene Raistan non si fosse fatto scrupoli a inveire contro di lui con il consueto colore. Era Lenka stessa che aveva rifiutato di incontrarli, dopo essere stata informata della loro presenza. Le ragioni di quel rifiuto sfuggivano ancora a Guillaume. Rifiutare di collaborare a un’indagine che la riguardava in prima persona equivaleva per Lenka ad ammettere la propria colpevolezza. Che cosa poteva spingerla a un simile comportamento? Un inspiegabile anelito all’autodistruzione? O forse solo il senso di colpa?

Troppi fatti incerti, troppi interrogativi senza risposta.

Un’unica certezza: Rodolfo era morto e Praga era sull’orlo di una guerra tra stirpi che avrebbe generato parecchi problemi, con ripercussioni notevoli ben al di là dei confini della città. La notte prima, quando infine li aveva raggiunti, Karel aveva parlato chiaramente: i maghi non solo non avevano negato il loro coinvolgimento nella recente tragedia, ma avevano risposto con arroganza alla pretesa di spiegazioni da parte dei vampiri. Non che Guillaume si fosse aspettato niente di diverso. I maghi, per quel poco che poteva sapere, erano dannatamente arroganti. Solo un individuo odiosamente retto e ligio alle regole come Karel poteva essere così ingenuo da aspettarsi una reazione differente, soprattutto quando si presentava loro accusandoli di omicidio.

Per questo si era dato tanto da fare a cercare quell’indirizzo. Il biglietto nel diario di Lenka, scivolato fuori non a caso, - ormai era persuaso che il caso avesse davvero poco o nulla a che fare con l’intera faccenda - poteva rappresentare l’unica speranza per la principessa, e non solo per lei.

Una speranza alquanto effimera, dal momento che il Seven Sins era poco più che una leggenda. Un luogo che non era un luogo. Più illusorio di Shangri-La, più irreale di Atlantide. Eppure c’erano voci a riguardo, da un capo all’altro del mondo, e Guillaume prestava sempre orecchio alle voci. Soprattutto quando erano solo sussurri.

Quando il taxi si arrestò davanti al numero 80 del lungofiume Rašínovo, il vampiro francese si chiese se, una volta tanto, i sussurri non si fossero semplicemente presi gioco di lui.

Raistan fissava a naso in su la costruzione che si stagliava contro il cielo indaco come lo scherzo di un architetto ubriaco. Tančící dům, la chiamavano, la Casa Danzante. Una torre di vetro e una torre di cemento allacciate l’una all’altra a imitare le evoluzioni di Fred Astaire e Ginger Rogers. La torre di vetro s’innalzava per sette piani, ciascuno illuminato da un colore diverso, e sembrava davvero appoggiarsi sinuosa al compagno di pietra, come in procinto di effettuare un salto aggraziato o una piroetta.

“Fiorellino, ma sei sicuro...?”

Guillaume sospirò, affiancando Raistan e alzando lo sguardo verso l’ultimo piano della torre di vetro, che risplendeva di un bel blu luminoso. No, non era sicuro di nulla, e non sapeva come spiegare a Raistan che il suo contatto gli aveva detto che avrebbero trovato il Seven Sins all’ottavo piano di quell’edificio che di piani ne aveva solo sette…

 

Quando Fidelio si presentò al proprietario del Seven Sins, quest’ultimo seppe con assoluta certezza che un ospite speciale era arrivato. Anzi, due ospiti speciali.

Lo sapeva perché solo una simile eventualità o una grossa grana avrebbe dato al suo buttafuori il coraggio di andare a disturbarlo, oltretutto mentre era impegnato in dolce compagnia.

Inoltre Fidelio era il genere di uomo-lupo che conosceva l’importanza di un ordine. Usava la sua scarsa intelligenza per limitarsi  a  obbedire  a  quanto  gli  veniva  comandato.  Questo, in un individuo della sua stazza, rappresentava un notevole deterrente per chiunque volesse andare contro la volontà di chi serviva.

Così Cassandra, brillante anfitrione del Seven Sins, distolse la propria attenzione dalle due fanciulle che aveva dinnanzi, la natura fatata delle quali trapelava, nonostante il camuffamento, con un baluginio di luce argentea sottopelle, un tintinnare di campanelli quando ridevano.

“Qualcuno all’ingresso... gli ospiti attesi” borbottò l’energumeno, gettando uno sguardo nervoso alle due fate. Solo il demonio sapeva cosa fossero capaci di fare quelle schifose puttane a quelli della sua razza! In tutta risposta le due creature risero, rivelando i dentini piccoli e bianchi come perle, aguzzi come aghi.

Un sopracciglio perfetto scattò nella fronte pallida di Cassandra.

Con uno sguardo eloquente il Mago fece segno all’uomo di precederlo, prima di rivolgere alle due creature fatate un sorriso smagliante e posare un lieve bacio sul dorso delle loro manine diafane.

Seguì il buttafuori attraverso un dedalo di corridoi e passaggi. Una delle particolarità del Seven Sins era che sembrava molto più vasto, al suo interno, di quanto non apparisse dall’esterno. L’altra sua particolarità, forse la più caratteristica, era la sua capacità di esistere contemporaneamente in diversi luoghi. Cassandra ne rideva, sostenendo che era come possedere una catena di locali in franchising pur avendone solo uno. Di fatto esistevano accessi al Seven Sins in tutte le città frequentate da maghi e streghe. Tutto stava a trovarli. La terza particolarità del locale di Cassandra era infatti che, senza invito, non solo non si poteva entrare, ma non si riusciva nemmeno ad individuare l’ingresso.

Il soprabito del Mago, catturato da refoli invisibili, si gonfiava come una vela candida, e danzava intorno alla figura snella e nervosa. A dispetto del nome femminile che gli era stato impresso come un sigillo nell’istante stesso del suo risveglio magico, Cassandra era un uomo a tutti gli effetti. L’aspetto giovane e attraente, l’eleganza un poco affettata, non ingannavano più nessuno da molto tempo, riguardo la sua effettiva età. Il suo nome era noto e diffuso tra i maghi da molto prima della Grande Guerra, in occasione della quale si vociferava che il suo contributo alla sconfitta dei maghi al servizio di Hitler fosse stato tutt’altro che accessorio. Ma la gente amava chiacchierare.

Si fermarono in una stanza circolare, vuota, le pareti dipinte di rosso e il soffitto ornato da un lampadario di cristallo nero che si allargava come una ragnatela traslucida in ogni direzione. Fidelio rimase fermo sulla porta, per far passare il padrone, non senza aver rivolto uno sguardo feroce ai due uomini che, immobili in mezzo alla stanza, osservavano il lampadario. Cassandra atteggiò il bel volto in un’espressione affabile e rivolse a Guillaume De Joie e Raistan Van Hoeck il genere di sorriso che si riserva a due amici.

“Signori, che piacevole sorpresa” esordì, allargando le braccia in un gesto di festosa accoglienza. Nel farlo sollevò il bastone dall’impugnatura d’argento scolpita in foggia dell’artiglio di drago, al quale si appoggiava quando camminava, sebbene, all’apparenza, più per un vezzo che per necessità.

Guillaume dimenticò in un istante il lampadario e studiò attentamente l’uomo che gli si era presentato innanzi.

Capelli biondo scuro, un completo di un bianco abbagliante con giacca doppiopetto, pantalone e gilet di alta sartoria che rivestivano una figura slanciata e armoniosa. Un sorriso che non avrebbe sfigurato sulla copertina di una rivista di moda maschile. O di un’associazione di odontotecnici di lusso. Decisamente gradevole. Troppo gradevole. Quanto quel suo fastoso locale tutto cristalli e divani chilometrici all’ottavo piano di un palazzo di sette piani. Il fatto che si comportasse come se li stesse aspettando non era necessariamente un bene. E che sapesse della loro venuta era evidente. Anzi, era molto probabile che non si sarebbero trovati lì se non fosse stato lui a volerlo.

Guillaume lasciò che le labbra gli si atteggiassero a un’espressione di neutra benevolenza che ancora non poteva definirsi un sorriso.

“Cassandra, presumo”, disse in tutta risposta.

A quelle parole il mago parve illuminarsi, come se avesse appena ricevuto un complimento incommensurabile.

“In persona, e voi due siete semplicemente favolosi, lasciatevelo dire!” rispose, sgranando gli occhi, il cui colore talmente scuro da sembrare nero creava un contrasto violento con il pallore del volto, e col sembiante vagamente etereo. “Una coppia stile Katharine Hepburn e Spencer Tracy dei giorni nostri!” si congratulò.

Guillaume strinse le labbra, prendendo tempo, consapevole solo dello sguardo di Raistan che era rimasto inchiodato sul mago nell’istante stesso in cui questi aveva fatto il suo ingresso nella sala. Era solo questione di tempo e dalle labbra dell’Olandese sarebbe uscita la frase sbagliata nel momento sbagliato.

“E chi sarebbe chi?” chiese l’Esecutore ipnotizzato dal completo candido del Mago, a fare concorrenza a quello di Guillaume.

Cassandra inclinò il capo da un lato e si sfiorò le labbra col dorso delle lunghe dita, come se stesse valutando seriamente la domanda.

“Questo non sta a me deciderlo, Signor Van Hoeck. Non entro in merito alle dinamiche di coppia. A meno che non siano le coppie a volermi far entrare” concluse, ammiccando a Guillaume. Il quale non poté fare a meno di abbozzare, ancora sul chi va là.

“Carino l’outfit, a proposito. Vi servite dallo stesso sarto?” Il tono era urbano e cordiale, ma il mezzo sorriso raccontava un’altra storia.

Guillaume chiuse gli occhi. Aveva cronometrato i secondi che Raistan avrebbe impiegato prima di uscirsene con quell’osservazione. Non che lo si potesse biasimare. Lui e quel Cassandra sembravano avere decisamente gli stessi gusti in fatto di abbigliamento. Sembravano usciti dallo stesso servizio di Vogue sull’uomo in bianco.

“A proposito, Signor De Joie” intervenne Cassandra, senza dare apparentemente peso alla domanda che gli era stata rivolta. “Adoro la vostra camicia! Ha una lucentezza, una consistenza! Deve essere meraviglioso sentirla scorrere sulla pelle. Posso?” domandò, allungando la mano verso il collo della camicia di Guillaume.

Guillaume si sottrasse a quel tocco con un gesto garbato, ma inequivocabile.

“Vi farò avere il nome dell’uomo che l’ha confezionata, ammesso sia ancora vivo, Monsieur.” Nulla nel suo comportamento o nel suo tono tradiva qualcosa di diverso dalla cortesia, ma Raistan al suo fianco poteva percepire la tensione che lo pervadeva. Per qualche motivo sembrava che il Francese fosse seduto su una poltrona di spine. E le spine di Guillaume erano automaticamente le sue.

“Divertente questa faccenda dell’isola che non c’è. Com’è che funziona?” chiese Raistan, indicando lo spazio attorno a sé. “Anche il biglietto da visita. Mi è piaciuto moltissimo.” Qualcosa, però, forse la sua postura o la sua espressione, dicevano esattamente il contrario.

“Lieto che tu abbia apprezzato, Raistan” gli sorrise Cassandra, che evidentemente aveva deciso che era tempo di passare al ‘tu’. Guillaume inarcò un sopracciglio davanti a quella confidenza, ma fece finta di niente. Anche quando il Mago si affiancò all’Olandese e fece per posargli la mano sulla spalla, per sospingerlo all’interno del locale, si limitò a studiare la reazione di Raistan.

La verità era che nemmeno lui sapeva con esattezza in che razza di guaio si erano cacciati andando a ficcare il naso in quel posto. Una volta tanto sentiva la sgradevole sensazione di aver fatto il passo più lungo della gamba, sensazione che non gli capitava da almeno un paio di secoli.  Solo il pensiero di Lenka e Karel e del povero Rodolfo lo mantenne saldo sui suoi propositi.

L’Olandese aveva guardato quella mano affusolata e candida posarglisi sulla spalla quasi con sbalordimento e, forse per questo motivo, non aveva trovato nulla da replicare. Il suo sguardo, però, aveva incontrato quello di Guillaume e non gli era piaciuto quello che vi aveva visto. Se fosse stato umano, il cuore gli avrebbe mancato un battito nel petto, ma le sue gambe avevano già incominciato a muoversi nella direzione che il Mago gli indicava, quasi seguissero una volontà non sua.

Dobbiamo andarcene? Sta succedendo qualcosa? Cazzo, Guill… pensò, rivolto al compagno. Si sottrasse all’ultimo momento al tocco di Cassandra, ma non servì. Le porte del Seven Sins si erano appena spalancate davanti a loro.

Cassandra osservò le sfumature madreperlacee sulle proprie unghie perfettamente curate, prima di lasciar ricadere la mano lungo il fianco con un sospiro.

Senza una parola li precedette attraverso le due porte, due lastre che sembravano realizzate in un qualche materiale nero e traslucido.

“Per rispondere alla tua domanda, Raistan” riprese il Mago, mentre procedeva, appoggiandosi al bastone, “Il Seven Sins è un locale unico nel suo genere, ma questo lo avrai già intuito. Diciamo che, vista la natura particolare dei miei affari, e soprattutto dei miei clienti, mi risulta molto più facile che esso sia, come dire… itinerante.” Gettò uno sguardo dietro la spalla, e per un attimo apparve straordinariamente giovane.

Nel frattempo si erano spostati nel salone che faceva da corpo centrale al locale, un vasto ambiente che si distendeva su diversi piani e piattaforme, occupate da tavoli e divanetti, creando un gioco di volumi che sembrava irridere ogni prospettiva, e forse un po’ anche la forza di gravità. Una grande pista da ballo di lucido onice nero dominava un lato della sala, come di nero cristallo sembrava essere fatto il banco bar che si allungava sinuoso lungo un’intera parete. Il locale era quasi deserto. Pochi avventori sedevano sui divanetti di pelle bianca, intenti in conversazioni sommesse che la musica ovattata rendeva solo più private. Cassandra guidava Guillaume e Raistan attraverso i piani e le piattaforme di cristallo come scivolando sull’acqua. Il singolo orecchino che portava all’orecchio sinistro, una goccia di opale, catturava le luci del locale rimandando barbagli lattiginosi. Si fermò quando fu giunto a un tavolo basso, al quale fece loro cenno di accomodarsi.

“Sentitevi a casa, ammesso che ricordiate che sensazione si prova” strizzò loro l’occhio, “O mi costringerete a tirare fuori qualche coniglio dal cappello per mettervi a vostro agio.”

Guillaume dovette trattenersi per celare il brivido che lo aveva attraversato a quella prospettiva.

“Siete un anfitrione eccellente, Signor Cassandra” lo tranquillizzò, rivolgendogli finalmente un sorriso quasi convincente. “Ma il vostro locale è tanto bello quanto disorientante per chi lo visita la prima volta. Sono certo che ne siate ben consapevole.”

Cassandra sorrise a sua volta, e una piccola raggiera di rughe gli contornò gli occhi scuri, ma solo per un istante.

“Ci piace stupire i nostri ospiti, e, ti prego, chiamami solo Cassandra” lo corresse, morbido come velluto.

Stordire, intendi pensò l’Olandese. Non gli piaceva. Non gli piaceva affatto. La sensazione di essere imprigionato in una specie di bolla fatta di vetro nero si faceva sempre più netta col passare dei minuti, dandogli un senso di soffocamento ancora più forte di quello che aveva provato sotto il Cimitero ebraico. Al di sopra di tutto, un pensiero spiccava, quasi ossessivo: dov’erano, in realtà? Se l’ottavo piano di quell’edificio non esisteva sul serio, dove si trovava quel dannato locale? In un’altra dimensione? Nel nulla? Dove? Da dare fuori di matto, poco ma sicuro.

“Si può avere qualcosa da bere? Di forte”, sbottò, passandosi una mano sul viso in un gesto spaventosamente umano.

“Ma certo Raistan” rispose prontamente Cassandra. “Vodka, giusto? E per Guillaume champagne. In realtà ha sempre avuto un debole per il vino rosso, ma ha modificato i propri gusti, nel tempo… Cosa non si fa per sopravvivere” valutò il Mago. Osservava Guillaume con gli occhi socchiusi, senza apparente giudizio, solo, come se fosse assorto in un ricordo lontano.

Si riscosse per fare un cenno verso il bancone, dietro il quale un uomo dalla pelle olivastra e lunghi dreadlocks azzurri era intento a preparare cocktails.

“Bevete i vostri drinks, mentre vado a risolvere una piccola questione con un membro del personale. Niente di grave” minimizzò, sebbene nessuno gli avesse chiesto nulla. “Conoscete le regole. Nessuno può toccarvi, a meno che non siate voi a volerlo, beninteso” fece loro l’occhiolino, e senza aggiungere altro s’incamminò lungo una rampa che sembrava ascendere all’infinito, salvo poi riapparire qualche metro più in giù e sparire dietro una tenda di velluto nero.

Solo allora Guillaume parve rilassarsi un attimo.

“Stai bene?” domandò a Raistan, guardandosi intorno con aria circospetta.

“Andiamo via. Andiamo via, cazzo, e no, non sto bene, questo posto mi manda fuori di testa! Non lo senti? C’è qualcosa che non va qui dentro, non mi piace! E poi dove siamo? Te lo sei chiesto, Guill? Dove diavolo siamo?! Andiamo via!” Prese il bicchiere e ne bevve una sorsata con un gesto secco, accorgendosi che la mano gli tremava.

Guillaume non rispose subito. Fissava il calice di champagne posato sul tavolo, chiedendosi distrattamente come ci fosse arrivato. Oltre ai bicchieri con le loro consumazioni, era apparsa anche una ciotola di cristallo che conteneva delle sfere rosse dall’aria delicata. Guillaume ne prese una tra le dita e avverti il profumo invitante e inconfondibile del sangue.

“Credo questo sia un piccolo omaggio del padrone di casa” sospirò, facendo ruotare la sfera tra le punte delle dita. “Sembra che tu gli piaccia.”

Finalmente si decise a guardare Raistan. Si sentiva in colpa per averlo portato in quel luogo senza prima assicurarsi che non rappresentasse per lui un pericolo. Non ne era affatto sicuro, ma non sarebbe stato così grave, se fosse stato solo.

“Il Seven Sins è un luogo leggendario. Non accade mai nulla di male qui.  È una sorta di… porto franco, per tutte le stirpi. Basta rispettare le regole e nessuno può torcerti un capello. Così mi hanno detto” concluse, portandosi la sfera di sangue alle labbra e posandovi la punta della lingua.

“Cerchiamo di essere gentili con il padrone di casa e forse riusciremo a ottenere qualche informazione su Lenka e suo padre. Non è un caso se hai trovato il biglietto nel suo diario. A meno che…”

“A meno che?” lo incalzò Raistan aggrottando la fronte.

“A meno che qualcuno lo abbia messo lì apposta per farcelo trovare e liberarsi di noi” concluse Guillaume con una piccola smorfia, prima di far sparire tra le labbra la sfera in sospensione.

Raistan si lasciò sfuggire una risatina incredula. “Adesso sono molto più tranquillo, grazie. Sul serio, Fiorellino, voglio uscire di qui! E la cosa che mi angoscia di più è che non so nemmeno più dove sia, l’uscita!” Altra risatina e altro sorso di vodka, di cui non avvertì nemmeno il bruciore mentre gli scendeva in gola. “E poi ti sento, sai? So quello che provi, e so che nemmeno a te piace tutto questo, soprattutto quel tipo. Che cazzo di nome è Cassandra, per un maschio, a proposito?”

Guillaume strinse le labbra.

“Quando un Mago si… risveglia, è così che dicono, cioè, quando scopre di essere quello che è, gli viene dato un nome nuovo, che lo identifica e in qualche modo incarna il suo potere. Il suo vero nome deve essere cancellato, dimenticato, perché se i suoi nemici dovessero scoprirlo lo userebbero contro di lui. Immagino che Cassandra abbia avuto il proprio nome da qualcuno con un certo senso dell’umorismo” concluse, anche se non aveva l’aria di uno che avesse voglia di ridere. “Quando tornerà gli faremo qualche domanda e poi ce ne andremo, te lo prometto” riprese, cercando lo sguardo di Raistan. “Non ti succederà niente. Non lo permetterò.”

Non questa volta pensò anche, ma non lo disse. Raistan avrebbe potuto prenderla male. Testone com’era non era facile fargli capire sempre il senso di certe uscite. Ma Guillaume non poteva fare a meno di pensare a quando era andato a cercarlo a Vauxhall Arches, o a quello che avrebbe potuto fargli il Dottor Janiĉek. Aveva promesso a se stesso di proteggerlo, di non metterlo in pericolo a causa sua.

“Non sono preoccupato per me, lo sai benissimo” ringhiò l’Olandese, portando il bicchiere alla bocca solo per accorgersi che era vuoto. Lanciò uno sguardo verso il bancone, cercando di intercettare quello del barman dai capelli azzurri. Ci riuscì e gli mostrò il bicchiere che dopo un istante si riempì di altra vodka, strappandogli un’altra risatina quasi isterica. “Almeno il servizio è efficiente…” commentò. I suoi pensieri correvano su binari paralleli a quelli di Guillaume. Dopo gli eventi terribili che avevano coinvolto il Francese si sentiva tranquillo solo se riusciva ad averlo accanto, per poter vegliare su di lui. Non poteva dire di amare il suo nuovo ruolo e pensava con nostalgia ai primi tempi della loro relazione, quando erano liberi di fare tutto ciò che desideravano, ma gli bastava stargli vicino e condividere le notti con lui. Quella era l’unica cosa davvero importante.

“Sono felice che il servizio sia di tuo gusto, Raistan.”

La voce di Cassandra li raggiunse così improvvisa che Guillaume fece quasi cadere la sfera di sangue con cui si stava baloccando. Entrambi fissarono il Mago, che era riapparso accanto al tavolo, sebbene non lo avessero visto sopraggiungere da nessuna direzione.

Senza attendere di essere invitato a farlo, Cassandra sedette sul divanetto, al fianco di Raistan, e appoggiò il bastone al tavolino.

A Raistan non sfuggì una macchia sullo sparato altrimenti immacolato della giacca. Sembrava che una goccia di mercurio si fosse posata sul tessuto, perché la macchia era vagamente in rilievo, e tremolava, mandando riflessi argentei.

Cassandra seguì lo sguardo del vampiro e la sua bella bocca si compose in una “O” di disappunto. Poi si guardò le dita, la fronte aggrottata. Raistan e Guillaume scorsero altre piccole macchie argentee sulla sua pelle, un attimo prima che il Mago si portasse le dita alle labbra e le succhiasse via, non senza soddisfazione.

“Dicevamo… Vi siete ambientati, vedo” osservò, guardando la sfera di sangue rimasta tra le dita inerti di Guillaume e il bicchiere nella mano di Raistan. “Ora immagino vogliate chiedermi di Lenka Knežević” riprese, intrecciando le dita davanti al volto.

“Cassandra” lo interruppe Guillaume. Non aveva perso la propria cordialità, ma a Raistan non sfuggì che lo sguardo si era fatto duro, la voce tagliente. Evidentemente il suo compagno si era stancato di giocare in difesa. “La tua ospitalità è squisita e il tuo locale pieno di sorprese. Ma non siamo venuti qui per socializzare, e nemmeno per godere del tuo servizio. Di nessuno dei tuoi servizi” sottolineò. Il Mago strinse impercettibilmente gli occhi, ma non lo interruppe.

Guillaume si raddrizzò e mantenne lo sguardo fisso e fermo su di lui.

“Sai fin troppo bene perché siamo qui. Per chi siamo qui. Nel caso tu te lo stia chiedendo, no, ci auguriamo che le conseguenze di questo delitto, a prescindere da chi ne sia stato il colpevole, non ricadano sulla città e sulle nostre rispettive stirpi. Né io né Raistan abbiamo interesse a veder scatenare una guerra tra maghi e vampiri. E credo nemmeno tu lo abbia.”

“Siamo tutti amici, fratelli, compagni” commentò Cassandra, parlando a tutti e a nessuno. E poi rivolto a Raistan, con espressione complice, aggiunse: “La sola cosa che mi sta a cuore sono gli affari. Più gente rimane in vita, più il mio locale prospera.”

“Vuoi farci credere che non t’importa che Rodolfo sia morto, che Lenka rischi di essere condannata?” Quella di Guillaume non era una vera domanda.

Cassandra non smise di sorridere. Solo, il suo sorriso divenne duro come il diamante, insondabile lo sguardo degli occhi di ossidiana. Non era più tempo di giochi e convenevoli.

“L’ambizione può portare gli uomini più in alto delle stelle, Guillaume De Joie, ma pochi una volta giunti lassù sanno continuare a volare senza bruciarsi le ali.”

Cassandra si era fermato e guardava fisso davanti a sé, attraverso il suo regno di cristallo nero e pelle bianca, tra gli infiniti peccati impigliati tra le luci rutilanti del Seven Sins. Eppure non era più lì, e la sua voce giungeva remota e distante, come dalle rovine di un sogno dentro a un sogno. Le luci nel locale sembravano essersi abbassate, o forse era solo un’illusione. Gli abiti bianchi del Mago sembravano riverberare di una tenue luce azzurra nella penombra.

Fu solo un attimo. Le luci tornarono a sfavillare. Nessuno degli avventori sembrava essersi accorto del mutamento. Nessuno, tranne i due vampiri seduti al tavolo con lui, naturalmente. Raistan si era istintivamente ritratto verso il lato opposto del divano, ma le parole di Cassandra avevano acceso in lui un sentimento che accolse con piacere e sollievo, perché lo liberava dal timore che lo aveva paralizzato fino a quel momento. Buonasera, rabbia, mi sei mancata.

“Spero che non sia una minaccia, Mago” disse, intercettando lo sguardo dell’uomo in bianco.

“Non direi, Vampiro” fu la risposta di Cassandra, pronunciata con un tono neutro che risuonava sinistro, dopo tanta, prodiga cortesia. “Te ne accorgeresti, se lo fosse” aggiunse, ammiccando appena, e subito il sorriso tornò ad affiorare sulle sue labbra. “Ma la verità è che non minaccio mai. La trovo una cosa talmente anacronistica. Come nei film, hai presente, quando il cattivo sta per sferrare il colpo mortale, e si perde in un lungo e inutile soliloquio autocelebrativo, dando al suo avversario il tempo di reagire. Ci avete mai fatto caso?” proseguì, includendo anche Guillaume in quel discorso. “A me fanno uscire di matto! Bisogna essere proprio stupidi! No, le minacce non fanno per me, Raistan. Non ne ho proprio il tempo” continuò, tornando serio. “Quanto a Rodolfo e Lenka, cosa ti aspetti che ti dica, Guillaume? Che sono dispiaciuto per loro? Che piango la loro sorte? Abbiamo vissuto abbastanza a lungo entrambi per sapere che le lacrime servono a ben poco, o sbaglio?”

Il silenzio cadde pesante tra loro.

Fu ancora Cassandra romperlo.

“Ora, a prescindere da quello che Lenka ha fatto o non ha fatto, immagino sia prioritario per voi evitare che i vampiri di Praga scatenino una guerra che non possono vincere. E personalmente credo non ci sia niente di più deprimente di una guerra senza vincitori, non lo pensate anche voi?”

Raistan guardò Guillaume, aspettando che fosse lui a parlare, ma visto che sembrava riflettere e fissava Cassandra senza dire nulla, azzardò una domanda: “Perché una tipa come Lenka, che non mi sembra una che frequenta locali, aveva il biglietto del Seven Sins nascosto nel suo diario? Di cosa parlavate, di moda?”

Cassandra puntò il dito contro Raistan e Guillaume ebbe la sgradevolissima sensazione che lo avrebbe visto trasformarsi in una rana davanti ai suoi occhi. Fu solo un attimo. Il Mago si limitò a ridacchiare e ad agitare il dito come se rimproverasse un bambino discolo. Poi guardò Guillaume.

“È divertente. Molto.  È per questo che ti piace così tanto?”

Guillaume non rispose. Iniziava a domandarsi se esistesse un modo per tenere quel dannato stregone fuori dalla sua testa, ma forse, in realtà, Cassandra era solo bravo a notare l’evidenza.

“Lenka commerciava conoscenza con i maghi. Anche con te?” domandò a Cassandra.

Il Mago storse la bocca. “Commerciare… un termine così borghese! La conoscenza è qualcosa di un po’ più elevato, dico bene? Non stiamo parlando di derrate alimentari. Lenka possiede una mente brillante e curiosa, insolita in una persona morta da qualche secolo. Presenti esclusi, ovviamente!”

“Ovviamente, certo. Quindi? Cosa le hai venduto? E cos’hai comprato da lei? Puoi smetterla di girare attorno alle questioni? Parli e parli, ma in realtà non ci hai ancora detto una parola utile, da quando siamo qui. E io vorrei andarmene quanto prima, maghetto.”

Guillaume socchiuse gli occhi. Non così, Raistan.

Ma il danno era fatto, e di nuovo tutta l’attenzione di Cassandra era per il vampiro olandese.

“Mi sembrava di aver chiarito che la conoscenza non si può ridurre a una compravendita, Raistan. O ti sto sopravvalutando? A volte lo faccio, sai, e poi rimango deluso. Odio essere deluso” puntualizzò, scuotendo il capo. “Non deludermi, se puoi. Sarebbe molto meglio per tutti.”

Di nuovo puntò il dito ammonitore contro Raistan e Guillaume si tese impercettibilmente sul divanetto.

“Aiutavi Lenka nei suoi studi, quindi” intervenne, cercando di distrarre Cassandra.

“Non direttamente” sbuffò lui. “Sono sempre così maledettamente occupato. Sembra che questo mondo abbia sempre qualche rogna da risolvere. Per non parlare di tutti gli altri mondi… Alla vostra principessa piaceva mescolarsi con noi poveri, comuni mortali, questo sì. E non solo a lei.”

Guillaume annuì.

“Rodolfo non ha mai smesso di collaborare con voi, vero?” Non era una vera domanda. Non necessitava di una risposta. “Ha finto di essersi ravveduto per tenere buono Ourada e i suoi, ma in realtà lui e Lenka frequentavano i maghi.”

“Ed ecco perché invece tu ci tieni a stare con lui, Raistan” commentò Cassandra dando di gomito all’Olandese. “È così brillante e intelligente! Deve essere un notevole cambiamento, per te.”

“Assolutamente” rispose Raistan, rivolgendogli un sorriso smagliante, completo di zanne. “Purtroppo però il nostro ruolo ci costringe a incontrare un sacco di gente, la maggior parte stronza o idiota. Guarda dove siamo finiti, infatti…”  Finì con calma la vodka e appoggiò il bicchiere sul tavolino, ma il suo sguardo rimase puntato in quello di Cassandra anche se percepiva la preoccupazione di Guillaume come una presenza quasi solida accanto a sé. Anche lui era preoccupato, e gli sembrava di stare scivolando lungo una china che si faceva sempre più ripida, e avrebbe voluto andarsene sopra ogni altra cosa, ma… c’era sempre un ma. Il suo. Promise a se stesso che, se quel fottuto gli avesse abbuonato quegli insulti, avrebbe costretto la propria bocca a restare chiusa per tutto il resto del tempo trascorso al Seven Sins. E lo avrebbe fatto solo per Guillaume, che stava a sua volta guardando Cassandra con qualcosa di molto simile alla paura negli occhi.

Il sorriso non lasciò le labbra di Cassandra. Non lasciò neppure i suoi occhi scuri, ma era proprio quella fissità che li faceva sembrare come pezzi di cristallo nero a risultare spaventosa.

“Non fa meraviglia tu abbia trovato così tanta gente ansiosa di farti a pezzi, nel corso dei secoli, Raistan Van Hoeck” osservò, come se stesse riflettendo ad alta voce. “Forse sarebbe bastato staccartene solo uno per evitare tanti problemi. E non montarti la testa, sto parlando della lingua.”

Guillaume fremette, protendendosi in avanti.

“Sono sicuro che Raistan non intendeva…” cominciò, ma il Mago lo interruppe sollevando la mano.

“Intendeva ogni singola parola, e molto di più, Guillaume.  È molto carino che tu lo voglia proteggere. Molto umano.” Paradossalmente quell’aggettivo, in bocca a Cassandra e rivolto a due immortali, suonava come una bestemmia. “Non ho intenzione di prendermi la sua lingua, se è questo che ti preoccupa, né altre parti del suo corpo che sicuramente sarebbero più utili a te che a me” continuò, strizzandogli l’occhio. “Anzi, voglio dargli io qualcosa” aggiunse poi, come se gli fosse venuto in mente in quel momento. Sollevò la mano e prima che qualcuno potesse aggiungere una sola parola posò la punta del dito sulla fronte di Raistan, appena sopra gli occhi e mormorò una singola parola.

Raistan scattò fulmineo, afferrando la mano delicata del Mago e stritolandola nella sua. Ma i suoi occhi erano pieni di paura.

Cassandra storse appena la bocca a quella stretta, mentre staccava il dito dalla pelle gelida del vampiro.

“Cosa cazzo mi hai fatto?!” ringhiò Raistan, la paura che alimentava la sua rabbia come un soffio costante su una fiamma inesauribile.

Il Mago si liberò la mano con un gesto secco.

“Ti ho lasciato qualcosa che ti faccia pensare a me, durante i tuoi bui e vuoti sonni diurni. Un ricordo” il suo sorriso si allargò. “E un piccolo promemoria per le prossime persone stronze e idiote in cui ti imbatterai.”

Ciò detto si alzò. “Bene, se non vi occorre altro…”

Raistan lo imitò, scattando in piedi come una molla. “Dove cazzo credi di andare? Cosa mi hai fatto?! Dimmelo!” urlò, alternando lo sguardo tra lui e Guillaume.

Anche Guillaume si era alzato. La tensione era palpabile, un crepitio elettrico che andava dal Mago a Raistan e di rimbalzo al Francese, creando una rete invisibile.

“Aspetta” Guillaume richiamò Cassandra, con la voce, ma ancora di più con lo sguardo. “Ci occorrono risposte, Cassandra.  È qualcosa che va al di là delle simpatie personali, o delle scaramucce tra stirpi.” Esitò, come se le parole successive faticassero a uscirgli dalla bocca. “Ti prego, accordaci il tuo aiuto. Per il bene comune.”

E tacque, il volto buio come una notte senza stelle.

“Il bene comune” ripeté Cassandra, soppesando le sue parole. “Un concetto sopravvalutato, ammettiamolo, Guillaume. Lo so io e lo sai tu. Tu poi lo sai da molto più tempo” aggiunse, rivolgendogli un sorriso quasi intenerito.

Guardò Raistan.

“E tu siediti, per cortesia. Mi spaventi i clienti. Se avessi voluto friggerti il cervello non saresti nemmeno in grado di blaterare a vanvera, come stai facendo. E se avessi voluto scaraventarti nel cuore pulsante del Pandemonio... beh... non saresti qui a spaventarmi i clienti.”

“Raist, ti prego…” Guillaume lo guardava, uno sguardo difficile da decifrare. Timore, per lui, per entrambi, per l’esito incerto di quella missione che stava assumendo proporzioni inaspettatamente rognose. Raistan poteva percepirlo dentro di sé, prima di leggerlo nello sguardo del suo compagno.

Cassandra intanto era tornato a sedersi.

“Come si esce da questo posto di merda? Così non vi disturberò più” chiese Raistan, passandosi le dita avanti e indietro sulla fronte nel punto in cui il mago lo aveva toccato, forse inconsapevole di farlo.

“Raistan, siediti” La voce di Guillaume sembrava provenire da un luogo molto distante. Sembrava provenire da un luogo che solo lui e Raistan potevano conoscere. Per un attimo non furono più nel locale di Cassandra, non furono più a Praga. Ma, ovunque fossero, erano soli, insieme, l’uno dell’altro.

Il vampiro olandese sostenne quello sguardo, dilaniato tra la paura che provava, il desiderio crescente e insostenibile di andarsene, la rabbia che lo divorava. Rabbia anche verso Guillaume, che stava permettendo che tutto ciò accadesse. Quest’ultimo parve comprenderlo, perché il suo sguardo parve farsi ancora più remoto, il richiamo con cui cercava disperatamente di tenere Raistan con sé più accorato.

Siamo solo noi, dicevano i suoi occhi, Solo tu e io. Te lo ricordi questo? Ti ricordi cosa ho sacrificato per renderlo possibile?

Senza che una parola uscisse dalle labbra contratte del Francese, Raistan comprese che se se ne fosse andato, se avesse lasciato il Seven Sins, ammesso che ci fosse un modo per farlo, lo avrebbe perduto per sempre, e non per colpa di quel dannato Mago. Tornò a sedersi e incrociò le braccia sul petto, più per tenere bloccate le mani che volevano salire alla fronte che per altro. Avrebbe voluto fare a pezzi quel bastardo azzimato più di quanto avesse desiderato molte altre cose, negli ultimi tempi. Avrebbe voluto che Guillaume gli dicesse che andava tutto bene e che il Mago si era preso gioco di lui, con quel tocco, accontentandosi di punirlo con la paura che gli attanagliava la gola, ma sapeva bene che non avrebbe potuto farlo e non glielo avrebbe chiesto. Sarebbe rimasto fino alla fine di quel colloquio perché quello era ciò che ci si aspettava da lui in quanto Esecutore dell’Arconte Supremo, e perché non avrebbe mai potuto lasciare Guillaume da solo con quel tizio dal nome e dall’anima sbagliata, capace di far avvizzire la serenità di qualcuno solamente sfiorandolo con un dito. Se si fosse azzardato a toccare Guillaume sarebbe stata la sua ultima azione in questo e nei mille altri mondi di cui andava vaneggiando, non importava quale fosse il prezzo da pagare. Atteggiò il viso alla migliore maschera di indifferenza di cui era capace e attese che quell’estenuante incontro avesse fine.

“I maghi hanno negato qualsiasi coinvolgimento e continueranno a farlo. Sai come sono fatti. Karel non esiterà a scatenare una guerra. E per cosa? Non sta a me giudicare le obsolete e ridicole tradizioni dei vampiri” riprese Cassandra, agitando l’aria con la mano. “E sinceramente, ragazzi miei, non sono sicuro che dimostrare l’innocenza di Lenka risolverà le cose. Qualcuno vuole i segreti dei maghi di Praga, e il solo modo per ottenerli è attaccandoli. O così pensa chi sta cercando di scatenare questa guerra. Rodolfo e Lenka la pensavano diversamente, e adesso uno è morto e l’altra rischia di andare a fargli compagnia, e per mano del nostro Raistan qui presente.” Storse la bocca in una piccola smorfia. “Non mi pare abbiano fatto un bell’affare.”

“Il pugnale con cui Lenka ha attaccato suo padre” riprese Guillaume. Sembrava esausto da quel confronto, ma determinato a non mollare. “La vetrificazione. Cosa ne sai?”

“So che Rodolfo ne era ossessionato. La studiava da decenni” rispose il Mago, giocherellando con l’impugnatura del suo bastone. “In realtà, quello che cercava era il modo per rendere il processo reversibile. Non ha badato a spese per far arrivare a Praga testi e manufatti. Oggetti leggendari, sebbene spesso deludenti nel loro effettivo potenziale.”

“Il pugnale era uno di questi manufatti?” lo interruppe Guillaume, che sembrava seguire il filo di una sua logica interiore, una sorta di rompicapo visibile a lui solo che andava disponendosi davanti ai suoi occhi attenti.

“Tante domande, Guillaume, ma non ho ancora sentito parlare di cosa sei disposto a offrire per avere le risposte che cerchi” osservò oziosamente Cassandra, accarezzando la curva d’argento dell’artiglio del drago. “Le transazioni dovrebbero, per loro natura, essere ambivalenti…”

Mantieni il distacco. Non promettergli nulla di tuo. Non è una cosa che deve riguardarti personalmente. Per favore, Guill, pensò Raistan.

Seppe che Guillaume aveva percepito il messaggio dallo sguardo che gli rivolse, ma era molto più difficile interpretare quell’occhiata. Strinse le labbra per imporsi il silenzio, rimpiangendo, come spesso gli capitava, di non averlo fatto prima. Ma era tardi, ormai. Sperava solo che non lo fosse davvero, e per tutto. Ebbe la sensazione di qualcosa di gelido che gli si espandeva sottopelle, nella testa, e si figurò una piccola creatura aliena che prosperava nel suo cranio scavando e scavando, lasciando dietro di sé dei fori che riempiva di ghiaccio. Chiuse gli occhi per un attimo mentre, di nuovo, le dita salivano alla fronte e la massaggiavano, come avrebbe fatto un umano preda di un’emicrania storica.

“Uomini come noi conoscono il significato della parola ‘gratitudine’.” Un sorriso che Raistan temeva non avrebbe visto mai più si compose sul volto di Guillaume. Un sorriso sfrontato e innocente a in tempo, che sapeva suscitare fiducia negli ingenui, paura nei più prudenti, e cieca fede in chi avesse un dannato bisogno di credere in qualcosa.

Raistan dubitava che Cassandra potesse essere assimilabile a una di quelle tre categorie, ma vedere il compagno sorridere così lo rinfrancò almeno un po’.

Cassandra studiò quel sorriso con espressione meditabonda.

“È di un favore che stiamo parlando” disse, con un breve cenno del capo. “Immagino che poter esigere un favore a credito da uno come te possa avere i suoi vantaggi, sebbene nulla possa togliermi dalla testa che saresti stato pronto a concedere molto di più, se fossi stato solo, con me.”

E tornò a guardare Raistan, pur senza ostilità, come se fosse lampante la sua responsabilità in quello stato di cose.

“Felice di essere utile, dunque” disse lui, stupendosi subito dopo di aver parlato. Decisamente era più forte di lui. Ebbe la spiacevole impressione che qualcosa gli si fosse davvero mosso dietro le ossa del cranio e rabbrividì come per un freddo che non poteva davvero sentire.

Cassandra sorrise, scuotendo appena il capo.

“Hai ragione” intervenne inaspettatamente Guillaume. Parlava a Cassandra, ma era a Raistan che rivolgeva lo sguardo, un mezzo sorriso sulle labbra che l’Olandese non ricordava di aver visto mai. “Un tempo non avrei esitato a concedere con facilità qualsiasi cosa tu mi avessi chiesto. E non lo avrei fatto per Lenka o per suo padre, non lo avrei fatto per evitare una guerra. Lo avrei fatto solo per la conoscenza, per soddisfare la mia curiosità, per sapere come sono andate davvero le cose.”

Riportò lo sguardo su Cassandra e il sorriso si spense.

“Ma so essere generoso, Cassandra, e ho amici potenti. Lo dimostra il fatto che io e Raistan siamo arrivati fin qui. All’occorrenza saprò sdebitarmi.”

Il Mago accolse quelle parole con un sospiro.

“Voi vampiri… siete sempre così maledettamente… ancien regime! Se la smetteste di ragionare come in un feuilleton avreste già risolto metà dei vostri problemi.”

Portò entrambe le mani intorno all’impugnatura del bastone e iniziò a parlare.

 

Quando, più di un’ora dopo, il solerte Fidelio li scortò senza troppe cerimonie alla porta, Guillaume e Raistan avevano raccolto informazioni sufficienti per rendersi conto che la faccenda era molto più intricata e complessa e difficile da sbrogliare del previsto.

“Ma che cazzo…” sbottò Raistan, guardandosi intorno.

Guillaume, ancora assorto nel flusso di pensieri scaturiti dalle rivelazioni di Cassandra, non realizzò subito che cosa avesse indisposto il suo compagno. Poi si guardò intorno e capì. Non si trovavano più all’ultimo e peraltro inesistente piano di una torre di cristallo illuminata da luci al neon colorate. Erano in un vicolo scuro, solo una striscia di cielo notturno in alto, oltre i tetti degli edifici, a dare loro un riferimento. Si voltò a guardare verso la porta da cui erano appena usciti, ma le due lastre di cristallo nero erano scomparse, lasciando il posto a una vecchia porta di legno scrostata e praticamente fusa al muro fatiscente, parzialmente coperta dai brandelli laceri di antichi manifesti pubblicitari sovrapposti. Il luogo puzzava di decadenza e urina.

Mentre si dirigeva verso l’imboccatura del vicolo, seguito da Raistan che continuava a berciare all’indirizzo di Cassandra, Guillaume non poté fare a meno di pensare che il Mago doveva annoiarsi davvero molto, in quella sua prigione di vetro e magia.

Raistan si calmò solo quando si resero conto di dove si trovavano. Il budello fatiscente si era aperto in una stradina pulita e illuminata. Bassi edifici variopinti correvano lungo i due lati, le belle facciate in stile manieristico rischiarate dai tipici lampioni di Praga, con la loro luce dorata e rarefatta. Nel cuore della notte, quel luogo sembrava emerso da una favola.

"Il Vicolo d'Oro" osservò Guillaume, sorridendo appena. "Deve il suo nome agli orafi che vi abitavano, ma si racconta che Rodolfo facesse vivere qui gli alchimisti al suo servizio."

Quando Raistan gli afferrò la nuca con la grande mano e lo trascinò via non si oppose.

“Torniamo in albergo, ti prego… ne ho davvero abbastanza di tutte queste stronzate, almeno per stanotte.”

Guillaume non se la sentì di dargli del tutto torto.

 

Quasi cinque ore.

Era quello il tempo che avevano trascorso all’interno del Seven Sins, ma non se n’erano resi conto fino a quando non erano tornati in albergo e avevano constatato che la notte aveva imboccato la sua parabola finale. Forse anche il tempo, là dentro, subiva l’incanto di Cassandra. E forse era quello il motivo per cui il Mago se ne allontanava poco. Lo proteggeva dallo scorrere dei giorni, degli anni, dei secoli secondo le regole che invece interessavano i comuni mortali.

Erano saliti nella loro stanza e Raistan si era immediatamente spogliato e concesso una doccia interminabile, come se sperasse che, a quel modo, avrebbe potuto allontanare da sé l’incantesimo reale o presunto del Mago vestito di bianco. Avrebbe potuto pensare di essersi immaginato ogni cosa, compreso lo stesso locale, se quella fastidiosa sensazione che provava da quando Cassandra lo aveva toccato non fosse stata sempre lì, sotto la pelle. Aveva anche tentato di convincersi che era solo suggestione, ma niente funzionava davvero. E, come molte altre volte, poteva solo ringraziare se stesso. Non che fosse pentito per il tentativo di fargli rimangiare la sua insolenza, quello no, ma si stava comunque chiedendo se le cose avrebbero potuto andare in modo diverso. Per lui, e anche per Guillaume. Solo per rendersi conto che quella domanda abbracciava un periodo molto più lungo di quello trascorso al Seven Sins. Ma recriminare era inutile, e quella era una lezione che aveva imparato ancor prima di diventare ciò che era.

Quando uscì dal bagno trovò Guillaume già a letto. Notò il sorriso tirato con cui lo accolse e fece del suo meglio per restituirglielo, ma con scarsi risultati. Si allungò al suo fianco e si tirò il lenzuolo addosso, voltandosi verso di lui per poterlo scorgere nella penombra della stanza.

“Come stai, Raggio di sole?” gli chiese il Francese, allungando la mano per accarezzargli i capelli.

“Vorrei tornare a casa. Lo vorrei sopra ogni altra cosa. Niente più corti, esecuzioni, anticaglie che non hanno più senso di esistere, un po’ come noi, in fondo, no? Niente più stregoni pazzi che ti fanno… cose. Solo tu e io. Svegliarsi alla sera e chiedersi ‘che si fa di bello, stanotte?’, come facevamo prima. Lo so che non possiamo e so che è colpa mia, ti sto solo dicendo quello che mi piacerebbe.”

“Piacerebbe anche a me” sussurrò Guillaume, come se quasi non osasse esprimere ad alta voce quel desiderio. Forse era proprio così. Non poteva permetterselo, se non voleva impazzire. Anche a lui mancava la loro vita precedente, gli mancava il suo appartamento di Belgravia e gli mancava terribilmente anche Eloisa con i suoi bronci e le sue intemperanze da adolescente. Meglio non pensarci.

“Che cosa mi succederà, adesso, Fiorellino? C’è la possibilità che quello stronzo abbia solo bluffato? Non potrebbe essere la paura fottuta che provo il promemoria di cui ha vaneggiato?”

Tornò a strofinarsi la fronte e di nuovo rabbrividì. “Da quando mi ha toccato sento… qualcosa, nella testa, ma non so dire se sia solo suggestione. Sono stanco…”

“Guardami.”

Guillaume gli aveva preso il volto tra le mani, ora, le dita affondate tra i suoi capelli in una stretta delicata.

“Non ti accadrà nulla di male. Non questa volta” continuò. “Cassandra è sicuramente un bastardo pericoloso, e sarebbe stato meglio che tu non gli versassi sale sulla coda. Ma non credo sia davvero così indifferente all’equilibrio tra le nostre stirpi. Che ci piaccia no, adesso rivestiamo delle cariche considerate di grande importanza. Chi nuoce a noi nuoce alle antiche tradizioni. E Cassandra sa bene quanto possa essere sgradevole mettersi contro certe regole. Non ne vale la pena, non per punire una lingua arrogante.”

Così dicendo si protese verso di lui e gli posò un bacio sulle labbra, dapprima delicato, poi più insinuante, cercando nella sua bocca quella lingua che tanti problemi continuava a creare. Se ne impossessò, suggendola tra le labbra, tra i denti, lambendola con carezze delicate e umide, mordicchiandola delicatamente, fino a farne stillare una piccola goccia di sangue. Allora il bacio si fece più profondo, mentre le braccia di Raistan lo avvolgevano intrappolandolo e il corpo dell’Olandese rotolava sopra il suo, inchiodandolo al letto. Lo inchiodò anche con lo sguardo.

“Se me la staccassi a morsi, questa lingua malefica, sarebbe meglio. Tanto per il mio ruolo non serve parlare” gli disse, prendendo possesso del suo corpo con un singolo movimento imperioso, per poi restare di nuovo fermo a guardarlo. Sapeva che a Guillaume piaceva. Sapeva che amava mettersi alla sua mercé e lasciargli decidere il come e il quando, abbandonarsi a lui senza pensare più a niente, forse perché nel resto del tempo era costretto a non fare altro che riflettere, valutare, progettare e mantenere il controllo. Anche Raistan adesso voleva non pensare più a niente, soprattutto al momento in cui avrebbe dovuto cedere al sonno diurno e la maledizione di Cassandra avrebbe avuto via libera per infestare la sua mente inerme.

“Mi dispiace, Fiorellino. So di averti deluso. Ma non ti deluderò adesso.”

Prese a muoversi in lui e con lui, mentre la sua bocca cercava di nuovo quella del Francese come se da quel bacio dipendesse la sua intera esistenza. Godette del suo tocco sulla schiena, prima delicato e poi via via più aggressivo, con le unghie che gli lasciavano tracce arrossate là dove scorrevano per accarezzarlo e per tenerlo avvinto e godette del momento in cui le sue dita affondarono di nuovo nei suoi capelli trattenendolo, allontanando il proprio viso dal suo, per catturarne lo sguardo.

“Non mi hai deluso. Lo avresti fatto se te ne fossi andato. Non avrei potuto sopportarlo. E adesso bevi e stai con me. Solo questo, ti chiedo.”

Voltò la testa, esponendo la gola, e sul suo volto apparve un sorriso sognante quando Raistan vi affondò i denti e riprese a muoversi in lui, sinuoso e potente. I pensieri scivolarono via assieme al sangue, e nulla vi era di più giusto e desiderabile.

 

“Buonasera, Raistan, vedo che sei tornato a trovarmi. Ti aspettavo, in effetti.”

Era di nuovo al Seven Sins e non aveva idea di come aveva fatto ad arrivarci. Di sicuro non era contento di essere lì, al cospetto del Mago vestito di bianco, che lo stava fissando seduto su una specie di scranno. Guardandolo meglio, si rese conto che quel bizzarro trono dall’aria scomoda era fatto di ossa.

“Che cosa mi hai fatto, bastardo? Dimmelo! Come sono arrivato qui? E dov’è Guillaume?”

Cassandra sorrise, facendo roteare il bastone tra le mani con aria svagata. “Quante domande, Olandese… Lo sai che il mio tempo è prezioso. Risponderò soltanto a una, quella che ti sta più a cuore. Sceglila. Ma non posso assicurarti che la risposta ti piacerà…”

“Io ti…” ruggì Raistan, tentando di avventarsi contro il Mago, ma si rese conto di non potersi muovere, non alla velocità che avrebbe desiderato, e senza la forza necessaria ad aggredire Cassandra. Compì giusto un passo, poi gli sembrò di aver urtato una parete di gomma e indietreggiò di due. L’uomo vestito di bianco sorrise di nuovo, indulgente, mentre le sue mani non smettevano di trastullarsi col bastone dal pomello d’argento.

“Allora? A quale domanda vuoi che io risponda?”

Lo sapeva. Quel maledetto sapeva benissimo qual era il quesito che gli stava più a cuore. Lo odiò con un’intensità che non provava da molto tempo.

“Fai bene a proteggerti con le tue magie, Cassandra. Perché se riuscirò a metterti le mani addosso, di te non rimarrà nemmeno un bottone di quel completo che ti piace tanto. Dimmi dov’è Guillaume.”

Il sorriso del mago si ampliò, ma per qualche motivo divenne più sinistro. E Raistan seppe per certo che no, la risposta non gli sarebbe piaciuta per niente.

“Non è qui. Ma non è più nemmeno in albergo, con te. Se n’è andato e non tornerà più. Ed è tutta colpa tua, perché lo metti continuamente in imbarazzo e lui non vuole avere più niente a che fare con te. Ha atteso che ti addormentassi e poi… ciao ciao, Olandese… Nessuno ti ama. Nessuno può amarti, perché sei stupido, stupido, stupido.”

Raistan si sforzò di ridere a quelle parole, anche se aveva la gola chiusa come se un artiglio gigantesco gliela stesse serrando. “Non penserai mica che creda a stronzate simili, vero? Io lo conosco, non lo farebbe mai, e lui conosce me, e come hai detto tu gli piaccio moltissimo. Lo ritroverò a letto, dove l’ho lasciato, e scoperemo alla tua salute, brutto stronzo.”

Cassandra fermò la rotazione pigra del bastone per indirizzarlo verso un punto qualsiasi alla propria destra. Gli fece disegnare un cerchio nell’aria e il cerchio si animò, rivelando un ambiente che Raistan riconobbe subito come la stanza all’Hotel. Vide Guillaume, vestito di tutto punto, che sistemava le proprie cose nella valigia appoggiata sul letto, quello stesso letto in cui lui dormiva, ignaro di tutto, i capelli sparsi sul cuscino e le membra possenti rilassate nell’abbandono del sonno.

“Ormai è lontano. Rassegnerà le dimissioni dal suo ruolo di Arconte, e molti pezzi grossi della vostra razza tireranno un sospiro di sollievo. Nessuno glielo impedirà. Tornerà alla vita di prima, che amava, ma lontano da te. Non riuscirai a trovarlo, perché lui non vuole. Non vuole più te, bestione olandese.”

“Non è vero! Stai mentendo, è tutta una menzogna!” gli urlò Raistan, cercando di nuovo di aggredirlo ma rimbalzando ancora una volta all’indietro contro l’invisibile muro di gomma. Doveva uscire di lì, tornarsene in albergo, adesso, subito!

“Forse. O forse no. Ma come fai esserne sicuro, finché sei qui? E intanto il tempo passa… ti ricordi di come siano volate le ore mentre eravate al Seven Sins? Sta succedendo anche adesso… tic toc, tic toc…” Dalla gola gli sgorgò una risata cristallina che parve amplificarsi mentre Raistan si guardava attorno, febbrile, alla ricerca di una via d’uscita. “Se n’è andato, non tornerà mai più. Sei solo, Olandese, come sempre. Come ti meriti. E se non è successo, forse è perché ti ho mentito sul giorno, ma accadrà, oh, se accadrà… ”

“Fammi uscire di qui! Fammi andare via!”

“Se sei così ansioso di verificare… vai. Ci vediamo, Olandese.”

Cassandra batté il bastone sul pavimento di onice nero e Raistan ebbe l’impressione di precipitare in un abisso senza fondo. Quasi se lo augurò, se al ritorno nella loro stanza avesse dovuto trovarla vuota.

 

Il risveglio lo travolse come una valanga di sensazioni che in quel momento non riusciva ancora a gestire. Spalancò gli occhi e saltò a sedere sul letto, guardandosi attorno frenetico alla luce dell’abat- jour accesa sul comodino dalla parte di Guillaume. Che non c’era. Non era coricato al suo fianco, non si stava vestendo, non era nella stanza. Forse è in bagno! Si sveglia sempre prima di te, anche ieri sera è successo. Sarà immerso nella vasca a leggere un libro, gli piace farlo, no? Si scapicollò giù dal letto con movimenti ancora goffi e scoordinati, rischiando di finire a gambe levate, con l’impressione che la porta della sala da bagno si allontanasse sempre di più anziché farsi più vicina, ma ancora prima di raggiungerla e di spalancarla, col nome del compagno serrato dietro le labbra per impedirsi di urlarlo, seppe che non l’avrebbe trovato. Così fu. Il bagno era deserto. Arrancò fino all’armadio con le gambe contemporaneamente rigide e molli come gelatina e quasi scardinò l’anta per la foga con cui l’aprì. Trovò solo i propri abiti ordinatamente appesi alle grucce, compresa la divisa da Esecutore.

“No…” gemette, mentre ogni residuo atomo di forza lo abbandonava e lo faceva franare in ginocchio con le mani artigliate ai capelli. E continuò a ripeterlo, mentre l’eco della risata di Cassandra gli risuonava nelle orecchie come i rintocchi di una campana a morto.

 

“Raistan! Svegliati! Raistan!”

Era la voce di Guillaume, quella. Anche il tocco della mano sulla spalla sembrava il suo, così come l’odore che percepiva. Eppure, anche quando la sua coscienza tornò a galla, Raistan ebbe paura ad aprire gli occhi. E se fosse stato un sogno anche quello? Se avesse sollevato le palpebre solo per accorgersi che era il nulla ad attenderlo?

Cher, ci sono io qui, dimmi cosa succede. Apri gli occhi, guardami…”

Rendendosi conto che non avrebbe potuto rimandare quel momento all’infinito, Raistan si rassegnò a obbedire. Quando il viso familiare del compagno gli apparve, gli si aggrappò addosso con tutta la propria forza, attirandolo contro di sé e nascondendogli il viso contro la spalla nuda, incapace di esprimere la paura e la disperazione che aveva provato, così come il sollievo che sentiva adesso.

La mano di Guillaume salì ad accarezzargli i capelli mentre si adattava a quella stretta convulsa, sufficiente a rivelargli che doveva aver vissuto l’inferno, ma senza comprenderne appieno la natura.

“Era solo un sogno, Raggio di Sole. Non è il primo, no? Quante volte mi hai già svegliato con i tuoi ululati serali?” scherzò, cercando di sdrammatizzare. La presa dell’Olandese non accennava ad allentarsi e Guillaume la ricambiò, aspettando con un sospiro che si calmasse. D’altronde, nel periodo immediatamente successivo alla prigionia per mano di quel pazzo del dottor Janicek, la stessa sorte fatta di incubi e risvegli tumultuosi era toccata a lui, e Raistan era sempre stato lì, ad accoglierlo fra le braccia e a tentare di convincerlo che tutto era passato e che i mostri umani non sarebbero più tornati. Una bella coppia di squilibrati, ecco cos’erano. Ciascuno a ergersi come il prode cavaliere pronto a uccidere i demoni dell’altro.

“Non era solo un sogno… Era quel bastardo… In… in qualche modo mi ha richiamato a sé, in quel posto di merda… mi diceva delle cose… che te n’eri andato e che non saresti mai più tornato… e poi mi sono svegliato, o almeno così mi sembrava, e tu non c’eri davvero… e adesso… come faccio a sapere che non è un incubo anche questo?”

“Raistan, guardami.” Guillaume lo costrinse a rinunciare a quell’abbraccio per prendergli il viso fra le mani e inchiodarlo con il proprio sguardo. “Sono qui. Questa è la realtà e io non vado da nessuna parte, è chiaro? Hai capito quello che ho detto? Io non mi muovo, se tu non sei con me.”

L’Olandese si costrinse ad annuire, poi accettò di coricarsi di nuovo, ma mantenne lo sguardo fisso su Guillaume, come se temesse di vederselo svanire sotto gli occhi. Si sentiva già esausto, come se non fosse nemmeno andato a dormire, e pensò con sgomento alla notte che li attendeva. Altre indagini, altre persone che non desiderava incontrare, altri guai. Il desiderio di tornare a casa gli fece quasi salire le lacrime agli occhi, ma riuscì a rimandarle al mittente appena il pizzicore gli azzannò le palpebre.

“Va meglio, adesso?”

Annuì di nuovo, ma solo per fargli un piacere. “E se fosse questa, la maledizione? Quel bastardo ci leggeva nel pensiero. Sa qual è la cosa che temo di più. Se succedesse tutte le notti? Impazzirò, lo so che impazzirò.”

“Shhh, basta. Era solo un incubo, vedrai che non succederà più. E, in ogni caso, sai qual è la verità. Non rinuncerei mai alla mia Bête preferita…”

Raistan lo strinse ancora a sé e volle credere con tutte le forze che Guillaume non si sbagliasse, o non gli stesse mentendo.

 

“Siete tornato, Signor De Joie”

Karel sollevò gli occhi pallidi dal pesante tomo che stava consultando. Guillaume non poté fare a meno di chiedersi se fosse uno di quelli confiscati a sua sorella, ma il Reggente lo prevenne.

“Sto cercando di redigere una storia dei vampiri di Praga dalle origini a oggi” spiegò, sfiorando con le dita sottili i fogli incartapecoriti. “Un omaggio a mio padre. Spero lui possa apprezzarlo, in qualche modo.”

“Sono sicuro che lo farà” rispose Guillaume, garbato. In realtà avvertiva una crescente frustrazione davanti all’atteggiamento del ragazzo. Avrebbe dovuto preoccuparsi di più di fare chiarezza riguardo la morte del padre, prima di dedicargli un dannato trattato storico! Per non parlare del salvare la propria sorella…

“Io e il mio Artiglio siamo venuti per incontrare Lenka, col vostro permesso” riprese.

Una singola ruga solcò la fronte alabastrina di Karel.

“Non credo sia possibile, Signor De Joie” rispose, pacatamente. “Il Maestro Ourada ha dato disposizioni precise…”

“... che sono sicuro la parola dell’attuale Principe Reggente, nonché erede diretto di Rodolfo, potranno vanificare” lo interruppe Guillaume, ricacciando l’impulso di digrignare i denti. “Sono certo che il Maestro comprenderà la necessità di collaborare con il Tribunale supremo che qui rappresento. Dopotutto siete stati voi a invocare il nostro intervento.”

Karel annui, il volto sempre contratto in un’espressione grave che lo faceva apparire come un fanciullo invecchiato prematuramente.

“Sì, ma dovete comprendere che la sola ragione per cui voi e il vostro Artiglio siete stati chiamati è per eseguire la sentenza su Lenka. La sua condanna è già stata pronunciata, le prove a suo carico sono schiaccianti. Non vi è nulla che voi o qualcun altro potreste fare per lei.”

“E voi, Karel, potendo, lo fareste?” lo interruppe Guillaume, incalzante. “Fareste qualcosa per salvarla?  È di vostra sorella che stiamo parlando!”

Lo sguardo di Karel parve farsi smarrito, solo per un istante.

“Io più di chiunque altro desidererei poterla scagionare, Signor De Joie” mormorò. “Ma capirete che davanti a una piena confessione…”

“Cosa?” Guillaume si rese conto di aver parlato con un tono decisamente inadeguato per il luogo e il suo regale interlocutore.

Karel lo guardò, l’amarezza che per un momento smorzò la severità del suo sguardo.

“Lenka ha confessato. Ha ammesso di aver colpito nostro padre con il pugnale di cristallo nero. Lo ha fatto ben prima del vostro arrivo.”

“Certo che lo ha colpito, Karel!” sbottò Guillaume, dimenticando che si trovava, dopotutto, al cospetto di un principe. Ignorò tanto lo sguardo costernato del ragazzo, quanto quello minaccioso dell’uomo in nero che montava la guardia alla porta, come un becchino in attesa di poter procedere alle esequie. Si costrinse a mitigare l’aggressività nella propria voce. Diventava sempre più simile a Raistan! “Intendo dire, forse non è andata così. Forse, colpendolo con il pugnale, Lenka non voleva uccidere Rodolfo, ma piuttosto salvarlo. Le cose non sono sempre come sembrano” concluse. Dopo la visita al Seven Sins e l’incontro con Cassandra ne era più consapevole che mai.

“Lasciatemi parlare con Lenka, solo per qualche minuto” insistette, sebbene nemmeno l’ombra di un dubbio avesse scalfito l’austera rassegnazione sul volto del giovane vampiro.

“Temo che ciò sia davvero impossibile, Maestro De Joie.”

La voce di Ourada pose fine a qualsiasi tentativo di trattativa. Guillaume represse un moto di frustrazione, mentre si rivolgeva al capo dei Vampiri-Maghi con la deferenza che ci si aspettava da un ospite di tutto riguardo e lignaggio, ma pur sempre un ospite in casa d’altri.

L’ombra ingombrante del Consigliere riempì la stanza al punto che Guillaume provò il desiderio di uscirne. Ma non poteva. Anzi, il fatto che quel personaggio sinistro fosse lì significava che Raistan poteva agire indisturbato. Era opportuno che lui si sacrificasse a tenerlo impegnato.

“Credetemi, Maestro de Joie, apprezziamo molto il vostro tentativo di salvare l’imputata” riprese il Consigliere. Si era portato alle spalle di Karel, che, come sempre, sembrava essere inghiottito dalla sua presenza. “Tuttavia vi devo rammentare che siete un ospite, in questa Corte, e gli ospiti, per quanto graditi, non dovrebbero turbare l’animo già esacerbato di chi soffre a causa di un duplice lutto…”

Guillaume ignorò la minaccia sottintesa in quelle parole garbate.

“Per ora il lutto è uno solo, Maestro Ourada” lo corresse, con neutra cortesia. Non era tenuto a piacere a quell’energumeno, di certo non ci teneva a piacergli. Ma doveva prendere tempo, per Raistan. “La mia speranza è che si possa evitare il secondo e porre la parola fine a questa incresciosa vicenda…”

“La sola cosa che potrà porre la parola fine a questa storia è l’esecuzione della traditrice e la guerra che muoveremo subito dopo ai suoi complici!” tuonò Ourada, lasciando cadere per un momento la maschera di garbatezza cortigiana dietro la quale il suo volto vagamente scimmiesco faticava non poco a nascondersi. “Il vostro contributo alla vicenda è già stato definito a suo tempo, Arconte. Ogni altro sforzo da parte vostra sarà considerato non solo inutile, ma potrebbe rivelarsi dannoso per la nostra comunità già così duramente colpita.” Era tornato calmo, la grossa mano posata sulla spalla esile di Karel, lo sguardo insondabile fisso su Guillaume. Un idolo di pietra inamovibile.

“Pronuncerete la condanna contro Lenka Knežević e il vostro Artiglio la eseguirà” sentenziò. A Guillaume non sfuggì il sussulto che scosse le spalle di Karel. “Tutto quello che verrà dopo non sarà più affar vostro” concluse il Consigliere, un sorriso a incurvare le labbra tumide.

 

Intrufolarsi.

Un termine che faceva pensare a piccole creature che si insinuavano in anfratti quasi invisibili ai più, ma che Raistan aveva fatto proprio in quasi un secolo di attività come sicario. Non c’era serratura che potesse resistergli, né pozza d’ombra che non potesse essere sfruttata per ottenere l’invisibilità di cui aveva bisogno. Un senso dell’orientamento quasi infallibile e un ampio mantello nero dal profondo cappuccio, atto a celare anche una chioma vistosa come la sua, lo rendevano il candidato ideale per acquisire indizi validi a comprovare la tesi di Guillaume.

Forzare la chiusura della cripta in cui era conservato il corpo vetrificato di Rodolfo non fu difficile quanto impedire alla porta di cigolare. Ogni minimo rumore sembrava amplificato, in quel dannato corridoio e Raistan rimase per qualche istante in piedi immobile al di là della soglia cercando di captare il suono di passi in avvicinamento. Ma non udì nulla, solo lo sgocciolare lontano di qualche tubatura. Avrebbe voluto accendere alcune delle torce sospese alle pareti, ma temeva che il lucore potesse essere notato attraverso la fessura sotto la porta, quindi si adattò a usare quella artificiale del telefono. Raggiunse il cadavere e scostò con un gesto secco il drappo cremisi che lo ricopriva, percorrendo il corpo con la luce e con lo sguardo.

“Accidenti a te, non potevi sbriciolarti e basta, come fanno tutti i vampiri?” gli sibilò, mentre cercava di individuare la ferita del coltello con cui Lenka lo aveva colpito. Più facile a dirsi che a farsi. La posizione contratta del corpo rendeva difficile esaminarlo, e la spia luminosa estremamente vivida non faceva che riflettersi sul vetro che lo costituiva, rendendo il lavoro ancora più complicato. Non avrebbe voluto toccarlo, quella era una cosa che Raistan sapeva con certezza. E se gli si fosse staccato qualche altro pezzo? Oltre al disgusto che avrebbe provato, sarebbe stata la prova inconfutabile che l’Arconte e il suo Esecutore stavano ficcando il naso in faccende che non dovevano riguardarli. Doveva fare attenzione. Aveva già incasinato la situazione a sufficienza facendo il Raistan con Cassandra. Guillaume contava su di lui e lui non lo avrebbe deluso. Posò il cellulare sulla lastra di marmo, voltato in modo da illuminare il corpo, prese un lungo e inutile respiro e poi si dedicò all’incarico più strano che gli fosse mai capitato: tentare di prelevare campioni di tessuto e sangue da qualcuno la cui linfa vitale era diventata puro cristallo. Se ci fosse riuscito, a qualcun altro sarebbe toccato un compito ancora più difficile: estrarre l’anima originaria da quei frammenti per ritornare alla carne e al sangue, e ai segreti che contenevano. Ma pensava di conoscere chi poteva riuscirci.

“Con permesso, Principe. Devo lavorare.”

Il braccio sinistro del Principe, quello intatto, rivelò immediatamente due tagli. Il primo, all’altezza del polso, era poco più di un graffio, perpendicolare all’avambraccio. Il secondo, più profondo, era situato più in alto, parallelo al primo. Sembravano autoinflitti. Troppo precisa la loro posizione. Nulla che facesse pensare a ferite inferte con lo scopo di uccidere. Quando terminò l’esame scrupoloso di torace, braccia e gambe, Raistan si sollevò e si sgranchì i muscoli della schiena, irrigiditi per la posizione china che aveva dovuto mantenere a lungo. Si pose all’ascolto per cogliere rumori all’esterno e consultò l’orologio che aveva eccezionalmente indossato, per rendersi conto del tempo che passava: Guillaume non avrebbe potuto intrattenere Karel e la sua corte a tempo indeterminato. Erano già passati più di quaranta minuti, accidenti. Doveva sbrigarsi. Fece scorrere sulle dita i guanti di lattice che indossava, per calzarli meglio, poi appoggiò le mani sui fianchi del corpo irrigidito e lo accompagnò con delicatezza nella rotazione necessaria per voltarlo. Non era molto rispettoso costringere il cadavere del Principe di Praga ad appoggiare sul proprio naso, per esaminargli la schiena, ma non c’era altro modo. Il cellulare perse il proprio appoggio precario e ricadde sulla superficie marmorea dell’altare con un piccolo tonfo. Per qualche istante, Raistan si ritrovò nel buio più completo e nemmeno i suoi occhi riuscirono a sondarlo, lì per lì. Non gli piacque e tastò quasi con frenesia il piano di marmo per ritrovarlo e riportare la luce all’interno della cripta. Stupido, si disse, un vampiro che si fa spaventare dal buio!

Quando avvenne, si rimise al lavoro e non impiegò molto per trovare quello che stava cercando.

Bingo, Fiorellino!

A circa metà schiena, ma in posizione laterale, sulla destra, spiccava una chiazza di sangue che si allungava verso il basso in cupe striature. Subito al di sopra di essa si aprivano le labbra di quella che appariva chiaramente come una ferita di arma da taglio. Adesso veniva la parte più difficile: riuscire ad asportare parte del sangue e della pelle che componeva le tre lesioni, divenute vetro come il resto del corpo. L’immagine di lui che commetteva un errore e di una crepa che percorreva dalla testa ai piedi tutto il cadavere, facendolo disintegrare sotto i suoi occhi, lo portarono a bloccarsi con il piccolo strumento dalla punta di diamante stretto nella mano guantata. A peggiorare la sua esitazione arrivò la sequenza di uno dei film della serie dell’Era Glaciale che aveva visto con gran divertimento, anche se non lo avrebbe confessato nemmeno sotto tortura: lo scoiattolo Scrat che piantava la sua amata ghianda nel ghiaccio del pack, che si crepava inesorabilmente, dando luogo alla deriva dei continenti. Dovette premersi la mano sulla bocca per non scoppiare a ridere come un mentecatto. Quando fu certo di aver riacquistato la calma, si abbassò e praticò un piccolo cerchio proprio sopra la ferita, come se avesse dovuto lavorare sul vetro di una finestra. Lo asportò servendosi di un paio di pinzette, lo infilò in una piccola busta di plastica trasparente, poi ripeté l’operazione un po’ più in basso, dove le striature di sangue si erano cristallizzate per sempre. Voltò il corpo, prelevò un campione anche dai tagli sul braccio e solo quando furono tutti al sicuro nella tasca della sua giacca si permise di battere le palpebre e di consultare di nuovo l’orologio. Quasi un’ora. Tempo di raggiungere Guillaume, sperando di non averci messo troppo tempo. Coprì il corpo con il drappo di velluto cremisi e lasciò la cripta.

 

“Che cos’è che non è affar nostro, Consigliere?” chiese il vampiro Olandese, che sembrava essere apparso dal nulla alle spalle di Guillaume ed era riuscito a far trasalire per la sorpresa sia Ourada che il principe. Adesso che aveva svolto il proprio compito, era tornato ad essere di pessimo umore per gli incubi della giornata appena trascorsa e cercava solo un pretesto per far volare qualche testa. Non chiedeva di meglio che fosse quella di quello scimmione del cazzo. “Scusa il ritardo, Arconte Supremo.” Tutto a posto. Ho i campioni gli comunicò attraverso il Legame che li univa.

“Quello che succederà a Praga dopo che avrete eseguito la condanna della colpevole” rispose il Consigliere, sibilando le parole tra i denti e rispondendo allo sguardo di sfida di Raistan con uno di puro gelo.

“Non siete voi a decidere quello che ci riguarda o no, data la nostra carica. In ogni caso vi assicuro che non vediamo l’ora di lasciare questo mortorio per tornare in luoghi a noi più congeniali. Arconte, se vuoi seguirmi, ho notizie dal Clan che richiedono la tua attenzione.”

Dovette imporsi di non afferrare Guillaume per un braccio per trascinarselo dietro, e attese paziente che lo seguisse al di là della porta dello studio di Karel. Scambiarono una sola occhiata, più eloquente di mille parole, e lasciarono il cimitero ebraico alla ricerca di un posto in cui ci fosse… campo. Dovevano fare una telefonata che non poteva aspettare.

 

Alla fine erano tornati in albergo, dopo una breve passeggiata utile a togliersi di dosso il puzzo di tomba, come lo definiva Raistan. L’idea di rimettersi a dormire, con la prospettiva di un altro incubo targato Cassandra, non gli sorrideva affatto, quindi si ripromise di non cedere fino all’ultimo momento.

“Dici che quello stordito sarà in grado di fare quello di cui abbiamo bisogno?” chiese a Guillaume, osservandolo togliersi giacca e cravatta e sbottonarsi il gilet che fasciava alla perfezione il suo torace snello.

“Se c’è uno che può riuscirci, quello è lui. La sua costante… assenza mentale, dovuta a tutto quello che si spara in corpo, non deve ingannarti. Nel suo lavoro è un genio.”

“Bene, allora. Ma come faremo a spedirgli i campioni? I corrieri sono chiusi, negli orari che servono a noi.” Si era tolto gran parte degli indumenti, pantaloni a parte, e aveva sistemato alcuni cuscini dietro la schiena per poter stare seduto comodamente sul letto. La sua obiezione ebbe il potere di bloccare Guillaume mentre appendeva ordinatamente i propri abiti sulle grucce, e anche quelli del compagno.

“Ci vorrebbe un umano disponibile…” commentò il Francese tra sé e sé. Ebbero lo stesso pensiero, e nello stesso tempo, scambiando un ghigno. “Igor” dissero quasi in coro.

“Questa è risolta. Adesso chiamiamo quel pazzoide” disse Raistan.

 

“Buonasera, Meriwether. Sono Guillaume de Joie. Ti ricordi di me?”

Meriwether?!! Raistan non aveva mai chiesto il vero nome del Chimico, e ora che lo conosceva non riuscì a frenare una risata. Il Francese, che lo aveva raggiunto sul letto e si era messo comodo nel suo abbraccio, gli rifilò una gomitata nelle costole mentre attendeva che, all’altro capo del filo, i neuroni bruciati dell’umano si attivassero quel tanto che bastava per permettergli di riconoscerlo. Quanto ci sarebbe voluto era un mistero.

“Guillaume de Joie, sì, sì, certo!” rispose il Chimico dopo lunghi attimi di silenzio rotti soltanto dal suo respiro. Guillaume provò un sollievo notevole. “Come stai? Vai ancora in giro con quel tipo biondo con i capelli lunghi, scontroso come un toro, vero?”

Adesso era il turno del francese per sorridere. Raistan, che riusciva a sentire anche la voce dell’umano, gli rivolse un gesto osceno.

“Sì. Anzi, è qui e ti saluta. Ascolta, abbiamo bisogno di un lavoro. Domani o al massimo dopodomani riceverai un pacchetto con due campioni. Ti sembrerà vetro, ma non lo è. È troppo complicato da spiegare. Devi analizzarli come fossero tessuti organici. Pelle, sangue, insomma. Cerca tracce di veleni, sostanze tossiche di qualche tipo, e poi facci sapere quello che trovi. Saprò ricompensarti a dovere. Hai capito quello che ti ho detto, Meriwether? Ripetimelo, per favore.”

Altro silenzio, così prolungato che Guillaume ebbe il dubbio, a un certo punto, che fosse caduta la linea. Invece la voce sognante del Chimico lo raggiunse, mentre un’altra più squillante diceva qualcosa in sottofondo. Caska. Aveva riacquistato la favella, alla fine. Sorrise di nuovo, mentre Raistan cercava di insinuargli una mano nei pantaloni e ricavava uno schiaffo sul dorso.

“Mi mandi dei campioni di qualcosa che sembra vetro, ma in realtà è pelle. Devo analizzarli e cercare sostanze tossiche. Dirti quello che trovo. Mi ricompenserai a dovere” recitò la voce incolore all’altro capo del telefono. Si animò un tantino solo quando dovette introdurre qualcuno al suo posto: “Caska ti vuole salutare, aspetta!” disse, allegro, strappando un sorriso e un sospiro a Guillaume che aveva già il suo da fare ad arginare l’assalto di Raistan alle sue parti basse.

“Ciao! Ciao biondi, come sta voi?” trillò la voce allegra della ragazza. L’Olandese, in quel momento impegnato a percorrere di baci pigri il petto dell’Arconte, scosse la testa.

“Stiamo bene, Caska, grazie. Finalmente sento la tua voce. Stai bene, tu?” le rispose, affondando la mano libera nei capelli fluenti del compagno.

“Bene! Molto bene! Io ricordo sempre voi! Quando voi viene a trovarci?”

“Speriamo presto, piccola. Adesso passami di nuovo Meriwether, vuoi?”

Certo! Io passa te lui! Ciao!”

Le mani di Raistan erano scese sulla chiusura dei pantaloni bianchi di Guillaume. Quando raggiunse l’obiettivo si abbassò per prenderne possesso con la bocca, costringendo il Francese a uno sforzo consapevole per mantenere salda la voce.

“Mi senti, Meriwether?” chiese, inarcandosi e continuando ad accarezzare la testa e la schiena di Raistan.

“Sì, ti sento, ma non mi piace che mi chiami così. Io sono il Chimico e basta” protestò la voce monocorde. “Cosa mi stavi dicendo?”

Guillaume temette di dover ripetere tutta la spiegazione e rimase per un attimo ammutolito. “Ehm… i campioni che ti manderemo…” balbettò, il suo solito aplomb gettato al vento. Raistan riuscì a sghignazzare nonostante la sua attività del momento.

“Sì, sì, i campioni! Ci sentiamo appena so qualcosa. Divertiti, col tuo amico” gli augurò, con un’eco di sorriso nella voce.

“Non mancherò” rispose Guillaume, poi chiuse la comunicazione e gettò il telefono sul letto, scivolando più in basso sui cuscini. “Sei un demonio. Non capivo nemmeno più cosa mi stava dicendo…”

“Allora eravate in due. Adesso mettiti comodo e non pensare più a niente. E poi voglio il premio per essere riuscito a prelevare i campioni senza sbriciolare il corpo” disse, per poi tornare ad abbassarsi tra le gambe del francese e strappandogli un gemito e un sorriso sognante.

“Vedremo cosa si può fare” fu il sussurro in risposta.

Igor poteva aspettare. Adesso, tutto ciò che contava era lì, in quella stanza.

 

C’era un silenzio innaturale. Non era semplicemente assenza di suono. Era un vuoto antico, che amplificava se stesso, un nulla senza principio, senza fine. In quella stanza, tra quelle pareti anonime, non vi era mai stato altro che niente.

Quando Raistan aprì gli occhi, nella penombra malsana, lo avvertì subito. Lo sentì addosso, dentro, come se mentre era immerso nel torpore diurno, quell’assenza fosse strisciata dal pavimento sopra il letto, insinuandosi tra le lenzuola scomposte, avvinghiandosi al suo corpo inerte con spire invisibili.

Provò l’urgenza di respirare, solo per rendersi conto in un istante dell'assurdità di quel bisogno. Ma la sensazione gli rimase attaccata addosso come una coperta umida.

D’istinto allungò la mano alla propria sinistra, ma non trovò nessuno. Il senso di vuoto si strinse intorno alle sue viscere, gli azzannò il cuore.

Non lo chiamò per nome. Sapeva che Guillaume non era nella stanza. Lo sentiva con la stessa intensità con cui avvertiva quel nulla freddo e impietoso gravargli addosso, soffocarlo da dentro. Raistan Van Hoeck conosceva la solitudine. Era stato solo per la maggior parte della sua lunga non-vita. Non si era mai abituato, no. Non era mai riuscito a farsela piacere. Ma aveva imparato a convivere con essa, come si impara a convivere con una compagna abituale, scontata.

Quello che sentiva ora, però, mentre quel vuoto lo colmava completamente, era diverso. La mancanza di Guillaume era un abisso che gli si spalancava dentro, inghiottendo i suoi passi, vanificando ogni pensiero razionale. Perfino la rabbia sembrava smorzata, la sua antica rabbia, che per secoli lo aveva sostenuto e gli aveva permesso di andare avanti. Nemmeno quella fiamma verde, feroce, lo sosteneva ora. C’era solo quel senso di soffocamento, quell’ottundimento dei sensi che lo costringeva a restare immobile, gli occhi fissi sul soffitto sul quale si rincorrevano luci e ombre anonime, perché qualsiasi movimento avrebbe significato dolore, qualsiasi pensiero gli avrebbe straziato l’anima. Avvertì una lacrima sgorgare dall’angolo dell’occhio e scivolare lungo lo zigomo, tracciando una scia fredda

 No, non era concepibile, non era tollerabile. La certezza che non esistesse sollievo o distrazione a quell’assenza lo annichiliva. A cosa sarebbe valso costringersi ad alzarsi dal letto, a uscire dalla stanza, aggredire qualcuno e cibarsene? Infierire sulla carne di un umano inerme gli avrebbe forse permesso di sfogare un poco la frustrazione, ma non avrebbe scacciato quel pensiero, quella consapevolezza impietosa. Era solo. Guillaume se ne era andato. No, non era esatto. Guillaume non c’era mai stato. Non per lui, non con lui. Perché mentre un torpore nuovo, fatto di mille spilli d’argento che gli penetravano la corteccia cerebrale, lo inchiodava al letto, Raistan percepiva il ricordo del Francese scivolare via, come acqua in uno scarico, inesorabilmente. Il suo volto, la sua risata tintinnante, la consistenza della sua pelle, della sua carne. Il profumo del suo sangue. Sbiadiva, come un’ombra quando le nubi coprivano il sole, come un alone lasciato sul vetro dal sospiro di un fantasma. E paradossalmente sapere che presto lo avrebbe scordato gli faceva ancora più male. Non avrebbe dovuto essere così. Non amare affatto avrebbe dovuto essere meno penoso che perdere l’amore. Udì un suono gracchiante scaturire da qualche parte, nel silenzio, e comprese che proveniva dalla sua gola. Si fece strada fino alle labbra, trasformandosi in un ululato strozzato, un gemito di sofferenza così assoluta da risultare contratto, inespresso.

“Ti prego, no…”

Lo pensò, non lo disse. Non era in grado di farlo. E si odiò per averlo pensato, per quelle lacrime che continuavano a rigargli il volto, rotolando sul cuscino. Ma perfino l’odio veniva soffocato da quel vuoto che lo consumava, che lo corrodeva come un cancro, strappandogli un pezzo alla volta, pensiero dopo pensiero, ricordo dopo ricordo. Poteva solo augurarsi che finisse, che anche lui potesse diventare niente, nessuno. Presto.

 

“Raist?”

Guillaume scosse dolcemente la spalla del compagno. Inutile. La smorfia di sofferenza che deformava il suo volto si accentuò, e nuove lacrime sgorgarono dalle sue palpebre serrate.

Non ci voleva un mago per capire cosa stesse sognando...

“Raistan, svegliati. Sono qui” lo chiamò, a voce più alta, stringendogli le braccia con le dita.

L’Olandese spalancò gli occhi e la bocca, come un uomo in procinto di annegare che annaspasse per ritrovare l’ultimo respiro.

“Calmati. Sei qui. Sei con me” si affrettò a tranquillizzarlo, accarezzandogli il volto, costringendolo a guardarlo. Ma nei suoi occhi vedeva l’ombra di un nulla che faticava a scomparire.

Lo avvolse tra le braccia, percorrendo la sua schiena in lunghe, lente carezze, sussurrandogli le mille parole insensate che si sussurrano ai bambini per scacciare i mostri del buio. Ma il mostro che lo stava divorando non era di quelli che si lasciano ingannare dalle belle parole.

Ancora una volta Guillaume rabbrividì al pensiero di cosa fosse stato capace di fare Cassandra, di cosa avrebbe potuto fare a lui, se solo l'avesse voluto. Mentre Raistan si abbandonava con un sospiro strozzato al suo abbraccio, Guillaume pensò a se stesso, a quando aveva creduto di poter imparare un’arte arcana, con la quale rivalersi sui propri nemici. Avrebbe dato qualsiasi cosa per generare loro dolore. Allora era solo uno sciocco, giovane mortale, non aveva idea di che cosa si celasse dietro al velo del reale. Ciò che vedeva, ciò che viveva era già abbastanza spaventoso.

Prese il volto di Raistan tra le mani e lo baciò, sulle guance, sugli occhi, sugli zigomi macchiati di lacrime, sulle labbra.

“Risolveremo anche questo, Raggio di Sole” sussurrò, contro la sua bocca. “Te lo prometto. Fosse l’ultima cosa che faccio, Cassandra ti libererà da questa maledizione.”

Adesso negli occhi di Raistan vedeva se stesso, e questo lo rassicurò, ma solo un poco.

“Adesso riprenditi. Abbiamo del lavoro da fare” aggiunse poi, simulando allegria.

“Cosa?” gracchiò Raistan. La sua voce usciva dalla gola a fatica, come se avesse gridato così tanto da strapparsi le corde vocali.

“Dobbiamo organizzare un’evasione” rispose Guillaume, guardandolo con tanto d’occhi, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poi lo baciò sul naso.

 

Due sere dopo.

 

Non era possibile continuare così.

Raistan non avrebbe potuto continuare in quel modo ancora a lungo, e nemmeno lui, Guillaume.

I suoi risvegli erano diventati un affannoso riemergere dal torpore per poter confortare l’Olandese, la cui disperazione si faceva ogni volta più straziante, per se stesso e per lui, che si sentiva impotente. Tutto quello che poteva fare, ogni volta, era prenderlo fra le braccia e parlargli come avrebbe fatto a un cucciolo spaventato, aspettando che riprendesse contatto con la realtà. Quella vera, fatta di penombra, della sua stretta attorno al suo corpo tremante, delle sue dita che detergevano le lacrime di sangue che scendevano a inumidire il cuscino e delle sue labbra che cercavano di scacciare la paura e l’orrore con i piccoli baci con cui gli cospargeva il viso.

“Sono qui, Raggio di Sole, sono qui con te. Senti la mia voce, senti me…

Quasi non registrò lo squillo del telefono, quella sera. Nulla sembrava funzionare per calmarlo mentre ripeteva unbasta dopo l’altro, non ricambiava il suo abbraccio né dava prova di essere consapevole di dove si trovava.

Per favore, Cassandra, non fargli questo. Non farci questo. Si è comportato in modo sconsiderato, come fa spesso, ma non ha fatto niente di male. Ti prego, se mi senti, liberalo. Non lo merita. Io ho bisogno di lui.

La suoneria del telefono interruppe quella muta preghiera, mentre Guillaume allungava una mano verso il comodino e con l’altra continuava ad accarezzare la schiena del suo compagno, abbandonato contro di lui come una grossa bambola, e altrettanto inerte. Il display gli rivelò che era il Chimico a chiamarlo.

“Aspetta, cher, devo rispondere. È importante. Calmati, per favore… pronto?”

Silenzio all’altro capo della linea. “Meriwether, sei tu?”

“Ti ho detto che non mi piace quel nome, De Joie. Sei sveglio? Non so se ho azzeccato il fuso orario giusto… Che cos’è quel suono, lì da te?”

È il rumore che fanno le persone quando vanno in pezzi, avrebbe voluto rispondere Guillaume, ma non lo fece. “Sì, sono sveglio. Hai novità, immagino. Dimmi.”

Altro silenzio, almeno nel luogo da cui il Chimico lo stava chiamando. Versi sommessi da animale ferito, invece, dove si trovava lui. Non erano mai durate così tanto, le crisi. Fino a quella sera, dopo pochi drammatici minuti Raistan era riuscito a riprendere il controllo, anche se appariva sempre più spossato e apatico per ogni giorno che passava. Lo seguiva dove Guillaume decideva di andare, si manteneva impassibile se si trattava di qualche incontro ufficiale, ma per il resto era spento, gli occhi appannati e lontani. Avrebbe preferito vederlo furioso. Avrebbe quasi voluto che desse in escandescenze e demolisse la stanza, l’albergo, l’intera città. Quello avrebbe potuto essere da lui. Non quel silenzio costante, rotto solo dai monosillabi con cui gli rispondeva. Non quel grigio. Tutto si poteva dire di Raistan, tranne che fosse grigio. Nero, molto spesso. Ma non così, dio, non così.

La sera precedente, quando erano rientrati in camera dopo una passeggiata per la città a cui Guillaume lo aveva praticamente costretto, il Francese lo aveva lasciato per concedersi una doccia. L’acqua calda gli aveva sciolto i muscoli delle spalle, della cui rigidità non era stato nemmeno consapevole fino a quel momento. Quando era tornato nella stanza avvolto in un comodo accappatoio di spugna bianca, si era bloccato poco oltre la porta. Raistan era seduto sul letto e si stava rigirando fra le mani il paletto rituale che usava per le esecuzioni, sfiorando spesso la punta d’argento con le dita. Ogni volta si levava lo sfrigolio lieve della pelle a contatto con il metallo tossico, ma l’Olandese non sembrava provare dolore. Sembrava non provare nulla di nulla, ma il suo sguardo era intenso come non lo vedeva da giorni. Guillaume si era costretto a muoversi e lo aveva raggiunto, sedendosi sul letto accanto a lui e sfilandogli delicatamente l’arma dalle mani, arrossate in corrispondenza dei punti in cui l’argento era venuto a contatto delle dita.

“Mettiamolo via questo, d’accordo?” gli aveva detto, cercando di mantenere la voce salda. Non aveva ottenuto nessuna reazione, solo il progressivo spegnersi di quello sguardo febbrile. Non avrebbe saputo dire se era una cosa buona o no. Sapeva solo di avere paura.

La voce del Chimico lo riportò bruscamente al presente.

“...Novità, sì, sì, ce ne sono. Quei campioni che mi hai mandato… Cristo, un vero sballo, non avevo mai visto niente del genere…”

Guillaume sospirò, mentre Raistan decideva di alzarsi e barcollava fino in bagno sotto il suo sguardo preoccupato. “Chimico, davvero, ho poco tempo. Dimmi cos’hai scoperto!”

Altro silenzio, mentre anche il Francese si alzava e seguiva il compagno, come se un filo invisibile non gli permettesse di stargli lontano. Il suo tono era stato brusco, pieno di impazienza. Era certo di non essersi mai rivolto in quel modo al suo collaboratore.

“Quindi vuoi la versione breve? Che peccato… C’è una tossina, derivata dal carbonio. Lontana parente, potremmo dire. Ha completamente imballato le cellule del sangue…”

“Raistan, stai bene?” chiese Guillaume da dietro la porta, coprendo il microfono con la mano. Non ottenne risposta, e i piccoli rumori al di là di essa non lo aiutavano a capire che cosa stesse facendo l’Olandese. Aveva aperto l’acqua della doccia, era tutto quello che sapeva. “E quindi? È stata quella sostanza a provocare la vetrificazione? Mi basta sapere questo, per il momento.”

Altro silenzio. Dio, era sfiancante quella conversazione. Tutto lo era. Per un attimo, la parte egoista di se stesso tentò di prendere il sopravvento e gli suggerì di vestirsi e uscire da quella stanza, lasciandosi ogni cosa alle spalle. Si figurò a camminare per le strade incantate della città, l’aria fredda che gli accarezzava il viso, senza più pensieri né responsabilità. Ma non poteva.

“Chimico?!” Quasi lo urlò. Lui che non urlava mai, nemmeno quando era furioso. Quell’impazienza non gli apparteneva. Per un attimo solo il silenzio accolse il suo richiamo, e Guillaume fu colto dal dubbio che il Chimico avesse riattaccato.

“L’esasperazione non ti si addice” scandì l’uomo, con quel suo tono che lo faceva sembrare meno umano di tutti loro. Guillaume si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. “Sì, sì, immagino che si possa dire così, anche se non ho ancora capito bene il meccanismo con cui avviene. Mi serve ancora un po’ di tempo” concluse il Chimico, come se avesse esaurito l’aria.

“Grazie. Hai fatto uno splendido lavoro. Come sempre del resto” lo salutò Guillaume. Aveva riacquistato il proprio autocontrollo. Non poteva permettersi di perderlo. Non in quella situazione.

Chiuse la comunicazione e si lasciò scivolare a terra, seduto, la schiena appoggiata alla porta del bagno da cui continuava a sentir scorrere l’acqua.

Lasciò cadere il cellulare e si passò la mano tra i capelli, tirandoli all’indietro e scoprendo il volto. Non poteva lasciare che la situazione gli sfuggisse di mano. L’omicidio di Rodolfo, la condanna di Lenka, per non parlare della minaccia di una guerra tra stirpi in una delle città più magiche del mondo, erano già problemi abbastanza grandi da affrontare. Lo stato di Raistan non aiutava, non aiutava affatto. Doveva trovare una soluzione, ma era chiaro che l’unica era nelle mani di Cassandra. E francamente l’idea di un nuovo confronto col Mago non lo esaltava per nulla.

“Raistan, so che puoi sentirmi” disse, rivolto alla stanza in penombra. Il capo reclinato, le membra abbandonate in una posizione indolente. Rimase in silenzio, in attesa, inutilmente. Sapeva che l’Olandese lo poteva sentire. Poi, che avesse voglia di ascoltarlo era del tutto secondario. La verità era che non aveva nulla di dirgli, nulla che non gli avesse già detto e ripetuto e ribadito innumerevoli volte in quegli ultimi giorni. Non era nella sua natura ripetersi, non lo era mai stato. Soprattutto perché, conoscendo Raistan, non sarebbe servito continuare a tranquillizzarlo da lì a mille anni.

“Ti ho mai raccontato di quando dovetti subire il giudizio di un Arconte?” riprese. Non sapeva nemmeno lui dove lo avrebbero portato le sue parole, ma qualsiasi cosa era meglio di quel silenzio foderato solo dal suono dell’acqua corrente. “Ero ospite presso questa corte. In realtà non era propriamente ospite. Rivestivo una carica, e anche importante. La principessa del luogo mi aveva preso in simpatia. Creatura affascinante, anche se assai bizzarra, come dimostrano le sue scelte in fatto di collaboratori… Comunque, la situazione non mi dispiaceva. Il mio incarico era squisitamente diplomatico. Non avevo doveri particolari. Dovevo solo fare da portavoce alla principessa in alcune occasioni. Mi aveva nominato suo Alfiere. Per il resto avevo libero accesso ovunque e potevo andare e venire come più mi pareva, in assoluta libertà e impunità.” Il ricordo di quel tempo, che ora appariva così maledettamente lontano, gli strappò un sorriso, nonostante la gravità del momento.

“Insomma, passavo le mie notti folleggiando, occupandomi degli ospiti della principessa, prediligendo quelli più gradevoli e simpatici, lo ammetto. Ma a nessuno sembrava dispiacere. Gli altri dignitari mi detestavano cordialmente, ma sapevo che, finché avessi goduto della benevolenza della reggente, nessuno avrebbe osato toccarmi. Finché una notte non mi trovai costretto a immischiarmi col lavoro di un Arconte. Uno di quegli individui odiosamente integri, per intenderci, interamente votato al proprio dovere, forse anche perché non aveva altro con cui colmare la propria non-vita… Ma era potente, circondato da leccapiedi pronti a tutto pur di compiacerlo. Luoghi come quello sono regolati da equilibri delicati, ma lo sai anche tu...”

Da dietro la porta il flusso dell’acqua si era interrotto. Si udiva solo il lento stillicidio di gocce che precipitavano nel piatto della doccia a intervalli regolari.

“Comunque, accadde che quella notte un mio… protetto si trovò a pestare i piedi a questo Arconte. Nulla di davvero grave. Era solo un Neonato, con la lingua lunga e una certa insofferenza verso il potere costituito. Ti ricorda nessuno....?”

Silenzio, ma Guillaume non si perse d’animo.

“Comunque, arrivai che il danno era già stato fatto. Non ricordo nemmeno cosa lui avesse detto o fatto per irritare quel pezzo grosso. Ma la sentenza era già stata pronunciata, e, diciamocelo, era del tutto eccessiva per la natura e la gravità dell’offesa. Io mi misi in mezzo, tentati di placare gli animi, arrivai a imporre la mia carica per evitare che il ragazzo venisse punito. Ma un Alfiere non può nulla contro un Arconte, ovviamente. Così feci l’unica cosa che potevo per evitare a quel ragazzo stolto una punizione troppo severa: mi offrì di prendere il suo posto.”

Guillaume tacque un attimo. Non aveva mai ripensato a quell’episodio negli anni. Non era il genere di azioni delle quali andasse particolarmente fiero. Chissà perché diavolo gli era venuto in mente di raccontarlo a Raistan, attraverso una dannata porta chiusa, mentre la notte scendeva su Praga più oscura che mai!

“L’Arconte tentò di dissuadermi. Mi invitò a farmi da parte. Mi disse, con quel suo tono grave e austero, che un uomo come me non avrebbe dovuto sprecare tempo ed esporsi in prima persona per difendere un neonato arrogante e immeritevole. Io lo guardai e gli dissi solo una cosa, una singola cosa, per giustificare la mia decisione. Lui prese atto, ed eseguì la sentenza. Ci vollero parecchie notti perché la mano mi ricrescesse, e non fu piacevole, no davvero...”

Si era rialzato, e lisciava con le mani pieghe invisibili nei pantaloni.

Il silenzio era tornato a pesare nella stanza, come il coperchio di un sarcofago.

Da dietro la porta del bagno un fruscio impercettibile.

Guillaume rimaneva immobile.

“Che cosa hai detto all’Arconte per convincerlo a punire te invece del ragazzo?”

Nell’udire la voce di Raistan, seppur flebile e spezzata, Guillaume soffocò un sospiro di sollievo.

“Oh, beh, additai il ragazzo all’Arconte e quando quest’ultimo mi chiese per l’ennesima volta perché sprecassi il mio tempo con lui, gli dissi: “Ma come, non lo vedete...? è così bello!”

Silenzio. Poi uno sbuffo, e Guillaume sentiva, sapeva che era tutto ciò che Raistan poteva offrirgli come risata, in quel momento.

La porta si aprì, lentamente, e il viso stravolto dell’Olandese fece capolino nello spiraglio. I capelli fradici gli ricadevano ai lati del volto come alghe pallide.

“Altro che la mano, avrebbe dovuto tagliarti…” sentenziò, e questa volta toccò a Guillaume sbuffare una risata.

“Vieni, c’è un posto in cui voglio andare stanotte. Ci servono delle risposte, prima di dichiarare guerra a tutti i vampiri di Praga” dichiarò, con la leggerezza di chi pianificasse una serata mondana.

“Verrò con te, come sempre. Ma tu devi fare in modo che il Mago ci dia di nuovo udienza. Io… io così non posso stare, Fiorellino. Se vorrà liberarmi, bene. Altrimenti mi libererò da solo. Così non posso stare” ripeté, allungando una mano per accarezzargli i capelli.

Il Mago. Parlava di Cassandra, chi altri?

“Sì. Andremo a parlare con lui” lo rassicurò, posando il capo sulla sua mano per assecondare quella carezza. In realtà non aveva idea di come avrebbe potuto ricontattare Cassandra. Il Seven Sins era, come lo stesso proprietario aveva spiegato, un locale itinerante. A Guillaume sfuggiva ancora come lo si potesse trovare. Ma era probabile che, nel posto in cui stavano per recarsi, qualcuno avrebbe potuto dargli qualche indicazione.

“Stanotte. Non posso reggere un’altra giornata di incubi come quella appena passata. Farò quello che vuole, ma… basta. E non aprirò mai più bocca in vita mia.” Gli sfilò accanto e raggiunse l’armadio per recuperare indumenti da indossare. Lo fece in modo automatico, senza prestare davvero attenzione a ciò che si metteva addosso. Il vantaggio di portare quasi esclusivamente vestiti neri era anche quello. “Era lo scombinato, prima? Cos’ha detto?”

“Ancora niente di certo, ma tutti i pezzi del puzzle si stanno disponendo” rispose Guillaume, laconico. “Se riuscissimo a decifrare il diario di Lenka avremmo la chiave per risolvere questa sciarada.”

“È quello che speri di ottenere stanotte?” s’informò Raistan, senza guardarlo.

Guillaume osservò con dolorosa insistenza la curva della sua schiena che scompariva sotto il tessuto nero.

“Stanotte spero di trovare una soluzione” commentò, e non era certo del diario di Lenka che stava parlando.

 

Dopo le ultime ristrutturazioni il Vicolo d’Oro aveva perduto buona parte della sua atmosfera inquietante, trasformandosi nel set di un cartone animato della Disney. Le piccole case dai colori pastello ora ospitavano per lo più botteghe di paccottiglia esoterica, erboristerie e negozi di souvenir, per offrire ai turisti tutto ciò che potevano sperare di trovare in un luogo simile, ovviamente nel più rassicurante dei modi. Questo almeno alla luce del sole. La notte era appena discesa sulla Città d’oro, e già una foschia impalpabile si diffondeva lungo l’acciottolato del vicolo, quasi un effetto speciale creato ad hoc per conferire al luogo una sottile inquietudine. Nelle vetrine dei negozietti si accendevano polle di luce ambrata, che rischiaravano lunghe teorie di amuleti di ottone, ciondoli di cristallo di rocca o pietra di luna, statuine di pessima fattura e altri ammennicoli di dubbia provenienza, con cui chiunque poteva garantire un pizzico di magia in più alla propria scialba vita. Insegne di cartomanti e veggenti che promettevano di leggere il futuro in ogni maniera possibile proliferavano tra le pubblicità di bibite e panini.

C’era ancora parecchio movimento, nel Vicolo d’Oro, e Guillaume e Raistan tentavano, con scarsi risultati, di mescolarsi ai gruppetti di turisti eccitati.

Non sapevano esattamente cosa stavano cercando. Anche se non lo aveva confessato al proprio compagno, Guillaume era convinto che sarebbero stati trovati loro da qualcosa o qualcuno. Che fosse un bene o un male, difficile dirlo, ma arrivati a quel punto cos’altro avrebbero potuto fare? Per un po’ vagarono senza mèta apparente, occhieggiando le vetrine e declinando gli inviti di sedicenti zingare e presunti maghi dai look a dir poco improbabili, che li invitavano nei loro antri oscuri promettendo loro incanti e portenti.

Fu davanti a una casa dalla facciata insolitamente scura che Raistan si fermò.

 “Che c’è?” gli chiese Guillaume. Era tornato sui propri passi, accorgendosi che l’Olandese non era più al suo fianco.

“Non lo so” ammise Raistan, ma dal modo in cui scrutava l’edificio, che sembrava tagliare come una lama nera la glassa color pastello delle altre facciate, era evidente che qualcosa si stava muovendo in lui.

Guillaume valutò la casa. Un’unica porta, alta e stretta, chiusa da un battente di legno su cui era intagliato un singolo simbolo, che ricordava una foglia d’acanto stilizzata.

Le finestre al primo e al secondo erano cieche, murate dall’interno e dipinte di nero.

“È come se… chiamasse. E ho già visto quella foglia” borbottò Raistan, che continuava a esaminare l’edificio con un interesse non giustificato dalle sue scarse attrattive. “Il diario di Lenka. Passamelo” gli disse, accompagnando le parole con un gesto impaziente della mano. Le persone che sfilavano loro accanto gettavano un’occhiata corrucciata alla casa e ai due strani individui che vi stazionavano davanti e acceleravano il passo, come se ne fossero intimidite, ma né Raistan né Guillaume se ne preoccuparono. Il Francese consegnò al compagno il libretto rilegato in nero e Raistan prese a sfogliarlo con gesti bruschi, scuotendo spesso la testa, almeno fino a quando si fermò su una pagina e vi batté sopra una manata di pura soddisfazione. “Lo sapevo!” esclamò, stirando le labbra in un sorriso che Guillaume osservò come se fosse un miracolo, visto che non lo vedeva da giorni e che aveva temuto di non vederlo mai più. “Guarda” disse, voltando il diario verso Guillaume. “Lo stesso simbolo. Deve significare per forza qualcosa. Bussiamo?”

Guillaume scrollò le spalle. “Male non farà. Al limite non troveremo nessuno…”

Nessun rumore giungeva dall’interno della casa. Nulla lasciava presagire che essa fosse effettivamente abitata. Ma Guillaume conosceva ormai bene il sesto senso di Raistan, quell’intuito che, al di là della sua impulsività e innegabile tendenza a mettersi nei guai, gli aveva permesso di sopravvivere per quasi tre secoli. Se il suo compagno sentiva qualcosa, significava che qualcosa dovevi averli attirati fin lì.

La porta si aprì, ma nessuno apparve dietro il battente ad accoglierli. Solo un’oscurità fredda, impregnata dell’odore di erbe aromatiche secche, polvere, e di un sentore più remoto, probabilmente non percepibile per l’olfatto di un semplice mortale, di morte e putrefazione.

Guillaume arricciò il bel volto in una smorfia.

“Suppongo ci toccherà entrare” mormorò, spiando il profilo di Raistan, severo, assorto, mentre frugava con gli occhi quel buio minaccioso.

In tutta risposta l’Olandese varcò la soglia, e a lui non rimase che imitarlo. Si stupì un po’ quando la porta non si richiuse con uno schianto dietro di loro. Fu lui ad accostarla, discretamente, senza tuttavia fidarsi a chiuderla del tutto.

Man mano che i loro occhi si abituavano all’oscurità, potevano cogliere i particolari del luogo che li aveva accolti. Il piano terra sembrava un unico ambiente, molto più vasto rispetto a quello che si poteva immaginare dall’esterno. Ma quella doveva essere una costante nel mondo dei maghi… Gran parte dello stanzone era occupato da banchi di lavoro di legno, le pareti percorse da imponenti scaffalature cariche di vasi, sacchi e libri. In generale, quel luogo assomigliava più a un emporio di fine Ottocento, che non all’antro di un mago. Di certo non aveva nulla a che vedere con il Seven Sins.

Prima che uno dei due potesse parlare, il buio venne interrotto da una luce palpitante che giungeva da una porticina sul fondo dello stanzone. Proveniva da una singola candela accesa portata in mano da un uomo che avanzava strascicando leggermente i piedi.

Quando vide i due vampiri si fermò sulla porta, squadrandoli attentamente, proprio come loro stavano in quel momento squadrando lui. Quando le sue labbra ombreggiate da una folta barba si schiusero in un sorriso, la luce della candela riverberò su un dente d’oro.

“Mi domandavo quanto avreste impiegato ancora ad arrivare” li salutò l’uomo, entrando nello stanzone. Mentre lo faceva, la luce della candela aumentò d’intensità, fino a rischiararlo completamente.

Dannati maghi.

Era stato Raistan a pensarlo, o il pensiero scaturiva direttamente dalla sua mente? Guillaume non lo sapeva.

Non si prese la briga di chiedere come mai fossero attesi, avanzando nel cono di luce che ormai illuminava tutto l’ambiente. Lo sconosciuto sistemò la candela su un ripiano e li guardò. Sembrava uscito da un film sugli ebrei di fine Ottocento, o su una non meglio definita comunità amish. Indossava una giacca nera, lunga, sotto la quale portava un panciotto dello stesso colore. Sotto il cappello a tesa larga Guillaume era certo indossasse la kippah tradizionale. Oltre alla barba, scura e rigogliosa, due lunghi payot s’inanellavano ai lati del viso.

“Ci stavate aspettando, signor…” cominciò Guillaume. Il tono non era quello di una domanda.

“Yeh'ezqel” finì la frase per lui lo sconosciuto. Di nuovo il dente d’oro occhieggiò tra le labbra tumide. “Le voci mi hanno detto che sareste arrivati. Ma mi avevano detto sareste arrivati prima” spiegò con fare pratico.

Un mago ebreo che sente le voci. Perfetto. Guillaume guardò Raistan, e fu sollevato nel vedere che non sembrava intenzionato a esprimere alcun parere a riguardo. Non ancora, almeno.

L’uomo aveva infilato i pollici nelle tasche del panciotto e dondolava sui tacchi, osservandoli con espressione ineffabile. Guillaume era sicuro di non averlo mai conosciuto, se ne sarebbe ricordato. Eppure, in qualche modo indecifrabile, aveva qualcosa di famigliare.

Memore dell’esperienza al locale di Cassandra, Guillaume decise di andare dritto al punto, questa volta.

“Se ci stavate aspettando, signor Yeh'ezqel, allora sapete probabilmente anche perché siamo qui” esordì, indicando il diario nelle mani di Raistan. “Potete aiutarci a decifrarlo?”

L’ebreo smise di dondolare e socchiuse gli occhi. “Oh, è per questo?” domandò, un po’ deluso.

“La voce nella tua testa ti ha detto altro?” s’informò Raistan, con un ringhio sordo. Non appariva ostile, tuttavia. Forse era solo troppo stremato per esserlo.

Tutta l’attenzione di Yeh'ezqel fu per lui, e Guillaume sentì un campanello d’allarme trillare assordante nella sua mente.

“Le voci” puntualizzò l’ebreo, “mi hanno detto che sarebbero venuti due morti che camminano tra i vivi, e che uno di loro sarebbe stato un po’ più morto. Morto dentro” chiarì, con un sogghigno. “Le voci mi hanno detto che avrei potuto aiutare.”

“Questa è una bella notizia” commentò Guillaume. “Se potessimo procedere…”

Ma l’ebreo lo zittì con un gesto secco della mano. Si era posto in ascolto, l’orecchio teso, gli occhi spiritati.

Guillaume e Raistan si guardarono intorno, cercando di individuare un’ulteriore presenza nella stanza. Me erano soli, e il silenzio era così perfetto che i loro sensi potenziati potevano percepire il rumore della polvere che si posava sulle travi del soffitto.

“Sì, sì, lo stavo per dire!” borbottò Yeh'ezqel, scrollando le spalle. “Datemi tempo!” protestò poi.

I due vampiri si scambiarono un’occhiata significativa.

Ne seguì una fitta conversazione in yiddish tra Yeh'ezqel e la sua, o meglio, le sue voci. Naturalmente Raistan e Guillaume poterono assistere soltanto a un soliloquio, che rapidamente assunse toni assai concitati e violenti. Guillaume, che comprendeva l’aramaico e aveva bazzicato nel tempo un paio di altre lingue semitiche, tra vive e morte, indovinò almeno un paio di improperi piuttosto pesanti, pronunciati all’indirizzo di quelle invisibili presenze.

Quando tornò a rivolgersi a loro, Yeh'ezqel era paonazzo in viso, gli occhi iniettati di sangue.

“Dicevamo, signori....?” disse, leggermente ansante.

Guillaume si domandò che problema avessero i maghi, ma ripensando ai vampiri di Praga decise che forse era la città a determinare quella escalation di stranezze.

“Il diario di Lenka Knežević” cercò di richiamare la sua attenzione al quadernetto che Raistan reggeva nelle mani inerti.

“Ah sì, naturalmente. Le voci me lo avevano detto” esclamò, allungando la mano  perché il vampiro gli consegnasse il quaderno. Raistan eseguì meccanicamente. Aveva l’aria a dir poco allucinata.

Yeh'ezqel estrasse dal taschino della giacca un paio di occhiali sottili e se li sistemò sul naso, poi iniziò a sfogliare il diario di Lenka, mentre raggiungeva, sempre strascicando i piedi, una vecchia poltrona sgangherata apparsa poco lontano dalla luce.

Per un po’ parve essersi dimenticato completamente della presenza dei due vampiri, ma per tutto il tempo non smise di borbottare tre sé in yiddish, ridacchiando sommessamente a più riprese, come se commentasse qualcosa di estremamente divertente con qualcuno che lui solo poteva vedere e udire.

Raistan avrebbe desiderato potersi sedere, o anche solo appoggiare a qualcosa mentre quel tizio dall’aria totalmente folle faceva i suoi comodi col diario di Lenka, ma non c’era nulla. Non lo leggerà tutto, vero? Staremo qui fino al giorno del giudizio, disse mentalmente a Guillaume. Yeh'ezqel alzò gli occhi di scatto dal libretto e lo fissò corrucciato.

“Hai fretta, non-morto? Sei immortale, non dovresti averne…”

Imbarazzato per essere stato letto dentro come un libro aperto, ma troppo esausto per replicare, l’Olandese abbassò lo sguardo. Nemmeno si chiese come un semplice umano potesse sondare la sua mente in quel modo. Ormai non c’era nulla, in quella città, che potesse stupirlo davvero. Forse non ne aveva più la forza. Scosse la testa. “Sono solo stanco…” mormorò. A Guillaume quel tono sconfitto fece più male di qualsiasi altra cosa.

“Ci interesserebbe sapere se c’è qualcosa, nelle ultime pagine, a proposito di esperimenti riguardo alla vetrificazione. O su qualunque cosa stesse lavorando il Principe con sua figlia, prima di morire. Riuscite a comprendere il codice in cui il diario è stilato?” chiese Guillaume con cortesia.

Lo sguardo di Yeh'ezqel si spostò su di lui, ironico. “Che ci vuole?” gli rispose. “Basta saper vedere…

Persino uno come Guillaume non seppe cosa replicare. Tacque e guardò Raistan, che sembrava reggersi in piedi a stento e per pura forza di volontà. Ottenne solo una scrollata di spalle.

Yeh'ezqel si schiarì rumorosamente la voce, attirando di nuovo la loro attenzione, e cominciò a leggere.

 

Sono molto preoccupata per mio padre. Le sue ultime ricerche lo stanno assorbendo completamente e a stento si concede del tempo per riposare. Quello che desidererebbe, travalicare la nostra natura e sconfiggere il bisogno di dormire nelle ore diurne, gli sta costando molto in termini di salute, sia mentale che fisica. A esacerbare il suo stato d’animo contribuiscono gli esperimenti riguardanti la possibilità di trasformare i tessuti in vetro.  È convinto di essere giunto a un punto cruciale dei suoi studi e non sopporta di doverli interrompere per cedere al sonno…

 

L’umano fece una pausa ad effetto e spostò lo sguardo sui due vampiri che lo stavano fissando intensamente. “Interessante, non trovate?” disse, mostrando il dente d’oro in un ghigno.

“Molto” convenne Guillaume. “Continuate.”

“Naaa” lo liquidò Yeh'ezqel. “È l’ora del mio té. Immagino che non sia la vostra bevanda preferita” disse, alzandosi dalla poltrona con una mossa inaspettatamente agile. Guillaume aprì la bocca per replicare, ma la richiuse. Raistan si passò una mano sul viso grigiastro, come se stesse tentando di mantenere il controllo. L’ebreo sparì nel retrobottega, dove lo sentirono di nuovo borbottare animatamente all’indirizzo di qualcuno, e ne riemerse dopo alcuni minuti recando con sé un piccolo vassoio con una tazza ricolma di té fumante, un barattolo di vetro talmente opaco da rendere difficile individuarne il contenuto e un piattino contenente quelli che sembravano biscotti glassati.

“Tu, spilungone. Prendine uno. Sembra che ti debba afflosciare a terra da un momento all’altro” ordinò, con un gesto sbrigativo della mano. Raistan lo guardò, poi volse lo sguardo verso Guillaume, come in cerca di aiuto.

“Perdonateci, Yeh'ezqel, ma non possiamo assumere cibo, come ben sapete” disse il Francese.

“Insisto” rispose l’ebreo, congiungendo le punte delle dita con lo sguardo ancora fisso su Raistan. Prese un biscotto e glielo porse, aspettando che lo prendesse.

“Ascolta umano, me ne sono stato buono e tranquillo fino adesso, ma non ho intenzione di…”

“Mangialo!” ruggì Yeh'ezqel, con una voce che si era fatta all’improvviso gelida e dava l’impressione di essere corale, come se quelle che poteva sentire solo lui si fossero manifestate all’improvviso. “Cos’hai, paura che ti avveleni? Sono solo biscotti, guarda!”

Diede un morso al dolcetto e lo masticò con gusto, accompagnando il boccone con una sorsata di tè. “Visto? Prendine uno e mangialo” ripeté.

“Ma perché? A che scopo? Non sarà un biscotto del cazzo a farmi stare meglio!” urlò il vampiro, esasperato. Poi ne raccolse uno dal piattino e se lo cacciò in bocca, preparandosi allo strazio. Ebbe il tempo di riconoscere il sentore quasi dimenticato di limone e di vaniglia e i granelli di zucchero sotto i denti, prima che la gola si ribellasse quando tentò di deglutirlo. Chiuse gli occhi e si coprì la bocca con la mano, avvertendo distrattamente il tocco di Guillaume sulla spalla. Yeh'ezqel lo stava fissando con uno sguardo rapace che non piacque per niente al Francese.

“Mandalo giù” disse a Raistan, sorbendo un altro sorso di tè. Ma tra il dire e il fare c’erano i muscoli dell’esofago del vampiro che si rifiutavano di collaborare. Gli occhi serrati, una mano alla gola, l’Olandese sembrava sul punto di soffocare. Avrebbe potuto sputare il tutto e staccare la testa all’irritante e pazzo umano che lo stava torturando, ma la verità era che aveva paura. Di lui, di quelle voci che aveva appena intuito, ma che sospettava reali, di quella città e dei suoi segreti. Con uno sforzo che gli parve terribile riuscì a deglutire e rabbrividì per l’orribile sensazione di quel grumo semi masticato che gli scivolava dentro. No, peggio. Era come se si fosse trasformato in un insetto e stesse arrancando in lui. Quasi riusciva a percepirne i minuscoli uncini conficcarglisi dentro, un passettino dopo l’altro. Si aggrappò a Guillaume senza esserne consapevole, mentre sulla stanza era calato un silenzio totale, rotto solo dai suoi ansiti.

“Bravo! Non male, no?” si complimentò Yeh'ezqel, terminando il suo té e posando la tazza sul vassoio. Non ottenne risposta da nessuno dei due vampiri. Raistan era come rattrappito su se stesso mentre tentava di trattenere dentro il biscotto, il pomo di Adamo che sussultava; Guillaume alternava sguardi costernati tra lui e l’ebreo e lo sosteneva per un gomito. Alla fine accadde quello che era prevedibile. L’Olandese si piegò su se stesso e vomitò. Ci volle un bel po’ prima che riuscisse a smettere e quando accadde si ritrovò in ginocchio, con Guillaume accanto che gli allontanava i lunghi capelli dal viso e la sensazione di essere ormai privo di qualsiasi energia. Una risatina stridula gli fece alzare la testa di scatto, ed ebbe lo stesso effetto sul Francese. L’umano sembrava divertirsi un mondo. Batté persino le mani un paio di volte, come se avesse appena assistito a un numero da circo.

“Il vostro divertimento mi sembra del tutto fuori luogo, Yeh'ezqel. E anche alquanto offensivo” commentò Guillaume con il gelo nella voce. “Fareste bene a non dimenticare chi siamo e cosa siamo. E adesso, se avete finito di divertirvi ai danni del mio Esecutore, siete pregato di continuare la lettura del diario di Lenka, che è l’unico motivo per cui siamo entrati nella vostra topaia.” Tentò di far alzare Raistan, che si era seduto sul pavimento, ma dovette desistere.

“Il tuo Esecutore doveva purificarsi e imparare a non prendersi gioco della magia e di chi la esercita da secoli. Speriamo che ci sia riuscito. La prossima volta le conseguenze della sua arroganza potrebbero essere molto più definitive.”

Una stilla di speranza accese di un barlume gli occhi inondati di sangue di Raistan. “Vuoi dire che… è finita?”

L’ebreo gli rivolse un’occhiata, poi prese il diario di Lenka e ricominciò a leggere.

 

Quando uscirono nuovamente nel Vicolo d’Oro era notte inoltrata. I turisti avevano fatto ritorno ai loro hotel, o forse avevano optato per i tanti locali alla moda che la parte moderna della città offriva. La foschia si era fatta più fitta e si alzava in spirali evanescenti dai vecchi tombini, trasformandosi in fumo dorato alla luce dei lampioni. Quando, usciti dalla casa di Yeh'ezqel, Guillaume e Raistan si voltarono e si trovarono davanti una porta murata da chissà quanto tempo e in parte coperta da vecchia manifesti pubblicitari scrostati, non si meravigliarono nemmeno più. Nessuno dei due commentò. Avevano saputo quello che premeva loro per agire. Questo non rendeva meno gravoso ciò che avevano in mente di fare, ma, per lo meno, avevano la certezza che fosse la cosa giusta. Mancavano ancora pochi tasselli, ma per quelli ci sarebbe stato tempo, una volta che Lenka fosse stata libera.

Mentre avanzavano verso l’uscita del Vicolo Guillaume si accorse di aver preso la mano di Raistan senza nemmeno rendersene conto. L’Olandese intrecciò le dita con le sue in un nodo indissolubile. Le parole sibilline di Yeh'ezqel riguardo la sua purificazione avevano acceso un barlume di speranza in lui, in entrambi. Guillaume poteva solo augurarsi che non si trattasse solo di un’altra illusione. Praga sembrava sempre di più una chimera creata dai maghi per ricordare al mondo che la realtà era solo un inganno. Iniziava a domandarsi se, ammesso che fossero riusciti a andarsene dalla città, sarebbe mai riuscito a togliersi di dosso quel senso di incertezza.

“Bene, adesso che succede?”

La voce di Raistan lo richiamò al presente. Almeno la sua presenza al suo fianco era una sicurezza, solida, tangibile.

“Lenka è innocente, e domani sera ci si aspetta che noi la eliminiamo” fu la risposta di Guillaume.

“E ovviamente noi non lo faremo” aggiunse Raistan per lui. “Quello che mi sfugge è come farai a protestare la sua innocenza davanti a quegli allegri compagnoni che stanno sotto il cimitero.”

Già, quello era un dettaglio non irrilevante…

“Anche se scendessimo ora laggiù e dichiarassimo che Lenka non ha assassinato suo padre, anzi, che ha cercato di salvarlo, colpendolo col pugnale, nessuno ci darebbe retta” ammise Guillaume, lasciando scorrere lo sguardo sulla lunga teoria di lampioni gialli che illuminava la strada.

“Se solo quel dannato pugnale non fosse scomparso” borbottò Raistan.

Guillaume annuì. Il pugnale era la chiave. Il pugnale con cui Rodolfo compiva esperimenti su se stesso, meticolosamente documentati dal diario di Lenka. Il pugnale su cui spargeva l’antidoto per chissà quale intruglio magico. Questo spiegava le ferite che Raistan aveva trovato sul suo braccio. Il pugnale che qualcuno aveva manomesso, in modo che da strumento di salvezza si trasformasse in una condanna alla più atroce delle morti. Rodolfo era stato assassinato, ma non da sua figlia. Restava da comprendere chi avesse l’interesse a vederlo morto, a eliminare Lenka, a scatenare una guerra tra stirpi. E le antipatie personali non potevano essere considerate una prova efficace, non per i vampiri di Praga. Nemmeno il diario di Lenka sarebbe stato sufficiente a scagionarla, senza contare che nessuno avrebbe dato credito all’interpretazione che ne aveva dato Yeh'ezqel. Chi avrebbe mai potuto fidarsi di un mago?

“Quello che ci serve ora è solo un po’ di tempo” riprese Guillaume. “E questo vuol dire che dobbiamo portare in salvo Lenka e nasconderla da qualche parte fintanto che non avremo prove sufficienti per scagionarla.”

“Quindi mi stai suggerendo di fare irruzione sotto il cimitero, rompere qualche testa, tirare fuori la principessa dalla sua cella e poi scappare con tutti i succhiasangue di Praga alle calcagna?” domandò Raistan. Ma era una domanda retorica.

“Amo quando anticipi i desideri del mio cuore” si congratulò Guillaume sorridendo sornione.

 

***

 

Ed ecco come si era arrivati a quella notte.

Ora la parte divertente sarebbe stata uscirne.

Dopo che l’avevano tratta fuori dalla sua cella e avevano percorso a ritroso il cammino, disseminato di corpi tramortiti e messo sottosopra dalla devastazione che Raistan aveva portato con sé, la principessa non aveva ancora detto una sola parola ai suoi salvatori.

Solo, quando si ritrovò all’aperto, sbatté le palpebre e volse lo sguardo verso il cielo.

“Le stelle...” mormorò.

“Sì. Sono sempre lì” le rispose Raistan che continuava a guardarsi alle spalle, verso l’uscita che avevano appena imboccato, come se si aspettasse l’emergere di orde di vampiri incazzati, pronti a bloccarli. Una vecchia Volkswagen nera, rubata, li attendeva sul lato ovest del cimitero ebraico. Guillaume aveva osservato Raistan armeggiare con la serratura servendosi di un paio di strani ferretti metallici che aveva estratto dalle tasche del cappotto di pelle e non si era stupito più di tanto quando il meccanismo si era sbloccato. Le risorse del suo compagno erano molteplici, ormai lo sapeva.

“Muoviamoci!” li incoraggiò l’Olandese, spalancando la portiera posteriore e incalzando la principessa perché salisse sulla vettura. “È una macchina, hai presente? Ruote, volante…” le disse, caustico, notando la sua perplessità.

“Raistan…” lo ammonì Guillaume con dolcezza, prendendo posto sul sedile del passeggero. Si guadagnò un’occhiataccia e uno sbuffo. Sembrava di nuovo precipitato in uno stato d’animo funereo, ma lo attribuì alla tensione. Il risveglio di quella sera era stato quanto di meno funereo ricordasse da parecchi giorni. Si era ritrovato con l’Olandese addosso, euforico, un sorriso smagliante sul viso e gli occhi che brillavano di gioia. Non aveva potuto far altro che restituirglielo e accarezzargli i capelli arruffati dal sonno.

“Niente sogni?” gli aveva chiesto. Ma la risposta era già contenuta nell’espressione di Raistan.

“Niente. Ti rendi conto? Niente!” Una risata aveva sottolineato quelle parole, seguita da un bacio che conteneva passione e felicità. Lo aveva ricambiato assieme all’abbraccio e si era sentito rivivere con lui. E poi si era ritrovato a sovrastarlo e lo aveva preso e si era goduto ogni suo sospiro, ogni gemito, ogni carezza possessiva e quell’espressione estatica che gli affiorava sul viso in quei momenti e che significava vita. Pura e semplice e potente, come il sangue che si erano scambiati e la promessa nei loro occhi.

“Che c’è? Perché mi guardi così?” La voce di Raistan lo riportò al presente. Si rese conto di stare sorridendo e scosse la testa distogliendo lo sguardo. “Se solo sapessi dove andare…” commentò cupo l’Olandese, mentre guidava controllando costantemente lo specchietto retrovisore.

Ecco, quella era una parte del piano che faceva acqua da tutte le parti. L’idea era di allontanarsi dalla città e trovare qualche edificio abbandonato in cui nascondere temporaneamente Lenka, ma si rendevano conto entrambi di quanto fosse aleatoria e incerta.

Staré Město. Chapeau Noir.” La voce di Lenka li fece voltare entrambi. Quasi ci si poteva dimenticare della sua presenza, visto che in quei primi venti minuti non aveva detto una sola parola.

“Cazzo! È dalla parte opposta! Non potevi dirlo prima?” ruggì Raistan prima di far compiere alla macchina un testacoda in un grande stridio di freni.

“Non me lo avete chiesto, signore” ribatté piccata la donna, aggrappandosi alla portiera.

“Ohh, scusate, principessa. Pensavate di stare facendo una gita di piacere?”

Guillaume si passò una mano sul viso.

“Tra l’altro un grazie all’Arconte de Joie non ci starebbe male, che ne dite? Non a me. Io non avrei avuto problemi a piantarvi un paletto nel cuore e se sono qui è solo per lui. Io voglio solo andarmene da questa città di merda. Ma lui dovreste proprio ringraziarlo, cazzo.”

“Grazie per aver chiarito la vostra posizione, Esecutore” rispose Lenka, apatica, così come spenta appariva la sua espressione, lo sguardo perso al di là del finestrino.

“Ci mancherebbe, principessa” fu la risposta, tagliente di sarcasmo.

Il silenzio tornò a permeare l’abitacolo della macchina mentre tornavano di gran carriera verso la parte antica della città.

Guillaume decise di rimandare a quando fossero stati al sicuro un confronto con Lenka. Non sembrava fosse stata trattata male, durante la prigionia, ma la sua reticenza a parlare chiariva in modo abbastanza eloquente che quel salvataggio non era quello che si era aspettata. Non poteva biasimarla per questo. Se davvero avesse voluto esserle utile avrebbe dovuto trovare il modo di scagionarla completamente, e magari di scoprire chi avesse concertato l’omicidio di suo padre. Per quello c’è ancora un margine di tempo. Il salvataggio era servito solo a tenerla in vita ancora un po’.

“E questo ti sembra un rifugio sicuro?”

Mentre Guillaume era immerso nelle sue riflessioni Raistan aveva guidato come un pazzo attraverso le vie sempre più strette della Città vecchia. Quello davanti a cui si era fermato, facendo stridere i freni della Volkswagen, aveva tutta l’aria di un vecchio pub, dalla porta del quale usciva musica e un vociare concitato.

Lenka ignorò la domanda e aprì la portiera, uscendo dalla macchina prima che Guillaume potesse fermarla. A lui e a Raistan non restò che seguirla, mentre l’Olandese lasciava dietro di sé una scia di improperi.

Quando la donna aprì la porta di legno e vetro smerigliato, la musica e il vociare, anziché aumentare di intensità, com’era prevedibile, si smorzarono di colpo, riducendosi a un bisbiglio sommesso. Eppure il locale era gremito di giovani di entrambi i sessi, che chiacchieravano presso il bancone e i numerosi tavoli.

“Non mi dire… Siamo al Paiolo magico.” Guillaume sorrise tra sé, udendo Raistan sibilare tra i denti quelle parole.

“Non ti facevo un fan così sfegatato di Harry Potter” commentò, senza smettere di guardarsi intorno. In effetti il locale aveva parecchio in comune con la locanda di Diagon Alley resa famosa dai libri di J. K. Rowling, ma in fondo non si poteva dire lo stesso di molti pub del Vecchio Mondo?

Si voltò verso Lenka. La principessa non aveva l’aria di una che fosse appena stata salvata dalla Morte Ultima. Forse non aveva ancora realizzato in che situazione si trovasse, o conosceva abbastanza bene quel posto da sapere che nessuno avrebbe potuto nuocerle lì dentro.

Come avvertendo il suo sguardo su di sé, Lenka si voltò a guardarlo.

“Non vi ho ancora ringraziato per avermi fatta evadere, Monsieur De Joie.” Guillaume non si stupì nel vederla ignorare il titolo di Arconte. Chinò appena il capo, e fece per risponderle, ma la donna riprese a parlare: “D’altra parte, mi pare evidente che né voi né il vostro scagnozzo abbiate la benché minima idea di come scagionarmi. Se così non fosse non sarebbe stato necessario fare irruzione e portarmi via.”

Guillaume aprì ancora la bocca per parlare, ma lo sguardo della principessa gli impose di tacere: “Questo non toglie nulla alla mia gratitudine” aggiunse, con un tono che risuonava in qualsiasi modo fuorché grato. “Ma comprenderete che, se non potete dimostrare la mia innocenza, la sola cosa che varrà meno della mia esistenza da qui alla prossima alba sarà la vostra.”

Dritta al punto.

Guillaume fu grato del fatto che, impegnato a guardarsi intorno, Raistan non avesse ascoltato con troppa attenzione. Soprattutto la parte in cui Lenka lo aveva definito scagnozzo.

Sfoderò uno dei suoi sorrisi affascinanti, e contrastò il desiderio di rimettere a posto quella donna che tendeva a dire quello che pensava in modo fin troppo inesorabile.

“Lenka, se ho affrontato la possibilità di inimicarmi l’intera popolazione vampirica di Praga forse è perché sono abbastanza convinto della vostra innocenza, non pensate?”

Questa volta fu lei ad aprire le labbra e a richiuderle, evidentemente non trovando nulla di sensato da obiettare.

Guillaume ne approfitto per rincarare il carico.

“Raistan e io ci siamo dati parecchio da fare, mentre voi ve ne stavate in cella rifiutando di incontrarci. Se tutto andrà come deve, in poche ore saremo in grado di scagionarvi da ogni accusa. Nel frattempo, e spero non ce ne vogliate, ci siamo presi la briga di tenervi in vita” concluse, strizzandole l’occhio.

Lenka contrasse impercettibilmente la mascella, e Guillaume ebbe l’impressione che qualcosa cedesse dietro il suo sguardo duro. Difficile comprendere se fosse sollievo o un’improvvisa concessione al dolore. Se lo fece bastare, guidandola con galanteria verso un tavolo che Raistan aveva individuato per loro.

“Quindi perché siamo qui?” domando l’Olandese, prima ancora che avessero finito di prendere posto. “Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato non frequenta posti del genere?”

Guillaume non credette nemmeno per un istante che Lenka fosse in grado di cogliere la citazione letteraria su Lord Voldemort. Gli unici libri con cui la principessa si dilettava avevano almeno centocinquant’anni.

“Loro non oserebbero mai entrare qui” rispose, con sufficienza.

Loro. I vampiri di Praga? I maghi di Ourada? Guillaume strinse le labbra.

“Ne deduco che conosciate bene il posto e chi lo frequenta” commentò, annuendo appena. “Non mi dispiacerebbe sapere che possiamo contare su un posto sicuro.”

Scambiò con Raistan un’occhiata cupa. Non era difficile immaginare cosa stesse succedendo sotto il cimitero di Praga. Il caos doveva regnare sovrano. Era probabile che Ourada avesse scatenato l’inferno, e che Karel avesse già inviato tutti i suoi sudditi sulle loro tracce. Se li avessero presi non sarebbe certo bastato invocare il Kilarmeth per salvarsi.

“Signori, scusate se vi interrompo...”

Guilaume trattenne tra le labbra ciò che stava per dire. Lui, Raistan e Lenka si voltarono all'unisono verso quella voce.

Albino. Fu il primo pensiero di Guillaume. Bellissimo sarebbe stato il secondo, sebbene il ragazzo che stava in piedi davanti a lui, aggiustandosi i pince-nez fumé sul naso sottile, fosse troppo strano, troppo alieno per poter essere definito semplicemente 'bello'. I suoi lineamenti sembravano cesellati in una conchiglia, come un cammeo Rinascimentale. Una massa di filamenti argentei si gonfiava intorno al suo capo come un'aureola, ricadendo sulle spalle e lungo la schiena.

Oh Cristo, fu il più laconico pensiero di Raistan.

“Sì?” fece Guillaume, atteggiando il volto a un'espressione di neutra cortesia.

Erano in un pub studentesco di Praga, gremito di ragazzi e ragazze che sembravano in attesa di una nuova Primavera. Un pub frequentato, a detta di Lenka, da giovani maghi. Perché si stupiva nel trovarsi davanti quella bizzarra visione? Perché il ragazzo era indubbiamente bizzarro, una specie di Cappellaio matto, solo molto più affascinante e molto, molto glamour, con quella redingote viola scuro, che faceva risaltare in modo a dir poco drammatico la cascata lussureggiante dei capelli bianco-argento, e gli occhi cremisi che ammiccavano appena da dietro le lenti rotonde degli occhialini.

“Cortesemente, vorreste adottarmi?” domandò il giovane albino.

O così parve a Guillaume e a Raistan, perché proprio nell'istante in cui il ragazzo formulava quella strana richiesta, un'ulteriore presenza si manifestò al loro cospetto.

“Kast, ma ti ha dato di volta il cervello?!”

Pelle olivastra, capelli neri arruffati. Tanto scuro dove l'altro appariva candido. Robusto e atletico dove l'altro era sottile e armonioso. Sembravano uno la custodia dell'altro.

“Ma insomma, Indo, volevo solo essere ospitale!” protestò l'albino, divincolandosi dalla stretta dell'energumeno che lo stava trascinando via.

“Ospitale un accidente!” ringhiò l'altro. E fissò i tre vampiri con sguardo truce, come sfidandoli a contraddirlo.

Guillaume, che aveva assistito muto a quel siparietto, non poté fare a meno di sorridere.

Poi vide una piccola scintilla scaturire dalle dita sottili dell'albino e trasmettere una scarica crepitante alle mani del suo amico e il suo sorriso morì. Maghi, ancora maghi...

Il ragazzo di nome Indo mollò la presa con un'esclamazione soffocata.

L'albino sorrise, innocente come un peccato veniale.

“Io sono Sagan Kastageer, e voi siete davvero bellissimi” si presentò, rivolto a Guillaume e Raistan. “Benvenuti a Praga...”

Questa volta Indo non gli lasciò il tempo per altri trucchetti. Lo afferrò per la collottola e lo trascinò via, verso un tavolo da cui altri due ragazzi stavano seguendo la scenetta con espressione divertita. Guillaume valutò che il più grande tra loro non poteva avere ancora vent'anni e si sentì per un momento terribilmente vecchio.

Qualsiasi commento riguardo alla scena venne interrotto dall’apparizione di un volto noto sul fondo del locale.

Yeh'ezqel, il cappello a tesa larga da cui spuntavano i payot e la giacca troppo ampia, ammiccava nella loro direzione fumando un grosso sigaro. Doveva essere entrato da una porta sul fondo, e molti dei presenti salutarono il suo ingresso con entusiasmo. Guillaume si domandò se, a parte loro, ci fosse qualcuno nel locale che non appartenesse alla stirpe dei maghi. Subito dopo si chiese se quel luogo fosse poi davvero così sicuro.

Ma Lenka sembrava serena e, scorgendo il mago ebreo, si era rialzata in piedi e lo attendeva, le mani compostamente giunte in grembo.

“Ce ne avete messo” esordì l’ebreo, tirando una lunga boccata di fumo aromatico. Guardò Raistan dritto negli occhi: “Ah già, ma Raistan è immortale, lui non ha mai fretta. Dormito bene?”

Raistan gli rispose con un ringhio sommesso. Si era alzato in piedi anche lui.

“Lenka dice che qui siamo al sicuro” intervenne Guillaume.

“No, non qui” lo interruppe Yeh'ezqel. Guillaume aggrottò la fronte, guardò Lenka e fece per ribattere. “Di là” aggiunse l’ebreo, indicando la porta sul retro. “Di là potrete stare tranquilli.”

Guillaume avrebbe voluto replicare che non sarebbe stata certo una porta a fermare un’orda di vampiri incazzati, ma ormai erano in ballo, tanto valeva ballare. Si alzò a sua volta e seguì Lenka e Yeh'ezqel verso il fondo del locale. Raistan chiudeva la fila, lanciando in giro occhiate minacciose. Ma nessuno dei presenti sembrava fare troppo caso a loro.

La porta davanti alla quale l’ebreo li condusse era vecchia e rovinata, il legno imbarcato, strati infiniti di vecchi manifesti scoloriti incollati gli uni sugli altri.

“Sembra la porta del cesso” sentenziò Raistan, e, dopo che l’ebreo ebbe aperto e l’ebbero oltrepassata a Guillaume venne davvero il dubbio che li avesse portati in una sorta di antibagno, immerso in una penombra giallastra. Intravide casse di bibite ammucchiate contro la parete, prima di essere costretto a chiudere gli occhi una volta, due. Quando infine li riaprì la prima cosa che notò furono le pareti dipinte di rosso e il lampadario in cristallo nero che si allargava su tutto il soffitto. Poi udì il gemito di Raistan e capì che erano tornati al Seven Sins.

 

Il Cimitero di Praga era immerso in una foschia densa, quasi tangibile. Si aveva l’impressione che, passandovi in mezzo la mano, la si potesse afferrare, stringere tra le dita. Emergeva dalla terra nera, ammantata di muschio, creando un fondale di veli fluttuanti tra le lapidi sbilenche. Tra quei veli le figure in nero si muovevano silenziosamente, come un consesso di spettri. Erano tanti, erano tutti, tutti i Vampiri di Praga, accorsi al richiamo del loro Reggente Karel Lucic, e del suo Consigliere Pavel Ourada, eletto, per l’occasione, Generale in capo. Perché l’occasione era una guerra, e per una guerra occorre che qualcuno impartisca ordini. Il primo ordine del Consigliere era stato proprio per il Reggente, che restasse al sicuro, nelle viscere del Cimitero, con poche guardie fedeli. Che lasciasse che fossero i suoi sudditi a combattere in suo nome, a schiacciare la feccia che aveva osato assassinare il Principe, suo padre, la feccia che da secoli tramava per dominare sulla Città d’oro, in totale spregio delle altre stirpi. La feccia: i maghi.

Nero contro il nero della notte, Ourada appariva immenso, un idolo di pietra scura intorno al quale perfino le spire di nebbia sembravano ritrarsi intimorite. Gli ordini erano già stati dati, le istruzioni già impartite. Ciascuno era stato reso edotto di quanto necessario, ma, alla fine, l’imperativo era uno e uno solo: battere la città fino all’alba e massacrare i maghi. No, non era tutto. L’obiettivo primario, almeno per quella prima notte, era trovare la traditrice Lenka e i due impostori spergiuri che avevano sputato sulle Tradizioni e l’avevano aiutata fuggire. Quando la lunga mano del Tribunale supremo li avesse infine raggiunti non avrebbe trovato che un pugno di cenere su cui emettere la propria sentenza. Prima loro, poi gli altri, tutti gli altri.

Ombre scure tra veli d’argento, i Vampiri di Praga si erano dati convegno, e ora erano pronti per calare sulla Città d’oro come angeli vendicatori. Ma nell’istante stesso in cui il loro oscuro comandante li guidò ai margini del cimitero, furono costretti ad arrestare il proprio passo.

Nessuno li aveva visti arrivare, nessuno li aveva uditi, ma non c’era da stupirsi. Probabilmente la maggior parte di loro si muoveva facendosi beffe dello spazio e del tempo, irridendo chi non conosceva altro modo per spostarsi dei propri passi. Scivolavano ai confini del tangibile, plasmando l’essenza stessa della materia ai loro biechi scopi. Nessuna sorpresa che fossero apparsi senza farsi accorgere, circondando il Cimitero in tutto il suo perimetro, stringendo intorno ai Vampiri un assedio inavvertibile. I maghi.

Fremiti contrastanti attraversarono la folla degli Immortali. Sorpresa, ira, ma anche timore, perché nessuno di loro aveva creduto che si sarebbero trovati così presto a fronteggiare il nemico. I maghi erano per loro natura refrattari allo scontro aperto, subdoli, preferivano cospirare nell’ombra e colpire alle spalle i propri avversari. Perfino tra i loro simili non erano degni di fiducia, incapaci di alleanze durature.

Eppure eccoli tutti schierati, uomini, donne, perfino bambini, oltraggiosamente comuni e umani nel sembiante, nel fragore del sangue che scorreva nelle loro vene, eppure non più umani di quanto lo fossero i Vampiri coi quali si apprestavano a combattere.

Ourada chiamò a raccolta i suoi con un gesto della lunga mano bianca. Il suo volto era una maschera distorta dall’odio, gli occhi frammenti di un’oscurità che inghiottiva se stessa come un serpente alchemico.

Il tempo parve cristallizzarsi in quell’assenza di movimento, di suono.

Poi alcuni maghi iniziarono a salmodiare formule misteriose, e la nebbia iniziò a ondeggiare, ritirandosi ai margini del cimitero, assumendo la forma di una cupola che in pochi istanti avvolse entrambi gli schieramenti, chiudendo all’esterno il resto del mondo. Ourada sapeva che cosa significava. Che la Città d’oro non sarebbe stata toccata da quanto stava per accadere, che nemmeno il sonno dei buoni cittadini di Praga sarebbe stato turbato. Ma significava anche che nessuno sarebbe potuto uscire da quel recinto di protezione finché la battaglia non fosse finita. Non c’era più spazio per i tentennamenti, per le defezioni. Chi era dentro poteva solo combattere o morire.

Prima che quella consapevolezza fiaccasse la determinazione dei suoi, il Consigliere sferrò l’attacco.

Un gelo tagliente discese sul cimitero e parve che la nebbia si dovesse condensare per poi sgretolarsi al suolo in frammenti di ghiaccio. Portava terrore, quel freddo, e immagini di morte, decadenza e torture innominabili che si diffusero nelle menti dei maghi umani mettendo a dura prova la loro determinazione. Molti, specie i più giovani, presero a guardarsi attorno esitanti, mentre il salmodiare perdeva d’intensità, la loro concentrazione disturbata dalla potenza dell’aura dei Vampiri, che evocava in loro tutto ciò che di maligno e caduco e mortale esisteva in questo e in mille altri mondi. Si videro morire. Videro morire tutti i propri affetti, sterminati uno a uno senza pietà. Mogli, mariti, figli, genitori, uccisi nel modo più turpe che la loro mente riusciva a concepire. Sangue. Buio. Dannazione senza fine. E, ancora, né Ourada né i suoi avevano mosso un passo o compiuto un singolo gesto. Sembravano essersi trasformati in statue ammantate di nero. Solo i loro occhi manifestavano una vita che andava oltre quella terrena e una determinazione a far male che, da sola, avrebbe fiaccato il più ardimentoso degli animi.

“Siete ancora in tempo a salvarvi. Consegnateci i traditori e la patricida e sarete liberi di tornare alle vostre case”, disse Ourada. “Non vi sarà fatto alcun male.”

In tutta risposta si udì un rombo lontano, dapprima simile al brontolio di un tuono, ma, man mano che cresceva d’intensità, sempre più vicino al rullare assordante di una batteria. Una luce abbagliante esplose a pochi passi dal Consigliere, simile a un fuoco d’artificio, e come un fuoco d’artificio ricadde tutt’intorno, sbocciando come un fiore crepitante. I vampiri accanto a Ourada, temendo gli effetti della luce, indietreggiarono. I frammenti di luce, ricadendo, parvero coprire come una patina traslucida i maghi più vicini e le lapidi che emergevano dal terreno come denti storti. Nel cuore luminoso, che andava perdendo la sua intensità, apparve un ragazzo di forse vent’anni, che aveva più l’aria di un ballerino di Hip hop che di un mago, con jeans sdruciti dal cavallo bassissimo, una maglia larga e informe che gli pendeva addosso, e un berretto messo di sghimbesco sul capo. Salutò Ourada con un gestaccio, prima di arretrare con passi molleggiati, come se ballasse.

Per i maghi fu il segnale che dovevano avanzare.

Quelli evidentemente più forti, meno sensibili all’aura degli Immortali,vampiri, iniziarono a salmodiare parole arcane, e altri fiori di luce sbocciarono tutt’intorno, ricadendo in polvere luminosa, e più quella polvere ricopriva i maghi, più essi acquisivano coraggio e riuscivano a scrollarsi di dosso il terrore suscitato dai loro nemici.

Ourada lo comprese e il suo volto si distorse in un’espressione di puro odio. Indirizzò un gesto imperioso alla terra, imitato dagli altri vampiri, e una vibrazione si diffuse nel suolo, accompagnata da un suono sordo, come il ringhio di una creatura di dimensioni impensabili svegliata dal suo sonno millenario nelle viscere stesse del terreno. Subito dopo, nere figure evanescenti emersero da esso. Sagome vagamente umane, più oscure del buio stesso, che si lanciarono contro i maghi portando con sé l’essenza del gelo e della paura.

Le loro difese scattarono immediatamente. Alcuni si fecero avanti e parvero sdoppiarsi, poi triplicarsi, moltiplicandosi in infinite immagini illusorie che, colpite dalle creature tenebrose evocate dai vampiri, svanivano, per riapparire qualche metro più in là. Altri si posero in disparte, tracciando simboli nell’aria. Dal suolo iniziarono a emergere stalagmiti luminose, dietro le quali i compagni trovavano rifugio, riuscendo così a lanciare altri incantesimi. Tuttavia, sembrava che nessuno dei loro attacchi fosse indirizzato a colpire o ferire gli avversari. Si limitavano a difendere se stessi e i compagni, cercando di contenere gli attacchi nemici. Finché un gruppo di ragazze adolescenti in uniforme scolastica avanzò, protetto dagli scudi e dalle illusioni. Lanciarono all’unisono una serie di incantesimi che si abbatterono contro i vampiri-maghi, scagliandoli in aria e facendoli ricadere intontiti qualche metro più indietro.

Ourada ruggì di disappunto a quel terribile affronto e indirizzò un altro gesto verso il terreno, che esplose letteralmente verso l’alto, come un geyser, vomitando all’esterno altre nere figure che si avventarono contro il gruppo di ragazze, avvolgendole nelle loro spire. Sorrise alle loro urla di terrore, così come all’evidente difficoltà di coloro che cercavano di tenere lontani gli emissari di morte con i loro incantesimi di luce. Entro pochissimo tempo, pensò, la città sarebbe stata ripulita da quella feccia. Scambiò uno sguardo d’intesa con alcuni vampiri alle proprie spalle e li guardò scattare come nere saette, quasi invisibili a occhio umano, verso il gruppo che si era posto in disparte a lanciare incantesimi. Dovevano essere i più potenti, i Re sulla scacchiera del loro gioco mortale. Abbattuti quelli, la vittoria sarebbe stata una pura formalità e i suoi neri guardiani avrebbero potuto sopraffare senza difficoltà gli avversari. La luce. Bisognava soffocare la maledetta luce e ogni loro speranza.

L’aria era un crepitare di energie in lotta tra loro per la supremazia. L’interno della cupola rifletteva le esplosioni di luce, a cui facevano eco nere voragini di oscurità pulsante e malevola. Ma ancora i maghi non combattevano per uccidere. Quando uno di loro veniva investito da un attacco diretto, fosse da un vampiro o da una delle ombre da essi comandate, si limitava a sfuggire al confronto, o a lasciare che uno dei compagni lo disimpegnasse. Ourada non capiva cosa stessero aspettando, perché tentennassero. Possibile che si fosse sbagliato, che per tutto quel tempo avesse sopravvalutato a tal punto i maghi di Praga? Non erano loro ad aver sbaragliato eserciti, ad aver annichilito il nemico? Non potevano certo averlo fatto con fiori di luce e illusioni degne di una fiera di paese! No, c’era un motivo per cui stavano moderando i loro attacchi…

Poi, di punto in bianco, la strategia dei maghi mutò. Le loro file si aprirono, lasciando spazio a una nuova schiera di inquietanti presenze. Erano creature antropomorfe, ma nulla di umano vi era in esse, se non il fatto che procedevano erette su due gambe e avevano due braccia e una testa che spuntavano dal torso. Ma i loro arti erano appena abbozzati, scolpiti in modo approssimativo in quello che sembrava… Ourada avvertì un tremito che non seppe nascondere. Fissò con orrore e fascinazione quei giganti, che superavano i tre metri d’altezza, le membra traslucide a catturare i riverberi della battaglia. Vide le loro braccia tramutarsi in lame di quella stessa sostanza lucente. I maghi di Praga avevano evocato i custodi della magia più antica, i mitici Golem. E il fatto che fossero Golem di vetro non era sicuramente un caso, il Consigliere ne era certo. Quei guerrieri di luce sembravano del tutto immuni alla magia oscura che i vampiri seguitavano a scagliare loro addosso. Le creature d’ombra semplicemente scivolavano sulle loro corazze scintillanti. Le loro lame, invece, calavano impietose sullo schieramento degli immortali e dove colpivano tramutavano la carne in vetro. Per Ourada fu insieme spaventoso e meraviglioso. Quegli idioti gli stavano fornendo le prove della loro colpevolezza su un vassoio d’argento!

“Guardate, fratelli, di quali sortilegi è capace questa feccia! La stessa magia che ci ha privato del nostro sovrano, per mano della sua ignobile progenie! Uccidiamoli! Uccidiamoli tutti!” urlò, scagliandosi in prima persona non contro i giganti, ma contro i maghi che li stavano evocando. Si mosse con una rapidità impensabile per qualsiasi essere umano, cercando fra la moltitudine dei mortali il ragazzotto impudente che lo aveva sfidato prima che la battaglia avesse inizio. Pur in quel breve lasso di tempo si era potuto rendere conto del suo potere. Doveva essere uno dei Re dello schieramento avversario, e nessuno poteva permettersi di irriderlo a quel modo. Lo vide e, mentre volava verso di lui come un corvo, si lasciò sfuggire un ruggito bestiale.

Bastò un gesto della mano del ragazzo, un gesto apparentemente casuale, un gesto sprezzante, e il volo vertiginoso del consigliere si arrestò. Non percepì l’avvicinarsi del Golem, non ne colse il movimento, lento, spaventosamente lento, rispetto al suo. La lama lo sfiorò, colpendolo solo grazie al suo stesso slancio. Un graffio, che penetrò appena il tessuto della veste, sulla spalla. Ma nell’istante stesso in cui il vampiro avvertì il tocco lieve di quella lama stregata, seppe di essere perduto. Si bloccò, alternando sguardi stravolti alla ferita, al Golem, immobile quanto lui, come se avesse esaurito la propria utilità, e al ragazzo, che gli sorrise e gli fece l’occhiolino. Per la prima volta contemplò l’idea che il Re a cadere, sulla scacchiera, fosse quello del loro schieramento.

Non poteva succedere. Non doveva succedere. E non sarebbe successo, perché lui aveva il rimedio. Doveva soltanto raggiungerlo, prima che quella terribile magia lo travolgesse. Ignorando le sorti dei propri simili, compresi coloro che erano stati colpiti dai Golem e avrebbero presto incontrato un destino simile a quello di Rodolfo, sfrecciò via. Doveva raggiungere i propri appartamenti. Lì era nascosta la salvezza, celata a chiunque, compresi coloro che avrebbero potuto usarla per scagionare Lenka Knežević. Soprattutto a loro. Corse come non aveva mai corso, né in vita, né nella sua interminabile non-vita, la sensazione che il braccio ferito gli si stesse contemporaneamente irrigidendo e congelando. E il dolore, dio, era spaventoso, come se lame di ghiaccio gli stessero devastando i tessuti. Ma sarebbe passato. Quei bastardi non l’avrebbero avuta vinta. In quanto all’Arconte e al suo Esecutore, beh… si sarebbe preso enormi soddisfazioni, con loro, prima di ridurli in cenere su cui sputare.

Così Ourada, Consigliere di Principi, Gran Signore dei Maghi -Vampiri di Praga, fece ciò che nessun Re, nessun comandante dovrebbe mai fare durante una battaglia: voltò le spalle al nemico e fuggì, lasciando i suoi a morire sul campo che lui stesso aveva allestito. In un turbinio di vesti nere, incespicando per la fretta, corse verso l’ingresso che conduceva ai sotterranei, inseguito dalle grida dei compagni, improvvisamente schiacciati tra due differenti paure, quella suscitata dai Golem di vetro e quella data dalla consapevolezza di essere lasciati soli. Corse, incurante dei loro richiami, delle loro preghiere, delle loro minacce, premendo la mano sulla spalla ormai fredda e inerte, trattenendosi dallo strappare via quell’arto alieno e traditore che non gli apparteneva più e dal quale il male non smetteva di risalire, contagiando tutto il corpo. Non tentò una giustificazione, non accampò scuse. Avrebbe potuto. Avrebbe potuto gridare loro che il Reggente era in pericolo, che era suo dovere correre a proteggerlo. Non se ne diede pena, accecato solo dalla propria urgenza, dalla consapevolezza che, anche quando tutto fosse stato perduto, sua sarebbe stata la salvezza, la vittoria.

Percorse correndo i corridoi deserti, discese le infinite scale su cui i suoi passi rimbombavano come rintocchi funebri. Nessuno gli si parò innanzi, e come avrebbero potuto? Erano tutti di sopra, al cimitero, tutti impegnati a combattere per lui, a morire per lui.

Infine giunse nelle proprie stanze. Sciolse con pochi gesti i sigilli magici che ne proteggevano l’ingresso, magia del sangue, del suo sangue, e si precipitò all’interno, guardandosi intorno, il volto stravolto dal panico e dal sollievo al contempo. Sapeva di essere salvo, sapeva dove cercare. I suoi occhi corsero al tabernacolo rubato da una chiesa ortodossa, il legno intarsiato reso rosso dal sangue dei sacerdoti ai quali l’aveva strappato. Con la mano che ancora rispondeva lo aprì e cercò con le dita l’impugnatura del pugnale di vetro, un ringhio di trionfo pronto sulle labbra. Il trionfo si mutò in disappunto quando le sue dita strinsero solo polvere.

“Cercavi questo, Consigliere?” La voce lo fece voltare di scatto con un ruggito a stento trattenuto. Quel bastardo dell’Arconte era lì, assieme al suo tirapiedi, e gli sorrideva reggendo fra le mani il pugnale di onice nero con cui avrebbe potuto assicurarsi la salvezza. E non era l’unico a sorridere. Anche il bestione biondo lo stava facendo. Rimase a fissarli per qualche istante, dimentico persino del dolore al braccio, troppo sbalordito per riuscire a reagire in qualche modo. Come avevano fatto a superare le sue difese magiche? Nessuno era mai riuscito a penetrare nei suoi appartamenti, nessuno. Quei pochi che ci avevano provato erano incorsi in una fine orrenda. Lottò fra l’impulso di strappare il pugnale dalle mani di Guillaume, per spezzare l’incantesimo di vetrificazione, e la necessità altrettanto imperiosa di mantenere il controllo.

“Come osate introdurvi nelle mie stanze, viscidi traditori?” sibilò, lo sguardo fisso sul pugnale.

“Stavamo adempiendo ai nostri compiti” sentenziò Guillaume, ostentando un sorriso da cherubino. “Un fedele servitore del potere e integerrimo suddito come voi dovrebbe apprezzare tanta dedizione al lavoro…”

“Taci, traditore blasfemo!” ruggì Ourada, interrompendolo. “Siete voi i responsabili di tutto questo. Se questa notte i Vampiri di Praga incontreranno la loro fine lo dovranno solo a voi.”

“Guarda un po’” intervenne Raistan, aggrottando la fronte, “Avrei detto che il responsabile fosse chi aveva assassinato Rodolfo. C’entrava qualcosa un pugnale nero, se non sbaglio. Peccato sia andato perduto…” Spalancò gli occhi all’indirizzo di Guillaume, simulando stupore: “Non mi dire! È questo il pugnale nero distrutto?! Ma guarda te il caso a volte…”

“Avete pochi secondi per consegnarmelo, dopodiché pagherete per la vostra arroganza. Non sto scherzando, datemelo subito!” La sua impazienza si rivelò nel modo in cui urlò quelle ultime parole, gli occhi che lanciavano fiamme all’indirizzo di Guillaume e Raistan. La sensazione di gelo si stava diffondendo al collo e al lato del corpo corrispondente al braccio, assieme all’impressione che ratti famelici gli stessero affondando le piccole zanne nei tessuti, sempre più in profondità. Non riuscì a impedire all’altra mano di tastare la spalla e l’arto inservibile, mentre valutava le mosse successive. Per nessun motivo al mondo avrebbe permesso loro di uscire vivi da quella stanza.

Guillaume valutò la situazione, senza smettere di sorridere. In realtà non si sentiva affatto tranquillo. Di tutto il geniale piano di Cassandra, finalizzato a smascherare il maledetto Consigliere, quello era il punto che faceva più acqua. Ed era anche il punto che vedeva lui e Raistan come protagonisti. Certo, l’anfitrione del Seven Sins si era dato parecchio da fare, coinvolgendo tutti i maghi della Città d’oro in quella battaglia, con l’unico scopo di costringere Ourada a tradirsi. Senza contare che aveva fornito a lui e a Raistan le protezioni necessarie per superare i sigilli magici che il Consigliere aveva applicato ai suoi appartamenti. C’era da rabbrividire al pensiero di cosa lui e gli altri maghi avrebbero preteso in cambio di tanto impegno.... Ma a questo avrebbe pensato dopo, se fosse sopravvissuto.

Raistan aveva portato la mano al paletto agganciato alle cinghie della divisa da Esecutore. Guillaume aveva insistito perché la indossasse e a sua volta aveva vestito i panni dell’Arconte, perché fosse chiara a chiunque e soprattutto al Consigliere l’ufficialità della loro presenza in quel luogo. Raistan fece un deciso passo avanti, sopravanzando il compagno, ma senza celarne la vista a Ourada. Voleva soltanto che fosse chiaro che non avrebbe accettato nessuna iniziativa da parte sua senza reagire per primo, e con decisione.

“Forse dovresti darti una calmata, adesso, Consigliere”, disse con tono basso e minaccioso, scoprendo per un attimo i canini in una smorfia feroce.

Ourada parve valutare quella minaccia, ma Raistan era un combattente, sapeva riconoscere lontano mille miglia chi poteva prendere in considerazione la resa, chi no. E il Consigliere rientrava sfortunatamente e senza ombra di dubbio nella seconda casistica. Guillaume e Cassandra lo avevano messo in guardia sul fatto che Ourada avrebbe usato con ogni probabilità rituali magici per tentare di salvarsi, ma sfortunatamente nessuno dei due aveva potuto essere molto chiaro a riguardo. Fu dunque il suo antico istinto a permettergli di prevenire solo di pochi secondi la mossa successiva dell’avversario. Vide il Consigliere ritrarre la testa, le labbra che si muovevano senza emettere suono, e poi scattare in avanti, come un serpente, sputando nella sua direzione un fiotto di sangue nero. Raistan scattò di lato appena in tempo per evitare quel proiettile vischioso, che andò a finire contro la parete alle sue spalle. Subito l’arazzo che la ricopriva iniziò a sfrigolare e a dissolversi a una velocità impressionante, emanando un tanfo mefitico.

Raistan si voltò a fronteggiare incredulo il Consigliere, che si tergeva il mento imbrattato del suo stesso sangue letale. “Cazzo, non invidio chi ti deve baciare, scimmione!” scherzò, poi estrasse il paletto e spinse gentilmente di lato Guillaume. “È da quando ti ho conosciuto che ho voglia di usarlo. Non privarmi di questa soddisfazione, ti prego. Vieni…”

“Stai attento” sussurrò Guillaume. O forse non lo disse nemmeno, si limitò a pensarlo. Era sufficiente perché Raistan lo sentisse. In tutta risposta l’Olandese sogghignò. Ourada stava già preparando una nuova mossa, tracciando segni nell’aria, e le sue dita sembravano lasciare scie di luce nera. Prima che quei gesti sinistri giungessero a compimento, l’Esecutore lanciò verso di lui il paletto con un fulmineo scatto del polso dal basso verso l’alto. La mossa ebbe almeno il pregio di interrompere il maleficio, perché Ourada fu costretto a scostarsi con un movimento altrettanto veloce. L’arma si conficcò nella parete alle sue spalle con un suono secco, seguito da una breve vibrazione, e Raistan imprecò.

Una smorfia di soddisfazione distorse il volto del Consigliere, che sembrava sempre più trasfigurato, le vene che emergevano sul collo e sulle guance come filamenti neri in rilievo, gli occhi che avevano assunto una sfumatura gialla. Guillaume intuì che fosse la Magia del sangue che stava usando a causare quella trasformazione. Si chiese anche fin dove avrebbe potuto spingersi Ourada prima che quel potere oscuro prendesse il sopravvento, infrangendo la sua ragione. C’era un motivo per cui certe pratiche erano state proibite, nel corso dei secoli. La Magia del sangue poteva offrire indubbi vantaggi, ma se utilizzata in modo sconsiderato poteva rivelarsi una condanna per lo stesso utilizzatore e per chiunque gli stesse accanto. Al momento, accanto a Ourada c’erano lui e Raistan, quindi la faccenda gli stava maledettamente a cuore…

“Dammi il pugnale, De Joie.” La voce usciva dalla gola del Consigliere con un gorgoglio sinistro. Guillaume storse la bocca, combattuto tra la determinazione e il disgusto. Guardò il pugnale nella sua mano e considerò la possibilità di lanciarlo contro la parete e frantumarlo in mille pezzi. Sarebbe stato un tale spreco…

Poi Ourada scattò, inaspettatamente, lanciandosi contro Raistan e afferrandogli il braccio . Immediatamente l’Olandese iniziò a gridare, mentre filamenti neri avvinghiavano il suo arto penetrando il tessuto, lacerando la carne, in un viluppo sempre più fitto.  Eppure, nonostante il dolore lancinante, fu il combattente in lui a prendere il sopravvento e a indurlo a passare l’altro braccio intorno al collo del Consigliere, bloccandolo, per poi morderlo di slancio, le urla di dolore che si trasformavano in un ringhio di pura ferocia a unirsi a quello di Ourada. La parte più selvaggia di entrambi emerse, trasformando quella presa vicendevole in una lotta rabbiosa, sanguinaria, in cui nessuno dei due era disposto a cedere.

A Guillaume non restò che fissare quella scena, ma fu solo per un istante. Immediatamente reagì e si scagliò a sua volta contro Ourada, cercando la sua carne con le mani, con le zanne. Il Consigliere, consapevole che la magia del sangue non avrebbe potuto salvarlo, in quel frangente, combatteva con tutta la furia e la potenza che i secoli gli avevano donato. Guillaume vide il proprio sangue schizzare, o forse era quello di Raistan, mescolarsi al sangue nero del Consigliere. Quando Ourada fu su di lui sentì la zaffata velenosa dalla sua bocca sul volto.

Ora mi sputerà in faccia il suo acido, pensò, e quasi rise di sé, di quell’assurda concessione alla vanità. Non era certo il momento! Con la coda dell’occhio vide Raistan indietreggiare, il viso una maschera di sangue nero e scarlatto, il braccio ancora avviluppato dai filamenti neri che continuava a sanguinare e sfrigolare. Il dolore doveva essere insostenibile. Il veleno del Consigliere doveva essergli penetrato anche negli occhi, perché li teneva serrati. Sentì le zanne di Ourada chiudersi a un millimetro dalla sua gola, una volta, due, come una tenaglia che scattasse a vuoto, ma non avrebbe potuto tenerlo a distanza ancora a lungo. Con un gesto disperato scagliò lontano il pugnale d’onice, che non aveva mai smesso di stringere in mano. L’arma percorse un breve tratto e poi cadde sul pavimento con un suono tintinnante. Guillaume sentì un verso simile a quello di una bestia ferita a morte e improvvisamente fu libero dal peso del Consigliere. Lo vide lanciarsi verso il pugnale, correndo a quattro zampe, arrancando, e udì il suo ruggito di trionfo quando lo ebbe raggiunto e impugnato. Ormai non vi era più nulla di umano in lui, solo dissennata violenza, delirante esaltazione. L’uomo che era stato Ourada si alzò in piedi e fissò i suoi avversari, prima Raistan, che cercava di metterlo a fuoco con gli occhi ciechi, poi l’Arconte, a terra, la figura solitamente così composta dilaniata dalle ferite, dalla foga del combattimento. Sogghignò mentre sollevava in aria il pugnale con un gesto teatrale e poi lo calava sul proprio petto, affondandolo nel cuore una, due volte, con un’espressione di estatica soddisfazione. Solo quando affondò per la terza volta quell’espressione svanì, trasformandosi in una smorfia di orrore.

Guillaume serrò gli occhi, digrignò i denti, mentre le urla bestiali del Consigliere esplodevano nella stanza. Cercò Raistan, che era a terra, accanto a lui, e lo abbracciava facendogli scudo col proprio corpo. Fece lo stesso, avvolgendolo con le braccia, sussurrando il suo nome. Poi le grida cessarono e un silenzio spaventoso discese su di loro. Guillaume non lasciò Raistan, non riaprì subito gli occhi. Attese, finché sentì i passi sopraggiungere fuori dalle stanze del Consigliere. Solo allora sollevò le palpebre, e guardò il corpo di Ourada contorto in una posa innaturale, la bocca spalancata in un grido di vetro.

 

 

I lampadari di cristallo diffondevano una luce fioca, poco più che un alone argenteo che si allargava sui soffitti neri e lucidi. Tutte le luci del locale erano state abbassate, e a ragione: non c’erano clienti, ai tavoli, né al bancone. Il Seven Sins era chiuso, almeno all’apparenza. Guillaume si domandò se avrebbero visto comparire anche qualche donna delle pulizie intenta a sciabattare in giro e a pulire sangue di fata dai divanetti… Ripensandoci, non era così ansioso di conoscere chi faceva le pulizie da quelle parti.

Lanciò un’occhiata a Raistan, in piedi al suo fianco. Il braccio era stato fasciato e gli pendeva sul petto, sostenuto da un’imbracatura di cuoio. Il suo volto mostrava ancora i segni delle ferite inferte da Ourada, ma per quelle ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Anche lui non era al massimo della forma, inutile raccontarsi storie. Questa volta l’avevano scampata bella.

Cassandra dava loro le spalle, immobile davanti a una vetrata dalla quale si godeva di una vista mozzafiato su Praga. Tenendo conto che erano entrati dal retro di McDonald, per trovarsi lì, Guillaume si domandò oziosamente come ciò fosse possibile. Ma quella trasferta gli aveva insegnato che certe domande non valeva nemmeno la pena porsele.

“Dunque ci lasciate già? Che peccato…”

Cassandra si voltò verso di loro. Era in maniche di camicia, panciotto, cravatta e pantaloni bianchi su una camicia color sangue rappreso. Il suo volto appariva bello e giovane, come sempre, ma insolitamente pallido e segnato, come se non avesse dormito sonno tranquilli, nelle ultime notti. Profonde ombre viola gli oscuravano lo sguardo, facendo apparire i suoi occhi ancora più scuri. Sorseggiò qualcosa dal bicchiere che reggeva in mano.

Raistan si schiarì la gola ma preferì non replicare in nessun modo, visto che tutto quello che gli si affacciava alle labbra erano commenti pungenti sulla piacevolezza del loro soggiorno a Praga. Si voltò verso Guillaume e gli sorrise con dolcezza.

“I nostri servigi sono richiesti altrove” rispose quest’ultimo. “Naturalmente dopo un periodo di vacanza” aggiunse, ricambiando il sorriso dell’Olandese. Avrebbero fatto tutto il possibile perché durasse un bel po’.

“Qui la situazione mi sembra ormai sotto controllo, no? Non serviamo più” s’arrischiò ad aggiungere Raistan. “La Praga vampira ha dei nuovi regnanti e tutti sono felici e noiosi come prima…”

Un sorriso deformò le labbra di Cassandra, ma non arrivò agli occhi.

“Così pare. Il Principe Karel troverà in sua sorella il miglior Consigliere che possa sperare di avere. Certo, non potremo aspettarci fuochi d’artificio, ma a quelli pensiamo già noi…” commentò, ammiccando maliziosamente.

Guillaume sospirò,

“Mi auguro che i rapporti tra le due stirpi si rafforzino, dopo questa esperienza” osservò, ma Cassandra scosse il capo.

“No, Arconte, non funziona così… Continueremo a detestarci cordialmente, fa parte del gioco. Ma sapere che i vampiri hanno un debito con la nostra stirpe alimenterà l’ego dei maghi per i prossimi vent’anni, a prescindere che il debito venga saldato o meno.”

Guillaume annuì. In fondo i maghi erano quelli che avevano rischiato di più, inscenando quella battaglia con l’unico scopo di far uscire Ourada allo scoperto. Nessun vampiro era stato ucciso, nessuno ferito gravemente. I colpi inferti dai Golem si erano rivelati solo illusioni. In effetti anche i Golem lo erano. Ma i vampiri avevano colpito sul serio, e duramente, e se non c’erano state vittime tra i maghi era solo perché Cassandra aveva dato fondo a tutto il proprio potere per garantire che nessuno si sarebbe fatto male.

“Non riesco ancora a capacitarmi di come quell’Ourada abbia potuto essere così idiota” esclamò Raistan, socchiudendo gli occhi ancora iniettati di sangue. “È caduto vittima del suo stesso inganno, col pugnale!”

“Per nostra fortuna è successo, sì” rispose Guillaume, reprimendo un brivido al ricordo dei terribili momenti di quella lotta. Se il Consigliere non fosse stato accecato dalla furia e dal terrore di subire la stessa sorte di Rodolfo, dubitava che sarebbero stati lì, al Seven Sins, a parlare di futuro con Cassandra. Non ne avrebbero semplicemente più avuto uno.

“E tu, Mago? Non te la prendi una vacanza? Senza offesa, ma sembri averne bisogno quanto noi…” intervenne l’Olandese, solo per chiedersi immediatamente dopo se la sua domanda avrebbe potuto risultare irrispettosa. Non si poteva mai sapere cosa passava per la mente di quel tizio.

“Ci sto pensando, Raistan” sorrise Cassandra, un sorriso stanco, freddo come una stanza vuotanel cuore dell’inverno. “Hai qualche mèta particolarmente bella da propormi?”

Guillaume assistette a quello scambio in silenzio, gli occhi fissi sul Mago. Aveva intuito che Cassandra non poteva lasciare il Seven Sins, mai. Lo aveva capito quando, mentre progettavano il piano, il Mago aveva ribadito in più di un’occasione che non avrebbe potuto scendere sul campo di battaglia, né andare con loro negli appartamenti di Ourada. Nemmeno per un istante lo aveva sfiorato il pensiero che fosse la vigliaccheria a dettare quelle parole. Cassandra non era certo tipo da avere paura. No, la ragione doveva essere un’altra, e aveva a che fare con quel luogo incantato, che ora appariva desolato e disertato, come il suo pallido proprietario.

Dal modo in cui Raistan gli rispose, era evidente che anche lui aveva intuito la sorte del Mago, forse anche solo dai pensieri del compagno. “È tutto molto soggettivo, sai. A qualcuno piace la campagna, a qualcun altro il mare o visitare una città dopo l’altra. A me ad esempio piace starmene in pace a casa mia, senza nessuno che mi rompe le scatole con questioni che non mi interessano. Solo che te ne rendi conto soltanto quando non puoi tornarci per lungo tempo. Goditi casa tua, Mago. Non c’è niente di meglio.”

Guillaume si trattenne dal desiderio di abbracciare il compagno, di chiudere con un bacio quelle labbra capaci di pronunciare così spesso parole inopportune, ma anche, in momenti come quello, di commuoverlo con slanci più umani di qualsiasi umano con cui lui avesse mai avuto a che fare.

Cassandra accolse quel consiglio con espressione ineffabile.

“Probabilmente hai ragione, Raistan” rispose, arricciando appena le labbra.

“Ci rivedremo, immagino” aggiunse Guillaume. Non gli sfuggì il brivido che attraversò Raistan, ma finse di ignorarlo. La sua non era una domanda.

Cassandra scrollò le spalle, un gesto svagato, che lo fece apparire straordinariamente giovane.

“Assolutamente. Sarete sempre i benvenuti al Seven Sins. Ammesso che riusciate a trovare l’ingresso” rispose, strizzando loro l’occhio.

“Certo, mi raccomando, non facilitarci mai le cose…” borbottò Raistan.

Cassandra lo fissò con aria divertita.

“Hai fretta, non-morto? Sei immortale, non dovresti averne…”

Gli occhi dell’Olandese si spalancarono riconoscendo quelle parole, ma Guillaume lo aveva già preso per il braccio sano e lo stava trascinando via.

“Ci sarà sicuramente occasione, Cassandra” disse, salutandolo. In realtà non era sicuro di desiderarlo veramente. Ma sarebbe stato scortese rivelarlo in quella sede.

 

EPILOGO

 

I turisti nella chiesa di San Giorgio, a Lukova, un piccolo paese a circa duecento chilometri da Praga, non ebbero dubbi sul fatto che fosse l’edificio più spaventoso che avessero mai visitato. Sarebbero bastate le statue ammantate da drappi bianchi simili a sudari sedute qua e là sulle panche o in piedi tra le navate. Immobili, imponenti, il volto celato allo sguardo dei curiosi che, quotidianamente, la visitavano e si scattavano selfie accanto a una o all’altra di quelle tenebrose installazioni. Ma quando, nella penombra spezzata soltanto dalla luce delle numerose candele, due di quelle figure si mossero, reagendo al tocco di altrettanti turisti in vena di facili emozioni, ci fu un fuggi fuggi generale, punteggiato da strilli e dal tramestio di numerose scarpe sul pavimento di pietra. Una risata tonante e una più lieve, cristallina, echeggiarono nel silenzio che seguì a quella fuga, mentre Raistan e Guillaume si liberavano dai lenzuoli sbrindellati ad arte e si guardavano intorno.

“Sei soddisfatto? Ti sei divertito abbastanza?” chiese l’Arconte, guardando il compagno con indulgenza. Non avrebbe mai ammesso che il primo a divertirsi fosse lui. Soprattutto, lo rendeva felice ritrovare in Raistan quell’allegria crudele che era da sempre uno dei suoi tratti distintivi.

“Ancora un gruppo. Solo uno… dobbiamo provare a spostarci per la chiesa. Poi ce ne andiamo e lascio guidare te, d’accordo?”

“E perché mai dovrei desiderare di guidare una Škoda verde, secondo te?”

“Perché dici sempre che guido come un pazzo e che non riesci a rilassarti. Ancora un gruppo, dai. Zitto! Arrivano, mettiti il lenzuolo!” Glielo calò sul volto, ma prima gli posò un veloce bacio sulle labbra e abbassò anche il proprio telo, adattandosi a un’immobilità assoluta.

Si va in scena, signore e signori, e il divertimento è assicurato.

 

 

 

Nota (Il nome del personaggio Cassandra e del locale Seven Sins appartengono alla Cronaca del Mondo di Tenebra dell’Associazione Etemenanki, di Parma, che ne detiene la proprietà intellettuale e il diritto per qualsiasi tipo di sfruttamento economico)

 

 

 

               

 

 

Scrivi commento

Commenti: 5
  • #1

    Laura Costantini (martedì, 31 ottobre 2017 18:35)

    Ho avuto la fortuna di leggere questo racconto (mi sembra riduttivo definirlo tale) in anteprima e ancora una volta mi sono stupita della capacità affabulatoria che Guglielminetti e Soprani riescono a esprimere portando ognuna la propria sapienza narrativa e la forza dei propri personaggi. È un dato di fatto che il carisma di Guillaume de Joie si esalti nel raffronto con la ruvidezza di Raistan Van Hoeck. Ed è innegabile che questa avventura trascini il lettore (cui consiglio di arrivare qui dopo aver letto tutte le cinque alchimie pregresse) in una corsa attraverso la più magica delle ambientazioni. Leggete e lasciate correre l'immaginazione. È un film. Ha le atmosfere di Harry Potter ma va oltre perché racconta sentimenti, sensazioni, timori e destini adulti. Non saprei dire quale dei personaggi mi abbia più colpita. Raistan ormai lo conosco benissimo (vi consiglio l'intera saga RVH, ma se siete qui, sapete già). Guillaume è stato una scoperta che attende la conferma di un intero romanzo. Il mago Cassandra... Ragazzi, lui da solo meriterebbe una sceneggiatura da far impallidire i migliori fantasy. Senza dimenticare il Seven Sins che, secondo me, farebbe parecchia invidia anche a Neil Gaiman. Grandi!

  • #2

    Aria (giovedì, 02 novembre 2017 15:21)

    Avevo aspettative stellari riguardo a questa "trasferta", lungamente attesa, dell'Arconte e del suo Esecutore e sono state tutte ampiamente soddisfatte: bravissime!

    Come ho scritto altrove, i viaggi in compagnia di Raistan e Guillaume sono sempre sorprendenti e ricchi di scoperte ed io non finisco mai di stupirmi per la chimica magica che esiste tra loro, pure così diversi.
    Così come davvero magici sono l’ambientazione ed i personaggi di questo racconto.

    Da Aigor – Bohumir allo Skrytý Hotel, dalle suggestioni della città ai tenebrosi recessi della corte di Praga, passando per il Seven Sins, da Cassandra a Yeh'ezqel: ho adorato tutto, in ogni singolo dettaglio.
    Come ho adorato alcune imprescindibili conferme: dal Chimico (che non vuole essere nominato come un certo oscuro signore) a Raist che, tanto per non smentire il suo carattere tanto posato…e qui mi fermo, per non bruciare la sorpresa a chi deve ancora leggere e che invito ad affrettarsi.
    Non ve ne pentirete!

  • #3

    LuciaG (giovedì, 02 novembre 2017 18:17)

    Grazie Laura e Bianca per la vostra partecipazione emotiva a questa storia. Ritrovare Raist e Guill è stato piacevolissimo anche per noi, e soprattutto ritrovarli sempre così uniti. L'ambientazione di Praga è stata scelta da Federica, con un contributo di un mio sogno in cui erano proprio lì. E qualunque storia ambientata in quella città non può essere che magica. Un bacio a tutte e due.

  • #4

    Claudia (venerdì, 17 novembre 2017 15:49)

    Per colpa dei tanti, troppi impegni che mi costringono a stare al pc 24/7 non ho potuto leggere questa storia appena l'avete pubblicata. Invece me la sono scaricata, messa sul lettore ebook e letta con tutta la calma che meritava nei giorni scorsi, per cui spero che perdonerete il commento tardivo.

    Che dire, ragazze? A mio parere con questa storia vi siete SUPERATE! Mi ha rapito tutto, dall'ambientazione regale (Praga, dio mio! PRAGA!!), al plot - un magnifico intreccio di thriller, giallo investigativo, mistero, fantasy e horror, con tinte fosche e quel pizzico di esoterismo che come si dice dalle mie parti darebbe dieci punti e una scopa alla Rice; dai tanti riferimenti a Harry Potter che ho apprezzato moltissimo, alla caratterizzazione e perfino ai nomi stessi dei personaggi (che si nota sono scelti con cura: indimenticabile Cassandra, che come leggo in calce alla storia è un prestito dall'associazione Etemenanki, ma anche il mago ebreo Yeh'ezqel e tutta la cricca dei vampiri di Praga - Lenka, Karel e il rasputiniano Pavel Ourada); dai tocchi di ironia (Aigor!) e horror (il crudele incantesimo di cui rimane vittima Raistan), al mistero che circonda il Seven Sins, locale probabilmente situato in un'altra dimensione e a cui si accede attraverso portali sempre diversi e difficili da individuare; dall'assurdo abbigliamento alla Sephiroth che Raistan è costretto ad indossare come Esecutore, al climax al cardiopalma diviso tra lo scontro epocale vampiri/maghi (Meyer, prendi nota su come si scrivono le battaglie!) e il confronto finale RaistGuill/Ourada: questo racconto è un caleidoscopio di spunti interessantissimi.

    La vicenda dell'arresto di Lenka e del mistero che circonda la morte di Rodolfo mi ha tenuta con il fiato sospeso dall'inizio alla fine: se da un lato appare chiaro abbastanza presto chi sia il vero colpevole, dall'altro non è facile intuire come Guilllaume e Raistan riusciranno a sbrogliare la matassa e salvare Lenka scagionandola completamente dalle accuse. E' un puzzle i cui tanti pezzi vanno a incastrarsi pian piano e con maestria, coinvolgendo vari aspetti della magica città che ospita la vicenda.

    Vi rinnovo i miei complimenti per i personaggi, tutti azzeccatissimi, ben caratterizzati e dotati di una forte personalità, di cui leggerei volentieri uno spinoff. Ecco, se proprio devo farvi un appunto, le figure di Lenka e Karel, pur essendo centrali, rimangono ai margini della storia ed interagiscono poco con i nostri protagonisti, il che è un peccato perché si tratta di due personaggi davvero interessanti (così come interessanti devono essere le dinamiche, qui appena intraviste, fra i due fratelli e con il defunto padre Rodolfo). Però capisco che la storia è già lunga e ricca così com'è, ampliare anche queste due figure avrebbe trasformato il racconto in un vero e proprio romanzo... e del resto la vera protagonista è l'alchimia tra Guillaume e Raistan, e quella sì che è approfondita, nel loro tenero rapporto di coppia, nelle loro paure e nel passato che non cessa di perseguitarli.

    Grazie a entrambe per questa magnifica, magica, barocca, terrificante, emozionante storia, di cui spero di leggere prima o poi anche un seguito, un antefatto o se vorrete un nuovo capitolo!

  • #5

    Federica Soprani (venerdì, 17 novembre 2017 22:41)

    Wow, grazie Claudia! Che splendido commento, di quelli che ti risollevano l'umore e rendono la giornata migliore. Mi fa davvero piacere che tu abbia apprezzato questa nostra ultima fatica. È stato bello scriverla con Lucia e non vedevamo l'ora di condividerla con tutti voi. L'ambientazione è piaciuta molto anche a me, era tanto che volevo scrivere qualcosa ambientato a Praga. Non ci sono mai stata ma spero di poter colmare presto questa lacuna. Per quanto riguarda i personaggi sono scaturiti liberamente man mano che scrivevamo e hanno preso vita. Chissà che non ci sia un'altra occasione per scrivere di loro. Cassandra mi è particolarmente caro, fondamentalmente perché sono stata lui per tanti anni. Infatti era uno dei personaggi che giocava nella cronaca di Mondo di Tenebra qui a Parma. Mi piaceva moltissimo interpretarlo e spero di essere riuscita a renderlo bene per iscritto.
    Grazie ancora per l'apprezzamento e il sostegno. Sono importantissimi per noi :)