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L'ALCHIMIA DEGLI OPPOSTI  V -  LSDA

 

I

 

Anatoly Viktorovich Dmitriev era tutto ciò che ci si aspettava da un vory v zakone, un 'ladro nella legge'. O almeno lo sarebbe divenuto col tempo, dal momento che era giovane, dannatamente giovane. Eppure i suoi uomini, il più minuto dei quali avrebbe potuto facilmente spezzarlo in due, lo temevano. Poi c'era il fatto che non era stato in carcere. Non ancora. La permanenza nelle patrie galere era una condizione sine qua non per assurgere all'anzianità richiesta a un vory v zakone Ma, come si dice, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Anatoly Viktorovich Dmitriev era giovane, bello come un attore, impeccabile nel suo completo di Armani. Sedeva su un divano di pelle, il valore del quale avrebbe potuto sfamare quattro famiglie del Dagestan per un anno, circondato da guardie del corpo. Nella stanza accanto, ragazze appariscenti aspettavano solo l'occasione di poterlo compiacere. Poteva sopportare l'onta di essere considerato un semplice mafioso. Le gratificazioni, quelle vere, sarebbero arrivate col tempo. Forse.

"Dunque, signor De Joie, mi faccia capire bene" ripeté per la terza volta. Il suo inglese era fluente, solo una vaga inflessione slava che si accentuava nelle consonanti liquide e nel pronunciare il cognome del suo ospite. Ma quest'ultimo era francese, e si sa, i francesi se possono ti complicano la vita in ogni modo.

Guillaume De Joie si aggiustò gli occhiali sul naso sottile e assunse un'espressione concentrata. Far capire bene la situazione al giovane Viktorovich era il fine ultimo della sua visita all'Amaranth, il night club londinese rilevato dalla famiglia Dmitriev, e in particolare ai locali sul retro, l'opulenza dei quali faceva apparire la Royal Suite del Savoy un ostello della gioventù.

Anatoly Viktorovich Dmitriev non si sforzò di sorridere.

"Lei vorrebbe entrare in affari, sì? Con me". Guillaume sorrise, invece, davanti a tanta perspicacia. Il giovane Viktorovich era notevole, da molteplici punti di vista. Se solo non fosse stato così russo...

"Sì, è per questo che sono qui" confermò, paziente.

Il russo sollevò la mano fresca di manicure a interromperlo.

"Lo so perché. Non so ancora come. I miei collaboratori hanno ordini precisi riguardo a chi far entrare e per quale motivo. Se siete arrivato fin qui, o siete molto persuasivo, o la vostra guardia del corpo è davvero cattiva" osservò, indicando Raistan in piedi dietro la poltrona del francese.

Era una battuta? Forse. L'umorismo russo era sempre così spregiudicato... Nel dubbio Guillaume sorrise di nuovo. Raistan no. Il suo ruolo di guardia del corpo non glielo consentiva. E comunque non aveva voglia proprio voglia di sorridere davanti a quel manichino. Strappargli la testa e giocarci a dodgeball sarebbe stata un'opzione più interessante. Ma non era il momento, non ancora. Al diavolo Guillaume e i suoi giochetti!

Il francese non parve minimamente turbato dal tono insinuante del giovanotto. Anatoly si comportava in modo cordiale, come può essere cordiale un barracuda che avesse individuato una preda appetibile. E nessuno riusciva ad apparire appetibile quanto Guillaume, quando ci si metteva. Infatti eccolo sorridere, innocente come il mese di aprile, scostarsi i capelli biondi dal viso con una mano, mentre con l’altra lisciava una piega invisibile dai pantaloni bianchi.

“Mettiamola così, Monsieur Dmitriev” abbozzò, soppesando la figura del giovane uomo con malcelato apprezzamento, “La mia guardia del corpo è molto, molto, molto cattiva, e io sono dannatamente persuasivo. Infatti non solo i suoi uomini non hanno trovato nulla da obiettare a farci accomodare, ma anzi sono stati così gentili e solleciti da venire a riferirle della nostra visita. Naturalmente, dopo averci offerto lo champagne” concluse, agitando la flûte che teneva tra le dita.

Anatoly annuì impercettibilmente. Il discorso del francese non faceva una piega. Lanciò un’occhiata ai due buttafuori che avevano accolto così festosamente quell’intraprendente seccatore e il suo cane da guardia. I due uomini non riuscirono a reggere il suo sguardo. Sembravano a stento consapevoli perfino di dove si trovassero.

“Ma non voglio farle perdere troppo tempo” riprese Guillaume, distogliendo il giovane dalle sue cupe riflessioni. “Sapete come si dice in Inghilterra? Il tempo è denaro

“Si dice anche in Russia” lo interruppe l’altro, caustico.

Guillaume sgranò gli occhi, come se Anatoly gli avesse appena rivelato l’esatta ubicazione di Atlantide.

Anatoly Viktorovich Dmitriev sospirò, unì le punte delle dita e si protese verso il francese.

“Mi dica cosa potrei volere da lei, Signor De Joie. O, eventualmente, cosa lei vorrebbe da me. Così ci rendiamo subito tutti conto della situazione, e lei potrà dichiararsi con piena cognizione di causa fortunato o meno che i miei uomini l’abbiano fatta entrare.”

Guillaume strinse le labbra. Finse per una manciata di secondi di valutare le parole del russo, di cercare in esse un significato che fosse meno che minaccioso. Finse perfino di non aver udito il ringhio sordo di Raistan alle proprie spalle.

“Vediamo, Monsieur Dmitriev… Cosa lei potrebbe volere da me. Le rispondo subito” annunciò, raggiante. Quando infilò la mano nella giacca quattro uomini scattarono in avanti. Lo stesso fece Raistan, a una velocità tale che nessuno dei presenti nella stanza fu in grado di capire come fosse arrivato da dietro il divano davanti al proprio padrone.

Guillaume sbatté le palpebre, come se non comprendesse il motivo di tanta agitazione. Ritirò la mano dall’interno della giacca, rivelando una fialetta.

A un gesto di Anatoly gli sgherri si ritirarono. Raistan no. Anzi, finse di ignorare Guillaume, che gli bisbigliava di scansarsi. Solo quando si sentì afferrare per un lembo del trench, si degnò di lanciargli un’occhiata da sopra la spalla. Quello che lesse nei suoi occhi gli fece capire che era il caso di pazientare ancora un po’. Tornò al proprio posto nascondendo le zanne con un broncio ostentato.

“Cos’è quella?” domandò Anatoly. Da quando la fialetta era apparsa tra le dita del francese, tutta la sua attenzione ne era stata catalizzata. Ora ne seguiva i movimenti sinuosi, come ipnotizzato.

“Oh, monsieur, è qualcosa che non ha mai sperimentato” rispose il francese, con voce suadente. “E le garantisco che, una volta provato, non potrà più farne a meno.”

Anatoly ostentò un tiepido interesse.

“Ho appena acquisito un nuovo cuoco che soddisfa pienamente le mie esigenze e quelle dei miei clienti” annunciò, con noncuranza. Ma i suoi occhi non lasciavano la fialetta, e il liquido che occhieggiava al suo interno.

Quando Guillaume la inclinò, esso colò lungo la parete di vetro, lentamente, lasciando una scia color rubino.

“Me ne compiaccio per lei, Monsieur, ma posso affermare con assoluta sicurezza e senza timore di essere smentito, che questo è molto, molto meglio” lo redarguì, serafico. E aggiunse, quasi casualmente: “Anzi, dovrebbe provarla.”

Anatoly fece una risata metallica, che rivelò i denti perfetti.

“Non provo mai per primo la cucina locale” sentenziò, schioccando le dita. Subito uno dei suoi tirapiedi gli si accostò. Anatoly gli bisbigliò qualcosa in russo. L’uomo si allontanò con passo marziale e sparì nella stanza accanto.

Ne fece ritorno dopo pochi secondi in compagnia di una ragazza. Nonostante il trucco esagerato e il vestito di rete dorata che copriva a stento le forme morbide, era poco più che una bambina. Lasciò scivolare i grandi occhi ombreggiati dal kajal sugli uomini presenti nella stanza.

Attendeva ordini. Probabilmente non era nuova a certe situazioni.

“Lo faccia assaggiare a Caska, il suo nettare, De Joie” propose Anatoly, e a un suo cenno la ragazza si accostò al francese e rimase a guardarlo, docile.

“Con piacere” assentì Guillaume, rivolto a Anatoly, ma con gli occhi fissi su quella bambola così graziosa e fuori luogo.

Aprì la fialetta e sollevò la mano per invitare Caska a raggiungerlo. Lei obbedì e gli si sedette sulle gambe. Anatoly manifestò il proprio assenso con un mezzo sorriso.

Guillaume posò l’indice sull’apertura della fialetta, la inclinò e lasciò che il liquido bagnasse la punta del dito. Quando lo ritirò, una goccia vermiglia brillava sulla pelle candida, solo una minuscola puntura di spillo. La mostrò a Anatoly, come un prestigiatore in procinto di eseguire un numero di magia, poi porse il dito a Caska che socchiuse le labbra rosso-lacca per accoglierlo obbediente. Avvolse il dito con la bocca, con la lingua rosea, succhiando con una voluttà perfino eccessiva per quella piccola, minima quantità di liquido, gli occhi fissi in quelli di Guillaume, il seno soffice premuto contro il suo braccio. Anatoly osservava lo spettacolo assorto.

Quando il francese estrasse il dito dalle labbra della ragazza apparve evidente che lei opponesse una seppur debole resistenza. Per un po' non accadde nulla, l'intera scena congelata in un istante di sospensione perfetta. Poi dalle labbra di Caska sfuggì un piccolo sospiro. Nessuno, a parte Guillaume e Raistan alle sue spalle poté notare il mutamento avvenuto sul suo volto, il modo in cui le pupille si erano dilatate all'inverosimile, inghiottendo tutto il verde dell'iride, per poi ridursi a capocchie di spillo. Ma tutti videro come si avvinghiò a Guillaume, affondando la bocca nella sua, abbarbicandosi alle sue spalle, al suo collo, le dita affondate nei suoi capelli. Il francese subì quell'assalto senza scomporsi, nemmeno quando la ragazza lo imprigionò tra le gambe, stritolandolo in una morsa di feroce lussuria.

"Finiscila Caska, subito" ordinò Anatoly, con una smorfia infastidita, ma era chiaro che stava seguendo con molta attenzione la scena.

La ragazza non diede l'impressione di aver udito, anzi, rinnovò il suo assalto, piegando all'indietro la testa di Guillaume e iniziando a percorrere con la lingua la curva armoniosa del suo collo.

"Ti ho detto di finirla, stupida puttana" ripeté il russo, e fece un gesto a uno degli sgherri, che staccasse quella cagna in calore dal suo nuovo amico.

Detto fatto, l'uomo raggiunse Caska e l'afferrò brutalmente per un braccio. Il movimento della ragazza fu così fulmineo da non risultare visibile, ma lo schiocco della spalla che usciva dalla sede fu ben udibile per tutti. L'uomo proruppe in un ululato di dolore, mentre la ragazza tornava a baciare Guillaume come se nulla fosse accaduto.

Quando un secondo tirapiedi l'assalì, si rivoltò come una furia, colpendolo con una violenza tale da farlo volare oltre la stanza, contro il muro. Il terzo si ritrovò con i testicoli imprigionati nella sua mano serrata e gridò, gridò, e continuò a gridare finché Caska non mollò la presa: allora si accasciò piagnucolando sul tappeto.

La ragazza si guardò intorno, come valutando se ci fosse qualcun altro da sistemare, e Anatoly Viktorovich Dmitriev poté vedere la trasfigurazione che si era operata in lei. Il volto, se possibile ancora più incantevole, aveva acquisito un che di alieno, di spaventoso. La pelle lasciata generosamente scoperta dalla rete sembrava emanare una debole luminescenza.

Quando la porta si spalancò e altri tre sgherri fecero irruzione, Caska sibilò e soffiò, avventandosi su di loro. Ne stese due con la facilità con cui avrebbe abbattuto due birilli, e usò il terzo come leva per un triplo salto mortale, che le permise di raggiunge l'uscita. Si udirono grida dalla stanza accanto, altri rumori di lotta, perfino spari, poi un silenzio attonito.

Quello stesso silenzio strisciò nella stanza, in cui erano rimasti solo Guillaume, Raistan e Anatoly Viktorovich Dmitriev. Quest'ultimo sembrava ancora deciso a mantenere una parvenza di distaccata sicurezza, ma il pallore del suo volto e il luccichio vagamente febbricitante nei suoi occhi raccontavano una realtà ben diversa.

"È… notevole" ammise, e subito si schiarì la voce. "Il mio cuoco cucina qualcosa di simile, in realtà. Ma è buona" continuò, fissando con intenzione Guillaume.

"Oh, lo so che è buona" commentò il francese, raggiante. "Ci ho messo il meglio di me, se capisce cosa intendo."

No, il russo non poteva capire, ma Raistan sì. Sbuffò rumorosamente. Doveva andare avanti ancora un pezzo quella pantomima? Le prodezze della ragazza gli avevano messo addosso una certa frenesia, sia quelle compiute sui tirapiedi di Dmitriev, sia su Guillaume. Cominciava ad averne le palle piene di tutta quella diplomazia gratuita.

“Riguardo al suo cuoco, Anatoly” riprese Guillaume, e non sorrideva più, affatto. “è proprio lui che speravo di trovare, venendo qui” ammise.

Anatoly non accusò il colpo, almeno all’apparenza.

“Ah, sì, immagino si possa fare” rispose con noncuranza. “Anzi, sarà opportuno che lo incontri, se entreremo in affari con quella roba… a proposito, ha un nome?” domandò, cercando con gli occhi la fialetta che era tornata a sparire nel panciotto immacolato del francese.

“LSDA, se proprio dobbiamo dargliene uno” fece Guillaume, con una piccola smorfia. “è un acronimo per Le Sang Des Anges. Non è tremendamente poetico?”

Il russo sbuffò. I russi, si sa, sono così emotivi…

“Non vuole provarla, prima di concludere l’affare?” propose il francese, tirando fuori nuovamente la fialetta. Raistan, che era stato inaspettatamente bravo e buono fino ad allora, ebbe un moto di irritazione.  “E cazzo, dobbiamo proprio?” sbottò.

Anatoly non si scompose per quell’uscita irrispettosa. Ormai tutta la sua attenzione era catalizzata dalla fialetta. Guillaume gliela porse con un gesto solenne, e con altrettanta solennità l’uomo l’afferrò. Raistan ringhiò una bestemmia.

“Ah-ah” esclamò Guillaume, vedendo il russo portarsi la fialetta alle labbra con uno slancio davvero eccessivo. “Solo una goccia, glielo consiglio. Una dose eccessiva potrebbe avere effetti collaterali non del tutto gradevoli.”

Anatoly fece una smorfia, gettando il capo all’indietro e bevendo un sorso generoso, ma senza svuotare la fiala. Guillaume sospirò, scuotendo il capo.

Il corpo del russo fu scosso da un tremito, poi da un convulso violento, come se fosse stato attraversato da una scossa elettrica. Il bel volto si deformò in una maschera di dolore e un grido gutturale gli sfuggì dalla gola. L’espressione di Guillaume gridava te lo avevo detto in tutte le lingue del mondo, ma fu una serie di improperi in russo a essere vomitata dalla bocca contratta dell’uomo. Poi, come era arrivata, la crisi parve affievolirsi. Le pupille di Anatoly si dilatarono, e si fissarono su Guillaume con un’espressione di rabbiosa concupiscenza. Si alzò di scatto, e nel farlo colpì il divano, che si spaccò in due come fosse fatto di polistirolo. Le due metà andarono a sbattere ai lati opposti della stanza. Il russo guardò incredulo entrambi i monconi di legno e pelle e imbottitura. Guardò di nuovo Guillaume, e rise istericamente. Si rivolse ai due energumeni che erano entrati nella stanza attirati dal rumore, e a uno spezzò un braccio con la facilità con cui avrebbe spezzato un bastoncino da Shangai, all’altro polverizzò una rotula con un calcio.

Poi si lanciò addosso a Guillaume, le mani contratte. Solo allora il francese si alzò a sua volta, senza fretta apparente, e sollevò un’unica mano a frenare il suo slancio. Lo afferrò alla gola, bloccandolo in una morsa d’acciaio. Anatoly si dibatté, consapevole della propria nuova forza, del fatto che nessun uomo avrebbe potuto contrastarlo. Nessun uomo comune.

E allora forse capì, un istante prima che Guillaume lo attirasse a sé e affondasse le zanne nel suo collo. Cercò di gridare, cercò di parlare, e la voce gli uscì in un gorgoglio scarlatto dalla gola squarciata. Forse, dopotutto, non sarebbe mai diventato un vory v zakone.

II

 

“E comunque non mi sono divertito” ripeté di nuovo Raistan, mentre seguiva Guillaume nel labirinto che si estendeva nei sotterranei dell’Amaranth. Non era vero. Un po’ si era divertito, quando il francese gli aveva lasciato libertà d’azione, e anzi, gli aveva chiesto di aprirgli la strada attraverso gli sgherri russi ancora in piedi. Finalmente aveva potuto smettere di guardare male la gente e basta, e aveva lasciato che la sua aura malefica si levasse nell’aria ad accrescere il panico e la confusione delle povere guardie del corpo di Anatoly, un attimo prima di scattare con un ruggito, méta i loro corpi surriscaldati e saturi di ormoni. Quattro, ne erano rimasti.

Il primo, un bestione di poco più basso di lui, aveva sgranato gli occhi e gli aveva artigliato i capelli, nel maldestro tentativo di tenere lontane le sue zanne dalla propria gola; un attimo dopo, il suo cuore ancora pulsante terminava la propria carriera nella mano contratta dell’Olandese, che lo aveva lappato come se fosse un delizioso manicaretto e aveva rivolto all’energumeno un ghigno indiavolato, dipinto di rosso, che poi era stata l’ultima cosa che il russo aveva visto in vita sua.

A quel punto, agli altri tre uomini la fuga era parsa l’opzione più consigliabile, ma i primi due erano stati raggiunti in un battito di ciglia e le loro teste si erano fracassate nell’impatto dell’una contro l’altra, con un orrido scricchiolio molliccio.

L’ultimo era stato il più sfortunato.

Dopo essersi guardato intorno per controllare che la situazione fosse sotto controllo – Guillaume si stava ancora intrattenendo con Anatoly e non sembrava avere particolare fretta – Raistan si era diretto verso di lui a passo tranquillo, fissandolo con sguardo da predatore e un sorriso colmo di promesse di morte. “Dove te ne vai… Andrej? Che ne dici di questa serata? Ti stai divertendo? Che sorpresa, vero, constatare che quelli che credevi due checche si sono rivelate essere anche qualcos’altro! Non è quello che hai pensato da quando siamo arrivati, specie del mio… capo? No, non scrollare la testa, non serve a niente mentire. D’altronde voi russi siete così virili, basta guardare te… ai froci fate fare una brutta fine, giusto? Beh, guarda quel frocio vestito di bianco che bella fine sta facendo fare al tuo capo… Oh oh, capolinea, stronzo” aveva ghignato Raistan, vedendo il russo schiacciarsi con la schiena contro il muro, gli occhi grandi come fanali. Solo a quel punto l’uomo aveva estratto la pistola dalla fondina ascellare nascosta sotto la giacca, chissà perché. Misteri provocati dal panico. La mossa era stata abbastanza inaspettata da interrompere per un attimo l’inesorabile avanzata del vampiro, ma il suo sorriso, invece di affievolirsi, si era fatto ancora più ampio, facendolo assomigliare alla versione albina dello Stregatto.

“Che cosa stavi aspettando, per usarla, una congiunzione astrale favorevole? Dai, spara, grand’uomo. Fammi vedere come sei coraggioso.”

Sei deflagrazioni in rapida sequenza, accompagnate da lampi simili a flash, avevano squarciato il silenzio di morte disceso sui locali privati dell’Amaranth. Il russo aveva visto Raistan sobbalzare con una smorfia di dolore sul viso, come se si fosse trasformato in una marionetta governata da un burattinaio epilettico. Vai giù, maledetto, vai giù!! aveva pensato, ma non era accaduto. Il biondo aveva aggrottato la fronte per un attimo, esaminandosi il petto su cui spiccavano, fumanti, i fori dei proiettili, grossi come pugni, poi gli aveva sorriso di nuovo in quel modo spaventoso, che faceva pensare a tutto ciò che di letale c’era al mondo. Doveva essere un incubo. Non poteva essere diversamente.

“Raggio di sole, ti sei fatto rovinare la camicia nuova, insomma!” aveva detto il tizio vestito di bianco – chiazze di sangue a parte – affiancando il suo accompagnatore e guardandolo con un cipiglio che non riusciva a nascondere una divertita indulgenza.

“Scusa Fiorellino, non ci ho pensato…” aveva risposto il bestione dalla lunga chioma, per poi rivolgere di nuovo l’attenzione sul russo.

“Vedi cos’hai fatto? E adesso chi me la ripaga? Dimmelo un po’!” gli aveva chiesto.

Andrej, con la pistola ancora puntata su di lui, aveva aperto la bocca per dire qualcosa, ma poi aveva rinunciato. L’ultima cosa che aveva visto era un proiettile scivolare fuori da una delle ferite, che si stava rapidamente richiudendo, e aveva avuto la conferma definitiva che fosse tutto un sogno bizzarro; poi la sua testa era volata a parecchi metri di distanza, staccata da un violento manrovescio di Raistan.

Niente di che, insomma, di certo nulla che giustificasse quella colossale perdita di tempo. O forse no. Conosceva troppo bene Guillaume per credere che avesse organizzato tutto quel teatrino solo per brindare con sangue russo, quella notte. Doveva esserci altro, ed era probabile che il loro avanzare tra i corridoi di quel bunker li avrebbe portati al bandolo di quella matassa.

“È qui” annunciò infatti Guillaume, fermandosi davanti a una delle tante porte di ferro, anonime, che si aprivano a intervalli regolari nella parete.

Raistan non fece domande. Afferrò la maniglia e strappò la porta dalla sua sede. Non aveva dubbi che il suo compagno avrebbe potuto fare altrettanto, ma gli sembrava in linea col suo ruolo per la serata.

L’ambiente che si rivelò ai loro occhi era inequivocabilmente un laboratorio, e visti i traffici loschi in cui il mai abbastanza presto defunto Anatoly Dmitriev era invischiato, era improbabile che non fosse un laboratorio analisi. Di certo, l’uomo che accolse il loro arrivo con un lieve cenno del capo non aveva l’aspetto di un medico della mutua.

Guillaume entrò senza alcuna esitazione, puntando dritto verso di lui. Il suo recente confronto con Anatoly aveva inzuppato il davanti del suo impeccabile doppiopetto bianco. Strano che si fosse lasciato prendere così tanto dalla foga, di solito sorbiva il sangue con un’eleganza tale da sporcarsi appena le labbra. L’uomo col camice bianco non parve impressionato da quella vista. In effetti la sua faccia era già di per sé molto più impressionante.

“Che ti hanno fatto...?”

Quella di Guillaume non era una domanda.

L’uomo non rispose, limitandosi a sollevare con un movimento lento le dita a grattarsi una delle tante croste in suppurazione che gli decoravano il volto grigiastro. Non aveva un bell’aspetto, no davvero, valutò Raistan.

“Lasciami indovinare… ti hanno tolto i piercing senza aprirli, amico?” domandò allo sconosciuto.

Dalla natura e dalla posizione delle lesioni era probabile che fosse andata esattamente così.

L’uomo spostò lo sguardo velato da Guillaume a lui.

“Ti sei rimesso in piedi” osservò in tutta risposta, continuando a grattarsi finché dalla ferita non riprese a uscire sangue misto a pus. Parlava con una cadenza greve, come se ogni parola gli rubasse uno sbadiglio. Sembrava preda di un’indicibile sofferenza, dalla quale, tuttavia, si fosse affrancato, raggiungendo in qualche modo una totale, indolente insensibilità. Quando tentò di muoversi barcollò visibilmente. Guillaume fu lesto ad afferrarlo.

“Ti porto fuori di qui. Tornerai come nuovo” disse soltanto. L’uomo non diede segno che la cosa fosse così importante.

“Prima però dobbiamo distruggere questa fogna” aggiunse Guillaume, guardandosi intorno, tetro.

 

III

 

“Ma i capelli te li fai da solo o anche il tuo parrucchiere è fatto di acido?” chiese Raistan all’uomo seduto sul sedile posteriore, riferendosi alle striature azzurre che percorrevano la sua chioma. Da quando si erano allontanati dall’Amaranth, con il francese al volante, Raistan non aveva smesso un attimo di punzecchiare il povero Chimico. Si era addirittura sistemato sul sedile con la schiena contro la portiera, per poterlo guardare meglio. Il fatto che l’uomo non gli rispondesse, ma tenesse lo sguardo spento fisso sul finestrino alla propria destra, non lo scoraggiava per niente. Era un animaletto troppo bizzarro per non mettere alla prova la sua sopportazione.

Guillaume gli colpì la spalla con uno schiaffo a cui Raistan reagì con una risatina.

“Lo vuoi lasciare in pace?!” ringhiò il francese.

“Sto solo cercando di fare conversazione, mi dici sempre che dovrei essere più socievole… Allora? Me lo dici chi è che si occupa dei tuoi capelli?”

Raistan si accese uno spinello e tirò una lunga boccata, prima di soffiare il fumo in direzione dell’umano, con aria soddisfatta. Per la prima volta il Chimico parve rendersi conto di dove si trovava e si voltò con lentezza verso l’Olandese, fissandolo con quello strano sguardo remoto. Si sporse in avanti e gli prese la sigaretta dalle labbra, poi si riappoggiò allo schienale e aspirò a sua volta il fumo aromatico, mentre una fugace espressione di sollievo gli attraversava per un attimo il volto martoriato.

“Ma prego, serviti pure, ci mancherebbe!” commentò il vampiro, divertito suo malgrado. “Guillaume, ma dove lo hai trovato un tipo del genere?”

“È una lunga storia, prima o poi te la racconterò. Ma tu lascialo stare, abbi un po’ di pietà. Se non per lui, almeno per le mie orecchie…”

Raistan parve non averlo nemmeno sentito e tornò a rivolgere la sua attenzione sull’umano.

“Che cosa volevi dire con Ti sei rimesso in piedi, prima? Che cazzo ne sai tu?.... Ehi, pianeta Terra chiama Marte, ci sei?”

Non ottenendo risposta per l’ennesima volta, Raistan sbuffò e si rivolse al compagno.

“Tu sai cosa voleva dire?”

“È la persona che mi ha aiutato a recuperarti nella fogna degli Archi. Senza di lui non ci sarei riuscito. Almeno per questo, dovresti mostrargli un po’ di rispetto. Dico sul serio, Raistan. Chiudi la bocca.”

L’Olandese alzò gli occhi al cielo e sbuffò per l’ennesima volta, poi si raddrizzò sul sedile e incrociò le braccia sul petto, immusonito.

“Non si può neanche chiacchierare un po’… Manca molto? Voglio andare a casa a fare una doccia. Puzzo di russo.”

“No. Siamo arrivati” rispose il francese, fermando la macchina in una stradina laterale e indicando l’insegna di un albergo sulla strada principale, alle loro spalle. Non sembrava un posto di lusso, ma nemmeno una topaia. Come avrebbero fatto ad entrare senza dare nell’occhio, conciati com’erano, era un mistero. Quando espresse i propri dubbi a Guillaume, lui gli rivolse un ghigno sbilenco.

“Buchi sulla camicia a parte, tu sei abbastanza a posto, con i tuoi vestiti neri. Conosco il proprietario, mi deve diversi favori. Basterà che tu gli dica che vi mando io e vi darà un’ottima camera dove il mio amico potrà riprendersi con tranquillità.”

“Quindi devo accompagnare io la mummia? Devo anche metterlo a letto e rimboccargli le coperte?”

“Sarebbe molto gentile da parte tua. Intanto…”

Guillaume si morse il polso, facendone sgorgare un rivolo di sangue, e lo porse all’uomo sul sedile posteriore che si voltò a guardarlo, gli occhi animati per la prima volta da una stilla di vita.

“Bevi. Ti farà sentire molto meglio” disse, incoraggiante. Raistan serrò la mascella e distolse lo sguardo, cupo come una tempesta invernale. Quando l’umano prese la mano di Guillaume tra le sue e avvicinò le labbra esangui al suo polso, l’Olandese non riuscì a trattenere un ringhio di contrarietà che gli fruttò un’occhiata interrogativa del francese. Dopo pochi istanti, le lesioni sul viso del Chimico presero a richiudersi e tutto il suo corpo fu scosso da un violento brivido, che non si placò nemmeno quando Guillaume gli sottrasse il polso.

“Drogato del cazzo…” bofonchiò Raistan, scendendo dalla macchina e richiudendo la porta con tanta violenza da far vibrare tutta la vettura per qualche secondo. Si accese una normale sigaretta e prese a camminare avanti e indietro con impazienza, lanciando occhiate di fuoco al compagno attraverso il parabrezza. Non gli era piaciuto vedere quell’umano nutrirsi del sangue di Guillaume. Non gli era piaciuto nemmeno un po’, anche se sapeva che non c’era nessun sottinteso sessuale nel gesto con cui il francese glielo aveva concesso. Quando entrambi scesero dalla Maserati, Raistan gettò a terra il mozzicone e atteggiò il viso alla migliore simulazione di indifferenza di cui era capace, ma sapeva che nulla, del suo stato d’animo, poteva sfuggire all'altro. Bene, meglio così. Che sapesse come la pensava sull’argomento.

“Possiamo andare? Non ho tutta la sera.”

“Andate. Il padrone dell’hotel si chiama Gary Soames. Digli che voglio la migliore sistemazione per il nostro amico e che passerò domani ad accertarmi che le mie richieste siano state soddisfatte. Che abbia cibo e tutto quello che chiede, ok? Ti aspetto qui.”

Il grugnito con cui Raistan accolse le sue parole poteva avere molteplici significati, nessuno dei quali incoraggiante.

“E… Raistan…?”

“Che cosa?!” rispose lui, voltandosi con esasperazione mentre già si stava avviando verso l’albergo, trascinandosi dietro il Chimico.

“Sii gentile. Per favore.”

Guillaume gli si avvicinò in una ventata e gli passò una mano fra i capelli, fissando gli occhi nei suoi. La postura di Raistan si fece subito un po’ più morbida. Almeno non sembrava più che volesse saltare alla gola di qualcuno da un momento all’altro. Lo sguardo, però, conteneva un avvertimento quanto mai esplicito, fatto di gelosia e possesso. Tu sei mio. Il tuo sangue appartiene solo a me, dicevano quegli occhi. Guillaume lo baciò con dolcezza sulle labbra, trattenendogli la testa con una mano dietro la nuca. Adesso anche lui era ansioso di tornare a casa.

“Me lo prometti, mon ange?”

“Ma sì, sì. Farò del mio meglio, ok?”

“Immagino che dovrò accontentarmi.”

“Dovrai.”

 

Superarono facilmente il potenziale ostacolo della reception: appena Raistan ebbe pronunciato il nome di Guillaume, l’umano in comando si fece incredibilmente gentile e servizievole e li condusse personalmente in quella che definì “la migliore stanza dell’albergo”, assicurando loro che avrebbe fatto recapitare in camera una cena degna di un gourmet. Niente moduli, niente documenti; per l’ennesima volta, Raistan si stupì dell’influenza del suo amico anche nel mondo umano.

Il Chimico, il cui aspetto, grazie al sangue di Guillaume, era decisamente migliorato, ma che manteneva le stesse movenze lente e pesanti, si sedette sul letto appena l’uomo se ne fu andato. Non curiosò in giro per la camera, non ispezionò il bagno, non accese la TV, non fece assolutamente niente, a parte sedersi e fissare il buio oltre la finestra. Raistan si chiese che cosa il francese si aspettasse da lui, in termini di gentilezza e perché tenesse tanto a quella curiosa approssimazione di essere umano pensante.

“La camera ti va bene?” gli chiese bruscamente, accendendo la luce in bagno e constatandone la pulizia.

“Sì, bene” rispose il Chimico, dopo attimi di apparente, profonda riflessione.

“Fossi in te, mi farei un pasto decente, una doccia di un mese e una bella dormita, esattamente in quest’ordine. C’è qualcos’altro che posso fare per te?”

“Mi piacerebbe assaggiare una goccia del tuo sangue.”

Anche questa frase venne pronunciata con una lentezza esasperante, come se le parole provenissero da abissi di inimmaginabile profondità. Mentre parlava, i suoi occhi di quello strano non-colore che caratterizzava il suo aspetto si posarono su Raistan, senza, per altro, rivelare emozioni particolari.

“Non è proprio il caso, anzi, gradirei che tenessi la bocca lontana anche dalle vene del mio amico. Stai giocando troppo col fuoco. Riposati. Domani qualcuno verrà a darti un’occhiata, ok?”

Non attese il cenno di assenso dell’uomo e raggiunse Guillaume che lo stava ancora aspettando nella stradina di fronte all’albergo. Era seduto in macchina, perfettamente immobile con gli occhi chiusi, perso in una delle arie che gli piaceva ascoltare con somma disperazione di Raistan, che invece le detestava. La prima cosa che fece, infatti, dopo aver preso posto al suo fianco, fu di azzerare il volume, lasciandosi sfuggire un sospiro di sollievo.

“Fatto?” gli chiese il francese, senza nemmeno aprire gli occhi, ma ruotando di nuovo la manopola del volume.

“Sì, fatto. Adesso possiamo tornare a casa, per favore?”

“Sei stato gentile con lui?”

“Addirittura amorevole. E tu, sarai gentile con me? Mi hanno addirittura sparato, per colpa tua” disse, con tono volutamente petulante.

Guillaume si voltò a guardarlo e sorrise, scrollando la testa.

“Sarò gentilissimo” rispose, e nel farlo gli appoggiò una mano sulla coscia.

 

*

“Ti dico di sì! Li ho visti io! .... No, non ero fatto, devi credermi! ..... ma sì, ti dico di sì, anche Anatoly ha preso quella roba! …. Tutto combinato un cazzo, ti dico! .… gli hanno sparato sei volte, a quello grosso, non ha sentito niente! …. Va bene, ma tu manda qualcuno! Ok. Sì, dove cazzo vuoi che vada?”

Un piccolo uomo dall’aspetto molto arruffato si accese una sigaretta presso l’uscita secondaria dell’Amaranth, ma l’accendino gli cadde due volte, prima che ci riuscisse. Era incredibile quello che aveva visto, davvero pazzesco. Dovevano assolutamente mettere le mani su quella roba che la ragazza e Anatoly avevano bevuto prima di trasformarsi in belve. Un prodotto simile poteva avere infiniti utilizzi, soprattutto in campo militare. Era stata una fortuna, per lui, uscire indenne da quell’inferno, e anche la morte di Anatoly non costituiva chissà quale tragedia. Gli stava bene, a quel pallone gonfiato, che lo aveva sempre sfottuto per la sua scarsa statura. Intanto, grazie al suo aspetto poco appariscente, lui si era salvato e quello stronzo era morto. E se tutto andava come doveva andare, e fossero riusciti a mettere le mani su quel LSDA o come diavolo si chiamava, lui, Vladimir Dancenko, sarebbe diventato il nuovo signore del castello. Sfidava chiunque a impedirglielo.


 

 

 

 

 

*

Guillaume entrò in bagno mentre Raistan aveva appena cominciato a spogliarsi. Il francese indossava soltanto un accappatoio bianco, i capelli umidi pettinati all’indietro a scoprirgli la fronte candida. Notò i movimenti un po’ esitanti con cui il compagno si liberava della camicia sforacchiata, il viso contratto in una smorfia di dolore e gli si avvicinò con un sorriso.

“Mon pauvre petit… lascia che ti aiuti…” gli disse, aprendo gli ultimi bottoni e sfilandogli l’indumento dalle braccia. Sei enormi lividi violacei spiccavano sul torace altrimenti immacolato, tre nella parte alta del petto e gli altri tre a scendere, come se chi aveva sparato avesse man mano perso il coraggio e la determinazione, abbassando sempre di più la mano armata. Guillaume posò baci delicati su ognuna delle lesioni, seguendo a sua volta un percorso verso il basso, fino a ritrovarsi in ginocchio davanti all’Olandese, che non aveva ancora mosso un muscolo, ma aveva accolto le sue effusioni con un sospiro soddisfatto. Gli sbottonò i jeans neri e percorse con la lingua la striscia di peli chiarissimi che dall’ombelico si inabissava nei pantaloni, ottenendo un primo mugolio di piacere. Percepiva lo sguardo di Raistan puntato su di lui e nascose un sorriso, ben sapendo l’effetto che avevano i suoi baci. Amava quel corpo, potente e flessuoso nello stesso tempo, e amava anche il suo odore, non ancora modificato dai profumi artificiali dei detergenti, su cui spiccava, imperioso, quello del sangue versato a causa dei proiettili. Quando gli abbassò i pantaloni sui fianchi e rivolse le sue attenzioni al suo membro, Raistan gli artigliò i capelli con una mano e rovesciò la testa all’indietro, socchiudendo gli occhi con un vago sorriso. Non era una stretta dolorosa e il francese non vi si oppose, sorridendo a sua volta. La prontezza con cui il corpo dell’Olandese reagiva alle sollecitazioni era qualcosa che lo aveva stupito, all’inizio della loro storia, ma che non mancava mai di deliziarlo. Lo avvolse con le labbra e gli posò le mani sui fianchi, sentendolo sussultare, felice di essere il veicolo di quel piacere che gli si poteva leggere sul viso, ora, e in ogni fibra. Lo indusse a inginocchiarsi a sua volta e prese possesso della sua bocca con un bacio esigente, accarezzandogli nel contempo il viso, i capelli, la schiena attraversata da mille cicatrici, con le mani di Raistan che lo liberavano con impazienza dell’accappatoio e percorrevano il suo corpo con urgenza febbrile. Nessuno dei due aveva ancora detto una parola, non ce n’era bisogno. I loro occhi fissi gli uni in quelli dell’altro dicevano tutto quello che c’era da dire, almeno fino a quando l’immagine di Guillaume che concedeva il proprio sangue al Chimico non attraversò la mente di Raistan come un fulmine a ciel sereno. Le sue dita affondarono nella carne delle spalle del francese e un ringhio animalesco gli sfuggì dalle labbra. Guillaume si staccò per un attimo da lui, solo per tornare ad accarezzargli il viso e a ricoprirglielo di baci delicati.

“Lo so, lo so. Non era niente, solo… vita. Ci sei solo tu, mon cher. Solo tu.”

Raistan lo fissò, serio, ancora per un attimo, poi lo indusse a coricarsi sul pavimento. Ricambiò con generosità i baci su tutto il suo corpo, poi scese ad esplorarlo con mano esperta finché non lo giudicò pronto ad accoglierlo con altrettanta generosità. A un certo punto percepì le labbra del francese percorrergli il lato del collo e inclinò la testa per invitarlo a nutrirsi da lui, suggellando in quel modo, il loro modo, la loro unione, per l’ennesima volta. Quando sentì i denti di Guillaume aprirsi la strada nella sua carne, intensificò le proprie spinte, e dopo pochi istanti venne travolto dall’orgasmo. Rise di gioia, quando al corpo sotto il suo accadde la stessa cosa, e lo abbracciò come a non volerlo più lasciar andare. Erano rare le volte in cui si sentiva davvero felice, ma c’erano momenti come quello, in cui avrebbe voluto che il tempo si fermasse e in cui provava una gratitudine immensa per la persona che aveva reso possibile quella sensazione così bella. Percepiva addirittura una trasformazione sul proprio viso, come se i muscoli si distendessero, finalmente, permettendo al suo sorriso, quello autentico e più dolce, quello del Raistan-che-fu, di riaffiorare e di mostrarsi, se non al mondo, almeno a colui o colei che lo avevano liberato. E poi Guillaume se ne accorgeva sempre, e non lo faceva sentire debole o stupido. Gioiva di quell’apparizione fugace, e non di rado lo ringraziava per avergliela regalata. Lo fece anche quella volta, accarezzandogli il volto e guardandolo quasi con meraviglia e soggezione.

“Com’è bello, il mio angelo…” disse, baciandogli la punta del naso.

“Solo per te. Solo per te” rispose Raistan e gli appoggiò la testa nell’incavo tra collo e spalla, chiudendo gli occhi.

 

Due ore dopo.

 

“Raggio di sole, che cosa ti angustia?” chiese Guillaume, rompendo il silenzio della stanza buia. Da quando erano andati a letto, lo aveva sentito rigirarsi come un’anima in pena tra le lenzuola. E dire che avrebbe giurato che si sarebbe addormentato all’istante, come sempre accadeva dopo che avevano fatto l’amore. Raistan gli cinse la vita con un braccio e lo attirò a sé, adattando il proprio corpo al suo, protettivo come il guscio di una conchiglia. Occorse qualche istante perché a Guillaume giungesse la sua risposta.

“Niente… dormi.”

“Non posso dormire, con te che ti agiti in questo modo. Se fossi ancora umano, direi che hai ancora in circolo fiumi di adrenalina, ma nel nostro caso è una possibilità alquanto remota. Ripeto la domanda: che cosa ti angustia?”

“Lo sai che farei qualsiasi cosa per proteggerti, vero? Che non lascerò che qualcuno ti faccia del male. Mai.”

L’eco di un alito gelido sfiorò l’orecchio di Guillaume che rabbrividì e accarezzò il braccio del compagno, intrecciando le dita con le sue. Stava per pronunciare una delle sue battute sagaci, ma la ricacciò in gola, percependo l’autentica preoccupazione dell’Olandese e sapendo quanto fosse difficile, per lui, esprimere i propri sentimenti.

“Sì. Lo so e ti ringrazio. Lo stesso vale per me. Ma so badare a me stesso, quindi non è il caso di preoccuparsi. Però è il caso di dormire, perché siamo molto stanchi entrambi, non pensi?”

Voltò la testa e cercò le labbra di Raistan nel buio, per poi posarvi un bacio delicato. Lo sentì farglisi ancora più vicino e intensificò la stretta sulla sua mano. Dopo qualche istante percepì un nuovo abbandono nel corpo dell’Olandese e capì che si era finalmente addormentato. Lui rimase ancora per un po’ a fissare il buio, una nuova inquietudine a scavargli dentro come un tarlo.

 

IV

 

La ragazza aveva ali dorate, con bordi taglienti e piume che tintinnavano accarezzate dal vento. Ogni piuma era un dardo, era la punta di una spada, pronta a conficcarsi nel cuore di chiunque avesse tentato di farle ancora del male.

Il mondo era bello e selvaggio, attraverso il velo scarlatto che le era sceso sugli occhi. O forse no, era il contrario, qualcuno o qualcosa aveva sollevato ogni velo, strappato ogni filtro, permettendole di vedere finalmente ciò che la circondava, quanto meravigliosa e terribile fosse la realtà. Aveva corso attraverso la notte, e dalla sua pelle si staccava polvere di fata, che cadeva come neve e lasciava scie di luce al suo passaggio.

Non si era mai sentita così bella.

Non si era mai sentita così viva.

Aveva fatto l'amore con tutti gli uomini del mondo, e con tutte le donne, e forse a qualcuno aveva fatto male, così male... Ma ora era stanca, tanto stanca. Era salita sulla cima del palazzo più alto, oltre le nuvole, e lassù aveva costruito un nido di piume rosa e cipria e profumo di biscotti e polvere nei pomeriggi assolati della sua infanzia. Voleva solo chiudere gli occhi e riposare.

Ma non poteva. Non glielo permettevano. Lui non glielo permetteva, l'uomo che le parlava attraverso la nebbia splendente. Per un attimo aveva creduto fosse l'angelo bianco che le aveva dato le ali. Anche lui era biondo, e sottile, e la sua voce era come un fiore che perdesse i petali.

Ma il suo odore era diverso. Eppure lei lo aveva seguito, perché in fondo non era che una bambina che aveva smarrito la strada, mentre volava verso la seconda stella a destra. Forse lui avrebbe potuto aiutarla. O forse era un pirata travestito da gentiluomo.

"Come ti chiami, cara?" le aveva chiesto, mentre infilava nel suo braccio un ago di ghiaccio ardente. "Caska" aveva risposto lei.

Era stato allora che le sue ali avevano preso fuoco e lei si era sentita ardere del fulgore di una stella.

 

"Confesso, signor Dancenko, di essere un po' deluso, finora."

L'uomo sottolineò quelle parole abbandonandosi contro lo schienale della poltrona Frau in pelle bianca, come se si sentisse improvvisamente stanco. Non meno stanco della ragazza accasciata nella poltrona poco più in là, alla quale era stata assicurata da cinghie di cuoio rinforzato e catene. Precauzione inutile e ridicola, visto che non sembrava in grado neppure di respirare. E questo prima dell'iniezione.

Vladimir Dancenko si sentì subito in dovere di rassicurarlo.

"Non dovrebbe, signor Janiĉek. Ha visionato i video di sorveglianza, e poi ci sono le foto..." Si affrettò a spingere verso di lui le stampe ricavate dalle registrazioni, che ingombravano il tavolino.

"Sì, sì, e infatti sono ancora qui" rispose l'altro, petulante, "Ma le confesso che vista l'urgenza e la concitazione con cui mi ha fatto chiamare, mi aspettavo qualcosa di più..." fece un gesto vago con la mano, dita lunghe, esili come quelle di una donna, la pelle tirata sulle ossa al punto da sembrare trasparente. "... scenografico. Dovrebbe sapere bene quanto sia prezioso il mio tempo. Prezioso e costoso" concluse, intrecciando le dita.

Dancenko si tamponò la fronte alta con un fazzoletto. "Signor Janiĉek, se lei fosse stato in quella stanza... se avesse visto cosa ha fatto la ragazza, e poi Anatoly..."

"Ma non c'ero" lo interruppe l'altro, con un tono tra il dispiaciuto e l'annoiato, "E sinceramente i vostri racconti sconnessi non meriterebbero alcuna attenzione, se non fosse per queste" aggiunse, indicando le foto. Di nuovo si protese in avanti, con un sospiro, come se quel semplice movimento gli causasse uno sforzo infinito. Sciolse le dita e prese a sfogliare nuovamente le foto, soffermandosi su alcune. Gli occhi dietro le lenti degli occhiali fumé erano ombre chiare.

"D'altra parte, se è così convinto, immagino valga la pena fare un tentativo" continuò, rivolto più a se stesso che all'ometto che gli sudava davanti, e che prese ad annuire come uno di quei cani giocattolo con la testa dondolante. Indugiò su una foto. Le punte delle sue dita sfiorarono la figura in bianco che si stagliava drammaticamente nella stampa virata al blu, come se la stessero accarezzando.

"Bene. Bene. Bene" annuì il cane-Dancenko. "Come suggerite di procedere?" domandò ansioso.

L'altro sollevò lo sguardo su di lui, come se improvvisamente si fosse accorto che qualcosa di terribilmente sgradevole si era materializzato davanti ai suoi occhi.

"Signor Dancenko... Siete voi i professionisti, o sbaglio?"

Dall'espressione dell'ometto si rese conto che sì, probabilmente sbagliava. Tornò ad appoggiarsi allo schienale, con un altro sospiro, la foto ancora tra le dita.

"Mio fratello maggiore suggerirebbe che per catturare una preda quel che occorre è un'esca" mormorò stancamente. Sollevò la mano a scostarsi i capelli che ricadevano in fili sottili ai lati del viso. "E si dà il caso che un'esca noi l'abbiamo" continuò.

Solo quando rivolse lo sguardo verso la ragazza incosciente, che aveva preso a tremare, Dancenko capì di cosa stesse parlando e riprese ad annuire convulsamente. L'uomo sottile mascherò la propria frustrazione senza troppo impegno.

"Mandiamo fuori l'esca, e vediamo se la preda abbocca. Se quello che mi ha detto è vero, sarebbe inutile andare a cercarlo. Meglio che sia lui a venire da noi." Di nuovo sfiorò l'immagine indistinta, così vivida che sembrava emanare luce propria. Ne disegnò i contorni con la punta dell'unghia.

"Poi, quando sarà qui, scopriremo se gli angeli possono davvero sanguinare" concluse.

Dancenko non comprese quell'ultima affermazione, perché smise di annuire e aggrottò la fronte unta. "Cioè lo costringeremo a rivelarci la formula di quella roba, signor Janiĉek...?" domandò.

L'uomo non lo degnò di alcuna attenzione. Solo emise un altro sospiro, come se fosse davvero molto, molto stanco, e puntualizzò: "Dottore. È Dottor Janiĉek. Samael Janiĉek. Veda di ricordarsene."

 

 

 

V

 

Una settimana dopo

 

La notte era un drappo indaco trapunto di luci, oltre l’ampia vetrata che si apriva nel salotto dell’attico. O almeno questo poteva vedere Guillaume, con i suoi occhi immortali. Non avrebbe mai smesso di maledire la propria creatrice per quella dannata vena malinconica che gli aveva instillato, al momento dell’Abbraccio. Doveva essere per forza colpa sua, perché lui non ricordava di essere stato così sensibile alla bellezza del creato prima. O forse era solo passato troppo tempo perché potesse ricordarlo distintamente. Che gli piacesse o no, dove i mortali scorgevano solo il cielo notturno e le luci della città, lui scorgeva disegni fantastici, bagliori pulsanti che incendiavano la notte come fuochi d’artificio, scie di stelle argentee che cavalcavano l’oscurità ignara. C’era così tanta Bellezza, che era davvero una beffa che solo in pochi dannati potessero goderne. L’ultima beffa del più crudele degli dei.

“Hai idea di cosa sia potuto succedere?” domandò, e dal cellulare uscì solo un profondo sospiro.

Guillaume attese, paziente, immobile davanti alla finestra, spalla a spalla con la statua di Hermes che aveva il suo volto, il suo sembiante.

“Non lo so” rispose il Chimico, dopo un tempo irragionevolmente lungo.

Guillaume si passò la lingua sulle labbra.

“Hai letto il mio messaggio. Hai visto i documenti che il mio contatto a Scotland Yard mi ha passato” insistette. Perdere la calma con il Chimico era come mettersi a inveire contro un ghiacciaio millenario: inutile, perfino controproducente.

“Sì” rispose la voce dall’altro capo del telefono.

“E che ne dici?”

“È carina. Molto.”

Questa volta toccò al vampiro tacere. Una ruga increspò la perfezione eburnea della sua fronte, intorno alla quale i capelli umidi di doccia si inanellavano come stucchi dorati. Di cosa accidenti stava parlando?

Il Chimico parve indovinare il suo sconcerto, ma Guillaume ci era già arrivato da solo. La fronte gli si distese e dalle labbra sarebbe sfuggito un sospiro, se solo fosse stato vivo.

“La ragazza. Caska. Sì, è molto carina” ammise. “Ma non dovrebbe fare quello che fa, e tu lo sai. È passata una settimana.”

“Lo so” rispose semplicemente l’uomo. Guillaume poteva figurarselo chiaramente, nella penombra perpetua della tana che si ostinava a chiamare casa, incapace di tollerare una luce più potente di quella di una lampada schermata, lambito da un silenzio per lui sempre troppo assordante. Forse era per questo che andava così d’accordo con il Chimico: aveva più cose in comune con la loro razza di qualsiasi umano avesse mai conosciuto.

“Non ho consegnato loro nulla. Non ho lasciato formule né dosi nel laboratorio. È impossibile che l’abbiano riprodotto” enumerò con voce cantilenante, e alla fine tacque, sfinito da quel flusso verbale.

Guillaume gli lasciò il tempo di riprendere fiato. Non aveva motivo di dubitare della sincerità delle sue parole, e non perché pensasse che il Chimico non fosse in grado di mentire. Anzi, era uno dei bugiardi più fantasiosi che conoscesse, forse anche perché era il primo a credere alle proprie menzogne. Ma non aveva ragione di mentirgli, non in quell’occasione, e a dispetto dell’apparente indolenza con cui gli rispondeva, era consapevole quanto lui che la faccenda era dannatamente seria.

La Vampira di Highgate, l’hanno chiamata. Quelli di Scotland Yard diventano acculturati solo quando non serve” riprese. Diede le spalle alla finestra e all’incanto della notte, tornando al laptop che ronzava sommessamente sul tavolo di cristallo. Sullo schermo, una delle foto rigorosamente top secret che il suo contatto alla Yard gli aveva inviato, forse più per chiedere spiegazioni che per fargli un favore. Il volto era riconoscibile, nonostante la foto fosse mossa. Era Caska, indubbiamente. Già. Ma come spiegare quella luce scarlatta che faceva brillare i suoi occhi come rubini malefici, e soprattutto la carneficina intorno a lei? Quel vicolo sembrava lo scenario di un film dell’orrore, o almeno così doveva essere apparso alla polizia quando era arrivata sul posto. Guillaume c’era abituato, ma di solito a creare un simile casino non erano puttane slave appena adolescenti…

“Ha ucciso almeno cinque uomini solo a Rathbone Street. Uomini grandi e grossi. Li ha praticamente sbranati, anche se non ha bevuto il loro sangue.” Parlava col Chimico, ammesso che fosse ancora lì ad ascoltarlo, ma soprattutto con se stesso. Che cosa gli sfuggiva, cosa? Si passò la mano tra i capelli, ricacciandoli indietro. “L’effetto di una dose simile è ridicolo. Dura poche ore, dopodiché chi l’ha assunta rimane praticamente svuotato di ogni energia. Non se ne va in giro a sbranare la gente a Shoreditch. Mi stai ascoltando?”

“Sì” commentò il Chimico con una specie di sbadiglio. “Però è davvero carina.”

Guillaume sentì la propria adamantina pazienza incrinarsi. Ma solo un poco.

“Andrò a dare un’occhiata. Non posso permettere che quella roba finisca nelle mani sbagliate” annunciò, risoluto.

“Mmm” fece il Chimico, in segno di assenso. “E non pensi che tutta questa faccenda potrebbe essere una trappola per attirarti allo scoperto?”

“Ovvio che lo è” rispose il vampiro, sbuffando. “Ma non vedo alternative. Se la Yard si mette a indagare sul Sangue degli Angeli potrebbero risalire a qualcuno di noi.”

Parlava di Raistan. E di se stesso, naturalmente. Il sangue di un neonato non avrebbe mai permesso di distillare nulla di così potente, e se un nuovo anziano fosse arrivato in città, lui lo avrebbe percepito.

“Sei preoccupato per il tuo amico” osservò il Chimico. “È bello da parte tua. Bello e stupido.”

Stupido era stato permettere al Chimico di pasticciare col suo sangue per creare quella dannata droga. Avrebbe dovuto essere solo per suo uso personale, e già quello sarebbe stato malato, ma chissà come la questione era sfuggita al controllo. Di certo non poteva biasimare solo il Chimico per quello che era successo.

“Se non dovessi tornare… se mi capitasse qualcosa…” cominciò, ma il Chimico lo interruppe.

“Devo aiutare Raistan a salvarti?”

A Guillaume venne da ridere. Non riusciva a concepire una squadra di salvataggio peggio assortita dell’Olandese e del Chimico. Davvero uno spasso, da farci una serie televisiva! Quell’inaspettata ilarità smorzò un poco l’apprensione che provava.

“No. Cercate di non mettervi nei guai, sarebbe già d’aiuto.”

VI

 

Raistan era un coagulo di tenebra azzurra nella stanza buia. Era scivolato in un torpore immobile, le lenzuola aggrovigliate intorno alle membra nude che lo facevano apparire come un Laocoonte che avesse infine sconfitto i serpenti prendendoli per sfinimento.

Guillaume lasciò scorrere lo sguardo su di lui, come a volersi imprimere nella mente ogni dettaglio del suo corpo. Non che temesse di non poterlo rivedere a breve. Se, e su questo lui e il Chimico concordavano, si stava cacciando in una trappola, non aveva il minimo dubbio di poter gestire perfettamente la faccenda da solo. Essere un mostro antico di cinque secoli aveva i suoi vantaggi, inutile negarlo. Sarebbe ritornato a casa prima che Raistan si svegliasse. Anzi, lo avrebbe svegliato lui, per uscire insieme, nella notte. Non aveva senso pensare altrimenti.

In quell'ottica, anche lasciare un biglietto sarebbe stato controproducente. L'Olandese si sarebbe risentito per non essere stato coinvolto in quell'iniziativa, e il risentimento di Raistan era l'ultima cosa di cui Guillaume sentiva il bisogno in quel momento. E poi, in agguato, ecco il ricordo del suo corpo ferito, spezzato dalla feccia degli Archi, umiliato e coperto di lordura, a un passo dalla distruzione. Guillaume contrasse impercettibilmente la mascella. Non avrebbe permesso che accadesse di nuovo, non se fosse stato in suo potere evitarlo. Di certo, non avrebbe messo Raistan in condizione di correre pericoli. E non perché non lo considerasse all'altezza. Conosceva la sua forza, aveva visto la sua storia nel sangue che si scambiavano ogni notte, di come si fosse distinto come guerriero, come stratega, guidando in battaglia uomini che gli erano devoti - era il caso di dirlo - oltre la morte. Ma... C'era un ma, e c'era una promessa che Guillaume aveva fatto a se stesso, cinquecento anni prima, quando nel suo petto batteva ancora un cuore, spezzato e sanguinante, ma vivo, a dispetto di se stesso. Non avrebbe saputo ripetere i termini di quel giuramento. Il tempo aveva reso labile la memoria, confuso il dolore in una nebbia indistinta. O forse era stato solo il prezzo da pagare per restare vivo. Forse in realtà quel giuramento non lo aveva neppure pronunciato, non ad alta voce, perché la voce gli si era infranta in gola per le troppe grida, sotto il sole abbacinante del cortile d'onore, in quel pomeriggio d'estate. Strinse gli occhi, perché la stanza, all'improvviso, non era più abbastanza buia per spegnere l'eco di quel sole spaventoso.

Non avrebbe più permesso a nessuno di esporsi a un pericolo per lui. Non avrebbe più messo a repentaglio la vita di qualcuno che amava. Si sarebbe gettato nel fuoco prima di farlo nuovamente. Non amare nessuno gli era parsa per secoli la soluzione migliore, più facile. Ma nemmeno lui poteva esercitare un controllo assoluto. Riaprì gli occhi, ma li distolse subito dalla figura immobile nel letto.

Prima fosse andato, prima quella faccenda sarebbe finita e sarebbe potuto tornare da Raistan.

Si alzò con un unico movimento fluido e lasciò la stanza senza fare rumore.

*

 

Guillaume aprì gli occhi e vide solo il buio. Non il buio vibrante di infinito splendore, come era abituato a vedere da quando era rinato. Non l'oscurità splendida e vellutata, più luminosa del pallore del giorno.

Il buio davanti ai suoi occhi era totale, privo di contorni, di profondità. Non respirava, non si gonfiava in volute sontuose. Era freddo, bagnato, e aveva un odore sgradevole e chimico, che gli feriva l'olfatto, bruciando i suoi recettori.

Si portò le mani al volto, e allora il dolore lo attraversò, come una scarica maligna, spezzando quel gesto. Ci riprovò, ostinato, e fu come sollevare un peso immane. Non ricordava di essersi sentito mai così debole, nemmeno quando era vivo, quando era umano.

Percorse con le dita i contorni del proprio volto e non si fermò quando avvertì la carne viva, la sgradevole sensazione di qualcosa di rotto, ma isolato, viscido. E ancora non vedeva nulla, solo il buio.

Poi ricordò.

Ricordò la corsa, nella notte, sui tetti resi sdrucciolevoli dalla pioggia sottile, persistente.

Lo smog si scioglieva in nebuli chimici, che accendevano di riflessi i suoi abiti bianchi.

Aveva seguito le tracce lasciate da Caska, tracce maldestre, scie di sangue e paura e imprudenza. Normale per chi non sapesse controllare il proprio potere, o volesse essere trovata.

Poi era arrivato in quell'edificio in costruzione, un guscio vuoto di cemento e acciaio e cristallo, a sud del fiume.

Un teatro ideale per uno scontro, o per una trappola. Ricordava di aver sorriso alla figuretta della ragazza che saettava tra i saloni vuoti, tra le colonne di calcestruzzo ancora friabile.

Dove lo voleva portare?

Si era accorto dell'uomo un istante prima che gli fosse addosso. Uomo... Era stato l'odore a confonderlo, a prenderlo di sorpresa, uguale a quello di Caska, ma infinitamente più intenso, più forte. Inequivocabilmente non l'odore di un umano, né di un vampiro.

Gli era piombato contro travolgendolo come una frana, e gli si era avvinghiato addosso, artigliandogli le membra, cercando la sua gola con una bocca che non era una bocca.

Guillaume ricordava la sensazione nuova, eppure infinitamente antica, di file di zanne che gli si chiudevano a pochi centimetri dal volto. Quando era successo? Era solo un ragazzo, ed era già a Parigi, e René D'Amboise aveva liberato di proposito i cani di D'Anjou. I suoi mastini. Così, solo per vedere cosa avrebbero fatto.

Ma quello non era un mastino.

Dopo la sorpresa iniziale lui aveva reagito, ovviamente. Aveva lottato, cercando di togliersi di dosso quella massa di muscoli ansante, e quando era riuscito a fargli perdere la presa lo aveva scagliato contro una colonna con violenza tale da fargliela spezzare. Anche le ossa di quella cosa si erano spezzate, lo aveva avvertito con intima soddisfazione. Ma il suo compiacimento era durato poco. L'uomo, perché alla fine sembrava in tutto e per tutto un uomo, nonostante la bocca smisurata, si era accucciato a terra e aveva ululato. E un attimo dopo non era più un uomo, oh no... Di nuovo Guillaume se lo era ritrovato addosso, e allora aveva colpito più forte, aveva affondato i denti nel sul collo, mentre gli artigli della creatura gli strappavano vestiti e pelle. L'odore del suo sangue, congiunto a quello della bestia, riempiva l'aria come una cacofonia. Per tre volte gli si era attaccato addosso e aveva preso a bere da lui quel sangue ricco, selvatico, e per tre volte l'uomo bestia se lo era scollato di dosso. Era forte, dannatamente forte, e animato da una ferocia disperata, ma non solo. Era come posseduto da qualcosa che lo costringeva ad attaccare ancora e ancora, senza considerare il proprio stato, con la violenza di un berserker lanciato in battaglia. E poi, quando finalmente sembrava che lo slancio dell'uomo bestia fosse smorzato, era arrivata la luce.

Era stato allora che gli occhi di Guillaume erano bruciati.

Un lampo di luce accecante e azzurra, poi un dolore spaventoso, che gli era entrato dagli occhi in tutto il corpo. E il buio. E nel buio il suo corpo continuava a bruciare, perché la luce c'era ancora, anche se lui non poteva vederla, ed era come se il sole fosse sceso dal cielo appositamente per abbracciarlo, per bruciargli la carne brandello dopo brandello.

Era svenuto? Era morto? Non lo sapeva. Che la morte ultima fosse quel buio gelido, quel dolore malato che gli impediva i benché minimi movimenti? Oh, sarebbe stata una tale beffa!

 

Davvero, Raistan, è così che finisce tutto? In questa tenebra cieca e disperata, in queste membra spezzate, bruciate, che agonizzano senza sapere come, perché?

No, un perché c'è. Sono io che l'ho voluto, che l'ho cercato. Brucia all'inferno, Guillaume De Joie. Brucia per l'eternità, nel buio.


 

VII

 

Nel sogno era ancora su quella maledetta piazza in cui tutto l’odio della gente e il dolore gli erano piombati addosso. Il sole, un sole implacabile e crudele, bruciava il suo corpo, lo privava di qualsiasi energia, si insinuava con i propri raggi in ogni sua fibra facendolo ardere dall’interno e non c’era un luogo in cui rifugiarsi, né qualcuno a cui chiedere pietà, perché nessuno lo avrebbe ascoltato. Si vedeva, vedeva se stesso incatenato per i polsi e le caviglie alla struttura metallica a cui lo avevano legato, scorgeva la propria pelle sciogliersi e le ferite farsi sempre più profonde. Sentiva la propria voce urlare, solo che non la riconosceva. Nemmeno il proprio corpo riconosceva. Doveva avvicinarsi per vedere meglio, anche se non avrebbe voluto, anche se quello che riusciva a scorgere gli sarebbe bastato per tutta la vita, così come l’orribile terrore che gli attanagliava le viscere. Ma se era fuori dal proprio corpo, perché riusciva lo stesso a percepirne tutta la sofferenza? Si accorse di starsi spostando in avanti, anche se non aveva la sensazione delle proprie gambe che si muovevano. Adesso avrebbe voluto fermarsi, perché era certo che non gli sarebbe piaciuto quello che avrebbe visto e, dio, faceva così male, ma non riusciva a farlo. Oh per favore, no. Un attimo prima che anche negli occhi gli esplodesse un lampo di sofferenza come ne aveva provati pochi in vita sua, rendendolo cieco e indifeso e urlante come un animale in agonia, riconobbe la persona legata e urlò di nuovo. Era Guillaume e quella era la fine di tutti i tempi e di ogni speranza.

Raistan balzò a sedere sul letto con uno scatto fulmineo, un urlo imprigionato in gola che si trasformò in un rantolo sfiatato, una mano artigliata al collo, come se stesse soffocando. La sensazione era più o meno la stessa e il fatto di non poter davvero incamerare aria nei polmoni, per allentare quella morsa, era una tortura ulteriore. E il buio, dio… era come se i suoi occhi avessero improvvisamente perso la capacità di sondarlo. Cercò a tentoni il compagno al proprio fianco, tastando il letto con mosse frenetiche, e ogni contatto mancato, ogni tocco alle lenzuola fredde e senza vita, lo avvicinava ancora di più al panico, invece che allontanarlo.

“Guillaume… Guillaume, dove sei?” balbettò, dimenticando di essere un vampiro di trecento anni e sentendosi di nuovo il bambino terrorizzato che strillava nel proprio letto, inseguito da lupi immaginari, fino a quando madre o balia non accorrevano per tranquillizzarlo. Il panico che udì nella propria voce non fece che fomentare la sua paura, fino a quando non si mise a cercare l’interruttore dell’abat jour sul comodino, per squarciare quel buio che sembrava sul punto di ingoiarlo. Fu allora che una fitta spaventosa proveniente da un punto indefinito dentro di sé lo fece piegare in due con le braccia strette contro il corpo, i denti serrati e i tendini del collo tesi come corde di violino. Tentò anche di urlare, ma tutto quello che riuscì a produrre fu un ringhio interminabile, con il dolore che si faceva sempre più forte di secondo in secondo. Poi, quando si convinse che sarebbe morto da un momento all’altro, e quasi se l’augurò, la sofferenza lo abbandonò di colpo, lasciandolo stravolto, riverso sul letto, sull’orlo della perdita di sensi. Qualcosa di atavico gli disse che non poteva stare lì a far niente in quel momento, mentre… mentre cosa? Cosa?!

Finalmente raggiunse l’interruttore e accese la luce, sondando lo spazio attorno a sé con sguardo febbrile. Il letto era vuoto, come aveva già intuito, e non c’era nemmeno traccia dei vestiti di Guillaume. Lanciò una veloce occhiata all’orologio a cristalli liquidi sul comodino: le 6.18 del pomeriggio. Il sole doveva essere tramontato da una mezz’ora e forse il suo compagno era nell’altra stanza, magari a parlare con Eloisa, o al pc. Ma allora perché era così terrorizzato? Perché tendeva l’orecchio ai rumori della casa e nello stesso tempo non si decideva ad alzarsi per controllare? Se fosse rimasto lì, tutto sarebbe andato per il meglio. Quelle fitte non sarebbero più tornate e quando Guillaume fosse arrivato magari gli avrebbe anche spiegato perché le aveva provate. Certo, sarebbe andata così.

Fu in quel momento che qualcosa di spaventoso accadde ai suoi occhi, facendogli portare di scatto le mani al viso e strappandogli un urlo strozzato che riverberò sulle pareti della stanza alquanto spoglia. Anche quello sembrava un dono del passato, quando lame di dolore che non avevano niente da invidiare all’acciaio gli trapassavano le orbite per poi lasciarlo cieco, a volte per giorni. Quando allontanò le mani dagli occhi e riuscì ad aprirli, tuttavia, si rese conto che ci vedeva ancora. Si lanciò giù dal letto, indossò al volo la vestaglia di seta nera che Guillaume gli aveva regalato e spalancò la porta della camera, irrompendo in soggiorno proprio mentre Eloisa stava guardando la TV. Lei strillò per lo spavento, ma lui se ne accorse a malapena e archiviò subito l’informazione fra i dettagli inutili.

“Ehi, ma che…”

“Tuo zio. Lo hai visto? È qui in casa?”

Domanda sciocca, lo sapeva, perché se ci fosse stato avrebbe percepito la sua presenza senza nemmeno bisogno di alzarsi, ma come sarebbe stato bello, per una volta, sbagliarsi…

La ragazzina scrollò la testa, fissandolo a occhi sgranati, ma non era chiaro se il suo cenno di diniego fosse una vera risposta o il rifiuto per qualcosa che vedeva e Raistan sentì la furia montare dentro di sé. Si trattenne a stento dall’afferrarla e scrollarla come un bussolotto. Invece colpì con una manata di puro isterismo il tavolo, ripetendole la domanda, questa volta urlando.

“Io… io… no, non c’è… non l’ho visto… sono tornata da danza da poco, e… ma perché? Cos’è successo? Mio zio sta bene, vero?”

Un’altra ondata di sofferenza avvolse l’Olandese come un sudario rovente, facendolo piegare su se stesso fino a costringerlo in ginocchio, il capo appoggiato alla moquette chiara. Riuscì a stento a dominare l’urlo che gli si arrampicò su per la gola, ma non il fiotto di sangue denso che lo accompagnò e che si riversò sotto di lui. Percepì confusamente la mano calda della ragazzina sulla schiena, il suo richiamo allarmato, ma per lunghi, lunghissimi istanti non riuscì a risponderle, solo a raggomitolarsi sempre di più come se, in quel modo, sua maestà il Dolore avesse meno superficie su cui infierire.

“Raistan! Raistan, che cosa succede? Devo chiamare qualcuno? Oh, cavolo, ma dov’è mio zio? Che cosa devo fare?”

“Adesso mi passa… sta passando…” sussurrò, più rivolto a se stesso che alla ragazzina; sollevò la testa, pulendosi la bocca con l’avambraccio, incontrò il suo sguardo terrificato e, prima di riuscire anche solo a rendersi conto di cosa stava per fare, scoppiò in lacrime, coprendosi gli occhi con la mano.

Ora sapeva a chi apparteneva la sofferenza che provava. A dire il vero lo aveva saputo fin dal primo momento, fin da quando era ancora immerso nel sonno, fin dal primo istante in cui aveva aperto gli occhi e la sua mano non aveva toccato che vuoto, accanto a sé nel letto, ma accettare quella verità era terribile, più terribile del dolore stesso.

Ignorando i tentativi della ragazzina di consolarlo, si alzò da terra e si diresse barcollando verso la camera che condivideva con Guillaume, indossando meccanicamente i primi vestiti che gli capitarono. Gli tremavano le mani, mentre lo faceva, e le lacrime continuavano a scendergli sul viso anche se i singhiozzi erano stati ricacciati là da dove proveniva tutta la sua debolezza e vulnerabilità. Non sapeva che cosa avrebbe fatto, né da dove avrebbe incominciato a cercare Guillaume. Sapeva soltanto che era tempo di agire e che quel tempo era molto, molto breve.

Quando uscì dalla stanza, aveva sostituito il dolore e la paura con un furore gelido, quale non provava da secoli. Guai a chi gli avrebbe sbarrato la strada. Peccato che la prima che incontrò fu una ragazzina di sedici anni, in lacrime e sull’orlo di una crisi isterica. Quando Eloisa lo vide, gli si precipitò contro e prese a tempestargli il petto di pugni, piangendo.

“Che cosa succede? Che cosa succede?!! Dimmelo, stronzo!”

L’unica cosa che lui fece fu afferrarle i polsi per fermare il suo assalto, guardandola dall’alto con sguardo inespressivo, forse ancora più spaventoso di prima. Si chiese se non fosse meglio incantarla, ma qualcosa gli diceva che Guillaume non sarebbe stato contento di quella soluzione, quindi la trattenne fino a quando le urla si spezzarono in singhiozzi strazianti. Dopo, la sollevò tra le braccia e la depose con delicatezza sul divano, inginocchiandosi accanto a lei e accarezzandole la fronte bollente. La sua espressione non mutò, mentre lo faceva. Nessun accenno di dolcezza, nei suoi occhi. D’altronde, non era lì che lui si trovava. Non più. Raistan era stato sostituito da Atropo, il sicario, perché solo lui possedeva la freddezza necessaria per portare avanti quella missione che avrebbe potuto essere l’ultima, per lui. Se qualcuno era tanto potente da avere la meglio su un vampiro della forza e dell’intelligenza di Guillaume, non vedeva come avrebbe potuto farcela lui, con poco più della metà dei suoi anni e un carattere come il suo, che lo portava prima ad agire e poi a pensare. Atropo non era così, come non lo era stato il Generale Supremo. In quei ruoli, Raistan riusciva a pianificare, ad approntare strategie e a portarle avanti con determinazione, senza lasciare che l’emotività prendesse il sopravvento. Forse non sarebbe bastato comunque, ma era tutto ciò che aveva.

“Tuo zio è in pericolo. Non so cosa sia successo, ma lo scoprirò e lo riporterò a casa. Tu devi calmarti, però. Non ho tempo di preoccuparmi anche di te.”

Eloisa lo fissò, tirando su col naso, cercando sul suo viso rassicurazione e dolcezza, ma non ne trovò. Solo quelle parole pronunciate con tono monocorde e voce bassa, rauca, come se contenessero un ruggito trattenuto a stento, e domato solo per lei. Anche il gesto con cui le accarezzava la fronte era meccanico e gelido, a suo modo. Scostò la sua mano e cercò i suoi occhi, ma non riuscì a intercettarli. Non subito. Dovette prendergli il viso tra le mani, per farcela e quello che vide le diede i brividi. Gli occhi di Guillaume non le erano mai parsi così alieni.

“Promettimi che lo salverai.”

“Prometto che ci proverò con tutte le mie forze, a costo della vita.”

Aveva già pronunciato in passato quelle parole, a un’altra persona. Allora non era riuscito a mantenere quella promessa, ma la vita non l’aveva persa, anche se ci era andato molto vicino. Adesso sentiva che, se non ci fosse riuscito, quel simulacro di esistenza che portava avanti non avrebbe più avuto senso di essere vissuto. La ragazzina gli gettò le braccia attorno al collo, ma lui non ricambiò la stretta. Rimase ad attendere che l’abbraccio si esaurisse, poi si alzò e si diresse con la velocità di un’ombra verso la porta.

“Chiama Douglas. Fallo venire qui a farti compagnia e digli di fermarsi fino al nostro ritorno. E se… niente. Digli così. È un ordine, ragazzina.”

“Va… va bene. Seph…?”

“Sì.”

“Fai attenzione. Per piacere.”

 

VIII

 

Prese la moto, ignorando la vocina nella testa che gli suggeriva che, se gli fosse arrivata un’altra bordata di dolore come quelle che aveva appena sperimentato, avrebbe potuto finire molto male, per lui. Sciocchezze. I vampiri non morivano in incidenti stradali. Al limite si ammaccavano un po’, però perdevano tempo e attiravano l’attenzione su di sé. Entrambe le cose sarebbero state inaccettabili, in quel momento, ma era il suo unico mezzo di trasporto, e aveva bisogno di sbrigarsi. Il suo piano prevedeva una visita al cottage a Kensington, per dare un’occhiata con tranquillità al notebook di Guillaume. Se l’era portato dietro dalla dimora del francese, preferendo esaminarlo nella quiete di casa propria, senza una ragazzina isterica che gli girava intorno e lo tempestava di domande. Dopodiché avrebbe fatto visita a quello scombinato del Chimico. Dati gli eventi degli ultimi giorni, e il suo coinvolgimento, non si sarebbe affatto stupito del fatto che sapesse cosa stava succedendo. Avrebbe voluto essere informato anche lui. Gli sarebbe piaciuto che Guillaume condividesse con lui i propri progetti e le proprie preoccupazioni, ma evidentemente lo considerava troppo stupido per dargli fiducia in quel senso. Raistan Van Hoeck funzionava bene come guardia del corpo, quando c’erano da usare le maniere forti, ma non quando la sfida si faceva più… cerebrale, giusto? E adesso eccoti qui, stronzo. Sono tutto ciò che hai. Non un granché, non posso darti torto. Si asciugò gli occhi e partì come un razzo alla volta di Kensington. Aveva del lavoro da fare. Atropo lo aveva. A lui restava solo la sofferenza.

Trovò presto il file proveniente dal contatto della Yard, d’altronde Guillaume non si era nemmeno preoccupato di chiudere la cartella, come se fosse uscito di fretta. Passò in rassegna le foto che ritraevano Caska in azione in giro per Londra, e arrivò alle stesse conclusioni del francese: qualcuno stava pasticciando con sostanze proibite, che non avevano niente a che fare con la preparazione originale del Chimico. Gli parve altrettanto chiaro che quello show puzzava di trappola lontano un miglio. Com’era possibile che Guillaume fosse stato così stupido da cascarci? Nello stesso tempo si chiese anche che cosa avesse potuto escogitare quel branco di russi del cazzo, tale da fermare un Immortale potente come lui, senza considerare il fatto che la quasi totalità dei presenti nei locali privati dell’Amaranth erano morti. Capiva il desiderio di Guillaume di indagare, ma non tollerava di essere stato escluso. Lasciò il cottage, diretto alla sontuosa dimora del Chimico.

 

*

“Lo hanno preso, vero? Io glielo avevo detto di non andare…” disse l’umano, non appena aprì la porta e si ritrovò davanti Raistan. Per tutta risposta, l’Olandese lo abbrancò per la maglietta e lo costrinse a indietreggiare nella penombra della casa, spoglia fino all’inverosimile, quasi monacale. “Tu. Adesso mi dici per filo e per segno quello che sai, o giuro che ti faccio fuori. Parla, muoviti, e cerca di non impiegare un anno per ogni frase” ringhiò Raistan, dando una spinta al Chimico e facendolo piombare a sedere su quello che in tempi migliori doveva essere stato un divano. I suoi modi bruschi non parvero sconvolgerlo più di tanto. Si limitò a fissare il vampiro con sguardo neutro e totalmente inespressivo, peraltro ricambiato.

“L’ho detto anche a lui. Io non ho lasciato nessuna formula, né tracce della mia… produzione, è impossibile che siano partiti dall’LSDA per replicarlo. Ci deve essere in giro qualcuno altrettanto bravo. Sarebbe interessante incontrarlo…”

“Sì, certo. Guillaume ti ha detto dove sarebbe andato? Voleva tornare all’Amaranth?”

Eoni passarono, prima che Raistan riuscisse a ottenere una risposta. Intanto lo sguardo dell’umano non lo abbandonava mai, rendendolo nervoso. Più di quanto avrebbe mai ammesso, a dire il vero. Una persona con occhi del genere, con un tale abisso al di là di essi, avrebbe davvero potuto fare qualunque cosa.

“Lui non mi dice dove va. Mi ha fatto vedere le foto della ragazza. Carina, quella, vero? E il mio LSDA le è piaciuto tanto…” Una stilla di emozione vibrò nella voce monotona dell’uomo, mentre il suo sguardo lasciava per un attimo Raistan e si perdeva nel nulla davanti a sé. Gli stava solo facendo perdere tempo! Drogato del cazzo, rifiuto umano che non era altro! Era tutta colpa sua e delle sue porcherie se Guillaume si trovava in quella situazione di merda! L’olandese ebbe la tentazione fortissima di abbrancargli la testa fra le mani e di fargli schizzare quel cervello bacato dalle orecchie, ma non poté mettere in atto il suo proposito perché un’altra fitta di dolore terribile lo colse di sorpresa e lo fece crollare in ginocchio davanti al suo ospite, con un urlo a stento trattenuto. Oh dio, non di nuovo…

“Ti senti male? Forse ho qualcosa che te lo può far passare…” gli disse l’umano, con lo stesso tono che avrebbe riservato all’addetto di un call center telefonico. Raistan era troppo impegnato a non perdere i sensi, per rispondergli. Dio, ma cosa gli stavano facendo? Ebbe anche un fulmineo flash, la visione di un edificio di qualche tipo, ma la sofferenza era troppa per permettergli di concentrarsi. Eppure...

Il dolore. Il dolore lo poteva portare alla fonte. Non doveva contrastarlo, al contrario doveva accoglierlo nel corpo e nella mente. Anzi, visto che era da lì che proveniva, doveva lasciare che gli parlasse nel suo linguaggio fatto di lame di ghiaccio e di fuoco. Quello era il modo in cui Guillaume lo aveva ritrovato nella fogna degli Archi. Sarebbe potuto essere anche il suo, non importava che cosa gli sarebbe costato. Si coricò sul pavimento con le braccia aperte, anche se chiudersi a riccio sarebbe stato quello che avrebbe voluto fare davvero, gli occhi aperti puntati sul soffitto scrostato in più punti; quando una nuova scarica di dolore lo travolse, inarcò la schiena e strinse i denti, ma si sforzò di andare oltre. Il Chimico lo osservava dall’alto, e il suo sguardo si era trasformato in quello di un predatore, famelico, ma freddo e impersonale.

“Non ci riesco! Cazzo, non ci riesco. Non vedo niente, solo buio…” urlò Raistan dopo alcuni interminabili minuti in cui aveva impiegato ogni stilla della propria energia mentale per mettersi in comunicazione con il fulcro di tutta la sofferenza che tormentava Guillaume, e di conseguenza anche con lui. Si rimise faticosamente a sedere e chinò la testa fra le braccia, disperato e scoraggiato. Guill aveva ragione a non voler far conto su di lui. Era un incapace. Nonostante tutte le volte in cui si erano scambiati il sangue, la sua mente non era abbastanza potente per mettersi in comunicazione con quella del compagno. Guillaume sarebbe morto in un modo orribile e lui non avrebbe potuto farci niente. Sarebbe rimasto di nuovo solo, come unica compagnia il rimorso per non aver saputo mantenere la promessa che gli aveva fatto quella notte. Era passata solo una settimana, ma gli sembravano secoli.

“Forse è lui che non vuole. Per non metterti in pericolo. Era preoccupato per te.”

Raistan alzò la testa di scatto e strinse gli occhi in due fessure roventi.

“Beh, non doveva. Nessuno gliel’ha chiesto” sibilò.

“Non sono cose che uno può controllare, credo. Non sono un esperto. Però l’ho visto quando ti abbiamo recuperato a Vauxhall Arches. Era… incasinato. Un po’ come te adesso. Era la prima volta che lo vedevo… scosso per qualcosa. Prima pensavo che fosse una specie di robot. Un po’ come me. Ci intendiamo, lui ed io.”

Una smorfia di autentica sofferenza gli attraversò il viso senza età. Avrebbe potuto avere trent’anni come cinquanta. “Troppo faticoso parlare. Trooooooppo faticoso. Se vuoi restare, fai pure. Io devo farmi di qualcosa. Perché non vai a dare un’occhiata nel locale dei Russi? Se c’è qualcuno che può sapere dov’è Guillaume, sono loro.”

“Mi prendi per un idiota? Certo che ci andrò, ma a tempo debito!”

“Bene. Poi però torna a dirmi cosa succede. Il tuo amico mi piace. Ha sempre molta considerazione per me e non mi guarda strano come fanno gli altri. Almeno, credo – aggiunse dopo un attimo di profonda riflessione – non me lo ricordo…”

Si avviò a passo lento verso la stanza accanto, camminando con cautela, come se il pavimento fosse cosparso di mine antiuomo, e chiuse la porta dietro di sé. Raistan sospirò, depresso. Come avrebbe potuto tornare da Eloisa e ammettere che non era ancora riuscito a cavare un ragno dal buco? Semplice, non ci sarebbe tornato. Sarebbe andato al cottage, avrebbe contattato Nathan, il suo migliore hacker, per riuscire a scoprire più dettagli possibili sui suoi amici slavi, dopodiché avrebbe di nuovo cercato di comunicare con Guillaume. Dormire non era un’opzione. Sarebbe stato come abbandonare il Francese per tutte quelle ore e lui non aveva mai abbandonato nessuno in vita sua. Succedeva sempre il contrario. Esattamente come quella volta.

 

In realtà, Raistan non aveva nemmeno avuto il coraggio di tornare a casa. Dopo aver chiamato Nathan, che lo aveva maledetto per le ore antelucane in cui aveva l’abitudine di telefonargli per assegnargli compiti ai limiti dell’impossibile, aveva raggiunto il centro della città e aveva semplicemente camminato per ore, osservando con tristezza mista a invidia gli umani che gli sfilavano accanto. Loro sarebbero tornati a casa dai compagni, mogli, mariti, si sarebbero addormentati al loro fianco, magari dopo aver fatto l’amore, senza rendersi conto della fortuna che avevano. Lui avrebbe trovato solo stanze fredde e silenziose e oggetti della persona con cui aveva trascorso gli ultimi due anni, a ricordargli della sua assenza e a sottolineare la sua incapacità di aiutarlo. Meglio rimandare al più tardi possibile quello strazio.

Si era spinto fino all’Amaranth, anche, ma era rimasto ad osservare il viavai dei frequentatori nascosto nell’ombra di una stradina secondaria, conscio che una mossa falsa in quella direzione avrebbe potuto compromettere l’unica traccia di cui disponeva. Doveva pazientare e organizzarsi. Quella a Nathan, l’hacker, non era stata l’unica telefonata che aveva fatto: aveva anche chiamato la Casa Madre del suo Clan, di cui era il Sommo Maestro, e aveva ordinato al suo tremebondo assistente, Ramsey, di inviare a Londra una decina di vampiri la sera successiva, come guardaspalle e come… deterrenti per ogni iniziativa poco simpatica nei suoi confronti.

Adesso erano quasi le quattro. Il sole non sarebbe sorto ancora per un paio d’ore, ma lui si sentiva esausto. Non aveva più subito incursioni dolorose, ma questo, invece di rallegrarlo, lo terrorizzava. Se almeno avesse sentito Guillaume soffrire, avrebbe saputo che era ancora vivo. Quel silenzio, invece, poteva significare molte cose, nessuna delle quali positiva. Impiegò quasi un’ora per raggiungere la moto, attraversando una Londra ormai quasi deserta sotto una pioggerellina fine ed insistente, che lo infradiciò fino al midollo, poi si diresse a Kensington. All’ultimo momento, tuttavia, non ebbe il coraggio di raggiungere il cottage. Si diresse invece qualche via più a ovest, dove abitava una sua vecchia e… pelosa conoscenza che non vedeva da un po’; parcheggiò la Harley davanti al cancello del giardino antistante la villa, lo oltrepassò e bussò alla porta, fumandosi una sigaretta nell’attesa di una risposta. Dovette ripetere i colpi più di una volta. Accidenti ai vivi e alla loro fastidiosa abitudine di dormire di notte…

“Parola mia, sei sempre il solito stronzo fuori di…. Ehi, ma che ti è successo?” lo apostrofò Greylord, il capo del branco di licantropi che aveva quasi ucciso Raistan nel 1840, dopo averlo torturato ed esposto al sole per una settimana. Tragici eventi avevano trasformato la loro secolare rivalità in amicizia, da qualche anno a questa parte, e non era raro vederli insieme, specie su un campo da basket o davanti a una scacchiera, a rivendicare la superiorità della propria razza su quella dell’altro.

“È così evidente?” rispose Raistan, abbassando la testa e giocherellando con un sassolino usando la punta dello stivale. Greylord lo prese per un braccio e se lo tirò dietro all’interno della casa, sbuffando. Aveva perso il conto di tutte le volte in cui il vampiro lo aveva svegliato per un improvviso bisogno di compagnia. Lo precedette in soggiorno e gli indicò il divano con un cenno della testa.

“Vado a mettermi qualcosa addosso, dammi un momento” gli disse, osservandolo con perplessità mentre si lasciava cadere sul sofà e rovesciava la testa all’indietro, chiudendo gli occhi con aria sfinita. Quando tornò in soggiorno non si stupì di trovarlo addormentato. Raccolse il plaid dal divano, per coprirlo, ma Raistan saltò a sedere di scatto, gli occhi sbarrati e una mano artigliata alla gola, e lo fece trasalire per lo spavento.

“Che cazzo ti prende, adesso?!”

L’Olandese parve non sentirlo nemmeno. Si nascose il viso con le mani, e poi disse l’ultima cosa che il lycan si aspettava di sentire: “Oh, Dio, ti ringrazio. È ancora qui. C’è ancora. Oh grazie…” per poi tornare a contorcersi dal dolore, come se la corrente elettrica lo stesse attraversando, per un’interminabile manciata di minuti. Non rispose alle domande sempre più insistenti di Greylord, non poteva. Tutto il suo essere era concentrato nel tentativo di cogliere qualche informazione, ma a parte sprazzi di voci, tra cui – ne era certo – quella di Guillaume, non ricavò nulla che potesse servirgli. Alla fine si abbandonò sul divano, con le lacrime che gli sfuggivano dagli angoli degli occhi serrati, mentre il licantropo lo guardava con la fronte aggrottata, indeciso sul da farsi. Perché non poteva avere un amico normale, con cui chiacchierare di partite in TV e delle tette di Pamela Anderson?

“Ehi. Vampiro, parlami. Dimmi qualcosa, tipo che cazzo ti sta succedendo. O chiedo troppo?”

Appena ne fu in grado, Raistan gli raccontò in breve l’accaduto, omettendo i suoi sentimenti per il francese per non incorrere nelle prese in giro di Greylord, ma non era facile ingannare un vecchio lupo di più di milleduecento anni.

“…. E quindi… insomma… posso restare qui? Solo per oggi.” Ti prego, dicevano i suoi occhi arrossati.

“Ti ho mai negato un letto, succhiasangue? Dove sta di casa la camera lo sai.”

Raistan scosse la testa. “Non posso dormire. Non voglio. Devo… ascoltarlo.”

“No, devi riposarti, dammi retta. Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore e sei già ridotto peggio del mio straccio per i pavimenti. Le persone che stanno trattenendo il tuo… amico evidentemente sono interessate a lui, altrimenti lo avrebbero già fatto fuori. Tempo per lui, tempo per te, per trovarlo. Ma devi essere in forze, e lucido. Che cos’ha di tanto speciale questo vampiro, per farti quest’effetto?”

“Non sono affari che ti riguardano, lycan. È… è una persona… importante.”

“Ah, non lo metto in dubbio, visto come sei messo male.”

“Dicevo importante in generale, non…”

“Vampiro, onestamente non me ne frega un cazzo di chi ti scopi. Se hai bisogno di aiuto per spaccare qualche culo russo, io sono qui. Adesso però me ne torno a dormire e tu fili nella cameretta che conosci bene. Guarda che vengo a controllare, più tardi. Dai, alza il culo.”

L’olandese obbedì e lo seguì lungo il corridoio in penombra, senza parlare. Quando il lycan, il suo nemico più antico, gli batté un’affettuosa pacca sulle spalle, annuì e abbassò la testa, lasciando che i capelli scendessero a formare la solita cortina impenetrabile agli sguardi.

“Ehm… grazie…” borbottò, prima di perdere il coraggio.

Il lycan lo liquidò con un gesto noncurante della mano.

Un attimo prima di richiudere la porta dietro di sé, Raistan si fermò e si affacciò di nuovo sul corridoio.

“Greylord…”

“Cosa?”

“Davvero mi aiuteresti?”

“Solo se alla fine mi farai conoscere il vampiro che ti ha fatto capitolare” gli rispose quello, con un ghigno.

Raistan sentì le labbra che gli si distendevano in un sorriso molto simile al suo.

“Ti piacerebbe. È un gran signore. Molto raffinato.”

“E ha scelto uno scombinato come te? Tanto normale non dev’essere.”

“Conosci qualcuno che lo sia?”

“No. Io no. Infatti guarda chi mi ritrovo per casa alle sei del mattino. Buonanotte. O buongiorno, che poi per te è lo stesso.”

Raistan richiuse la porta alle proprie spalle, poi si tolse cappotto e stivali e si coricò sul letto, con un sospiro di puro sfinimento. Piombò in un sonno che non aveva niente a che fare con la serenità, ma di cui aveva bisogno sopra ogni altra cosa.

 

*

 

Guillaume avvertì il mutamento un istante prima che esso si manifestasse. Era cieco, debole ai limiti dello sfinimento, ma il sesto senso che gli aveva permesso di restare in vita per secoli non lo aveva abbandonato. Non che facesse molta differenza cosa poteva percepire o meno. Gli era bastata un’ispezione sommaria, nei primi istanti della sua semi ripresa di coscienza, per rendersi conto di essere in trappola. Gli sfuggivano i dettagli di quella trappola, questo sì. Per esempio, perché non riusciva a rigenerarsi? Anche senza nutrimento, anche in un tempo relativamente breve, il suo corpo avrebbe dovuto attivarsi per riparare i danni inferti dall’uomo-bestia. Così non era accaduto, non stava accadendo, e ormai doveva essere passato… quanto?

Così accolse quel mutamento nel buio che lo circondava, nel silenzio irreale della sua prigione, con sollievo. Se ne sarebbe pentito, non aveva dubbi, ma gli era inevitabile.

Restò accoccolato a terra, cercando di limitare al minimo il contatto con il pavimento freddo, e tuttavia troppo debole per stare in piedi. Intuiva che il fondo della sua cella era stato realizzato in una qualche lega d’argento, perché ogni volta che una porzione della sua pelle lo toccava, avvertiva ondate di fuoco gelido risalire fino ai centri nervosi, in scariche di dolore bianco. E tenendo conto che era nudo, le porzioni di pelle esposta erano davvero molte. Dovevano avergli tolto di dosso gli abiti ridotti a brandelli dall’uomo bestia prima di chiuderlo là dentro. Davvero poco cortese. Poi c’era la questione della gabbia, ovviamente. Quella doveva essere davvero un marchingegno unico nel suo genere. Se non ci fosse stato rinchiuso dentro, ne sarebbe stato oltremodo affascinato. Quando aveva allungato le mani per definire i contorni della sua prigione, si era sentito trafiggere da mille raggi di sole. Il fatto che la sua pelle fosse già stata lesa durante la cattura aveva solo ritardato la percezione del dolore. Aveva rimandato un’ulteriore indagine a quando fosse stato più in forze, ma mentre le ore passavano, e la sua percezione del tempo gli suggeriva che divenivano giorni, quella circostanza sembrava ben lungi dall’avverarsi. Del resto, se in qualche modo erano riusciti a rinchiuderlo in una gabbia fatta di luce solare, era un miracolo che non fosse stato di già ridotto in cenere.

Seduto sui talloni, le braccia strette intorno alle gambe, rimase immobile, in ascolto. Non solo le sue orecchie cercavano di captare ogni singolo movimento, il suono di un respiro, il rumore prodotto da una sedia che veniva spostata, un colpo di tosse sommesso ma inequivocabile. No, tutti i suoi sensi erano tesi, alla ricerca di indizi, a cercare di capire da dove sarebbe arrivato il prossimo colpo.

Invece giunse un saluto.

“Salve, signor De Joie.”

Una voce maschile, di età indefinita. Trenta, quarant’anni. Gradevole. Amichevole. Prometteva malissimo.

“Salve, signor...?” rispose Guillaume, con neutra cortesia.

“Dottor Janiĉek. Samael Janiĉek” rispose prontamente la voce, e nemmeno nel pronunciare il cognome tradì più di tanto l’accento slavo. Quell’uomo, chiunque fosse, aveva conosciuto il privilegio di crescere con il più puro plain english riversato nelle orecchie. “Vedo che si è ripreso” aggiunse, e il suo tono tradiva un autentico piacere.

“Nei limiti del possibile, Dottor Janiĉek” rispose Guillaume, garbato. “Ho ragione di credere che la mia attuale sistemazione sia concepita appositamente per mantenermi al limite delle mie possibilità. È lei che devo ringraziare, per una simile premura?”

“Sono certo che comprenderà la mia cautela, Signor De Joie” si schermì la voce nel buio. “Avevo buone ragioni di credere che la sua reazione al risveglio non sarebbe stata del tutto cordiale. Ho dovuto prendere provvedimenti.”

“Comprendo perfettamente” lo rassicurò il vampiro, mantenendo il suo tono neutro. Stava studiando la situazione, come un giocatore di scacchi che valutasse quali pezzi gli fossero rimasti, dopo che l’apocalisse aveva spazzato via il mondo intero. “D’altra parte, farmi attaccare da quel vostro uomo, e bruciarmi gli occhi con… che cosa è stato?”

“Un fucile a raggi UV.” La voce trasudava compiacimento, come se si fosse preparato a lungo per ricevere complimenti a riguardo. “Un mio prototipo, sebbene l’idea l’abbia avuta mia cognata. È lei la vera esperta in famiglia riguardo a voi.”

“Noi vampiri?” domandò Guillaume.

“Esatto.”

“Capisco. Un’impresa famigliare, quindi” sospirò il vampiro. “Davvero impressionante. E lei invece di cosa si occupa, Dottore?”

“Oh, licantropi, per lo più” rispose l’altro, urbanamente. Guillaume non aveva idea di che aspetto avesse, ma poteva quasi visualizzarlo, mentre accavallava le gambe e una mano lunga, sottile, disegnava un cerchio vago nell’aria.

“Licantropi. Certo. Questo spiega quell’energumeno che mi ha scagliato addosso. È notevole come sia riuscito ad assoggettarlo” valutò il vampiro.

“Raoul è uno dei miei esperimenti meglio riusciti” rispose il Dottore, accogliendo con gioia quell’ulteriore complimento. Parve invece ignorare volutamente la faccenda dell’attacco, come fosse un dettaglio di poco conto. “È con me da molti anni. Lo scontro con lei l’ha molto provato. Sono davvero impressionato dalla sua forza. Sul serio. Non ho mai conosciuto uno come lei” concluse, senza fare nulla per celare la propria ammirazione.

Questa volta fu il turno di Guillaume di schermirsi per il complimento. In realtà iniziava ad essere annoiato da quello scambio di piacevolezze del tutto fuori luogo.

“Uno come me. Intende un vampiro?” domandò.

“Un vampiro così forte. Così bello. È davvero molto bello, sa? Impressionante…”

Perfino la vanità di Guillaume aveva dei limiti.

“Le assicuro che senza ustioni, con gli occhi a posto e magari un outfit decente, farei una miglior figura. Magari quando questa faccenda sarà conclusa la invito a cena da qualche parte, così glielo dimostro” propose, con apparente serietà. Ma era chiaro che non poteva parlare seriamente, e infatti il Dottor Janiĉek accolse quella proposte nell’unico modo in cui aveva senso accoglierla: ridendo.

“Adoro il suo spirito, De Joie. Davvero” osservò, l’eco di quell’ilarità ancora nella voce. “E no, le posso assicurare che io la trovo splendido così. Una statua perfetta spezzata. Un capolavoro assoluto deturpato. Non dubito che nel pieno della sua forma lei debba avere un numero sconcertante di estimatori, ma io sono, come dire, un eccentrico, e posso affermare senza falsa modestia che la mia percezione estetica tende a prediligere l’imperfezione, al suo contrario. Sebbene io non la conosca bene, non ancora almeno, credo di poter affermare con una certa sicurezza che la sofferenza le dona moltissimo.”

“Dottore, potrei stare qui a disquisire di estetica per ore” lo interruppe Guillaume, sollevando la mano come a invocare una pausa. Ignorò il dolore che quel semplice gesto gli causò. “Ma credo che non sia per questo che mi ha rinchiuso qui dentro, dopo avermi fatto fare quasi a pezzi dal suo… Raoul. Sono sicuro che lei ha tutto il tempo di questo mondo, ma credo sia giunto il momento di mettere da parte i convenevoli e chiarire le ragioni della mia presenza qui.”

“Naturalmente, Signor De Joie. Naturalmente.”

Seguì un lungo silenzio. Guillaume fu colto dal dubbio che il dottore se ne fosse andato. Ovviamente non era così. Lo sentiva ancora, nella stanza, a dispetto delle sue percezioni indebolite. Sentiva il suo respiro, il suo odore, sotto il velo di colonia 4711 che avvolgeva il suo corpo. Attese, immobile in quella posizione scomoda, degradante. Una posizione che non avrebbe potuto tenere a lungo. Cosa sarebbe accaduto quando, alla fine, si sarebbe accasciato, offrendo una porzione di corpo più vasta al pavimento? Ci avrebbe pensato a tempo debito.

“Ebbene, Signor De Joie” riprese infine il Dottor Janiĉek, con un sospiro, “La ragione per cui l’ho fatta portare qui è molto semplice. Voglio quello che lei ha dato alla giovane puttana e al signor Anatoly Dmitriev.”

“Cosa le fa pensare che io sia in grado di fornirle quella sostanza?” lo interruppe Guillaume, sforzandosi di mantenere un tono neutro, urbano.

Di nuovo la risata del Dottore risuonò, fredda.

“Andiamo, Signor De Joie, siamo uomini di mondo, lei ed io. Lei poi lo è da un tempo infinitamente più lungo. I miei informatori stanno riscontrando enormi difficoltà a risalire alle sue origini, sa? Non che abbia molta importanza. Difficilmente uscirà vivo da quella gabbia, ma diciamo che è un mio interesse personale. Vivo, poi…” E rise di nuovo. “Le chiedo scusa, la forza dell’abitudine.”

Guillaume non rispose. Non si sforzò neppure di sorridere. Il tempo dei sorrisi era passato. Sapeva esattamente con chi aveva a che fare. Aveva conosciuto individui simili nel corso della sua lunga non-vita. Ce n’erano in ogni generazione, in ogni epoca. Intelligenti, scaltri, totalmente privi di empatia, mescolati alla compagine umana, ma per nulla umani. C’era un solo modo per definirli: mostri. Ma da parte di uno come lui un’affermazione del genere avrebbe potuto sembrare una contraddizione in termini.

“No, sul serio, Signor De Joie” riprese Janiĉek. Ogni traccia di ilarità era scomparsa dalla sua voce. Risuonava vuota, incolore, un nulla freddo che non risuonava di alcuna eco. “Ho lavorato per anni sul sangue di creature non umane. Ho potuto riscontrare l’effetto che esso può avere sui comuni mortali.” Guillaume ebbe una visione fugace, ma significativa, delle implicazioni insite in quell’affermazione, di quanta sofferenza, quanta morte quel genere di esperimenti avesse generato, nel tempo.

“Ora, ho esaminato il sangue della puttana…”

“Ha un nome.”

“Prego?”

“La ragazza. Ha un nome. Caska” lo corresse il vampiro.

“Certo. Caska. Non la facevo così galante, De Joie.”

“Sono pieno di sorprese.”

 “Caska, dicevamo” riprese il Dottor Janiĉek. “Erano rimaste tracce labili, ma inequivocabili, di un composto non riconducibile ad alcuna droga naturale o sintetica di cui io sia a conoscenza.”

“Immagino lei sia una specie di esperto” lo interruppe Guillaume. Non era un complimento, ma il Dottore lo prese come tale.

“Sono certo che la base di quella sostanza fosse il suo sangue, probabilmente raffinato con qualcosa per smorzarne gli effetti… collaterali.”

“Sono impressionato dal suo acume.” Questa volta l’ironia risuonò palese, feroce. “E posso chiedere cosa le ha somministrato lei, in seguito? Giusto per capire quante speranze ha la ragazza di uscire viva e integra mentalmente da questa situazione.”

“Mi lasci dire che trovo molto toccante questo suo interessamento per le sorti della ragazza. Soprattutto tenendo conto della dieta che quelli della sua razza seguono. O devo raffigurarmela come un incubo gentile che va a nutrirsi degli umani nottetempo senza dar loro troppo fastidio? Dalla mattanza che lei e il suo amico avete fatto all’Amaranth ne sarei sorpreso.” 

Touché pensò stancamente Guillaume. Ma non si prese la briga di dirlo ad alta voce. Quella situazione stava diventando sempre più disagevole. Forse sarebbe stato il caso di considerare che aveva un problema davvero grande. Ovviamente, non lo avrebbe ammesso fintanto che quell’uomo fosse rimasto nella stanza.

“Per rispondere alla sua domanda, le ho somministrato sangue di mannaro” aveva ripreso intanto il Dottore. “E no, non posso scommettere che questo miscuglio risparmierà le sue facoltà mentali” aggiunse, con un vago tono dispiaciuto. Come se avesse appena considerato un danno collaterale del tutto risibile. “In realtà, al momento quel sangue è la sola cosa che la sostiene. Se glielo togliessi immagino che avrebbe un collasso.”

 “Sì, suppongo sia inevitabile quando si pasticcia col sangue di creature non umane...” commentò Guillaume. Stanchezza, iniziava a provare una stanchezza infinita. Quello sterile blaterare serviva solo a esasperarlo e sfinirlo. Probabilmente era quello che il Dottore sperava. Ma non poteva illudersi che fosse così facile, così presto. Se solo avesse potuto risposare un momento, stendersi, smettere di sentire quel dolore costante che scavava le membra, pelle, carne, muscoli, fino all’osso, in un logorio senza sosta...

“Quindi ora cosa farà? Dei prelievi, immagino” Si costrinse a non tradire la sofferenza, l’ansia che lo stava cogliendo. La disperazione.

“Conto sulla sua collaborazione, naturalmente” intervenne Janiĉek. Aveva un tono professionale, ora, come se il tempo dei convenevoli fosse finito e fosse giunto quello degli affari. “Se lei sarà così gentile da rivelarmi la formula del Sangue degli Angeli, mi limiterò a trattenerla per estrarre l’ingrediente fondamentale. Non ci sarà bisogno della gabbia, o di inutili maltrattamenti. Ne converrà. Preferirei averla come ospite gradito che come prigioniero, signor De Joie.”

“Molto gentile.” Cercò di cambiare posizione, e poi qualcosa accade, all’improvviso. Una lama incandescente lo trapassò, dal capo ai piedi, facendogli esplodere la testa in un fuoco d’artificio di puro dolore, che riverberò lungo la colonna vertebrale, per tutto il corpo. Avvertì un grido spaventoso modulato da una voce che non riconobbe subito come la propria. Crollò in ginocchio, e il contatto con la pavimentazione della gabbia amplificò l’eco di quella tortura.

“Ecco quello che intendevo” osservò Janiĉek, un tono tra il dispiaciuto e il petulante. “Vogliamo tutti fare a meno della gabbia, non è così?” Gli si rivolgeva come se dovesse convincere un bambino recalcitrante a obbedire a un ordine impartito da un adulto consapevole.

Guillaume cercò di parlare, solo per accorgersi di avere cenere e sabbia in gola. La gabbia… Era come essere stato trafitto da un raggio di sole sparato a distanza ravvicinata.

“Sto preparando qualcosa che dovrebbe velocizzare la procedura di estrazione. L’ho chiamato il ‘Trono’, spero apprezzerà l’aulicità.”

Di nuovo la sua voce si stava sciogliendo in un tono colloquiale, amichevole.

Guillaume non lo udiva più. Mentre il dolore lo lambiva da ogni parte, conficcandogli nella carne uncini che la straziavano ritirandosi, il suo pensiero volò a casa, a Raistan, alla sagoma del suo corpo disegnata dalle lenzuola di seta, come una statua pronta per essere svelata. Pensò all’argento dei suoi capelli che gli scorreva tra le dita, alla sua voce che colmava il silenzio dei suoi pensieri. Pensò a Raistan, al fatto che la sua sola consolazione era che non avessero preso lui.

 

*

 

Era stato un pomeriggio spaventoso, costellato di atroci esplosioni di dolore; per un attimo aveva chiaramente sentito Guillaume urlare, e quel grido conteneva una sofferenza che lo aveva annichilito e lo aveva privato di ogni atomo di forza. Aveva percepito le proprie gambe cedere e si era ritrovato accartocciato sul pavimento del soggiorno senza sapere come ci fosse arrivato, con il lycan che, senza dire una parola, lo aveva afferrato per un braccio e sostenuto fino al divano. Non gli aveva fatto domande, né lo aveva forzato a parlare. Anzi, era sparito nella stanza accanto per dargli il tempo di riprendersi o di dare sfogo ai propri sentimenti, se era quello che desiderava fare.

A parte una conversazione con Nathan, che gli aveva anche inviato un file con tutto quello che aveva scoperto su Dancenko & Co., era stato un susseguirsi di momenti che andavano dall’orrendo allo spiacevole.

C’era stata la telefonata di Eloisa, per dirne uno. La ragazzina era sull’orlo dell’isterismo. Lo aveva tempestato di domande sullo zio, lo aveva supplicato più e più volte di riportarlo a casa per poi inveire contro di lui perché non ci era ancora riuscito, facendolo sentire ancora più inutile e inadeguato. Ancora si chiedeva come avesse fatto a non perdere le staffe e a non rispondere alle sue accuse con insulti rivolti a quella testa di cazzo di Guillaume De Joie, che se n’era sbattuto allegramente di lei e di lui e se n’era andato in giro a fare l’investigatore, convinto della propria invulnerabilità. Come aveva potuto essere così arrogante, stupido ed egoista? Proprio tu parli, che ti sei quasi fatto ammazzare da un branco di barboni puzzolenti, solo perché pensavi di essere intoccabile. Una bella coppia, davvero.

E ora…

“Come sarebbe a dire che non me li puoi mandare?!” urlò Raistan nel telefono, sfrecciando avanti e indietro per la stanza, simile a un ciclone nerovestito.

“Mi dispiace, Sommo Maestro, il Kilarmeth ritiene che…”

“Cosa? Che cosa?!! Quegli avvoltoi osano mettere in discussione l’ordine del loro Sommo Maestro?! Su quali basi?! Negano a me l’apporto dei miei uomini quando li richiedo espressamente?!!”

“Dicono… dicono che… non ti puoi servire dei vampiri del Clan per le tue faccende personali, per di più al di fuori dei confini della Francia… sostengono che i lycan inglesi potrebbero vedere la cosa come una pericolosa invasione del loro territorio…”

Raistan si lasciò sfuggire una risatina incredula.

“Sono a casa del fottuto comandante dei lycan inglesi, testa di cazzo! Vuoi che lo faccia parlare con loro?”

“Ti… ti prego, Sommo Maestro, non è colpa mia… io mi limito a riferirti le loro parole…”

“Bene. Allora riferisci loro questo: se entro domani sera non avrò quei dieci vampiri a Londra, mi occuperò personalmente di impalarli nel giardino della Casa Madre! Stronzi!”

“Non… non posso dire una cosa del genere, loro…”

“Anche tu osi contravvenire ai miei ordini, lurido succhiatopi? Tu non sai cosa ti succederà, appena torno! Vai da quei bastardi e riferisci immediatamente quello che ti ho detto, e poi richiamami per dirmi che cosa hanno risposto. Fallo, Ramsey, o giuro che…”

“Va bene, va bene, Sommo Maestro, perdonami se…”

Raistan interruppe la comunicazione e si trattenne a stento dallo scagliare il cellulare dalla parte opposta della stanza. Si passò una mano fra i capelli ingarbugliati e lanciò a Greylord uno sguardo gelido.

“Che hai da guardare, cane?”

“Non chiamarmi cane, stronzetto. Te lo dissi a suo tempo: avresti dovuto sbarazzarti di quei vostri giudici appena ti sei insediato. Non smetteranno mai di metterti i bastoni fra le ruote.”

“Se provano a ostacolarmi in questa faccenda giuro che li faccio squartare! Avrebbero dovuto essere già qui! Avremmo dovuto essere diretti all’Amaranth, a spaccare culi russi e a fargli sputare dove tengono nascosto il mio amico! E invece sono qui, nel tuo salotto, a inveire contro tutto il fottuto mondo, mentre lui…”

Sentì gli occhi bruciargli, ma ricacciò il groppo in gola dritto al mittente.

“Diamo un’occhiata al file che ti ha mandato il tuo amico hacker, che ne dici? Se devo essere coinvolto in questa faccenda, meglio che sappia anch’io con chi abbiamo a che fare.”

Raistan annuì, segretamente grato al suo vecchio nemico per il suo pacato supporto. Quando, pochi minuti dopo, sullo schermo del pc apparve una foto di Dancenko, Raistan memorizzò ogni dettaglio di quel viso insignificante. La tentazione di tornare all’Amaranth era fortissima, quasi irresistibile, ma non vi avrebbe ceduto. Non senza un piano e un supporto adeguato. La cosa triste era che al momento non aveva né l’uno né l’altro.

Il cellulare squillò di nuovo, facendoli trasalire entrambi. Di nuovo il Clan. Se Ramsey gli avesse di nuovo portato brutte notizie, lui…

“Allora? Hai riferito a quei bastardi quello che ti ho detto?”

Un attimo di silenzio accolse le sue parole quasi ringhiate nel telefono, ma non fu la voce esitante del suo assistente a rispondergli. Proprio no.

“Sì, Sommo Maestro. Lo ha fatto. E lasciami dire che non ci è piaciuto molto sentirlo.”

“Chi…” oh, cazzo. “Kilar? Kilar Rafael?”

Se fosse stato umano, Raistan sarebbe sbiancato fino ad assumere la tonalità della calce, ma non successe. Si bloccò sul posto, invece, e strinse con più forza il telefono che protestò con un sonoro scricchiolio.

“Proprio io. Allora? Impalati nel giardino della Casa Madre? Un bel progetto, direi.”

Il tono del Giudice conteneva una gelida ironia che Raistan non mancò di notare. Deglutì, la bocca improvvisamente secca. Rafael era l’unico dei sette Kilar con cui aveva un rapporto almeno vagamente civile. Loro non sopportavano lui, considerando ancora un affronto la sua elezione a capo del Clan dei Diurni, e lui non sopportava loro, con la chiusura mentale tipica dei burocrati che li contraddistingueva.

“Ascolta, Kilar, ho davvero bisogno di quella squadra. Non siete voi a dover decidere queste cose, non potete…”

“Non possiamo decidere quello che sia lecito o no per il bene e la sicurezza del Clan? Credevo che fossimo qui per quello, Sommo Maestro. A cosa ti serve, questa squadra?”

Raistan frenò una risposta poco educata e chiuse gli occhi per mantenere il controllo. Aveva ricominciato a sfrecciare avanti e indietro per il soggiorno, con la faccia di uno che sia sul punto di vomitare da un momento all’altro.

“Per aiutarmi a liberare una persona. Un vampiro di grande valore. Un antico.”

“Ma non mi dire! E chi sarebbe? Ti riferisci al vampiro per il quale stai così clamorosamente trascurando i tuoi doveri nei confronti del Clan da due anni a questa parte?”

“Io non sto…”

“Oh, sì che lo stai facendo. Quanti richiami ufficiali ti abbiamo inviato in questi mesi? Decine. Completamente ignorati. E adesso pretendi di mettere in pericolo valenti membri del nostro Clan per salvare il… pervertito con cui ti diverti? Non se ne parla, Sommo Maestro. Non finché io sarò un membro del Kilarmeth. Riguardo alla tua imperdonabile mancanza di rispetto… avrai presto nostre notizie. Buona serata.”

Raistan lo sentì arrivare e seppe di non poter fare nulla per fermare l’improperio che gli stava emergendo in gola. E nemmeno voleva, cazzo.

“Vai a fare in culo tu e il tuo tribunale, stronzo. La pagherete, questa è una promessa. Buona serata anche a te.”

Questa volta il telefono attraversò in volo tutta la stanza e Raistan lanciò un urlo spaventoso di pura furia.

“Cazzo! Cazzo! Io li ammazzo, quei bastardi!”

Greylord, seduto sul divano, abbassò la testa contro la mano e la scosse.

“Tu sei pazzo. Non sopravvivrai a stanotte, te ne rendi conto?”

“Non me ne frega un cazzo! Non sono loro che comandano, sono io!”

“Raistan!”

Il richiamo imperioso di Greylord ebbe il potere di interrompere il distruttivo treno di pensieri su cui l’Olandese si stava imbarcando. Si voltò a guardarlo, con gli occhi che mandavano lampi e i pugni che si contraevano e si allargavano senza che lui ne fosse minimamente consapevole.

“Cosa?” ringhiò, scoprendo i canini in una smorfia spaventosa.

“Non puoi continuare così, stai dando i numeri. Calmati. Non è questo il modo di risolvere le cose. Il tuo amico ha bisogno di qualcuno che pensi, non di un pazzo che sbraita tutto il tempo e si scava la fossa con le proprie mani. Adesso richiami quel bastardo di giudice e ti scusi con lui. Hai sempre detto che è una persona abbastanza comprensiva, no? Fallo ragionare. Promettigli che ti impegnerai di più col Clan, in futuro, ma fagli capire che hai assoluto bisogno di quei vampiri, per questa faccenda. Fallo. Adesso.”

“No. Neanche morto. Non posso.”

“Quindi il tuo orgoglio è anche più importante della vita del tuo amico?”

Raistan abbassò la testa e prese a fissarsi le nocche delle mani, con sguardo cupo.

“Non servirà a niente. Quelli godono a umiliarmi.”

“Forse. Ma se non ci provi e le cose andranno male, ti rimarrà sempre il rimorso di non averlo fatto.”

Con un sospiro, l’Olandese raggiunse il telefono, miracolosamente intatto dopo un atterraggio sul divano, e compose il numero della Casa Madre. Lasciò squillare a lungo, ma nessuno rispose. E dire che Ramsey avrebbe dovuto essere lì per quello, quando lui era assente. In effetti non era mai accaduto prima. Brutto segno. Bruttissimo.

“Allora?” lo incalzò Greylord, che stava incominciando a farsi contagiare dal malessere dell’amico.

Raistan scrollò la testa. “Si stanno preparando, ci scommetto i canini. Come hai detto tu, forse non sopravvivrò a questa notte. Non m’importa di me, davvero. Io sono… trascurabile. Uno psicotico che in trecento anni e passa ha fatto danni a non finire. Se sparissi, sarebbe molto meglio per tutti. Però gli ho promesso che lo avrei sempre protetto. Gliel’ho giurato poche sere fa, sai. Com’è stato ingenuo e presuntuoso da parte di uno che non riesce nemmeno a non mettere nei casini se stesso…”

“Ihhhhhhhh, come sei noioso e funereo! Brutta razza, sempre detto! Se non potrai avere una squadra di vampiri, ne avrai una di licantropi. Allora sì che per quei russi del cazzo inizierà il vero divertimento!”

Raistan lo fissò per un attimo, poi distolse lo sguardo in tutta fretta perché il lycan non lo vedesse riempirsi di lacrime. Provò un impeto di affetto così forte che, se non si fosse chiamato Raistan Van Hoeck, probabilmente gli sarebbe balzato addosso per abbracciarlo. Invece alzò le spalle e disse solo: “Basta che teniamo i finestrini aperti sul furgone che useremo, o morirò per la puzza di cane” anche se la sua voce suonò curiosamente malferma, nel dirlo. E Greylord, che oltre ad essere un lupo era anche un gran volpone, sogghignò.

“Non c’è di che. Dai, studiamoci il file di quel bastardo. Direi che se riusciamo a far parlare lui, scopriremo dove nascondono il tuo amico. Come si chiama, a proposito?”

“Chi?”

“Il tuo amico, no?”

“Guillaume. Guillaume De Joie.” Solo pronunciare quel nome lo faceva star male.

“Bel nome da fighetto…”

“Glielo dico sempre anch’io” ghignò Raistan. Era il primo sorriso che gli distendeva i lineamenti da quasi due giorni.

Lavorarono al file mandato dall’hacker per le successive due ore, poi Greylord lo convinse ad uscire, per una visita esplorativa all’Amaranth: “Entrerò solo io, tu mi aspetterai in macchina e ti farai un sonnellino di un paio d’ore. Devo dirtelo, vampiro, hai un aspetto spaventoso. Io vedrò se il nostro amico è in giro e cercherò di scoprire altre cose interessanti, d’accordo?”

“Va bene… pensi che potremo agire già domani?”

“Penso che non ci saranno problemi. Ai miei ragazzi farà piacere avere qualcosa da fare, anche se non faranno salti di gioia a collaborare con te.”

“Posso immaginare.”

“Dai, muoviamo le chiappe. Vado a mettermi in ghingheri, poi si parte.”

 

Un’ora dopo erano parcheggiati a breve distanza dal locale. Greylord aveva ragione: Raistan aveva l’aspetto di qualcuno che avesse trascorso le ultime dieci ore in uno spremiagrumi industriale, con uno sguardo stregato che metteva a disagio il vecchio licantropo, le mani che tremavano e i capelli insolitamente arruffati. Non appena l’amico scese dalla macchina, appoggiò la testa al finestrino e si addormentò senza nemmeno rendersene conto.

*

“Tutto fatto! Ho individuato quel piccolo bastardo! Certo, è più protetto del Presidente degli Stati Uniti, ma troveremo il modo di restare da soli con lui per il tempo che ci serve a sapere quello che vogliamo. Oh, buonasera, dormito bene?”

Raistan trasalì come se gli avessero sparato, quando il lycan tornò in macchina, quasi tre ore dopo.

“Riposavo gli occhi” rispose, con voce impastata. Si passò una mano sul viso e cercò di focalizzare la propria attenzione sull’amico. “Quindi c’è. Nonostante quello che è successo, ha il coraggio di girare ancora da queste parti. Bene, bene. Dicevi dei suoi sgherri…”

“Sì. Sono in molti e non lo mollano nemmeno quando va al cesso, ma io ho a disposizione tutti gli uomini che voglio, quindi li seppelliremo.”

“No. Non voglio rischiare che Dancenko fugga, o peggio, crepi prima di aver saputo quello che mi interessa, quindi faremo a modo mio.”

“E sarebbe?”

Il vampiro glielo spiegò. Man mano che parlava, Greylord diventava sempre più pallido.

“Ma è una follia! Affidarsi così ciecamente alla tecnologia! Lo sai com’è andata l’ultima volta, con uno di quegli aggeggi! No, no, non mi piace, ci sono altri modi!”

“No. Non dobbiamo mettere in allarme quelli che tengono prigioniero Guillaume, potrebbero decidere di spostarlo o addirittura di ucciderlo, se si sentissero minacciati. Così è più sicuro.”

“Più sicuro per chi?”

“Per tutti. E poi ne avrò due, addosso. Non andranno mica in tilt entrambi, no?”

“Non mi piace, vampiro. Ho una responsabilità enorme sulle spalle. Non so se me la sento. Se qualcosa andasse storto…”

“Non succederà. Mi fido di te.”

“Tu sei fuori di testa, lo sai?”

“Sì. Me lo hanno detto. Adesso accompagnami un attimo a casa, lycan. Devo prendere delle cose. E poi, se posso, vorrei tornare a casa tua. Sempre che non ti dispiaccia.”

“Terribilmente, in effetti.”

Nel vedere l’espressione abbacchiata dell’Olandese, Greylord scoppiò a ridere e quasi lo ribaltò con una pacca sulla spalla. “Sto scherzando, idiota! Dai, andiamo. Devi cercare di dormire, hai capito? Come vanno le… ehm… fitte?”

“Non l’ho più sentito. E non è una buona notizia. Può voler dire che si sta indebolendo sempre di più, oppure che…”

“Ahhh, non ricominciare. Su, sbrighiamoci. C’è un bel film in TV. Magari ce lo possiamo guardare insieme…”

Dopo, tutto accadde in modo talmente rapido che Raistan, nei giorni che seguirono, si chiese più volte se avrebbe potuto evitarlo, ma non fu in grado di rispondere. Proprio inaspettato non fu. Dopo la discussione con Rafael, sapeva che prima o poi gli avrebbero scatenato addosso i loro cani da guardia, ma non immaginava che sarebbe avvenuto così presto.

Successe appena ebbero parcheggiato di fronte al cottage di Raistan a Kensington: fece appena in tempo a percepire un forte odore di vampiro nell’aria, qualcosa di cui si accorse anche Greylord e che lo spinse a ringhiare, che la portiera della BMW si spalancò e una torma di uomini con fucili automatici gli si parò davanti, armi spianate. Indossavano tutti giubbotti di pelle simili, con la K rossa ricamata sulla manica. I Pretoriani. La guardia privata del Kilarmeth, niente meno. Non erano passate nemmeno cinque ore, e quei bastardi erano già lì.

“Scendi dall’auto, Sommo Maestro. Subito” disse un graduato, un pel di carota dall’aria gelida che non gli pareva di aver mai visto prima. D’altronde i Pretoriani non si mischiavano ai Diurni comuni. Erano un branco di stronzi molto presi dal loro ruolo. Come i loro superiori, in effetti.

Greylord gli posò una mano sul braccio, come a volerlo trattenere, ma lui scosse la testa. Il veicolo era circondato, e non voleva mettere in pericolo l’amico con qualche azione avventata. Aveva già fatto abbastanza, in quel senso.

“Ti ho detto di scendere, Raistan Van Hoeck. Non farmelo ripetere. I miei uomini hanno il grilletto facile.”

“Scenderei se ti spostassi, coglione.”

Il pretoriano fece un passo indietro, imitato dai propri uomini, per permettergli di smontare dal veicolo. Anche Greylord scese, i nervi che sfrigolavano per la vicinanza di tutti quei potenziali nemici. Un lycan meno antico avrebbe ceduto al senso di minaccia e si sarebbe trasformato; lui resistette, ma non poté impedirsi di ringhiare al loro indirizzo, i muscoli tesi e un’espressione di gelo assoluto sul volto.

“Ah, ecco da dove veniva la puzza di cane” disse uno dei soldati, suscitando le risate dei colleghi, almeno una quindicina.

“Brutte frequentazioni, Sommo Maestro, se mi è permesso dirlo” sentenziò il rosso.

“Sempre meglio delle tue. Allora, che cazzo volete da me? Non ho tempo da perdere.”

“Sei in arresto per ordine del Tribunale Supremo dei Diurni, con l’accusa di oltraggio alla Corte. Soldato, ammanetta il Sommo Maestro.”

Raistan percepì un tonfo nel petto, come se il cuore gli si fosse rimesso in moto solo per bloccarglisi un momento più tardi. No. Non poteva succedere davvero. Non in quel momento, con Guillaume in mano a chissà chi. Le braccia gli vennero strattonate dietro la schiena e lui percepì robusto metallo chiuderglisi attorno ai polsi. Non era argento, non faceva male. Forse sarebbe stato meglio, se fosse stato doloroso. Avrebbe attenuato la sensazione sempre più incombente di essere imprigionato in un sogno orribile, di cui non vedeva la fine. Sentì la voce di Greylord levarsi minacciosa all’indirizzo dei soldati, ma non ci fu risposta da parte loro. Freddi e controllati, come ci si aspettava da un corpo di guardia scelto. Si voltò a guardarlo e aprì la bocca per dire qualcosa, ma poi la richiuse. Non sarebbe servito a niente. Non oppose resistenza, quando lo sospinsero verso uno dei due furgoni neri materializzatisi davanti e dietro la macchina del lycan. Solo, proprio in quel momento avvertì un’eco della sofferenza di Guillaume attanagliargli lo stomaco, come a voler sottolineare, se mai ce ne fosse stato bisogno, la sua incapacità di fare qualcosa per lui. Dovette chinarsi in avanti e vomitò un denso fiotto di sangue quasi nero, stringendo i denti per non urlare. Qualcuno imprecò. Forse Greylord, forse uno dei soldati. Non era importante. Solo una cosa lo era. Lo fecero salire sul furgone blindato e lo indussero a sedere su una delle panche accostate alla fiancata, per poi prendere posto accanto e di fronte a lui. Le porte si richiusero con un secco rumore metallico, tagliando fuori la luce dei lampioni e ogni speranza.

Aereo. Silenzio, alternato a domande a cui sceglie di non rispondere. O forse non può. Arrivo. Scaletta. Furgone. Pioggia battente che sferza il veicolo, come se migliaia di dita fameliche stessero raspando il metallo, bramando il suo contenuto. Tiene gli occhi chiusi, per non vedere le espressioni soddisfatte dei soldati. Tenta di trasformare la disperazione in odio, ma è troppo esausto per scegliere che cosa sentire. 

Raistan emerse dallo stato quasi onirico in cui era scivolato solo quando, all’ingresso della Casa Madre, si trovò davanti il Kilar Rafael con la veste rossa delle occasioni ufficiali e il volto piacente foriero di tempesta. Allora drizzò le spalle e il capo, e lo squadrò dall’alto con aria di sfida.

“La squadra sei riuscito a mandarla, alla fine, Kilar. Hai visto che non era difficile? Complimenti per l’efficienza, davvero” gli disse, con tono canzonatorio.

“Vedo che non hai perso la tua vena sarcastica, sono contento per te. Vedremo se avrai ancora tanta voglia di scherzare fra qualche giorno, quando valuteremo l’ennesimo episodio di insubordinazione da parte tua. Senza fretta, naturalmente. Conducetelo nelle segrete. Credo che le conosca bene.”

“Se il mio amico morirà per causa vostra, vi sottoporrò a tali e tanti tormenti che rimpiangerete ogni attimo che mi avrete fatto trascorrere là dentro. E questo è un giuramento solenne. Sul mio sangue e sul mio onore.”

Poco dopo, la porta blindata di una cella si chiuse alle sue spalle. Era vero, conosceva molto bene quella parte della Casa Madre. Mai, però, quelle mura gli erano sembrate così soffocanti e quella porta così invalicabile. Rimase a lungo in piedi al centro della stanzetta, immobile, a fissare le pareti bianche, asettiche, anche se le gambe gli tremavano per lo sfinimento. Un impulso irrefrenabile lo portò a lacerarsi gli avambracci nudi con i denti, fino a disseminare di gocce rosse il pavimento. “Sul mio sangue” ripeté, poi raggiunse la branda metallica e vi si lasciò cadere sopra con un lamento che nessuno udì.

 

 

 

IX

 

Come sempre Guillaume avvertì la presenza del Dottore prima che gli parlasse. Nonostante la debolezza ottundesse i suoi sensi, la cecità esasperava le percezioni. Fuori dalla gabbia sarebbe stato esposto a qualsiasi rischio, ma fintanto che restava all’interno di essa, concentrandosi solo sul dolore fisico e soprattutto sul tentare di non soccombere ad esso, riusciva ancora a gestire quei minimi input. Almeno fintanto che riusciva a restare sveglio. Ormai l’incoscienza lo coglieva sempre più spesso, non quella confortante del torpore, no. Era un’assenza da sé che non impediva al corpo di sentire dolore, ma che anzi ne amplificava le scariche, perché ogni volta che la sua mente scivolava via e poi rientrava, la consapevolezza esplodeva in nuove sferzate. Ma andava bene, era tutto ciò che gli era rimasto per sentirsi vivo.

Del resto Samael Janiĉek era un bastardo metodico.

Guillaume sarebbe stato pronto a scommettere che gli faceva visita più o meno sempre negli stessi orari. Non che ci fosse un modo per scandire il tempo. Tra una visita e l’altra non accadeva nulla. Nessun altro entrava nel laboratorio. Guillaume adesso sapeva che si trattava di un laboratorio, lo aveva imparato sulla propria pelle alla seconda visita del Dottore, quando era stato tramortito da una scarica di raggi più violenta delle altre. Mentre si contorceva sul fondo della gabbia, qualcuno lo aveva afferrato, sollevato e fatto stendere su un lettino, al quale era stato legato con cinghie rinforzate. Tramortito dal dolore, non era riuscito a opporsi, una condizione inconcepibile. Non riusciva a capacitarsi di che razza di patetica, inerme caricatura di se stesso potesse essere divenuto in un tempo così breve. Doveva essere imputabile alla gabbia, che gli impediva di rigenerarsi, mantenendolo ai limiti del torpore. In quell’occasione ne aveva avuto la certezza. Mentre giaceva sul lettino, e Janiĉek incideva la sua pelle per inserirvi cannule, nonostante l’immobilità cui era costretto, aveva avvertito subito le forze riprendere a fluire in lui. Era bastato quello, pochi minuti fuori dalla gabbia. Se solo fosse riuscito a nutrirsi… E ci aveva provato. Una volta che quel bastardo aveva finito con lui, era rimasto fermo, ostentando il consueto sfinimento. Non appena libero dalle cinghie, aveva afferrato l’uomo che lo tratteneva. Aveva voluto, aveva sperato fosse Janiĉek, ma ovviamente non era stato così fortunato. Eppure quando il cranio si era spezzato con un schiocco, si era figurato fosse quello del Dottore, il viso stravolto che gli si deformava tra le mani, i suoi occhi a schizzare dalle orbite. Era seguita una ragionevole concitazione, durante la quale lui aveva tentato l’unica opzione possibile: cercare una via d’uscita. Cieco, ferito, valeva comunque più di quei vermi, senza contare che, nella peggiore delle ipotesi, se avesse fallito, cosa avrebbero potuto fargli di peggio? Su questo si sbagliava. Oh sì...

“Buongiorno Signor De Joie” lo salutò Janiĉek. Guillaume non si sforzò neppure di tentare un movimento. Qualunque cosa avesse fatto sarebbe risultata grottesca, un arrancare penoso. No, meglio restare a terra, su quel fondo gelido a cui ormai si era assuefatto, le membra raccolte, per quanto gli era stato possibile. Braccia e gambe erano come gli arti di una marionetta che un burattinaio indolente avesse dimenticato sul fondo di un baule. Quando si era risvegliato e si era reso conto di cosa gli avessero fatto, era quasi impazzito.

 “Vedo che è di cattivo umore” constatò il Dottore, con un tono tra il dispiaciuto e il risentito. “Spero non sia ancora per l’incresciosa faccenda dell’altro giorno. Non creda che per me sia stato piacevole reciderle i tendini, ma era l’unico modo per evitare che si abbandonasse ad altre iniziative inconsulte e pericolose per lei stesso e per i miei collaboratori. Spero comprenderà.”

Guillaume comprendeva, perfettamente. Janiĉek considerò il suo silenzio un assenso.

“Bene, oggi procederemo con la prima sessione sul Trono” aggiunse poi, con tono più allegro. Era chiaro che la prospettiva lo colmava di entusiastica aspettativa. “Sto esaminando il suo sangue, i campioni estratti l’altro giorno: davvero affascinante, credo che neppure mia cognata abbia mai visto nulla del genere. Non che lei ne capisca, detto tra noi. Lei e mio fratello rientrano nel ramo della famiglia dedito alle applicazioni pratiche, se così si può dire. Per loro la ricerca scientifica si ferma alle nozioni necessarie per eliminare i soggetti studiati, se pericolosi. Io vado oltre.”

“Certo. Lei cerca applicazioni più nobili, tipo smerciare stupefacenti alla mafia russa…”

“Signor De Joie, che bello constatare che la perdita della mobilità non ha scalfito il suo senso dell’umorismo!” si complimentò Janiĉek. “Mi auguro di non trovarmi costretto a strapparle la lingua, sarebbe davvero un peccato non poter godere della sua sagacia.”

Ah, se solo quel figlio di puttana avesse saputo quante volte quella minaccia gli era stata ventilata nel corso dei secoli! Se la situazione non fosse stata così disperata Guillaume ne avrebbe sorriso.

“Una cosa che desideravo chiederle l’altro giorno, prima del nostro alterco…”

Guillaume percepì quando le sbarre della gabbia furono rimosse. Un sollievo immediato giunse a lenire la sua sofferenza. Represse un singhiozzo di sollievo. Durò poco. Si sentì afferrare e sollevare, come l’inutile sacco di stracci che era. La consapevolezza delle braccia e delle gambe che pendevano come appendici inutili dal suo torso gli trasmetteva un senso di irrealtà. Lo fecero sedere su una superficie metallica, gelida, polsi, caviglie e collo fissati con anelli di metallo. Per tenerlo dritto, probabilmente, perché era chiaro per tutti che non sarebbe andato molto lontano in quelle condizioni.

“So che quelli come lei preferiscono essere predatori solitari” aveva ripreso il Dottore da qualche parte vicino al suo capo. Stava trafficando con qualcosa di metallico. Chissà che aspetto aveva quel fantomatico Trono che si apprestava a sperimentare. Qualcosa gli suggeriva che non poterlo vedere fosse solo un bene.

“Ma Dancenko dice che eravate in due, all’Amaranth. Sono curioso…”

Guillaume avvertì il momento esatto in cui il bisturi gli incise la carne del braccio, rivolto verso l’alto, aprendolo dall’incavo del gomito al polso. Una vertigine violenta lo colse quando il sangue prese a defluire. I suoi pensieri si agitavano come uno stormo impazzito tra il cercare di comprendere cosa stesse facendo Janiĉek e la consapevolezza che sapesse di Raistan, che potesse in qualche modo arrivare a lui.

“Sì, ma non si trattava di un collaboratore abituale” buttò lì con noncuranza, mentre anche l’altro braccio veniva aperto. Entrambe le braccia posavano su dei braccioli convessi, che probabilmente facevano defluire il sangue in un canale di raccolta. L’utilizzo del Trono iniziava a definirsi nella sua mente. “Come dice lei, siamo cacciatori solitari. Era solo un idiota prezzolato. Una volta che ha esaurito la sua utilità, mi sono cibato di lui e l’ho lasciato ad attendere l’alba sul lungo Tamigi.”

“Capisco” commentò Janiĉek comprensivo. Gli stava stringendo l’avambraccio sinistro, probabilmente per aiutare il deflusso del sangue. Era così vicino che Guillaume poteva avvertirne l’odore, nitidamente, al di sotto del leggero aroma di colonia. Non era l’odore di un uomo buono. Non era l’odore di un uomo sano.

“Non creda che io voglia spartire le mie attenzioni con altri, al momento lei è al centro del mio interesse. Ma, deve capire, nel caso dovesse capitarle qualcosa di spiacevole, nell’ambito della nostra collaborazione, devo preoccuparmi di avere un altro soggetto. Peccato abbia già provveduto a smaltire questo… come ha detto che si chiamava?”

“Non l’ho detto. Non lo so nemmeno io. Era irrilevante.”

Guillaume doveva ammetterlo, il suo leggendario talento per le menzogne aveva conosciuto performances migliori. Ma forse la sua intelligenza stava defluendo dal corpo insieme al sangue e alle ultime forze. Meglio tacere, allora, prima di fare danni. Meglio dimenticare Raistan, scacciarlo dai pensieri, prima che gli strappassero in qualche modo anche quelli. Non c’era mai stato Raistan, non era mai esistito, non per lui. Così sarebbe stato meglio, sarebbe stato più facile.

 

*


 

Quarta notte

“Kilar Rafael, forse faresti meglio a raggiungermi nelle segrete” disse il capo dei Pretoriani, gli occhi fissi sul monitor di sicurezza.

“Che succede? Qualche problema di disciplina con il nostro illustre ospite?” rispose il giudice, con una nota divertita nella voce.

“Non esattamente. Ti dispiacerebbe scendere?”

Rafael assicurò al suo sottoposto che lo avrebbe raggiunto al più presto, ma si prese tutto il tempo per abbinare la cravatta giusta alla camicia che aveva scelto. Qualunque cosa stesse succedendo, quel bastardo arrogante del Sommo Maestro non meritava la sua fretta. Era stato parecchio soddisfacente, anzi, non degnarlo di una visita, da quando lo avevano rinchiuso. Che riflettesse sulle proprie mancanze nei confronti di un’istituzione importante come il Clan dei Diurni, e sul modo di rivolgersi ad autorità come i Giudici Supremi. Non che non avesse chiesto sue notizie; era curioso di sapere se il trattamento d’urto stava funzionando, ma nessuno era stato in grado di dire quello che passava per la mente dell’Olandese, non dal suo comportamento. Pare che fosse rimasto seduto per tutto il tempo sulla branda, con la fronte appoggiata sulle ginocchia sollevate e le braccia a cingere le gambe, assolutamente immobile e silenzioso, tranne quando si coricava per il riposo diurno. Aveva rifiutato il cibo che gli era stato offerto e non aveva risposto a nessuna domanda, né dei Pretoriani né del suo assistente, Ramsey, che aveva insistito per scendere a fargli visita, ma non aveva ottenuto nemmeno un cenno di riconoscimento. Anche Chen, il guaritore del Clan e amico di lunga data di Raistan, era stato ignorato allo stesso modo, e aveva lasciato la cella sconsolato, quasi sull’orlo delle lacrime.

E adesso cos’era quella novità? Forse il Sommo Maestro era rinsavito e aveva deciso di scusarsi per il suo comportamento? Il Kilarmeth non aveva ancora deciso quale punizione infliggergli, ma molti erano concordi sul fatto che dovesse essere esemplare. Un paio di loro propendevano addirittura per qualche giorno di crocefissione; altri due optavano per un bel trattamento a base di UVA, capace di riportare a più miti consigli anche il più irragionevole dei vampiri; i due rimanenti non si erano ancora pronunciati. Personalmente, Rafael pensava che la sensazione di impotenza derivante dalla prigionia fosse già la tortura peggiore a cui avrebbero potuto sottoporlo. Inoltre non riteneva saggio umiliarlo troppo, con punizioni fisiche; primo, conosceva troppo bene Van Hoeck per illudersi che avrebbero ottenuto qualche risultato; secondo, la conversazione avuta il giorno prima con il suo assistente aveva confermato un timore che già aveva: a parte i Pretoriani, l’esercito dei Diurni era molto legato al loro capo e non vedeva di buon occhio quella manifestazione di forza nei suoi confronti.

“Dovete capire, Kilar… prima di essere il Sommo Maestro, Raistan Van Hoeck è stato per più di un secolo il loro Generale Supremo. I più anziani hanno combattuto al suo fianco innumerevoli battaglie e ottenuto un numero di vittorie impressionante. Lo considerano uno di loro. C’è molto malumore, fra le truppe, che non comprendono il motivo del suo imprigionamento. In fondo, avrebbe voluto una squadra per impegnarla in un combattimento, per salvare la vita di un vampiro antico. Pensano che questo sia lo scopo ultimo del Clan…” aveva detto Ramsey, evitando il più possibile di incontrare lo sguardo del Kilar, seduto alla scrivania nell’enorme ufficio che occupava. Rafael, invece, non gli aveva tolto gli occhi di dosso nemmeno per un attimo, divertito suo malgrado dall’audacia del piccolo vampiro. E dire che Van Hoeck non mancava mai di maltrattarlo…

“Il tuo capo considera le truppe del Clan come una sua proprietà, e i membri del Kilarmeth come suoi sottoposti. Questo stato di cose deve cambiare” gli aveva risposto, gelido. Era stato allora che Ramsey lo aveva sorpreso del tutto: “Di sicuro, la sua carica non è inferiore alla vostra, esimio Kilar…” era sbottato, con voce per una volta decisa e ben udibile. Subito dopo si era reso conto di quello che aveva detto, e del tono con cui lo aveva detto, e si era rattrappito su se stesso come se si aspettasse di essere colpito da un fulmine.

“Farò finta di non aver sentito quest’ultima frase, Ramsey. Vai. Terrò conto delle tue altre osservazioni, invece. Ti ringrazio.”

“Al tuo servizio, Kilar Rafael” aveva sussurrato il piccolo Immortale, dileguandosi con la velocità di un battito di ciglia. Non si poteva mai sapere, vero, che cosa passava per la testa di quei matti dei Giudici?

 

Quando aprì la porta blindata che dava sul corridoio su cui si affacciavano le celle, una decina in tutto, la prima cosa che udì fu una serie di colpi ritmici, lenti e pesanti, come di qualcosa che cozzava contro una superficie metallica. Il capo dei Pretoriani uscì dall’ufficio degli addetti alla sicurezza e gli rivolse un breve inchino.

“Allora? Che sta succedendo? Cos’è questo rumore?”

“Seguimi, Kilar” gli disse il rosso, facendogli strada nella piccola stanzetta disadorna, in cui gli unici arredi erano una scrivania sormontata da diversi piccoli monitor e una sedia, oltre a uno schedario contro la parete più lontana dalla porta. Girarono attorno al tavolo, e la guardia gli indicò lo schermo che forniva una panoramica sulla cella numero 7, quella in cui Raistan era rinchiuso ormai da cinque giorni.

“È da quando si è svegliato, intorno alle tre di oggi pomeriggio, che va avanti così. Ho verificato mandando indietro la registrazione. Prima, mentre ancora dormiva, sembrava soffrire. Soffrire fisicamente, dico. Non ho mai visto un vampiro con il sonno tanto disturbato. E anche con risvegli tanto precoci. Voglio dire, il sole tramonta verso le 18.00… che cosa può provocarli? Mi è sembrato giusto informarti, Kilar. Che cosa suggerisci di fare?”

Rafael continuò a fissare lo schermo, in cui una figura dai lunghi capelli chiari, con il volto striato di nero – non era difficile immaginare la natura delle striature, né il loro colore originale – si avventava ogni pochi istanti contro la porta con ogni mezzo a sua disposizione. Calci, spallate, pugni, a volte persino testate, con lenta e incrollabile determinazione, ancora e ancora e ancora. A volte si afflosciava al suolo, ma subito dopo si rialzava e ricominciava, il tutto nel più completo silenzio. Il Kilar consultò l’orologio da polso.

“Vuoi dire che fa così da… cinque ore?”

“Sì, Giudice. Abbiamo cercato di farlo smettere. Abbiamo anche usato qualche breve scarica di UVA, per dissuaderlo, ma non c’è stato verso. Sembra… impazzito. Se il Clan lo sapesse… ecco…”

Evidentemente, anche il Pretoriano condivideva la stessa preoccupazione di Ramsey e di Rafael.

“Portami da lui. Voglio entrare a parlargli.”

“Non senza scorta!”

“E allora procurami questa dannata scorta, Riley. Muoviamoci, prima che butti giù la porta.”

Il pretoriano digitò un numero sul telefono appoggiato sulla scrivania; pochi istanti dopo, due soldati armati affiancarono lui e il giudice lungo il corridoio, scialbo e disadorno come le celle che ospitava.

“Voglio armi caricate con proiettili sedativi. Se il nostro amato Sommo Maestro si trasformasse in cenere in seguito all’intervento della nostra Guardia personale, ci sarebbero un po’ troppe spiegazioni da dare al resto del Clan.”

“Pretoriani, sostituire le armi” comandò il caposquadra; i fucili vennero abbandonati in favore di pistole dalla lunga canna.

“Aprite e preparatevi a contenerlo, se sarà necessario” ordinò il Giudice che, invero, avrebbe preferito di gran lunga essere nel proprio ufficio, davanti al computer, a giocare in borsa, anziché dover avere a che fare con quello psicopatico.

“Al mio tre, si apre e si costringe Van Hoeck contro la parete di fondo. Manette pronte.”

“Solo se sarà assolutamente necessario, chiaro?”

“Come desideri, Kilar Rafael. Uno… due… tre!”

Veloci come refoli di vento, i tre militari fecero scattare la serratura e si precipitarono all’interno della cella, afferrando Raistan per le braccia e trascinandolo dalla parte opposta della stanza, per dare modo al loro superiore di entrare senza pericolo. L’olandese oppose una certa resistenza, ma dopo pochi istanti cedette e quasi si afflosciò nella loro presa ferrea. Dal vivo era molto peggio di come appariva nel video; il sangue sgorgava copioso da alcuni profondi tagli sulla fronte, coprendogli quasi del tutto il viso e impiastricciandogli i capelli; anche le mani sembravano essere passate in un tritacarne, con le nocche escoriate fino ad esporre la carne viva e alcune unghie spezzate in profondità. Soprattutto, fu lo sguardo di Raistan a trasmettere una leggera fitta di inquietudine al Kilar. Era quello di qualcuno che aveva superato già da un po’ il punto di rottura.

“Che diavolo pensi di fare, Van Hoeck? Sei impazzito?” abbaiò Rafael, rivelando nel tono aspro tutto il disagio che provava in quel momento.

“Devo uscire. Devo andare. Gli stanno facendo cose, tu non capisci. Tu non puoi capire. Ti prego, lasciami andare. Ti supplico, Giudice. Te lo chiedo in ginocchio se vuoi, non mi importa. Mi sono già inginocchiato una volta, davanti a voi, lo farò di nuovo. Farò quello che vorrete. Per favore, lasciami tornare a Londra.” Il tono monocorde e lo sguardo spento con cui queste parole vennero pronunciate avrebbero riempito di gioia i suoi colleghi, perché testimoniavano la resa interiore a cui Raistan aveva dovuto costringere se stesso, ma non diedero alcuna soddisfazione a Rafael che, suo malgrado, aveva sempre apprezzato l’Olandese per il suo coraggio e la sua lealtà. Distolse lo sguardo, anzi, e serrò la mascella, desiderando lasciare al più presto quella stanza.

“Lasciatemi. Voglio inginocchiarmi, lasciatemelo fare. Guardami, Kilar, ti sto pregando. Per favore. Porta qui i tuoi colleghi, supplicherò anche loro. Farò tutto quello che mi chiederete di fare, te lo giuro, ma non condannatemi a… a sentirlo morire… senza poter muovere un dito per salvarlo. Ti scongiuro, Kilar.”

“Alzati, Van Hoeck, per dio, sei uno spettacolo patetico! Che cosa direbbero i tuoi uomini a vederti in questo stato? Tiratelo su, per tutti i diavoli!”

“No. Non mi importa. Voglio restare qui in ginocchio. Ti prego, Kilar. Non volevo mancarvi di rispetto. Non succederà più. Per favore…”

Senza più rispondere, Rafael lasciò la cella. Era furioso con quel pazzo di Olandese, certo, ma anche con se stesso, perché non riusciva a impedirsi di provare qualcosa di molto vicino all’imbarazzo e alla vergogna. Desiderò non essere mai entrato in quella cella, da cui provenivano nuovi tonfi, adesso che la porta era stata richiusa.

“Non voglio più essere importunato per questa faccenda, a meno che Van Hoeck non trovi il modo di suicidarsi o di fuggire, chiaro? Sparategli uno di quei vostri proiettili sedativi e trovatevi qualcosa di meglio da fare che stare ad ascoltare lui, chiaro?”

“Come desideri, Giudice.”

“Fatelo. Adesso. Sono stufo di questi colpi.”

A un secco cenno del caposquadra, uno dei due soldati di scorta tornò sui propri passi, aprì la feritoia e sparò un dardo contro Raistan, centrandolo al torace. Dopo pochi istanti, nessun suono proveniva più dalla cella numero 7. Rafael tirò un sospiro di sollievo, poi tornò nel proprio ufficio e indisse una riunione d’emergenza con i propri illuminati colleghi.

Fu solo dopo varie ore di animata discussione che i membri del Kilarmeth giunsero ad un accordo. Rafael uscì dalla sala dove si era svolto il tempestoso incontro portando con sé un documento che Van Hoeck avrebbe dovuto firmare senza porre condizione alcuna, altrimenti il suo soggiorno nelle segrete avrebbe potuto protrarsi a lungo e ad esso sarebbero seguite sanzioni davvero poco piacevoli. In ogni caso, gli avrebbe lasciato smaltire gli effetti del sedativo e riflettere ancora un po’ sul suo disdicevole comportamento. Non gli sarebbe piaciuto quello che il documento recava scritto, su quello non aveva alcun dubbio, ma era anche certo che lo avrebbe firmato. Perché non aveva alternative. Perché lui stesso si era posto in una tale condizione di inferiorità. Dannato Olandese…

Di un’altra cosa era sicuro, conoscendolo: prima o poi avrebbe presentato loro il conto per quello che aveva passato in quei giorni, sempre che il suo amico fosse ancora vivo. In caso contrario, i Pretoriani e il Kilarmeth avrebbero fatto bene a prepararsi per una guerra interna senza precedenti. Probabilmente avevano ragione i suoi colleghi che suggerivano di eliminare il loro scomodo superiore, facendo passare il malaugurato evento per un suicidio – oh, triste accadimento, quale tragedia – ma il suo personale senso di giustizia, quella che aveva sempre cercato di perseguire ad ogni costo da centinaia di anni, si ribellava con forza a quella scelta. Forse se ne sarebbe pentito, forse no, ma non poteva fare altro.


 

Quinta sera

“Il Kilar Rafael è al tuo cospetto, Sommo Maestro. Guardalo” dichiarò il comandante dei Pretoriani, anticipando, assieme a due dei suoi sottoposti, l’ingresso del Giudice nella cella di Raistan. Lui era raggomitolato sulla branda, voltato verso il muro, e non diede segno di essersi accorto del loro arrivo se non quando il militare lo toccò sulla spalla col calcio del fucile. Allora gli rivolse un ringhio, ma non si voltò e tanto meno si alzò.

“Peccato che tu sia così scontroso, Van Hoeck. Porto buone notizie. Non vuoi sentirle?”

Passarono diversi secondi prima che Raistan si degnasse di rispondere. Ormai aveva perso ogni speranza.

“Buone notizie per chi?” chiese in un sussurro.

Percepì qualcosa di leggero cadere sulla branda, alle sue spalle, e si costrinse a voltarsi. Era una specie di pergamena, o qualcosa del genere.

“Cos’è?” chiese, mettendosi lentamente a sedere. Aveva un aspetto spaventoso, e il sangue versato la sera precedente gli si era solidificato sul viso e sulle mani formando una specie di crosta nerastra in cui gli occhi spiccavano come schegge di ghiaccio.

“Leggilo. Dopodiché ti consiglio vivamente di firmarlo. È il tuo lasciapassare. L’unico che hai.”

Raistan raccolse l’involto e lo aprì, scorrendolo con lo sguardo. Quando arrivò al fondo, la sua mascella era così serrata che Rafael udì chiaramente i suoi denti scricchiolare nel cranio.

“È un ricatto. Un fottuto ricatto.”

“No, è un accordo che porterà vantaggi a entrambe le parti. Siamo vampiri, non facciamo niente per niente, non è così?”

“Ma in questo modo non potrò più…” sussurrò l’Olandese, fissando il foglio con sguardo non più irato, bensì smarrito.

“Potrai tentare di salvarlo. Non è questa la cosa davvero importante?”

Sì. Lo era.

“Dammi una cazzo di penna.”

“Molto saggio, da parte tua, Sommo Maestro. Eccoti la biro, ed ecco anche gli effetti personali che ti sono stati sottratti al tuo arrivo. Potrai servirti del nostro jet per tornare a Londra, ma senza alcun supporto da parte del Clan in termini di uomini, questo sia chiaro. E, a missione compiuta, qualunque sia il suo esito, ci aspettiamo che tu mantenga fede al patto che stai per firmare.”

Raistan rilesse il documento per la terza volta, poi strappò la penna dalla mano del Kilar e appose la sua firma in calce, cercando di impedire alla propria di tremare. Gli parve che una porta si fosse chiusa davanti a sé, quando lo riconsegnò a Rafael.

“Se posso permettermi un consiglio, vai a darti una sistemata nei tuoi alloggi, mentre finiscono di preparare l’aereo. Dopodiché, ringraziami, perché senza la mia intercessione a tuo favore le cose avrebbero potuto andare molto, molto peggio. Hai ancora una speranza di salvare il tuo amico, ed è tutto merito mio e del tuo assistente. Mi devi un favore, Sommo Maestro. E io non dimentico.”

“Nemmeno io, Kilar. Mai.”

Raistan si alzò a fatica dalla branda, lasciò cadere ai piedi del Giudice il documento firmato, poi gli sfilò davanti senza degnarlo di uno sguardo.

 

Londra

“Ce l’hai fatta, allora. Tutto bene?”

Greylord andò a prendere Raistan all’aeroporto, quella notte. Gli bastò guardarlo in faccia, dopo che il vampiro fu salito in macchina, per rendersi conto che era una domanda stupida.

“Ho perso quasi una settimana e ho dovuto firmare un accordo con cui mi tengono per le palle. No, lycan. Non va tutto bene.”

“Che accordo?”

“Non ho voglia di parlarne. Portami a casa, per favore.”

“Non vuoi venire da me?”

“No. Ho bisogno di stare da solo per un po’. Ci muoviamo domani, lycan. Fai che tutto sia pronto.”

“Lo sarà.  Dieci uomini ti bastano?”

“Non sono in grado di dirlo. Potrebbe bastarne uno, oppure non essere sufficiente un esercito. Voi però non muoverete un dito fino al momento che abbiamo stabilito, d’accordo?”

“Io continuo a dire che mi sembra troppo rischioso…”

“Fai che non lo sia. Grazie per il passaggio. Ci sentiamo domani al tramonto, ok?”

“Va bene. E… vampiro...”

“Cosa?” chiese Raistan, una volta sceso dalla BMW.

“Rimettiti in sesto. In questo stato non riusciresti a farcela nemmeno in un asilo.”

“Per questo ho bisogno di te.”

 

Il cottage gli diede il suo triste benvenuto, silenzioso e freddo com’era. Senza accendere le luci, Raistan attraversò il salone e raggiunse la camera da letto, evitando di guardarsi troppo intorno. Tutto gli ricordava Guillaume, là dentro. I mobili che lo aveva aiutato a scegliere, un libro sul comodino dalla sua parte, persino una camicia abbandonata sulla poltrona accanto al letto. Imponendosi di tenere imbrigliate le proprie emozioni, si spogliò e si spostò nel bagno, dove aprì l’acqua della vasca e attese che fosse piena. Era stato il francese a insistere perché installasse anche quella, accanto alla doccia; secondo lui, una sala da bagno non era tale, senza una vasca ampia come una piscina. Alla fine vi si immerse, accogliendo con un sospiro l’abbraccio dell’acqua calda e lasciando che lo sommergesse completamente. Aveva assoluto bisogno di recuperare almeno in parte le forze, almeno qualche stilla di energia fisica e mentale. Si lasciò scivolare nell’animazione sospesa, per non essere costretto a pensare.

Quasi un’ora dopo, con gesti meccanici, uscì dalla vasca, si asciugò e indossò un semplice paio di pantaloni sportivi, poi si spostò in cucina. Mise a intiepidire tutte le sacche di sangue che trovò nel frigo e le scolò una dopo l’altra, appoggiato al tavolo, lo sguardo perso nel vuoto, senza nemmeno accorgersi del loro gusto. Non era importante. Solo cibo.

Sentiva l’alba incombere fuori dalle finestre sigillate e aggiungere stordimento alla stanchezza orribile che lo tormentava da giorni. Non era più riuscito a dormire decentemente e si svegliava sempre molte ore prima del dovuto, con effetti disastrosi. Buttò la plastica delle sacche nel lavandino, spense la luce e tornò in camera, dove si rassegnò a coricarsi in quel letto che gli sembrava troppo grande. Triste come ci si abituasse in fretta alle cose belle, e come fosse difficile fare un passo indietro. Rimase a fissare il soffitto in penombra per quasi un’ora, il corpo rigido come una tavola, le mani contratte, lottando consapevolmente contro l’impulso di allungare il braccio sinistro per toccare quel corpo che non c’era. Alla fine si spostò nel soggiorno e si lasciò cadere sul divano di pelle nera; accese la TV e permise al brusio delle voci provenienti dall’apparecchio di accompagnarlo nel sonno.

 

*

Il giorno successivo, Raistan aprì gli occhi alle cinque del pomeriggio. Dalla TV provenivano le voci eccitate dei concorrenti di un gioco a premi. Lui rimase immobile ancora a lungo, cercando di percepire i segnali provenienti dal proprio corpo. La forma perfetta era un’altra cosa, ma essersi potuto nutrire in abbondanza e aver dormito un numero di ore ragionevole lo avevano rimesso abbastanza in sesto. Nessun segnale da parte di Guillaume. Silenzio assoluto. Se solo non fosse stato troppo tardi…per favore, Fiorellino, resisti. Sto arrivando. Stanotte questo incubo finirà, in un modo o nell’altro. Ti tirerò fuori da lì, oppure morirò nel tentativo. Tanto, qui da solo non voglio più stare.

Il sole sarebbe tramontato da lì a un’ora e mezza, ma non avrebbe avuto senso raggiungere l’Amaranth prima delle dieci di sera; in ogni caso c’erano cose che doveva fare, prima. Cose di vitale importanza. Atropo riprese il sopravvento e guidò i suoi gesti con la precisione che gli era propria. Nulla doveva essere lasciato al caso, nemmeno i vestiti che avrebbe indossato quella sera. Erano le sette, quando uscì di casa per raggiungere una persona che meritava un po’ della sua attenzione, ma che non ne aveva ricevuta molta, in quei giorni. Anche quella era una cosa di vitale importanza.

 

*

Quando aprì la porta dell’appartamento di Guillaume a Belgravia, notò per prima cosa l’odore del francese che ancora permeava ogni cosa, anche se quello della ragazzina stava prendendo il sopravvento. Non ebbe tempo di fare ulteriori considerazioni in proposito, perché Eloisa gli corse incontro e lo travolse in un abbraccio.

“Oh, Dio, allora non mi avete abbandonato tutti! Dove sei stato? Perché non mi hai più chiamato?! Io sto impazzendo, qui, senza sapere cosa succede! Hai trovato mio zio? Non sarà mica… è questo che sei venuto a dirmi? Non…”

Raistan le prese il viso fra le mani con delicatezza, e le rivolse un sorriso dolce.

“Shhh, piccola. Va tutto bene. Stanotte andrò a liberarlo, non ti devi preoccupare. Mi dispiace di non averti più chiamato, ma non potevo. Fidati di me. Te lo riporterò, va bene?”

Esprimerle tutte le proprie paure e i propri dubbi non sarebbe servito a niente, quindi li tenne per sé.

La stretta di Eloisa si fece ancora più forte. Solo in quel momento Raistan si accorse della presenza di un umano nel soggiorno: era Douglas Kane, il loro commercialista, ormai assurto al rango di baby sitter a causa degli eventi catastrofici degli ultimi giorni. L’uomo alzò una mano in un impacciato gesto di saluto, a cui il vampiro rispose con un cenno del capo appena abbozzato. Il disagio dell’umano e la sua paura erano palesi; stava guardando con apprensione Eloisa, chiedendosi come facesse ad avere un atteggiamento così rilassato con un essere come lui.

“Voglio rassicurarla, signor Van Hoeck: mi sono premurato che Eloisa frequentasse la scuola regolarmente, in questi giorni, e che mangiasse come si deve. Ho saputo che il signor De Joie si trova in una spiacevole situazione. Mi lasci dire che spero che tutto si risolva per il meglio. Nel frattempo, potete contare sulla mia presenza, come è sempre stato.”

“Sono contento di sentirglielo dire, Kane. Entrambi teniamo molto a Eloisa. Farà meglio a tenerci anche lei.”

“Oh, ma senza dubbio, io… ehm… farò tutto il possibile per… ehm…” Il volto del povero Douglas era virato alla velocità della luce verso il color cenere, ma Raistan non lo stava già più guardando, la sua attenzione focalizzata sulla ragazza. Appariva stanca e molto più pallida del solito.

“Si sta comportando bene con te?” le chiese, indicando l’umano, che deglutì in maniera rumorosa e sgranò gli occhi.

“Sì, lui è a posto. Però è una frana, a Final Fantasy. Giocheremo di nuovo insieme, vero, Seph?” rispose lei, l’ombra di un sorriso sul volto acerbo.

Raistan pensò a quello che lo attendeva quella sera, e al patto scellerato cui aveva dovuto sottostare con i bastardi del Kilarmeth, ma si costrinse a sorridere ugualmente e le baciò la fronte.

“Certo. E ti straccerò come tutte le altre volte, ragazzina” disse, con un ghigno.

“Perché ti lascio sempre vincere…” commentò lei, con un’eco dell’antica irriverenza, facendolo sorridere ancora.

“Adesso devo andare. Tu vai a letto presto e mangia tutte le verdure, d’accordo?”

“Ok, ok… che noioso… siete tutti uguali, voi grandi” rispose Eloisa, ma sorrideva mentre lo faceva. Tornò ad abbracciare l’Olandese che rispose brevemente alla stretta e poi allontanò la ragazzina da sé, fissandola come a volersi imprimere nella memoria i suoi lineamenti.

“Mi raccomando” aggiunse, baciandole la testa, per poi sollevare lo sguardo e inchiodare sul posto il povero commercialista, che impallidì ancora un po’.

Si voltò e si avviò verso la porta, ma Eloisa lo richiamò per l’ultima volta.

“Dì al capo che gli voglio bene. E ne voglio anche a te.”

Raistan le strizzò l’occhio, poi uscì nella notte fredda.

 

h.22.15 presso l’Amaranth

 

“Allora, controlliamo per l’ultima volta i trasmettitori. Numero uno?” disse Raistan con tono efficiente.

“Attivo. Però devo…”

“Numero due?”

“Ehm… attivo. Stavo dicendo che…”

“Il furgone numero due è sul retro? Hanno anche loro i ricevitori?”

“Sì, ma…”

“Statemi incollati come cozze allo scoglio e andrà tutto bene. Io vado dentro a movimentare un po’ la serata a quegli stronzi. Voi interverrete solo quando saremo arrivati alla meta, d’accordo? Tenetevi in contatto fra di voi e non fate casini.”

“Sì, ma tu…”

“Io starò bene.”

“E se Dancenko non ci fosse, ma qualcuno ti riconoscesse lo stesso dall’altra volta? Raistan, sul serio, mi sembra una follia. Ci sono migliaia di cose che potrebbero andare storte! Io dico di entrare tutti insieme e di costringerlo a modo nostro a sputare le informazioni che ci servono!”

“Ne abbiamo già parlato, lycan, mi stai solo facendo perdere tempo! Io vado. Ci vediamo dopo.”

“Cazzo, vampiro…”

Raistan scese dal furgone, si riavviò i capelli e puntò all’altro lato della strada, su cui si apriva l’ingresso affollato dell’Amaranth.

“Si va in scena, Fiorellino. Guarda il tuo Olandese come riesce bene a fare la figura dell’idiota” sussurrò Raistan, avvicinandosi con passo deciso al gruppo di umani e umane più o meno discinte che aspettavano il loro turno per entrare nel locale. Ignorò file e precedenze e si fece largo a spallate fra di loro, suscitando proteste e insulti. Naturalmente, quando si accorgevano della stazza del prepotente, tacevano subito e si facevano da parte con precipitazione. In pochi istanti, si trovò di fronte al grosso buttafuori dai capelli a spazzola, e lì incominciò lo spasso. Il tizio sgranò gli occhi in un lampo di riconoscimento, portando la mano verso il bavero della giacca, forse per estrarre un’arma, ma il vampiro lo afferrò per la gola e puntò lo sguardo nel suo.

“Mi lascerai entrare senza muovere un dito, ma impedirai l’ingresso a tutte queste persone. Il locale è chiuso, da questo momento in poi. Fatto questo, andrai nel bar là di fronte e ti prenderai la sbronza più clamorosa della tua vita. Non risponderai a nessun appello o telefonata proveniente dall’Amaranth, chiaro?”

“Sì… chiaro…” borbottò l’uomo, facendosi da parte per lasciarlo passare.

“Bravo. Buona serata” disse Raistan, varcando la soglia.

 

Un muro sonoro lo accolse, regalandogli per un attimo una spiacevole sensazione di vertigine. Gli occhi si abituarono immediatamente alla penombra del locale, permettendogli di sondare l’ambiente alla ricerca del proprio obiettivo. Certo non era facile, con tutta quella gente, di cui percepiva odore e flussi di pensieri sconnessi qua e là. Immobile poco oltre il guardaroba, della cui addetta aveva ignorato l’offerta di un posto per la sua giacca, Raistan analizzava ogni viso maschile, pregando con tutto se stesso di trovare il piccolo bastardo da cui dipendeva ogni cosa, ma per il momento di lui non c’era traccia. Temendo di dare troppo nell’occhio, se avesse stazionato ancora a lungo in quel punto, si impose di addentrarsi fra i divani disposti tutti attorno alla pista da ballo, affollata fino all’inverosimile. I lampi delle luci stroboscopiche lo infastidivano, violenti com’erano; l’impressione che tutti si muovessero a scatti, come automi, era fastidiosamente accentuata per lui, con la sua vista più sensibile di quella dei mortali. Il ritmo martellante della musica techno non lo aiutava certo a dominare il senso di stordimento che minacciava di coglierlo da un momento all’altro.

Fu Dancenko ad accorgersi di lui un secondo prima che Raistan lo individuasse; per un attimo, i loro sguardi si incrociarono, poi accaddero due cose, quasi in contemporanea: il russo balzò in piedi come se una molla nel suo sedile lo avesse proiettato verso l’alto; il vampiro esplose in un ruggito bestiale e prese a scavalcare divani e poltrone per raggiungerlo, scaraventando a terra chiunque avesse la sfortuna di trovarsi sulla sua strada. Gli scagnozzi di Dancenko non compresero immediatamente il motivo della fuga del loro capo, ma reagirono come qualsiasi guardia del corpo ben addestrata, creando un muro di corpi davanti a lui ed estraendo le armi all’unisono. Non ebbero il tempo di fare molto altro, perché l’Olandese li travolse con la violenza di uno tsunami e con la velocità di un’ombra, scaraventandoli a terra come birilli, alcuni di loro col collo spezzato. Il piccolo russo, che si era voltato a valutare la distanza, emise uno strillo davvero poco virile e aumentò la propria andatura, per quanto le sue gambe corte gli permettevano. Se solo fosse riuscito a raggiungere la porta blindata che dava sul suo ufficio… dove cazzo erano Boris e i suoi uomini, adesso che gli servivano?! Che qualcuno chiamasse la Polizia, l’esercito, l’Armata rossa! C’era quasi! C’era quasi! Udiva distrattamente le urla di panico dei clienti che riuscivano persino a sovrastare il volume della musica, mentre percorreva gli ultimi metri che lo separavano dalla salvezza; quando si convinse che forse ce l’avrebbe fatta davvero, una spinta alle spalle lo mandò a schiantarsi quasi in volo contro la porta, provocandogli una dolorosa frattura del setto nasale. Un attimo dopo stava fissando molto, troppo da vicino il volto spaventoso del vampiro, le enormi zanne sguainate a pochi centimetri dalla sua faccia stravolta, con la sua mano che gli artigliava la camicia.

“Dov’è? Dimmi dove lo avete portato, bastardi. Dimmelo subito, se non vuoi che ti squarci la gola, pezzo di merda di un umano!!” urlò Raistan che, per dirla tutta, stava aspettando con una certa dose di rassegnazione il momento in cui gli sgherri si sarebbero ripresi dallo sfondamento di pochi minuti prima e gli sarebbero stati addosso. Avrebbe lottato, ma non al massimo delle proprie possibilità, e avrebbe permesso loro di avere la meglio su di lui. Da predatore a preda, proprio come Guillaume. E, se il suo istinto non sbagliava, presto si sarebbe ritrovato nello stesso posto in cui avevano portato lui.

“Io… io non so… di cosa sta parlando…” balbettò Dancenko, guardandosi intorno con aria stravolta, cercando aiuto. Raistan lo staccò dalla porta solo per risbattercelo contro con ancora maggiore violenza, facendogli vibrare il cranio per l’impatto e strappandogli un altro strillo terrorizzato; si guardò alle spalle e, nel fuggi fuggi generale verso l’uscita, vide una torma di uomini che si stavano dirigendo verso di loro. Se ne sarebbe occupato di lì a poco.

“Ah, non lo sai. Il mio amico, Guillaume De Joie. Dimmi dov’è! Dimmelo!!”

Afferrò l’umano per un polso e glielo torse con un movimento fulmineo, registrando con piacere lo schiocco secco dell’osso che si spezzava e il suo grido di dolore, che sovrastò anche le urla e le imprecazioni degli uomini che stavano sopraggiungendo alle sue spalle. E dire che avrebbe potuto incantarlo, ucciderlo e schizzare fuori nel giro di pochi istanti… ma se qualcuno dei suoi sgherri avesse avvertito chi teneva prigioniero Guillaume, avrebbe rischiato di metterlo in grave pericolo. Più di quello che già era, insomma.

Fatevi sotto, teste di cazzo, quanto vi ci vuole?!

Quel pensiero, fatto soltanto di esasperazione e di desiderio che tutto finisse, fu spazzato via da un lampo di luce blu che non lo accecò solo perché dava la schiena alla fonte, ma che lo privò all’istante di ogni energia, donandogli in cambio la sensazione di aver preso fuoco a partire dalla parte posteriore del corpo. Aprì la bocca per urlare, mentre crollava in ginocchio portando con sé Dancenko, che ancora teneva per la camicia a brandelli, ma non ci riuscì e ancora la sensazione di ardere non lo abbandonò, anche se non vedeva fiamme né sentiva odore di bruciato. Nel momento in cui si voltava, scorse per un istante un uomo gigantesco, dai capelli cortissimi di un biondo argenteo simile al suo, incombere su di lui reggendo quasi con noncuranza quella che aveva tutta l’aria di essere una mazza chiodata, un ghigno soddisfatto stampato sul volto squadrato.

Che cazzo?! pensò, poi l’attrezzo, dotato di micidiali spuntoni d’argento, gli si abbatté con violenza estrema sul lato sinistro del cranio, facendogli esplodere nel cervello un lampo bianco di dolore quale non aveva mai provato in tutta la sua lunga vita.

“Il tempismo è tutto, signori” dichiarò il bestione, osservando con sguardo distaccato il corpo del vampiro che si contorceva sul pavimento, preda delle convulsioni. “Il Dottor Janiĉek sarà molto, molto soddisfatto dell’esito di questa serata. Tiratelo su e preparatelo per il trasporto” ordinò agli uomini che lo circondavano.

“Non subito, signor Boris. Anche io e i miei uomini abbiamo diritto a una certa dose di soddisfazione, dopo quello che lui e il suo amico hanno combinato qua dentro, per non parlare della vendetta per la morte del nostro compianto Anatoly…” disse Dancenko, fingendo un dispiacere che non provava e stringendosi il polso fratturato. L’uomo chiamato Boris lo squadrò con fastidio, poi gli lanciò un paio di manette di un metallo quasi bianco, che il piccolo russo quasi fece cadere nella foga di afferrarle.

“Mi sembra giusto. La notte è ancora lunga. Avvertirò il Dottor Janiĉek, e nel frattempo voi potrete avere un po’ di svago. Un consiglio: usatele, ma non stropicciatelo troppo. Il dottore ci tiene ad avere merce di prima scelta” disse, poi estrasse il cellulare da una delle numerose tasche dei pantaloni di foggia militare e si allontanò, la mazza appoggiata alla spalla, come un giocatore di baseball.

 

*

Raistan riprese i sensi un poco alla volta, riacquistando coscienza del proprio corpo un pezzo dopo l’altro. Avvertiva ancora quel terribile bruciore nella schiena, ora nuda; la testa, dal lato sinistro, era un’unica massa di dolore pulsante, maligno. Ebbe in ogni caso l’accortezza di non muoversi e di non emettere nessun suono, per valutare con calma la propria condizione. Percepiva del robusto metallo cingergli i polsi e tendergli le braccia all’infuori, con le gambe piegate sotto di sé, ma non abbastanza per inginocchiarsi né per stare eretto. Una posizione decisamente scomoda, ma che non contrastò per non far capire agli uomini che lo circondavano che si era svegliato. Sentiva voci attorno a sé, che si esprimevano in russo. Peccato non comprendere che cosa dicevano: avrebbe potuto essergli utile per capire le successive mosse di quei bastardi. Quanto tempo era trascorso? L’ultima cosa che voleva era che Greylord, preoccupato, facesse irruzione con i suoi lupi, vanificando tutto quello che stava passando. Sperava solo che i trasmettitori che aveva addosso non fossero andati in tilt per qualche motivo; uno era contenuto nell’anello che portava al medio della mano sinistra, regalo di Greylord, e che gli aveva già salvato la vita in un’altra occasione; il secondo se lo era impiantato personalmente alla base del collo, usando lo stesso sistema adottato per i microchip degli animali. Un regalino di Renfield, quello, uno dei suoi migliori fornitori di gadget tecnologici, che glielo aveva magnificato come uno dei più potenti e precisi nella sua categoria. Se così non fosse stato, non avrebbe avuto occasione di lagnarsene.

Una secchiata di acqua gelata interruppe le sue riflessioni e gli fece alzare la testa e aprire gli occhi di scatto. L’occhio destro, per lo meno. Adesso che ci faceva caso, sentiva la parte sinistra del volto come se gli avessero iniettato una robusta dose di assenzio e laudano: completamente morta.

“Bentornato fra noi, signor…?”

“Succhiami il cazzo, stronzo” ringhiò Raistan, anche se con una dizione molto meno chiara di quanto avrebbe voluto. Un pugno di notevole potenza lo colpì al volto proprio dalla parte sinistra; ne avvertì l’urto, che gli fece scattare la testa in direzione opposta, ma nessun dolore. Quel bastardo con la mazza gli aveva fatto un favore, pensò, e scoppiò a ridere con grande disappunto dei suoi carcerieri. Il colpo successivo arrivò frontalmente e gli ruppe il naso, ma un folle impulso lo spinse a ridere ancora, mentre cercava di fare forza per spezzare i bracciali che lo tenevano bloccato alle pareti tramite robuste catene. Per il momento, però, sembrava un’impresa superiore alle sue forze.

“Ti diverti, upir? Vedrai come ti divertirai più tardi, quando il Dottore metterà le mani su di te, come ha fatto con il tuo amichetto… io l’ho visto, sai. Non è per niente in forma, no. Uno spettacolo patetico, davvero. Del suo bel faccino non è rimasto nulla, nemmeno gli occhi. Puf! Bruciati, che peccato…”

Un coro di risate accolse le parole di scherno di Dancenko; Raistan strinse i denti per mantenere il controllo, anche se ogni sillaba pronunciata da quel bastardo gli aveva fatto venir voglia di urlare. Temeva che se lo avesse fatto non sarebbe più riuscito a smettere.

“Vedo che ti è passata la voglia di ridere… vuoi i dettagli? Li vuoi?”

Il vampiro aspirò un po’ del sangue che gli stava colando in gola dal naso spaccato e lo sputò sulle scarpe lucide del russo, che strinse gli occhi e lo colpì a sua volta usando la mano sana, ma con risultati deludenti: tutto quello che ottenne fu una nuova risata.

“Sei una mezza sega, Vlady. Posso chiamarti Vlady, vero? Tutto qui quello che sai fare, tappetto?”

“Non voglio sporcarmi le mani con un cadavere. Ragazzi, divertitevi. Pensate ad Anatoly e ai vostri colleghi, mentre lo fate. E, già che ci siete, potreste fargli sputare la formula di quella roba che ha trasformato lui e la ragazza in belve. Non mi dispiacerebbe battere il dottore sul tempo e avere una merce di scambio tanto preziosa…”

Uno degli energumeni lo prese per i capelli e lo costrinse a sollevare la testa, per guardarlo in faccia; nessuno però gli aveva insegnato che è molto, molto pericoloso incontrare lo sguardo di un vampiro. Raistan lo agganciò all’istante e gli rivolse un ghigno da squalo, anche se un po’ più ampio dalla parte destra della bocca: “Uccidili tutti. Adesso. Obbedisci” gli comandò. Venne zittito dall’ennesimo colpo al viso, che gli fece scattare la testa all’indietro e poi di nuovo in avanti, ma ebbe la soddisfazione di vedere il “suo” uomo estrarre la pistola dalla fondina ascellare e freddare il collega più vicino, mentre nella stanza si scatenava il caos. L’espressione sul viso dello sgherro era di sbalordimento e puro orrore, nondimeno prendeva sistematicamente di mira chiunque entrasse nel suo campo visivo e faceva fuoco, un colpo dopo l’altro. Riuscì a ucciderne ancora uno e a ferirne un paio, prima di venir ucciso a sua volta con una pallottola che lo raggiunse in mezzo alla fronte. Il silenzio attonito che seguì fu interrotto dall’ennesima sghignazzata di Raistan, che si stava godendo i risultati della sua piccola magia, anche se sapeva che gli sarebbe costata cara.

“Ops!” esclamò, con aria candida. “Poco affidabili i tuoi uomini, nanetto. Dovresti sceglierli meglio” commentò, osservando i cadaveri che giacevano a pochi metri da lui. Il viso di Dancenko assunse una preoccupante sfumatura porpora, mentre gli occhi si stringevano in due fessure incandescenti, ancora più evidenti per le tumefazioni che stavano affiorando tutto intorno, a causa del naso spaccato.

“Non me ne frega un cazzo di quello che ha detto quello stronzo di Boris. Massacratelo.”

I suoi uomini sembravano non aspettare altro. Senza mai togliere gli occhi di dosso all’Olandese, si armarono con lentezza di tirapugni d’acciaio e di spranghe, poi lo circondarono da ogni parte. Raistan mostrò loro i canini, soffiando come un gatto inferocito; un attimo prima che l’attacco iniziasse, il vampiro strattonò con violenza i bracciali che gli serravano i polsi, da entrambi i lati. Con suo stesso sbalordimento, le placche che assicuravano le catene ai muri cedettero, forse a causa dell’umidità che rendeva friabili le pareti dello scantinato in cui l’avevano portato. Ci fu un attimo di stasi completa, che servì a ognuno dei presenti per rendersi conto di quello che era appena accaduto, sebbene da punti di vista diametralmente opposti, poi Raistan scattò, usando le lunghe catene che ancora gli pendevano dai polsi come fruste micidiali. Uno degli sgherri del russo si ritrovò a volare attraverso la stanza con un metro di acciaio avvolto attorno al collo; cozzò contro la parete con un tonfo orribile e stramazzò a terra. La stessa sorte toccò a un secondo uomo, mentre Dancenko sbraitava ordini che nessuno era in grado di eseguire, perché il vampiro li teneva tutti a distanza facendo vorticare le catene attorno a sé, a una velocità impensabile per qualsiasi essere umano.

Eppure, Raistan non pensava alla fuga. Non era quello il suo scopo. Voleva solo evitare, per quanto possibile, che lo danneggiassero tanto da non poter essere di nessuna utilità per Guillaume, quando finalmente fosse giunto alla meta. Sferzò volti, frantumò denti e, quando decise di rivolgere le sue attenzioni su Dancenko, questo fuggì dalla cantina come se avesse avuto il diavolo alle calcagna, cosa che non si allontanava poi tanto dalla verità. L’Olandese, tuttavia, cominciava a risentire della stanchezza e del malessere; non avrebbe potuto resistere ancora a lungo. Quando la porta della cantina si spalancò di nuovo, portando con sé l’ometto furioso assieme a Boris e a numerosi uomini in tenuta militare come lui, si limitò ad alzare le mani in segno di resa, ma non riuscì a trattenere l’ennesimo ghigno soddisfatto. Il mercenario si guardò intorno impassibile, poi rivolse uno sguardo disgustato al gruppo dei sopravvissuti, piuttosto malconcio, e a Dancenko stesso, che sembrava sul punto di morire di un colpo apoplettico.

“Lo ucciderò! Gli strapperò le braccia, gli occhi, qualunque cosa! Lo voglio morto, questo schifoso! Qui! Adesso! Si fotta il dottor Janiĉek, lui è mio!!”

“Mi dispiace deluderla, ma il dottore lo sta aspettando con una certa impazienza, e io eseguo i suoi ordini e basta. Voi, levatevi di mezzo” intimò Boris agli scagnozzi di Dancenko, che avevano circondato Raistan e fissavano i mercenari con aria minacciosa. Pistole di grosso calibro si materializzarono in entrambi gli schieramenti, e Raistan scosse la testa. Ah, Fiorellino… avrei già potuto scappare mille e mille volte, e invece mi sono trasformato nella ricompensa di un giochetto mortale… però adesso so da che parte stare.

Impugnando la catena come un laccio, il vampiro assalì l’uomo davanti sé, che lasciò partire un colpo.

Fu come se qualcuno avesse gettato un fiammifero acceso in una polveriera. Gli uomini di Boris erano sicuramente dei professionisti abituati a gestire la tensione anche in situazioni estreme, ma lo stesso non si poteva dire di quelli di Dancenko.

Quell’unico colpo sparato per errore fu interpretato come una deliberata aggressione, e scatenò un inferno di proiettili che volavano in tutte le direzioni e rimbalzavano sulle pareti, in una cacofonia di urla, imprecazioni e spari. Solo le urla di Boris riuscivano a emergere dalla confusione.

Dancenko fu uno dei primi ad essere colpito, e stramazzò a terra con un’espressione incredula sul viso; la stessa sorte toccò in pochi istanti a quasi tutta la sua squadra e a due degli uomini di Boris. Approfittando del caos estremo, Raistan si fece largo tra di loro e raggiunse proprio il capo dei mercenari. Quest’ultimo lo intercettò subito. Era chiaro che fosse stato ben istruito e che, a dispetto della concitazione del momento, fosse pienamente consapevole che il vampiro restava l’elemento di pericolo maggiore, all’interno della stanza. Una lieve contrazione gli indurì la mascella segnata da una cicatrice antica, mentre estraeva da una fondina dietro i pantaloni un lungo Bowie dalla lama seghettata. Ma prima che potesse fare la sua mossa, Raistan si accorse che uno dei sopravvissuti della gang di Dancenko aveva sollevato la pistola per freddare il suo imperturbabile avversario e si frappose fra i due, facendogli scudo con il proprio corpo, voltato di schiena. L’impatto dei proiettili fu più doloroso del solito e l’Olandese si irrigidì con un ringhio, usando il russo come appoggio, gli occhi e i denti serrati. Quando, dalle proprie spalle, giunsero solo i frenetici click che indicavano che il caricatore era finalmente vuoto, il vampiro non si voltò. Approfittò dell’impercettibile istante di esitazione che la sua azione aveva causato nel russo, per passargli la catena intorno al collo in due giri e inchiodarlo con la schiena contro il proprio petto, stringendolo in una morsa d’acciaio. Quando si rivolse verso il suo assalitore lo fece portando con sé Boris, che tentava di allentare la stretta della catena sulla propria gola, ma sembrava, tutto sommato, molto calmo. I suoi uomini lo fissavano con sguardo mortifero, ma non si decidevano ad agire, mentre i due superstiti della squadra di Dancenko se la diedero a gambe oltre la porta dello scantinato.

“Adesso mi porterai dove tengono il francese, bello mio, o ti stacco questa testa di cazzo, chiaro?”

Il mercenario sospirò appena, poi sibilò un ordine a uno dei suoi uomini, che stava estraendo dalla fondina quello che aveva tutta l’aria di essere un taser.

“Non hai alcuna possibilità” disse poi, rivolto al vampiro alle proprie spalle. “Non hai idea contro cosa ti stia mettendo.”

"È proprio quello che voglio scoprire, stronzo. Di’ ai tuoi uomini di gettare le armi. La mia pazienza si è esaurita molto tempo fa, e non sono mai stato un tipo paziente."

Non ci fu bisogno di un altro ordine. I mercenari abbassarono le armi, ma rimasero in evidente tensione. Davano l'idea di gente abituata ad agire in situazioni estreme improvvisando, se necessario.

Boris teneva le mani alzate, all'altezza del petto. Aveva smesso di tentare di liberarsi.

"Che cosa vuoi?" domandò al vampiro alle proprie spalle.

"Voglio che mi porti dove tenete prigioniero il mio amico, te l'ho già detto. E voglio andarci adesso. Muoviamoci."

Ma il russo non sembrava intenzionato a muovere un passo. Per Raistan non sarebbe stato un problema sollevarlo di peso, o meglio ancora trascinare la sua dannata carcassa a peso morto. Ma quello era il momento della fottuta diplomazia.

"Forse non ti è chiaro cosa succederà se non farai quello che ti ho detto" ringhiò all'orecchio del mercenario.

"Mi è chiarissimo invece" rispose quest'ultimo con una calma apparentemente inscalfibile. "Tu mi decapiterai e i miei uomini ti spareranno addosso raggi UV finché sarai ridotto a un arrosto, ma con un odore meno gradevole."

La risposta dell'umano spiazzò Raistan, strappandogli un ringhio. Sapeva di avere bisogno di lui, per trovare Guillaume, e ucciderlo non gli pareva un'opzione intelligente, dopo tutto quello che aveva fatto per farsi catturare. Decise che il minuto della diplomazia era finito e quasi sollevò di peso l'umano, trascinandoselo dietro verso la porta dello scantinato, gli occhi puntati sui suoi uomini che lo fissavano con sguardo da predatore.

"Devi capire una volta per tutte che sono io che comando, adesso."

Il mercenario non oppose resistenza. Non il genere di resistenza che il vampiro poteva aspettarsi. Era chiaro che fosse un osso duro, c'era da chiedersi quanto. Raistan armeggiò con la maniglia alle proprie spalle per abbassarla, poi ordinò a Boris di richiudere la porta, per imprigionare all'interno i suoi uomini. Ancora, Boris non accennò ad eseguire il suo ordine, nonostante Raistan intensificasse la stretta sulla sua gola; il verso che gli sfuggì dalla bocca poteva essere un rantolo come una specie di risata. Gli uomini all'interno della cantina mossero alcuni passi in avanti, mentre un sorriso fioriva anche sul loro volto.

"Chiudi, ti ho detto, stronzo!" urlò il vampiro, voltandosi a guardare la rampa di scale che li avrebbe condotti al piano superiore. Gli parve interminabile e pensò che sarebbe stato molto più semplice arrendersi, seguendo la propria intenzione originaria.

"Ti conviene lasciar perdere, e forse vedrai un altro tramonto."  La voce dell'uomo usciva strozzata, ma udibile. "L'altro è spacciato, e se non te ne vai farai la stessa fine." La voce gli si spezzò quando Raistan accentuò la stretta. Gli ci volle un momento per poter riprendere. "E sì, ti conviene sfruttare questo piccolo vantaggio per ammazzarmi, perché se mi ordineranno di venirti a cercare non ti lascerò scampo, vampiro."

"Dicono che l'inglese sia una lingua facile, ma tu devi avere qualche problema di comprensione. Ho detto che voglio essere portato dove lo tenete, è chiaro?" Questa volta lo sospinse in avanti, di nuovo verso la cantina, ma senza allentare la stretta sulla sua gola. "Chiudi questa cazzo di porta" gli sibilò, strattonandolo con violenza estrema. Per la prima volta, l'umano emise un verso di sofferenza.

L'azione degli uomini di Boris fu perfettamente sincronizzata. Fin troppo, per semplici umani. Tre dei mercenari si buttarono sulla porta, spalancandola, mentre un quarto, un ragazzo giovane, con occhi così chiari da sembrare incolore, estrasse una pistola dalla forma bizzarra e fece fuoco. Raistan incontrò il suo sguardo per una frazione di secondo. Fece in tempo a pensare: "Che cazzo sta facendo questo idiota?  Ammazzerà il suo capo!" poi il mondo esplose in una luce accecante, come se un frammento di sole fosse precipitato senza rumore.

Raistan serrò gli occhi e scattò di lato. L'istinto agì prima della mente, e l'istinto gridava solo una cosa: via, via, via da tutta questa luce!!

Rotolò sul pavimento, provando un immediato sollievo quando ne avvertì il gelo solido sotto le membra. Quando riaprì cautamente gli occhi, la prima cosa che notò fu che il suo corpo fumava. Probabilmente era stato solo il fatto di essere bagnato a evitargli di finire arrostito. Ma per quanto?

"Uhm... resistente, il bastardo. Non è bruciato come gli altri. Meglio così. Il Dottor Janiĉek potrà studiarlo più a lungo. Carichiamolo sul furgone e andiamo alla clinica, siamo già in ritardo, per colpa di questi idioti. Glielo avevo detto, di usare le manette di titanio. Ivan, recuperale e mettigliele.  Non mi fido di questo schifoso." Coricato in posa scomposta sul pavimento, a pancia in giù, Raistan si finse per la seconda volta privo di sensi e lasciò che le braccia gli venissero bloccate dietro la schiena. La pelle gli bruciava in modo quasi insopportabile. Ma era quel quasi che avrebbe fatto la differenza.

 

*

Raistan attese che tutti se ne andassero e che il silenzio calasse intorno a lui, prima di aprire gli occhi. Aveva provato una certa soddisfazione nel percepire gli sforzi che quei bastardi avevano dovuto fare per trasportarlo a peso morto. Avevano sbuffato parecchio. Nessuna lamentela però. Proprio dei bravi soldati. Solo Boris aveva parlato a un certo punto, dopo che lo avevano scaricato dal furgone e portato all'interno di un edificio. La clinica.

"Vado a dire al Dottore che il soggetto è pronto. L'altro è stato spostato dopo l'ultima seduta. Sistematelo nella gabbia."

Pochi ordini precisi. Doveva costare parecchio farsi proteggere da uno così.

Sebbene tenesse gli occhi chiusi, i sensi di Raistan erano attivati al massimo a captare segnali che gli permettessero di percepire l'ambiente che lo circondava. La clinica sembrava essere in tutto e per tutto ciò che il suo nome suggeriva.

Odore di pulito, di nuovo.  Tutto sembrava appena costruito, installato, poco usato.

Ecco, questo era quello che lo colpiva di più. Il senso di non usato. Il suo olfatto gli diceva che nessuno aveva dormito in quei letti, nessuno era stato visitato da quegli strumenti. Il silenzio che gli rimbombava nelle orecchie, turbato solo dai passi dei mercenari e dal ronzio dei macchinari, gli raccontava la medesima realtà.

La clinica era un luogo popolato solo da fantasmi che mai ne avevano calcato i corridoi.

Quando infine fu certo di essere solo si mosse. Anche la sala in cui si trovava puzzava di nuovo. Ma non solo. Quello che aveva avvertito quando vi erano entrati aveva rischiato di fargli perdere il controllo e mandare a puttana tutto il piano. Sotto l'odore asettico di detergente aveva sentito il sangue. E non un sangue comune, no. Era il sangue di Guillaume. La stanza ne era completamente immersa, pervasa, come se le pareti stesse ne fossero impregnate.

Sangue, e nel sangue sofferenza. E paura.

Restò sul fondo della gabbia, talmente devastato da quella sensazione spaventosa da non rendersi conto del dolore che lo lambiva ovunque il suo corpo entrava in contatto col pavimento. Ma a un certo punto non poté più ignorarlo. Si alzò in piedi, ma non provò il sollievo che si sarebbe aspettato. Il motivo era evidente, davanti ai suoi occhi ora aperti. Era in una gabbia, sì, ma di certo non una gabbia comune. Osservò con un misto di orrore e fascinazione le sbarre che lo circondavano. Sembravano...  Forse erano fatte di luce, una luce quasi accecante, nella quale era possibile intravedere un'anima viola. La gabbia era grande appena per permettergli di stare steso, con le ginocchia flesse... ammesso che potesse resistere steso sul fondo d'argento. Chiunque l'avesse concepita doveva avere una particolare propensione a procurare dolore, e conoscenze sufficienti per sapere come farlo a quelli come lui. Anche la gabbia era permeata dall'odore di Guillaume. Doveva essere stato lì fino a poco prima, prima della seduta, qualsiasi cosa significasse. Raistan lottava contro se stesso, contro l'urgenza che lo sospingeva a lanciarsi contro quelle sbarre splendenti, e sicuramente letali, contro la rabbia alimentata istante dopo istante dall'eco disperata di quella presenza tutt'intorno a lui.

Quando la porta si aprì con un ronzio, fu colto dall'istinto di afferrare le sbarre con le mani. Resistette.

"Si è già ripreso" lo salutò una voce ammirata. L'uomo era solo. No, non l'uomo. Il Dottore, come suggeriva il camice bianco che fasciava la figura snella. Si avvicinò alla gabbia senza alcuna precauzione, segno che era molto ansioso di esaminare il suo nuovo ospite, o molto sicuro dei propri sistemi di sicurezza. Raistan decise di propendere per la seconda ipotesi.

"Non l'hanno strapazzata troppo, vero? Il signor Boris mi ha informato che ha dato filo da torcere ai suoi uomini. Credo che la ammiri un po', sa?"

Attraverso le sbarre, la figura in bianco sembrava vibrare di luce. I capelli biondo scuro ricadevano ai lati di un viso dagli zigomi pronunciati, ai quali era difficile dare un'età. Poteva avere venti come quarant'anni. Da dietro le lenti degli occhiali sottili, i suoi occhi chiari scrutavano il vampiro con interesse.

"Sai che cazzo me ne frega di quello che pensa quel bastardo... dov'è Guillaume De Joie? Che cosa gli hai fatto, pezzo di merda? Ti strapperò il cuore e me lo mangerò, lo sai, vero?"

La smania di afferrare le sbarre e scuoterle era sempre più forte. Raistan strinse i pugni fino a conficcarsi le unghie nel palmo. Un'orribile sensazione di svuotamento si stava impossessando di lui, ma non voleva che il dottore se ne accorgesse.

L'uomo sbatté le palpebre e la sua espressione passò dall'interesse allo stupore.

"Oh... capisco. Lei è il signor...?"

"Sono il signore che ti farà rimpiangere di essere nato, ecco chi sono. Fammi uscire, stronzo. Fammi uscire ADESSO!"

Raistan cercava di agganciare lo sguardo del damerino che gli stava davanti e che lo fissava come se stesse ammirando un animale esotico, ma l'uomo non lo guardava mai negli occhi.

Una ruga sottile apparve sulla fronte dell'uomo, e non era la sola. A ben guardare, ne aveva parecchie, rughe d'espressioni agli angoli degli occhi e della bocca. Forse non era poi così giovane...

Aprì una cartelletta che aveva tra le lunghe mani sottili e scorse brevemente alcuni appunti.

"Bene, immagino siano questi i termini del rapporto che vuole instaurare con me" sospirò infine. "Non potevo sperare di essere così fortunato due volte, immagino," Abbozzò un sorriso. "La chiamerò Beta, visto che per lei non fa differenza. Di solito usiamo questa terminologia su altri soggetti, ma cercherò di venirle incontro."

"Se mi fai uscire, ti faccio vedere io che tipo di rapporto voglio instaurare con te. Molto da vicino. Voglio vedere Guillaume. Voglio vedere che cosa gli hai fatto, stronzo. Prega che stia bene. Prega su tutto quello che hai di più sacro, perché te ne farò pentire, se gli hai fatto del male." La voce di Raistan era gelida, sibilante di minaccia. Cercò di scagliare contro il dottore un'ondata di aura malefica, ma le forze lo stavano rapidamente abbandonando e lo sforzo lo fece barcollare visibilmente, suscitando un sorriso in Janiĉek.

Ma dov'era Greylord? Perché non arrivava? Qualcosa era andato storto con i trasmettitori che aveva addosso? Il pensiero che qualcosa del genere potesse essere accaduto si concretizzò nella mente di Raistan, aumentando il suo desiderio quasi soverchiante di tentare la fuga. Controllo, si impose. Controllo. Arriverà. Sta per arrivare.

"Sono affascinato da questa dedizione al signor De Joie" osservò il Dottore, prendendo un altro appunto sulla cartelletta. "Molto affascinato..."  ripeté, studiando la figura del vampiro, la penna che picchiettava sulle labbra sottili. "Immagino abbia a che fare con lo scambio di sangue...  Crea un legame paragonabile a quello dei membri di un branco. Interessante" concluse la sua dissertazione scientifica.

"Felice di suscitare il tuo interesse. Adesso fammi uscire di qui, prima che qualcuno si faccia male. Credimi, potresti rimpiangere molto amaramente di esserti impicciato nelle faccende di esseri come noi... dimmi cosa vuoi. Magari possiamo trovare un accordo, che ne dici?"

Mantenere un tono urbano, quasi cordiale, gli costava uno sforzo terribile, oltre al fatto che per ogni minuto che passava aveva l'impressione che qualcosa lo stesse intossicando, ma lo fece lo stesso, anche se le sue nocche erano sbiancate per la forza che metteva nel contrarre i pugni.

"Cosa voglio. Molto semplice" sorrise il Dottore. Sembrava lieto di poter passare alle questioni pratiche senza ulteriori indugi. "Voglio il suo sangue, Signor Beta. Non tutto, ma buona parte di esso. E non in un'unica estrazione. Ho riscontrato che esagerare in tal senso può risultare controproducente sul lungo termine" osservò, con una vaga espressione di disappunto. I suoi occhi schermati dagli occhiali sottili andarono a una strana struttura posta sull'altro lato del laboratorio. Attraverso le sbarre luminose Raistan riconobbe una sorta di imponente scranno in metallo liscio e lucidissimo.

Il Dottore tornò a guardarlo. "Al momento non credo sia opportuno farle incontrare il Signor De Joie. Egli è, diciamo, non in forma. Meglio lasciare che si riprenda dalle sue recenti fatiche."

Riaprì la cartelletta, mentre la porta del laboratorio si apriva e un uomo entrava. Perfino a quella distanza e nonostante la spossatezza Raistan seppe che non era un uomo comune. Lo vide accostarsi al Dottore, ma i suoi occhi color dell'ombra non lo lasciarono nemmeno per un istante.

"Che succede, Raoul? Lo sai che non mi piace essere disturbato mentre lavoro nel laboratorio" sbuffò il Dottore. Aveva il tono di chi rimproverasse un bambino molesto. L'uomo, o colui che di un uomo aveva l'aspetto, sembrava sofferente, come se fosse stato ferito e fosse in via di guarigione. "Credo dovrebbe venire di sotto, Dottore" disse solo, la voce roca, simile a un ringhiò trattenuto. Lanciò un'ultima occhiata al vampiro prima di uscire, e Raistan registrò che non vi era ostilità in quello sguardo, quanto una sorta di... compassione?

Se avesse avuto un cuore funzionante, Raistan lo avrebbe sentito balzare nel petto. Forse era il momento! Forse Greylord era arrivato e stava spaccando culi a destra e a manca. Una volta rimasto solo, cedette allo sfinimento e si sedette sul pavimento d'argento della cella, facendo attenzione a che nessuna parte scoperta venisse a contatto col metallo. Si cinse le gambe con le braccia e chinò la testa contro le ginocchia, chiudendo gli occhi. Poi, raccogliendo ogni stilla della propria energia mentale, lanciò un richiamo a Guillaume, sperando, pregando che potesse sentirlo: "Sono qui Fiorellino, resisti. Tra poco ti porterò a casa."

 


 

 

X

 

Tre ore.

C’erano volute tre ore prima che Greylord potesse rilevare un qualche tipo di movimento sul ricevitore delle due cimici. Seduto su uno dei due furgoni con il proprio braccio destro, Skinner, aveva avuto la tentazione infinite volte di fare irruzione nell’Amaranth per vedere quello che stava succedendo e aveva faticato sempre più a mantenersi fermo sul sedile. Il suo secondo gli lanciava di tanto in tanto occhiate incuriosite, fumando una sigaretta dopo l’altra e gettando la cenere fuori dal finestrino, ma senza commentare. Non aveva certo fatto salti di gioia, quando aveva saputo che avrebbero rischiato le chiappe per salvare un succhiasangue, ma sapeva dell’amicizia del suo capo con Van Hoeck e non aveva nemmeno iniziato una discussione, sapendola persa in partenza. Sul retro del mezzo, quello piazzato a poca distanza dall’uscita posteriore del locale, altri quattro uomini erano passati da un vago fastidio a vere e proprie proteste, ma Skinner stesso li aveva zittiti più volte, sapendo per esperienza che non era saggio portare il suo capo a un livello di nervosismo eccessivo. Persino un licantropo della sua età avrebbe potuto perdere la testa e trasformarsi in momenti poco opportuni.

“Tranquillo, il bestione biondo starà spaccando il culo a tutti, là dentro. Ci sono solo umani, no?”

“Non possiamo saperlo! Se non succede niente entro mezz’ora io entro, ti avverto, e voi vi comporterete di conseguenza. E dammi una sigaretta, porca puttana. Hai paura che muoia di cancro?!”

Skinner alzò gli occhi al cielo, poi gli porse il pacchetto di sigarette, da cui Greylord faticò non poco ad estrarre il cilindretto di veleno. Lo fece imprecando e con le mani che tremavano, e quando si accorse che l’amico lo stava fissando lasciò risalire un ringhio mortifero dalla gola.

“Non hai niente di meglio da guardare, Skin? Lasciami in pace! E che cazzo!”

“Va bene, va bene, scusa! Impazzito per una sanguisuga spilungona... robe da matti.”

Un attimo dopo, la mano di Greylord gli stava artigliando la gola in una presa ferrea e il suo viso era a pochi centimetri dal suo.

“Quando vorrò sapere la tua opinione in merito, te la chiederò, chiaro? Non mi rompere le palle!”

“Capo, quando ti ci metti sei una vera pigna nel culo. Ehi…” esclamò, dopo aver abbassato gli occhi sul ricevitore appoggiato sulle ginocchia di Greylord. Gli diede una gomitata, indicando lo schermo luminoso su cui il pallino rosso che rappresentava Raistan si stava spostando lentamente verso di loro. Greylord imprecò e si rizzò a sedere, gettando la sigaretta dal finestrino. Anche il secondo monitor indicava un’attività simile.

Dalla loro postazione, potevano scorgere la porta dell’ingresso di servizio del locale senza essere visti; dopo pochi istanti, videro uscire un gruppo di uomini che trasportavano qualcosa di grosso avvolto in un lenzuolo. Cristo… il lycan sapeva che il piano di Raistan consisteva nel farsi catturare per poter arrivare al suo amico, ma aveva sperato di vederlo almeno uscire sulle proprie gambe, anche se prigioniero. Prese il microfono della ricetrasmittente installata sul furgone e si mise in comunicazione con il secondo mezzo, senza mai perdere di vista i russi e il loro prezioso carico.

“Ci stiamo muovendo. Stateci dietro. Passo.”

“Ricevuto.”

“Vai, Skin. L’unica cosa che voglio è massacrare quei bastardi.”

“A me basta massacrare qualcuno, non faccio così il difficile. Se andasse male, possiamo papparci il tuo amico e la sua checca?” chiese l’uomo, un bestione barbuto che non avrebbe sfigurato in un bosco, a segare tronchi centenari, mentre si immetteva sulla strada principale con il furgone. Greylord stava per rispondergli in malo modo, ma vide il ghigno sulla sua faccia e si fece scappare una sghignazzata che lo fece sentire un po’ meglio.

“Bei tempi, quelli… ti ricordi com’erano buoni, quando la loro carne era intrisa di paura?”

“Ah, sì, non me ne parlare. E dopo una giornata al sole… croccanti fuori, morbidi dentro… cazzo, piantiamola, mi sta venendo fame.”

“Bene. Tienila per dopo. Svolta a destra, dopo quella pizzeria. Fantastici questi aggeggi moderni, specie quello che si è impiantato quel fottuto vampiro. Possiamo stare a distanza e non rischiare di essere individuati.”

“Meraviglie del mondo moderno, capo. Ai nostri tempi andavamo a fiuto…”

 

Dopo circa mezz’ora notarono che le lucine rosse su entrambi i piccoli schermi si erano stabilizzate.

“Credo che ci siamo. Fermiamoci laggiù, e organizziamoci. Entreremo mutati, in modo da non perdere tempo e da essere più resistenti ai proiettili, caso mai ci fossero guai. E prevedo che ci saranno. Non sono certo dei novellini, se hanno messo KO due vampiri come quelli.”

Skinner annuì, mentre parcheggiava il van accanto al marciapiede. Alla loro destra si estendeva la macchia scura di un grosso parco, a quell’ora deserto; il punto localizzato dal trasmettitore era qualche centinaio di metri più avanti, ma il lycan non voleva rischiare che i loro mezzi venissero individuati, senza contare che il parco era il luogo ideale per permettere alla bestia in loro di svegliarsi. Dopo pochi istanti, anche il secondo furgone si fermò a poca distanza dal primo. Sei uomini massicci e piuttosto incattiviti dall’interminabile attesa ne discesero, ruotando le spalle e la testa per sgranchirsi i muscoli del collo.

“Era ora, cazzo! E tutto per uno stronzo che starebbe meglio da morto!” ringhiò uno di loro, un biondo con una cresta da mohicano e la faccia da pazzo, noto nel branco di Greylord per aver strappato le braccia a un vampiro con la pura forza bruta. Gillespie, era il suo vero nome, ma tutti lo chiamavano Strip.

“Tu vedi di non cominciare, o ti rispedisco sul van a calci in culo, chiaro?” gli ringhiò Greylord, passando in rassegna uno ad uno i suoi uomini. Li aveva scelti per la loro ferocia, ma anche per la loro freddezza e indubbia intelligenza. Non voleva dei coglioni che dessero i numeri al momento sbagliato, mandando tutta la missione a puttane. Strip era un elemento di prim’ordine nonostante il suo odio estremo per i vampiri che, d’altronde, avevano sterminato la sua famiglia quando lui era ancora un bambino, parecchi secoli prima. Inoltre era un esperto elettricista, e a lui serviva qualcuno che sapesse armeggiare con fili e collegamenti per poter togliere la corrente al posto dove tenevano prigioniero Raistan e agire con il favore delle tenebre. Alla minaccia del proprio capo, Strip borbottò qualcosa di incomprensibile, ma non replicò.

“Allora, adesso ce ne andremo nel parco e muteremo, a parte Strip, che recupererà anche i vestiti di tutti e li riporterà sul van, poi ci seguirà. Ci divideremo in due squadre. Una si occuperà del fronte dell’edificio, l’altra del retro. Non porteremo nulla con noi, nemmeno armi, tanto non ne avremo bisogno. Solo auricolare e microfono per comunicare. Se troveremo delle guardie all’ingresso, le uccideremo in modo pulito e rapido e nasconderemo i loro corpi. Hai capito, Frank? Li nasconderemo, non li mangeremo. Ci vorrebbe troppo tempo. Chiaro, fin qui?”

 Il lycan di nome Frank abbassò la testa e finse di giocare con un sassolino, mentre un ghigno malefico gli affiorava sul volto all’apparenza bonario. Gli altri annuirono e attesero ulteriori istruzioni, anche se avevano sentito quel discorso più e più volte, in quell’ultima settimana.

“Una volta dentro, Strip si occuperà di trovare il quadro elettrico e causare un bel blackout. Quando avremo il buio, ci divideremo e setacceremo il posto da cima a fondo, fino a quando non avremo trovato qualcuno che ci dica dove tengono i due vampiri, o i vampiri stessi. Cerchiamo di essere rapidi e silenziosi. Niente ululati e azioni scenografiche, chiaro? Non siamo sulla piana di Calais e questa non è una battaglia, è un raid con un obiettivo preciso. Vi voglio feroci e cazzuti, ma col cervello in funzione. Domande?”

“E se non fossero gli unici vampiri prigionieri? Il biondo sappiamo com’è fatto, ma dell’altro non conosciamo nulla. Avresti dovuto farti dire che aspetto ha…” disse Skinner, attirando cenni di approvazione tutt’intorno. “Ci manca solo di spaccarci il culo per il succhiasangue sbagliato!”

“Allora li libereremo tutti, ma spero che non ce ne sarà bisogno. Cercate uno con l’aria… elegante. Non so che altro dirvi. Ci terremo in contatto costante. Se qualcuno venisse ferito, cercherà un posto tranquillo per il tempo che gli serve a rigenerarsi; se non fosse in grado di muoversi, invece, il lupo più vicino a lui andrà ad aiutarlo. Forza, muoviamoci. Non manca molto all’alba. Tutto dovrò concludersi prima del sorgere del sole, o non riusciremo a portarli via. Direi che abbiamo circa… due ore. Non di più. Dopo sarebbe troppo pericoloso, per loro.  In bocca a noi, ragazzi. Mi aspetto il massimo da voi, e so che lo avrò.”

“Avete sentito il Comandante! Muoversi!” urlò Skinner, mettendo in moto la squadra che si addentrò nel parco deserto. “Ricordami perché lo stiamo facendo” disse a Greylord, quando tutti si furono allontanati. Non avrebbe mai messo in discussione una sua decisione davanti alla truppa.

“Perché io ve lo ordino. Anzi, no. Perché siamo un branco e il vostro capo ve lo sta chiedendo” rispose Greylord. Diede una pacca sulla spalla all’amico e, portando con sé il ricevitore su cui il puntino rosso che rappresentava Raistan era fermo da quasi un’ora, si addentrò nella vegetazione.

 

Dieci minuti dopo, undici licantropi e un umano dotato di ricevitore lasciavano l’oscurità del parco e si avvicinavano furtivi all’edificio da cui proveniva il segnale lampeggiante, sfruttando ogni anfratto per passare inosservati. Fortunatamente la strada era deserta e la zona ospitava pochi edifici, alcuni dei quali ancora in costruzione. Nonostante la mole, le creature si muovevano con scioltezza, le lunghe braccia che quasi sfioravano il terreno nella loro tipica andatura curva. Strip li precedeva correndo, gli occhi incollati allo schermo nero su cui il puntino rosso che identificava il loro obiettivo lampeggiava come un cuore pulsante. Non avevano bisogno di parlare: erano tutti soldati esperti e si intendevano benissimo a gesti. Quando giunsero in prossimità dell’edificio da cui sembrava provenire il segnale, Strip affidò il piccolo monitor a Greylord, alle sue spalle, e attraversò la strada di corsa, nascondendosi dietro un furgone parcheggiato a poca distanza dalla costruzione, una palazzina a più piani dall’aspetto moderno, tutta vetri e acciaio. Anche da lì poteva sentire le voci di alcuni uomini nelle vicinanze, ma non riusciva a capire che cosa dicessero: parlavano in russo. Erano sulla buona strada, dunque, anche se la loro presenza avrebbe complicato un po’ le cose e richiesto un’azione di forza immediata. Greylord toccò con l’enorme zampa la spalla del compagno e, con un cenno della testa, gli ordinò di farsi avanti, per richiamare l’attenzione dei russi e, se possibile, attirarli all’esterno. Dovevano essere almeno tre o quattro, ma se ne stavano rintanati dietro le porte a vetri per proteggersi dal freddo della notte. Strip annuì, porse il braccio alla bestia, sospirò e lasciò che il lycan gli aprisse una ferita sull’avambraccio usando un artiglio; il taglio cominciò subito a sanguinare copiosamente e l’uomo uscì allo scoperto, urlando e reggendosi il braccio, barcollando e guardandosi alle spalle con frenesia. Si diresse verso l’ingresso della palazzina e prese a battere contro i vetri con aria terrorizzata, richiamando ben presto l’attenzione degli uomini all’interno, che si pararono davanti a lui, armi in pugno, e lo guardarono con sufficienza.

“Si allontani subito. Questa è proprietà privata” ringhiò uno di loro, con un forte accento slavo, apparentemente poco impressionato dalla ferita sul braccio di Strip.

“Vi prego! Per favore, aiutatemi! Ci sono delle cose, qua fuori, loro… mi stanno inseguendo! Aprite!” urlò il lycan, molto preso dalla parte. Nascosto nell’ombra assieme ai compagni, Greylord distese le fauci in un ampio ghigno lupesco. Un’interpretazione da Oscar, bravo Strip!

“Le ho detto di allontanarsi. Non me lo faccia ripetere!”

Strip bussò con rinnovata foga sulla porta a vetri, mentre altri due uomini facevano capolino nell’atrio illuminato a giorno per capire cos’era tutto quel fracasso.

“Voi non capite, mi prenderanno! Sono dei mostri! Per favore, non lasciate che mi uccidano!” urlò, con il terrore nella voce. A dire il vero, la voglia di ridere lo stava mettendo in seria difficoltà, ma pensava di poter resistere ancora per qualche minuto. Brutti stronzi, non vedeva l’ora di mutare e mettergli le zampe addosso!

A un cenno dell'uomo altre tre guardie si materializzarono nell'atrio. Sebbene indossassero completi eleganti era chiaro che provenivano da un addestramento militare.  Prima di aprire la porta la guardia si scambiò con loro alcuni segnali. Tre degli uomini estrassero le pistole dalle fondine ascellari, altri due impugnarono quelli che sembravano corti fucili a canne mozze portati a tracolla.

La porta venne aperta e la guardia uscì a fronteggiare Strip, ma uno spaventoso ringhio proveniente dalla loro destra, nel buio, lo fece voltare di scatto. Per un attimo nessuno si mosse. Non la guardia, non Strip, e nemmeno i cinque uomini rimasti all’interno. La scena parve congelata, come l’illustrazione di un libro; una bestia gigantesca, mezza uomo e mezza lupo, si parò davanti all’ingresso, con la bava a gocciolare in fili argentei dalle fauci e gli occhi che brillavano di un’infernale luce rossastra.

Il capo delle guardie non parve sorpreso, non quanto avrebbe dovuto essere. Sollevò il braccio armato, ma prima che potesse fare fuoco altri ruggiti echeggiarono nel silenzio. Fece in tempo a gridare un ordine secco ai suoi uomini, prima che pezzi del suo corpo volassero in tutte le direzioni in un’esplosione di sangue, arti e interiora sotto lo sguardo indifferente della luna e delle stelle nel cielo nero.

Le guardie non attesero che quello scempio fosse finito per sparare. Nemmeno quando le bestie si riversarono nell’atrio tentarono la fuga, mantenendo la propria posizione, anche quando i proiettili delle pistole si dimostrarono insufficienti a fermare l’avanzata di quelle creature. Quelli dei fucili, invece, sembravano sortire effetto migliore. Più di un lupo raggiunto dai proiettili d’argento si accasciò ululando. Ma erano troppi, impossibile sbaragliarli in un corpo a corpo così ravvicinato, perfino per gente come quella, abituata evidentemente a combattere, e non solo contro semplici uomini.

“Glielo avevo detto che c’erano dei mostri, qua fuori…” commentò Strip, entrando con passo baldanzoso nell’atrio della clinica, finalmente deserto, fatta eccezione per i corpi dilaniati sparsi sul pavimento di marmo.

“Questi sanno con cosa hanno a che fare” commentò cupo Greylord, lasciando vagare lo sguardo sulla sua truppa per accertarsi delle loro condizioni. Nessuno sembrava troppo malridotto per proseguire, ma quel primo scontro non avrebbe dovuto rappresentare nessun problema. Era evidente che chiunque proteggesse la clinica fosse preparato ad affrontar situazioni che trascendevano la minaccia umana. Forse questa volta Raistan non aveva capito bene contro chi si era messo.

 

*

“Signor De Joie?”

Quelle parole furono accompagnate dall’accendersi del neon all’interno della piccola cella. Fu quello, e non l’ingresso dell’uomo in camice bianco, a suscitare una reazione di panico nella figura altrimenti immobile che giaceva sulla brandina asettica. In una frazione di secondo Guillaume De Joie, o ciò che di lui restava, si rattrappì in un angolo, il volto contro la parete, impossibilitato a proteggerlo con le braccia inerti.

“Perdoni la luce, ma purtroppo sono intervenute alcune spiacevoli complicazioni per cui andiamo, come dire, di fretta” si scusò il Dottore, avvicinandosi a lui. Quando lo afferrò per la spalla costringendolo a voltarsi, Guillaume non poté opporsi. E come avrebbe potuto? Non riusciva a decidere se odiava maggiormente il Dottor Janiĉek o la patetica caricatura di se stesso che lo aveva fatto diventare.

“Non è in forma, ma sarà in grado di volare. Ovviamente mi accerterò che sia protetto.”

Quanta sollecitudine… Guillaume avrebbe fatto una battuta a riguardo, se solo avesse avuto la forza di parlare. Sì limitò a fissare la sagoma che sapeva essere Janiĉek. Era tutto ciò che i suoi occhi riuscivano a distinguere, oltre alla fottuta luce al neon, ovviamente.

“Davvero sorprendente. Le sono bastate dodici ore fuori dalla gabbia per iniziare a rigenerarsi. Sono sbalordito!” si complimentava intanto Janiĉek.

Aspetta che possa metterti le mani addosso e conoscerai una nuova definizione di stupore, Dottore.

“Ci aspetta un viaggio lungo, e spero per lei non troppo disagevole. La gabbia non è trasportabile, ma dove la sto portando ne abbiamo un’altra, molto più grande e confortevole. La sistemeremo bene. E col tempo, chissà, potremmo anche trovare un modo per convivere pacificamente senza dover ricorrere a questi metodi coercitivi così barbari…”

Mentre la luce veniva abbassata e il Dottore lo risistemava amorevolmente sulla branda, come un pupazzo di stracci, Guillaume si domandò se credesse davvero a quello che diceva, o se fosse solo un’altra delle sue dannate torture.

Poi, un istante prima che l’uomo si staccasse da lui, lo sentì. Raistan. Fu solo una percezione vaga, un’eco indistinta letta addosso a Janiĉek, sulle sue mani sempre fredde, sul suo camice. Eppure Guillaume non aveva dubbi. Per quanto i suoi sensi fossero inficiati dalla sofferenza fisica, non poteva sbagliare. Il Dottore aveva incontrato Raistan. Lo aveva toccato. E questo significava solo una cosa. Anche lui era stato preso.

“Signor De Joie, che succede?”

Non si era accorto di avergli artigliato la manica del camice, di trattenere il Dottore con tutta la ridicola forza che le sue membra mutilate gli concedevano. Doveva sapere, doveva capire. Perché se anche Raistan era stato preso, allora sì, tutto era perduto.

“Non sia in apprensione” lo confortò Janiĉek, staccandosi di dosso le sue dita scheletriche una a una. “Sto cercando di approntare le cose in modo che lei non sia solo, in questo viaggio. C’è qualcuno qui che sembra terribilmente ansioso di vederla e di accertarsi delle sue condizioni.”

Fu come se qualcuno avesse gettato una pietra contro una vetrata. L’esplosione fu spaventosa, seguita da un’interminabile rovina di schegge acuminate e polvere di vetro. Il tutto ancora più terribile, perché consumato nel più assoluto silenzio.

“Confesso di essere rimasto stupito da tanta dedizione da parte di creature come voi. Il suo amico sembrava davvero molto, molto preoccupato. Insolito per dei mostri.”

“Io… non ho amici” Guillaume decise di ignorare il suono gracchiante che si faceva strada a fatica attraverso la sua gola ulcerata. Decise di ignorare anche il poco lusinghiero appellativo con cui Janiĉek si era rivolto a quelli come lui. Come Raistan.

“Ah no?” fece il Dottore, deluso. “Strano, lui sembra davvero molto in pena. Un bestione rozzo e piuttosto grossolano, le dirò. In effetti mi sono stupito che lei potesse averci a che fare.”

A dispetto del dolore che provava, dell’ansia spaventosa per le sorti di Raistan, Guillaume non poté fare a meno di sorridere dentro di sé per la succinta valutazione del Dottore. Poteva solo immaginare in che termini lo avesse apostrofato il suo Olandese. Sapeva sempre farsi nuovi amici, non c’era niente da fare…

“Se non le importa niente di questo individuo, immagino che la sua utilità si riduca drasticamente” valutò l’uomo con fare pratico. “Certo, una seduta sul Trono potrebbe garantirci una notevole scorta di sangue per effettuare i nostri esperimenti sul LSDA, ma come ben sa una seduta tende a durare parecchio.”

Sì, Guillaume lo sapeva bene. Se fosse sopravvissuto a quella brutta avventura, e ora che sapeva che anche Raistan era nelle mani di Janiĉek iniziava ad avere dei dubbi, non avrebbe mai dimenticato la sensazione orribile di quell’arnese da tortura, degli infiniti aculei che penetravano il suo corpo, lacerando la pelle, incidendo la carne, per permettere al sangue di uscire e colare nei condotti di raccolta. Quanto era durata? Quanto avrebbe potuto durare ancora? Quando Janiĉek lo aveva staccato dalla macchina, Guillaume aveva avuto una vaga percezione del proprio corpo, un ammasso di pelle rattrappita e ossa sporgenti tra le braccia vigorose di Raoul.

Non riusciva nemmeno a immaginare una sorte simile per Raistan.

“Non le servirebbe comunque a niente” si sforzò di dire. Era terribilmente frustrante non potersi esprimere con l’abituale scioltezza. La sua mente era vigile e reattiva, ma ogni suo gesto, ogni sua parola doveva passare per uno strumento spezzato, compromesso. “Solo dal mio sangue si può produrre l’LSDA. Non le serve un altro come me. Nessuno è come me.”

Guillaume sentì il Dottore ridere, quella sua risata sommessa, che aveva imparato a conoscere, e che in certi momenti saliva di intensità, assumendo una nota stridula. Non erano mai bei momenti, quelli.

“Signor De Joie, non so se apprezzarla di più per il suo ego smisurato o per questo goffo tentativo di proteggere il suo collega. Di certo non posso che essere lieto che abbia finalmente deciso di dimostrare un po’ di collaborazione riguardo la questione LSDA. Cominciavo a disperare del suo buon senso.”

Dispera finché vuoi, bastardo. Non hai ancora cominciato.

Guillaume percepì che il Dottore si era alzato. Stava lasciando la cella. Che cosa aveva deciso di fare con Raistan?

“Ora la lascio qui tranquillo. Vado a dare disposizioni per l’elicottero. Partiremo non appena avrò caricato l’attrezzatura e il nostro ombroso ospite. Poi Raoul verrà a prendere lei. Sarà questione di un attimo.”

La porta si chiuse, lasciandolo solo, nella luce indefinita. Per la prima volta, da quando era stato catturato, preda di un’autentica angoscia.

Mi senti? Raistan mi senti? Come diavolo sei finito qui?

 

*

Raistan emerse dal torpore indotto dalla Gabbia.

Era quasi sicuro – no, era sicuro - di aver sentito Guillaume chiamare il suo nome, invocarlo da qualche parte. Difficile capire se fosse dentro o fuori dalla sua testa. Tempo, era solo questione di tempo. Greylord sarebbe stato lì a minuti, di questo era certo. Lo avrebbe tirato fuori da quella fottuta Gabbia e insieme sarebbero andati a cercarlo. Già. L’ombra sinistra dello scranno catturò la sua visuale. Quell’arnese trasudava male. Era quasi insopportabile. Il fatto che fosse impregnato dell’eco del sangue di Guillaume lo devastava. Che cosa gli avevano fatto? Che cosa avrebbe trovato quando alla fine fosse uscito di lì? E se non lo avesse trovato? Se lo avessero portato via prima?

La porta del laboratorio si aprì, riscuotendolo dalle sue angosciose riflessioni. Si acquattò sul fondo della Gabbia, i capelli che gli ricadevano intorno come un bozzolo, l’espressione volutamente vacua. Il Dottore doveva credere di averlo sotto controllo, nei limiti del possibile.

Ma non fu la figura sottile del Dottore quella che scivolò nella stanza. Il vampiro socchiuse gli occhi, mentre Raoul si avvicinava alla Gabbia. Si muoveva silenziosamente, più di quanto qualsiasi umano avrebbe mai potuto fare, e questo a dispetto del corpo massiccio e muscoloso. Spiava l’interno della Gabbia, annusando l’aria. Annusando lui.

Raistan si costrinse a non digrignare i denti. Qualsiasi cosa fosse venuto a fare quel cane addomesticato, lo trovava decisamente in una brutta giornata.

Anche lui annusò l'aria, e quello che percepì gli risultò familiare, anche se leggermente diverso dall'odore selvatico di cane a cui Greylord lo aveva abituato. Un lycan, o qualcosa di simile. Il dottore disponeva di servi davvero interessanti e variegati, indubbiamente. Lo ignorò, per quanto possibile, cercando di sintonizzarsi di nuovo su Guillaume, sulla sua voce, ma gli era sempre più difficile concentrarsi davvero su qualcosa che non fosse la realtà a lui più prossima. Avrebbe voluto soltanto vedere quella maledetta porta aprirsi e Greylord arrivare, per liberarlo. Alla fine non resistette più al senso di minaccia che la presenza del lupo provocava in lui e si costrinse a mettersi in piedi, facendo attenzione a non sfiorare le sbarre nel farlo.

"Che cazzo vuoi, cane? Sei venuto a goderti lo spettacolo?"

Raoul non parve troppo impressionato da quella accoglienza. Aveva un'espressione naturalmente corrucciata, enfatizzata dalle folte sopracciglia scure che arrivavano quasi a congiungersi tra gli occhi color ambra.

"Come ti senti?" domandò, con quella sua voce bassa, trattenuta in gola. Raistan pensò di non aver capito.

"Bene, grazie. Si sta da Dio qui dentro, cane. Dovresti provarla anche tu. Oh, ma immagino a te riservino un altro genere di divertimento, vero? Che cosa hai? Un collare elettrificato per quando non riporti la palla abbastanza in fretta?"

Un fremito di rabbia attraversò il volto del lupo. Era segnato da numerose cicatrici, alcune molto fresche.

Raistan sapeva come i lupi 'veri' consideravano quelli come lui. Cani addomesticati, indegni della propria natura. Certo, c'era da capire perché a un lupo sano di mente potesse venire in mente di servire uno stronzo come quel Janiĉek. Ma esistevano poi lupi sani di mente?...

"Sei in grado di camminare?" domandò Raoul.

Raistan strinse gli occhi in due fessure colme di diffidenza. Che diavolo di domanda era? Forse si trattava di una manovra del dottore per condurlo dove voleva senza eccessivo dispendio di energia?

Eppure, lo sguardo che la creatura gli aveva rivolto quando era venuto a chiamare il dottore raccontava un'altra storia. Peccato non potergli leggere nella mente per carpire le sue vere intenzioni. Per qualche istante rimase a fissarlo e basta, non riuscendo a cogliere i sottintesi nella sua domanda.

"Perché, vuoi che ti porti al parco giochi?" chiese, con il disprezzo nella voce.

Di nuovo Raoul lo ignorò. Si avvicinò alla parete, su cui era installato un pannello elettrico. Lo aprì, facendo scorrere una carta magnetica in un lettore. Emerse un tastierino numerico, sul quale digitò un codice. Immediatamente il flusso di energia lungo le sbarre si affievolì, fino a spegnersi. Raistan rimase a fissare le sbarre, ora innocue. Certo, era una piacevole novità, ma non era ancora ora di stappare lo champagne. Continuò a studiare i movimenti del lupo, che ora si stava riavvicinando alla Gabbia. "Ascoltami bene. Hai dieci minuti per andare a prendere il tuo amico prima che Samael lo porti via. Ha già fatto preparare l'elicottero sul tetto del palazzo. Dieci minuti. Scendi al blocco F con l'ascensore che trovi in fondo al corridoio qui fuori. È un accesso riservato, devi usare questa" continuò, mostrandogli il badge nella sua mano, prima di posarlo su un piano di lavoro di acciaio lucido. "Adesso apro la gabbia" aggiunse, cercando negli occhi del vampiro il segno che avesse compreso il suo discorso, o almeno che non avesse intenzione di saltargli subito alla gola.

Non ci fu nessuna reazione, da parte di Raistan, in un primo tempo. A un tratto però, rapido come una folata di vento, sfrecciò fuori dalla gabbia, afferrò il badge e quasi nello stesso istante si portò alle spalle del lupo, cingendogli il collo con le braccia. Avrebbe potuto sembrare un gesto affettuoso, se non fosse stato per le zanne a pochi millimetri dalla sua gola, e la sua voce gelida che gli sussurrava nell'orecchio un comando difficile da ignorare: "Tu vieni con me, lupacchiotto. Apprezzerò il gesto più tardi, se sarà il caso." Poi, per un attimo, Raoul avvertì tutto il peso del massiccio vampiro gravargli addosso; voltandosi, vide che aveva chiuso gli occhi e gli aveva appoggiato la testa sulla spalla, come a cercare un attimo di tregua.

Il corpo del lupo era teso, pronto all'attacco. E tuttavia non reagiva. Si limitava a respirare, piano, lunghi respiri profondi. Come se gli stesse dando il tempo per riposare. Solo quando la porta si aprì nuovamente ebbe un sussulto, e improvvisamente fu una molla in procinto di scattare. Anche Raistan aprì gli occhi, allarmato da quel mutamento. Sulla porta era apparso un ragazzino. Esile, biondo. C'era qualcosa nel suo aspetto che ricordava il Dottore. Qualcosa nel suo odore. Scorgendo le due figure avvinghiate i suoi occhi chiari si spalancarono. "Raoul?" gridò, allarmato.

Il lupo sollevò solo un dito, facendogli cenno di tacere. "Julian, va tutto bene, taci."

Ma a Julian non sembrava che andasse affatto bene. I suoi occhi spiritati andarono dal lupo al vampiro alle sue spalle. Solo una volta corsero alla porta. Di nuovo Raoul richiamò la sua attenzione.

"Va tutto bene. Non chiamare nessuno. Non fare nulla."

"Ma lo zio ha detto che dobbiamo partire" obiettò il ragazzo.

"Lo so. E tu devi essere bravo e raggiungere lo zio sul tetto. Io devo fare qualcosa prima, ma lo zio non deve saperlo. Lo capisci, Julian? Capisci che è importante? Mi aiuterai?"

Adesso era Raoul a trattenere Raistan, senza darlo a vedere. Tempo, aveva bisogno di tempo per allontanare il ragazzo, ma il tempo era la sola cosa che non avevano.

Julian però sembrò aver capito.

"Io vado. Tengo impegnato lo zio. Non preoccuparti. Tu però torna presto, ti prego."

Raistan sentì la mascella del lupo contrarsi fino a scricchiolare.

"Tornerò presto, Julian. Adesso vai, però."

Il ragazzino scivolò fuori dalla porta simile a un’ombra luminosa.

"Muoviamoci, vampiro" suggerì il lupo. La sua voce sembrò ancora più stanca.

 

*

Il percorso fino al luogo indicato da Raoul parve a Raistan interminabile. L'uscita dalla gabbia, invece di fortificarlo, aveva acuito le sue sensazioni peggiori, rendendo tutto più simile a un sogno a tratti angosciante e confuso. Seguiva il licantropo da breve distanza, cercando di memorizzare le svolte o altri punti di riferimento, ma senza grande successo. Dieci minuti... dieci minuti...

"Quanto cazzo manca, ancora?" Non ce la faccio più, avrebbe voluto aggiungere, ma non lo fece e non permise nemmeno a se stesso di sperare fino in fondo che di lì a poco avrebbe rivisto Guillaume. Forse si stava dirigendo verso la trappola definitiva, ma era troppo tardi per preoccuparsene.

Raoul si girava spesso per accertarsi che tenesse il passo. Lungo il percorso non incontrarono resistenza. Il luogo sembrava completamente abbandonato, segno che chi lo aveva occupato aveva ritenuto saggio togliere il disturbo. O, semplicemente, come suggerivano i rumori di spari, le grida e gli ululati che giungevano dai piani inferiori dell'edificio, gli uomini di Janiĉek erano impegnati altrove.

Raoul aprì svariate porte utilizzando il badge, attivò due ascensori, dando a un certo punto a Raistan l'impressione che stessero girando in tondo. Quel posto era così maledettamente asettico, ogni ambiente sembrava identico agli altri! Al terzo ascensore il vampiro stava giungendo alla conclusione di dover tentare un'altra strada, ma quando le porte si aprirono comprese di essere giunto in un livello nuovo.

Due file di porte blindate si aprivano sui due lati di un ampio corridoio illuminato da fredde luci al neon.

"Cella 5, muoviti, io tengo bloccato l'ascensore" ordinò Raoul, lanciando al vampiro un'occhiata perentoria.

Questa volta Raistan non perse tempo a replicare. Si accorse di tremare, mentre percorreva gli ultimi metri di corridoio che lo separavano dalla cella che il lupo gli aveva indicato. Quando vi fu davanti, gettò un'occhiata al monitor che ne rivelava l'interno, ma la luce era spenta e non era possibile vedere un granché. Usò il badge e fece scattare la serratura. Aprì la porta. C'era... c'era qualcosa, sulla branda. Una sagoma. Avrebbe potuto essere chiunque. Quando accese la luce, Raistan avrebbe desiderato che fosse chiunque. Rimase come fulminato sulla soglia, sentendo la nausea arrampicarglisi su per la gola, poi si costrinse ad avanzare, le gambe pesanti come macigni. E poi l'essere rannicchiato sulla tavola metallica si voltò a guardarlo e Raistan udì un gemito orribile echeggiare fra le pareti della stanzetta, rendendosi conto solo in un secondo tempo di essere stato lui stesso ad emetterlo. Si precipitò su di lui, con le mani nei capelli, poi cadde in ginocchio ai suoi piedi, incapace di profferire parola.

"Raist...?" Guillaume seppe immediatamente che si trattava di lui. Lo seppe senza poterlo vedere, senza poter allungare le mani per toccarlo, senza potersi alzare per andargli incontro. Il sollievo discese in lui come in balsamo benefico, e tuttavia il fatto che fosse lì non significava che fossero salvi. "La tua reazione mi lascia poche speranze riguardo il mio aspetto... Tu sì che sai tranquillizzare la gente, Olandese."

La voce gli usciva dalla gola come carta che crepitasse tra le fiamme, eppure perfino in quello stato l'intenzione provocatoria era palese. Evidentemente Raistan riusciva sempre a tirargli fuori il lato migliore. Ma quell'illusione di serenità durò solo un attimo. "Come sei arrivato qui? Quante speranze abbiamo di riuscire a andarcene?"

"Parli sempre troppo, Fiorellino. Vieni, coraggio. Ogni occasione è buona per farsi portare in braccio, vero?" Raistan lo sollevò e constatò con orrore quanto fosse leggero, nonché la rilassatezza innaturale delle sue membra. Averlo sentito parlare, tuttavia, gli aveva ridato il coraggio che aveva perso in blocco quando aveva constatato le condizioni orribili in cui versava. Notò la sua smorfia di dolore, quando lo sollevò, e se lo sistemò fra le braccia con la massima delicatezza, lasciando la cella ad ampie falcate. Una parte non troppo piccola di lui aveva il terrore di arrivare agli ascensori e di scoprire che il lupo se n'era andato, chiudendoli dentro. Dio, che beffa, sarebbe stata. Almeno però sarebbe rimasto con lui. Era quello il suo posto. Percepì il corpo di Guillaume rilassarsi fra le sue braccia e gli posò un veloce bacio sulla testa. Poi scorse Raoul che lo attendeva là dove avrebbe detto che sarebbe stato. Il lupo gli fece spazio per salire. Qualcosa esplose da qualche parte ai piani inferiori. Pezzi di intonaco si staccarono dal soffitto e i neon iniziarono a sfarfallare.

"Gli uomini di Boris stanno facendo saltare tutto. Era il piano di evacuazione. Da adesso in poi ognuno per sé, là sotto."

Questo significava solo una cosa. Greylord e i suoi avevano infranto le difese dei mercenari, costringendoli alla ritirata. Raistan si complimentò mentalmente.

"Dovrai scendere lungo le scale, gli ascensori non saranno più sicuri" continuava intanto Raoul. Le porte si aprirono su un piano anonimo. Un silenzio polveroso era calato sull'edificio, rotto solo da nuove, occasionali esplosioni. Il lupo indicò la porta di accesso alle scale.

"Vai, non fermarti, qui crollerà tutto in una manciata di minuti." Qualcosa iniziò a emettere un beep fastidioso addosso al lupo. Raistan lo vide estrarre dalla tasca un cercapersone. Vide i suoi occhi incupirsi di una rabbia antica.

"Non è ancora finita. Se io non rispondo manderà qualcuno a prenderlo. Non rinuncerà a lui. Portalo via, subito."

A dispetto della fretta che lo divorava, Raistan indugiò per un attimo a guardare Raoul. "Beh, allora rispondi, e poi vieni con noi. Ci sono dei lupi come te, laggiù. Il loro capo è mio amico. Ti accoglieranno volentieri. Non vorrai mica restare con quel bastardo, no? Ti ucciderà, dopo quello che hai fatto. Dai, muovi il culo, cucciolo. Non ho tutta la notte, e nemmeno lui."

"Non posso. Loro non mi accoglierebbero mai. E comunque non posso" ripeté Raoul con una punta di durezza. Raistan sarebbe stato pronto a scommettere tutto sul fatto che il ragazzino incontrato poco prima avesse a che fare con quell'assurda ostinazione. Ma non era il momento migliore per scommettere qualsiasi cosa, no davvero.

"Senti, fai come ti pare, ma qualsiasi cosa ti trattenga qui, da morto non potrai fare un granché, ti pare?"

"Tu vai. Porta il tuo amico fuori di qui. Farò il possibile per coprire la vostra fuga fino all'ultimo, lo giuro."

Il tono e l'espressione lasciavano intendere che quel tipo non fosse incline a pronunciare giuramenti a vanvera.

"Vai!"

Raistan lo fissò ancora per un lungo istante.

"Grazie. Siete una razza fastidiosa, ma con le palle. Io ne so qualcosa" disse, poi si lanciò giù per le scale, cercando di limitare al massimo gli scossoni al suo prezioso fardello. Gli lanciava occhiate ansiose ogni pochi istanti, e quando a un tratto si accorse che aveva perso i sensi e giaceva del tutto inerme fra le sue braccia, aumentò ancora l'andatura, parlandogli, quasi inconsapevole delle parole che gli uscivano dalla bocca: "Tu non farai scherzi, vero fiorellino? Non puoi lasciarmi qui da solo, brutto stronzo. Tu… tu mi hai cambiato, e adesso non posso cambiare di nuovo. Non ce la faccio. Per favore. Fallo per me. Fallo per me, Guillaume. Ti odierò, se morirai. Te lo giuro, ti odierò tanto che lo sentirai anche all’inferno e non avrai pace, perché non potrò mai perdonarti per avermi lasciato indietro. Se vivrai, invece, cercherò di farlo, anche se saremo lontani. Anche se non potrò più svegliarmi accanto a te, ogni sera, e guardarti e meravigliarmi perché ci sei e perché sei mio. Anche se non potrò più toccarti. Mi basterà sapere che stai bene e sei a casa tua, a Belgravia, con Eloisa e la tua statua del cazzo, pensa un po’ quanto mi sono rimbecillito. Magari qualche volta riusciremo persino a vederci, chi lo sa. Non è importante, adesso. Quello che conta è che tu viva. Io non voglio stare in un mondo dove tu non ci sei. Già lo odio, questo mondo, con tutto quello che ci ha fatto, a te e a me, ma adesso non riuscirei più a sopportarlo. Quindi vedi di riprenderti, se non vuoi ammazzare anche me. Te ne importa qualcosa, Guillaume De Joie? Rispondimi, te ne importa?!  Io ti amo, bastardo figlio di puttana, mi hai distrutto e devo fartela pagare, quindi torna. Stai con me, francesino. Ti prego."

Le rampe di scale si succedevano una dopo l'altra, in una discesa frenetica. Le esplosioni si erano fatte più vicine, ora. In più di un'occasione Raistan fu costretto a fermarsi, per proteggere Guillaume dalla pioggia di calcinacci e detriti che pioveva tutto intorno a loro. Ancora un paio di colpi ben assestati e tutta la baracca sarebbe stata sventrata. Il più era arrivare a terra, nel frattempo. Accecato dalla polvere, allo stremo delle forze, Raistan riusciva solo a correre, senza chiedersi più cosa avrebbe sostenuto il suo prossimo passo. Quando giunse in fondo all'ultima rampa di scale non se ne rese conto e andò a urtare contro la porta di accesso. Spinse il maniglione con un calcio, solo per scoprire che la porta era chiusa. Rimase per un attimo agghiacciato a fissare la lastra metallica che lo separava dalla salvezza poi, con delicatezza, adagiò Guillaume a terra, desiderando avere qualcosa per avvolgerlo, per proteggere quel corpo così provato e dovendosi invece rassegnare a posarlo nella polvere grigiastra, di un colore non molto diverso da quello delle sue membra quasi scheletriche. Infine si voltò, ruotò le spalle, prese quel poco di rincorsa che il piccolo vano gli permetteva e si scagliò con tutto il proprio peso contro la porta. Una, due, tre volte, ruggendo di rabbia e di frustrazione. Se fosse stato al massimo della forma sarebbe bastato un dito, ma non era quello il caso. Al quarto tentativo i cardini cedettero e la porta si schiantò al suolo con un gran fragore, seguita dall'olandese che si sbilanciò e crollò carponi sul pavimento di quello che, scoprì, era l'atrio della struttura, o almeno quello che ne restava. Per un attimo pensò che non sarebbe più riuscito ad alzarsi, ma lo fece. Tornò sui propri passi e raccolse da terra il corpo del francese.

In quel momento la parete di vetro che dava sull'esterno esplose con un fragore assordante.

Schegge lunghe un braccio e travetti d'acciaio furono scagliati tutt'intorno con la violenza di proiettili, costringendo Raistan, ancora una volta, ad accucciarsi e fare scudo con il proprio corpo a quello del Francese. Poi, mentre la polvere di vetro cadeva a depositarsi in un tappeto scintillante, i lupi emersero dal ventre squarciato dell'edificio. Alcuni di loro sorreggevano i compagni feriti, altri premevano sugli arti mutilati. Ma erano ancora in piedi, tutti. Raistan li guardò sfilare e si scoprì a pensare che non avrebbe mai creduto di poter trovare bello un dannato branco che tornava da una battaglia. I giganteschi lupi lo circondarono, e lui provò la familiare sensazione di disagio. Per un attimo non scorse il loro capo, riconoscibile per il pelo grigio chiaro e i gelidi occhi azzurri, e il disagio si trasformò in apprensione. Prima che potesse chiedere notizie di Greylord, tuttavia, il comandante si fece largo tra i propri soldati e squadrò Raistan dall'alto, scuotendo la grossa testa. Poi, senza dire una parola, lo sollevò assieme al suo carico e lasciò quel luogo di follia e di morte.

 

EPILOGO

Una settimana dopo

"Raistan, non hai niente di meglio da guardare? Sono due ore che mi fissi. Capisco che la mia quasi ritrovata avvenenza sia qualcosa a cui non sei più abituato, ma insomma..."

L'olandese, seduto sulla poltrona accanto al letto dove Guillaume stazionava ormai da una settimana, si riscosse dai propri cupi pensieri e accennò un vago sorriso al compagno.

"Non ti dare troppe arie, Fiorellino. Non sei ancora al top. Però va meglio. Sì, va meglio" disse pensieroso, ricordando quanto poco bene era andata nei primi giorni dopo il salvataggio, quando aveva seriamente temuto di vedere il compagno mummificarsi senza poter far niente per impedirlo. Anche se era uno processo reversibile, era lo stesso una condizione molto rischiosa, che avrebbe necessitato di sangue molto più antico del suo per scomparire. Per le prime 72 ore Guillaume non aveva quasi dato segni di vita, e Raistan, provato a sua volta da quella terribile esperienza, aveva toccato momenti di vera disperazione. Non lo aveva abbandonato mai, nemmeno per un attimo, neanche durante il sonno diurno, quando lo teneva stretto fra le braccia perché prima o poi sarebbero arrivati gli incubi e lo avrebbero fatto urlare e solo le sue parole sussurrategli nell’orecchio, nel buio, sembravano calmarlo; quando, quattro giorni prima, Greylord gli aveva fatto visita per vedere come se la passavano, non era riuscito a dirgli una parola per paura di scoppiare in lacrime proprio lì, davanti a lui. Al lupo era bastato guardarlo in faccia per capire la drammaticità della situazione. Si era arrotolato la manica della camicia, guardando Raistan con aria esasperata.

"Bevi, forza. E fai bere anche lui. 1200 anni serviranno a qualcosa, no?"

Aveva ricambiato lo sguardo stravolto del vampiro e gli aveva piazzato il braccio nerboruto sotto il naso, invitandolo a nutrirsi da lui; dopo un altro momento di esitazione, l'Olandese aveva ceduto e il viso gli si era disteso immediatamente in un'espressione di sollievo. Non si era nutrito a lungo, preferendo riservare la maggior parte del sangue per Guillaume; gli si era coricato accanto e lo aveva preso fra le braccia, aprendogli la bocca per permettere al lycan di fargli sgocciolare il suo sangue in gola. Dopo pochi istanti, le palpebre del francese si erano alzate, mettendoli a fuoco entrambi.

"Per essere al top mi ci vorrà ancora un po', sì" ammise Guillaume, sollevando la mano per passarsela tra i capelli. Evitò di farlo. Detestava la loro consistenza, anche se almeno avevano smesso di staccarsi a ciocche. Per non parlare del rumore disgustoso che faceva il suo cuoio capelluto, come se si fosse trasformato in carta crespa.  "Sul serio, non c'è bisogno che resti tutto il tempo qui. Mi pare evidente che non potrò andare molto lontano. Almeno finché non mi saranno ricresciuti i tendini." Fece una smorfia. "Puoi stare abbastanza tranquillo che non mi metterò in un'altra situazione imbecille a breve."

Sdrammatizzare, sempre e comunque. Era più forte di lui. Forse era solo per questo che era riuscito a sopravvivere per quasi cinquecento anni. Buffo pensare che da vivo aveva avuto la tendenza a prendere tutto sempre maledettamente sul serio, se stesso in primis.

Si appoggiò al guanciale, contemplando la figura dell'Olandese davanti a lui. Era lì che lo aveva visto, quando infine i suoi occhi si erano riaperti, e lì che lo rivedeva da allora, ogni volta che emergeva dal torpore. Una visione ancora incerta, velata di una patina biancastra, ma non poteva sbagliarsi su quella presenza.

"C'è qualcosa che devi dirmi? Hai sfasciato la Maserati mentre ero via...?"

Raistan distolse lo sguardo e si passò una mano fra i capelli, puntando gli occhi sulla finestra schermata dalle pesanti tende oscuranti. Qualunque cosa, tranne guardarlo in faccia, per quello che gli doveva dire.

"Ecco... no, la tua macchina sta bene. È che io... ahhh cazzo..."

"Oh meno male. Douglas ne avrebbe fatta una tragedia. Nessuno sa essere tragico come lui quando si tratta di beni di lusso. Qualsiasi altra cosa non potrà essere altrettanto grave" continuò, cercando lo sguardo dell'Olandese. Avrebbe voluto afferrargli il mento e costringerlo a guardarlo, ma le sue braccia erano ancora così deboli.

"Raistan, non farmi sentire ancora più impotente e patetico di quanto già non mi sento, per l'amor di dio!"

Raistan si strofinò gli occhi. Se solo non si fosse sentito ancora così maledettamente stanco... Donare il proprio sangue a Guillaume tutti i giorni non era stato esattamente un toccasana, ma lo avrebbe continuato a fare, se solo quei bastardi glielo avessero permesso. E invece, la sera prima era arrivata la telefonata che aveva tanto temuto. Quella che avrebbe totalmente cambiato la sua vita da quel momento in poi.

Rafael. "Sommo Maestro, sono felice di sapere che il tempo che ti abbiamo concesso sia stato utile. Adesso però quel tempo è scaduto. Devi rispettare la tua parte di accordo." Ed era stato come se il coperchio di una tomba si fosse richiuso sopra di lui.

"Devo... è successo un casino, mentre tu non c'eri, con quelli del Kilarmeth. Mi ero lasciato un po'... trasportare... ho dovuto promettere che mi sarei trasferito definitivamente a Parigi, alla Casa Madre. E quindi... non potrò più... stare qui. Con te. Ma lo rifarei mille volte, fiorellino. Solo che... non voglio. Non voglio lasciarti. Mai. Non adesso, che sei ancora così debole. Non posso sopportarlo. Ma loro se ne fregano. Di te, di me.”

Si alzò in piedi di scatto e prese a camminare avanti e indietro, come un'anima in pena.

“Io... ho cercato di farli ragionare, ma loro non sono come noi. Sono solo dei burocrati del cazzo, intrappolati nel passato. Vivono seppelliti in quel museo e vogliono seppellire anche me e io sono stato costretto a permetterglielo, per poter essere libero di venirti a salvare. E tu... tu hai Eloisa, hai la tua vita. Io non ho il diritto di chiederti niente, e non te lo chiederò. L'unica cosa che ti chiedo è di perdonarmi per... per non essere come te. Per non aver saputo reagire al loro ricatto come avresti fatto tu e di aver permesso loro di... rovinare anche la tua vita, ammesso che la mia partenza possa significare un cambiamento negativo per te.

Per me è molto difficile credere di essere... amato da qualcuno. So cosa provo, ma non sono mai sicuro di quello che gli altri provano per me. Non voglio nemmeno saperlo, non è importante. Contava quello che sentivo io mentre ti cercavo. La certezza di non poter sopravvivere se non fossi sopravvissuto anche tu. La rabbia, perché anche tu mi avevi escluso. Quella saltava fuori, a volte, ma in fondo nemmeno quello conta. Non più, non adesso. Forse avevi ragione a volerlo fare. Come questo accordo scellerato dimostra, combino dei casini la maggior parte delle volte che mi muovo e che apro bocca. Insomma, non so nemmeno perché ti sto dicendo tutte queste cose. So solo che domani devo partire e che ho un altro motivo per odiarmi. Chi... chi si occuperà di te, adesso? E... cosa farò io, chiuso là dentro?”

Guillaume era rimasto in silenzio per tutta la durata di quell'accorato sfogo. Il suo volto, scavato e ancora segnato da profondi solchi e vene in rilievo, che davano l'impressione che qualcuno si fosse divertito a comporre una mappa tridimensionale sui suoi lineamenti, sembrava privo di espressione. Del resto, non era mai stato facile per Raistan capire cosa gli passasse davvero per la testa, anche in circostanze normali.

"Hai preso un impegno, e gli impegni vanno rispettati" sentenziò infine. Anche la sua voce risuonava atona, una nota dura a inasprirne l'abituale morbidezza. E poi tacque, come se non vi fosse altro da aggiungere sull'argomento. Raistan lo fissava, imponendosi di nascondere l'incredulità, la delusione che quella reazione, o piuttosto la mancanza della medesima, gli causava. Ma Raistan non era molto bravo a nascondere alcunché. Guillaume sì, era bravissimo in questo, ma lasciò che un moto di dolcezza gli sfuggisse dagli occhi, davanti a quello sconforto. Avrebbe sollevato una mano a sfiorargli la guancia, se solo avesse potuto.

"Io me la caverò, Raistan. Presto sarò di nuovo in forma, non è la prima volta che mi trovo in una situazione di impotenza, non dura mai molto. Non devi darti pena per questo." Lasciò vagare lo sguardo ancora appannato sulla stanza. Non aveva bisogno di vedere bene per riconoscerne ogni dettaglio, impresso nella sua memoria in modo indelebile. "Il Kilarmeth non è qualcosa da prendere alla leggera. Non avresti mai dovuto permettere loro di incastrarti, ma ora che sei in ballo... Ti sembrerà strano, ma ho avuto una lunga esperienza in questo campo, nel corso dei secoli. Dietro l'atteggiamento frivolo e l'aspetto straordinariamente avvenente si cela un freddo, spietato burocrate. Potrei insegnare una o due cosette ai tuoi amici Kilar."

Quell'accenno all'antico spirito rischiarò lo sguardo di Raistan, ma solo un po'. Nemmeno l'eloquio irresistibile di Guillaume poteva cambiare lo stato delle cose. Si era scavato la fatidica fossa con le sue stesse mani, che cosa si aspettava? Aiuto? Pietà?

"E poi, Olandese, l'eternità è un tempo così lungo. È incredibile come tu ancora non lo abbia compreso" aveva ripreso a parlare Guillaume. "Con la tua fame di vita, con la tua fretta, sembri non tenere mai conto che tutto cambia, continuamente, e se c'è una cosa di cui quelli come noi non dovrebbero preoccuparsi è del tempo necessario perché ciò avvenga. Tu vivi ogni notte come se fosse l'ultima, Raistan Van Hoeck, ogni abbraccio, ogni amplesso, come se la vita potesse esserti strappata via in un istante. Sei la negazione della nostra maledizione."

Guillaume finalmente riuscì a muovere le dita, almeno quel tanto che bastava per fargli capire che doveva prendergli la mano, subito. L'olandese si sedette sul letto accanto al compagno e prese la sua mano nella propria. Non la strinse, per paura di fargli male. Era ancora così fragile... rimase in silenzio, non sapendo bene come interpretare le sue parole, anche se la sua insicurezza lo spingeva a vedere in esse l'ennesimo rifiuto. "E... e quindi?" chiese alla fine, cercando rassicurazione sul viso del francese.

"E quindi? E quindi vai a far vedere quanto vali, che domande!" Raistan solo poteva intuire la veemenza che Guillaume avrebbe voluto infondere in quell'esortazione. "Rendimi fiero di te e fai vedere a quella gente che puoi essere meglio di come hanno deciso di etichettarti.  Nulla manda in paranoia i burocrati quanto il vedere scombinate le loro certezze, Raistan. Io so che puoi assolvere a qualsiasi compito meglio di molti altri, tutto sta a volerlo" concluse.

"Ma io non voglio! Non mi interessa! Per più di un secolo sono stato costretto a condurre una vita che odiavo! Ne ero uscito, non volevo più averci niente a che fare, e invece mi hanno incastrato di nuovo! Per sempre! Non posso. Non voglio. Perché stai cercando di convincermi a sottostare al loro ricatto? Perché!? Forse perché in fondo starai meglio senza di me, non è così?"

Guillaume ignorò quell'ultima affermazione.

"Io non cerco di convincerti, Raistan". Di nuovo la voce gli si era indurita. "Non ne ho bisogno. Non puoi scegliere, a meno di sfidare l'intero sistema politico e ritrovarti costretto a trascorrere i prossimi secoli in fuga, a nasconderti notte dopo notte, giorno dopo giorno. Non credo che tu voglia nemmeno questo. Di certo non lo voglio io per me."

La sua mano, tra le dita di Raistan, era inerte.

"Non sempre possiamo scegliere. Non sempre possiamo fare ciò che vogliamo. Anche questo dovresti averlo capito. Io lo avevo capito ancora prima di diventare quello che sono. Se vuoi essere commiserato, dovresti sapere che non è nella mia indole indulgere in certi sentimenti inutili. "

"Tu non..." iniziò, ma lo squillo del cellulare li zittì entrambi. Raistan lo estrasse dalla tasca e controllò il display. Eloisa.  Di nuovo. La ragazza non si dava pace per non aver ancora potuto riabbracciare Guillaume, ma lui era stato irremovibile. Non fino a che il suo aspetto non fosse stato accettabile. "Per te" disse Raist, allungandogli il telefono.

Mise l'apparecchio in vivavoce e lo appoggiò sul letto a fianco di Guillaume, poi si spostò nella stanza accanto, dove aveva radunato le cose da portare con sé, ma senza un reale ordine logico. Fino a quel momento, si era rifiutato di credere che - davvero - il suo, il loro destino insieme fosse segnato. Una parte di lui aveva sperato persino che Guillaume trovasse una soluzione e che quell'incubo finisse ancora prima di cominciare, ma non era così. Chiuse la valigia di scatto e si sedette sul letto, chinando il viso fra le mani. Una tempesta di sentimenti diversi infuriava in lui, che non era mai stato bravo a gestirli. La reazione di Guillaume, puramente razionale, lo aveva ferito come una coltellata, ma gli aveva anche trasmesso un inaspettato sollievo. A quanto pare avrebbe dovuto preoccuparsi unicamente di quello che provava lui stesso. Lo invidiò e nello stesso tempo desiderò fare irruzione nella camera accanto e finire il lavoro del dottore. Quando senti la sua voce chiamarlo, si alzò di scatto dal letto e lo raggiunse, ma rimase accanto alla porta ed evitò di guardarlo.

“Tutto bene, con la ragazzina?” chiese con tono casuale, lo sguardo sempre puntato verso il basso.

“Il solito. Ha bisogno di essere rassicurata, la capisco. Mi dispiace per quello che ha passato per causa mia” rispose Guillaume. Raistan avvertì una staffilata di rabbia terribile e comprese che non sarebbe riuscito a rimandarla al mittente.

“Ah, per lei ti dispiace, certo. Molto nobile, da parte tua. Di quello che ho passato io per colpa della tua infinita arroganza, invece, non te ne frega un cazzo, giusto? No, sua maestà De Joie doveva giocare a Sherlock Holmes e non si è nemmeno degnato di informare la persona con cui vive da due anni su dove stava andando, ci mancherebbe. Lui non ha bisogno di niente e di nessuno, tanto meno di questo coglione Olandese, se non quando si deve giocare a fare i bulli in un club di russi. Bene, perfetto. Ti sei chiesto anche solo per un attimo cos’abbia significato, per me, svegliarmi sentendo lo stesso dolore che provavi tu, ma senza capire, senza sapere niente, senza poter chiedere aiuto a nessuno, solo con l’urgenza di raggiungerti prima che fosse troppo tardi, ma non avendo la minima traccia? Hai idea di quello che ho dovuto fare, per riuscirci? Pretendi di trattarmi come un bambino viziato che vuole sfuggire alle proprie responsabilità, ma dimentichi che se non fosse stato per te, non mi troverei in questa situazione di merda! Mi sono dovuto… inginocchiare davanti a quei bastardi, per avere il permesso di venirti a salvare, dopo che mi avevano rifiutato la squadra che avevo legittimamente richiesto! Ecco che cos’ha fatto il bambino viziato, stronzo, senza contare tutto il resto. Non pretendo gratitudine, ma rispetto sì, cazzo. Io sono certo di essermelo guadagnato. Adesso, se permetti, esco a farmi un pasto decente, visto che sono due settimane che mangio merda in plastica. Tanto te la caverai benissimo anche senza di me, com’è sempre stato, giusto? E io sono il Sommo Maestro dei Diurni, non un cazzo di infermiere.” 

Senza attendere la replica del Francese, Raistan uscì dalla stanza come una furia, poi lasciò il cottage sbattendo la porta dietro di sé. Sfortunato l’umano che lo avrebbe incontrato, quella sera, ma non vedeva l’ora che succedesse.

Quando rientrò, stanco, insanguinato e avvilito, l’alba era alle porte. Si mosse silenzioso per la casa e si affacciò alla porta della camera da letto; scorse la sagoma di Guillaume fra le lenzuola, immobile, ma non riuscì a capire se dormisse o no. Si sentiva del tutto svuotato, incapace persino di provare risentimento o rabbia. Si ritrovò accanto al letto, ad allungare una mano verso i capelli del compagno in una carezza quasi impercettibile. Dio, faceva così male sentire… così male… Spense l’abat jour, si spostò nella camera degli ospiti e decise di trascorrere lì l’ultimo giorno che lo separava dal nulla in cui si sarebbe trasformata la sua vita. A pensarci bene, aveva già cominciato a succedere.

***

Dietro la parete di vetro la notte era strisciata fino alla villa, avvolgendola. Una notte pallida, crivellata dalle mille luci dei faretti che definivano il perimetro della proprietà, tagliata dal reticolato invisibile del sofisticato sistema d'allarme che la circondava. Nulla di paragonabile alla notte vera, quella che iniziava al limitare del bosco. Un'oscurità perfetta, inviolata, un buio fatto di assenza, di negazione, eppure ricco e vibrante di una sua segreta pienezza.

A quell'oscura perfezione anelava l'uomo in piedi dietro il vetro affacciato sulla notte. A quella libertà così vicina che sarebbe bastato allungare una mano per afferrarla. Quante volte nella sua mente aveva percorso quel tragitto? La porta d'ingresso spalancata di slancio, i passi affrettati che si mutavano in corsa lungo il vialetto di brecciolino bianco, poi sull'erba umida di rugiada notturna. Aveva vissuto così tante volte il momento in cui il suo corpo sarebbe stato accolto dal folto del sottobosco da indovinare l'odore esatto del muschio bagnato, delle felci stillanti gocce gelide, della terra scura in cui i suoi piedi avrebbero impresso impronte che all'alba non sarebbero state più visibili nemmeno all'occhio del più esperto dei cacciatori.

Notte dopo notte Raoul aveva pregustato quella libertà, notte dopo notte aveva scelto deliberatamente di rinunciarvi.

"Lo zio sta cercando di riposare. Uno dei suoi brutti mal di testa."

La voce di Julian lo raggiunse dalla porta alle sue spalle. Raoul non si voltò. Era presumibile che Samael stesse risentendo del loro rientro frettoloso alla villa, nonché del fallimento della sua ultima impresa. Per una settimana o due avrebbero dovuto sopportare il suo malumore e le sue indisposizioni vere o presunte. Forse meno, se suo fratello Ossian fosse venuto a fargli visita. C'era da augurarselo.

Raoul non si mosse nemmeno quando sentì le braccia esili del ragazzino cingerlo da dietro e la sua fronte appoggiarsi alla sua schiena. Socchiuse gli occhi, e il bosco con il suo richiamo suadente sembrò scomparire. Ecco la sua unica, vera prigione.

"Ho creduto che saresti andato via" mormorò il ragazzo alle sue spalle. "Ho sperato che lo avresti fatto, anche se nello stesso tempo lo temo. Oh, Raoul..."

"Non potrei mai andarmene, Julian" rispose l'uomo, la voce trattenuta in gola, gli occhi d'ambra di nuovo aperti verso il buio sempre più distante. Cercò le mani che gli stringevano il petto e le coprì con le proprie. "Non potrei mai lasciarti, non con lui" aggiunse, intrecciando le dita forti con quelle sottili del ragazzo. Samael gliela avrebbe fatta pagare per quello che era successo alla clinica? Forse. Non avrebbe potuto essere peggio di ciò che gli aveva fatto in tutti quegli anni.

"Andremo via insieme, presto, allora" mormorò Julian contro la sua schiena. "Ti porterò via, dove lui non potrà più toccarti, dove potremo stare insieme."

Quelle parole, quelle mani delicate, erano la più crudele delle celle, l'unica che poteva trattenerlo. Raoul ne era consapevole, come era consapevole del fatto che anche Samael lo sapeva.

Eppure, affacciato sulla notte che si ritirava, in quella villa che era la sua prigione da sempre, sentiva di non poter desiderare di essere in nessun altro luogo.

***

"Eh, chi non muore..."

Guillaume De Joie accolse con un sorriso quel saluto lasciato a metà dal Chimico.

"... è immortale" si affrettò a concludere la frase, mentre entrava nell'appartamento, le mani sprofondate nelle tasche del soprabito bianco. "Stai tinteggiando" constatò poi, lasciando vagare lo sguardo intorno a sé.

"Bello, eh?" lo affiancò l'uomo, le braccia conserte sulla maglia lisa. Guillaume non se la sentì di contraddirlo. Beninteso, lui era sempre per un gusto alquanto minimal e moderno, per quanto concerneva il design, con qualche concessione all'antico nei dettagli di pregio. Ma dubitava che il Chimico avesse mai preso in mano una copia di Vogue Living in vita sua. Lo stesso si poteva facilmente immaginare della ragazza che, infagottata in una felpa grigia schizzata di vernice, appollaiata su uno sgabello, stava dipingendo una gigantesca farfalla sulla parete del salotto.

"Salve Caska" la salutò il vampiro, e subito lei si voltò a cercarlo con lo sguardo, scese dallo sgabello e lo raggiunse esibendo un ampio sorriso. Anche il suo volto era imbrattato di vernice multicolore, per non parlare dei capelli, ma dal momento che anche il Chimico era più o meno nella medesima condizione, c'era da immaginare si stessero divertendo davvero molto a ricoprire le pareti del rifugio di farfalle e fiori sgargianti.

"Vi trovo bene. Entrambi" osservò Guillaume, valutando la coppia con un sorriso che tuttavia non raggiunse gli occhi.

Caska allacciò il fianco del Chimico e gli strusciò il volto sulla spalla, lasciandogli una nuova macchia verde e gialla. Una delle sue iridi aveva assunto una colorazione rossa, che conferiva al suo sguardo una disarmonia unica. A parte questo, non si poteva dire che fosse molto loquace, da quando il Chimico l'aveva presa con sé, ormai da quasi due mesi, ma dal momento che nessuno aveva avuto modo di fare conversazione con lei prima che Janiĉek la riempisse di sangue di lycan, non era escluso che fosse sempre stata così. Di certo sembrava felice e serena, mentre il Chimico le passava le dita sul volto disegnandole quattro linee arancioni. Quel gesto le strappò un grido deliziato, e corse via, le gambe nude che spuntavano dalle pieghe della felpa bianche e invitanti. A Guillaume non sfuggì come il Chimico la seguisse con lo sguardo. Nascose un sorriso.

"Anche tu ti sei rimesso in sesto" osservò l'uomo, quando tornò a rivolgersi a lui. "Sei in partenza?"

"Già" rispose succinto il vampiro. Aveva smesso di stupirsi di come il Chimico sembrasse conoscere le cose prima che esse avvenissero. Forse aveva a che fare con tutto ciò che assumeva, con un'esasperazione delle percezioni indotta dalle droghe, come avveniva per gli sciamani in molte culture. Forse, come tutti i matti, aveva veduto il volto di Dio, e questo lo rendeva onnisciente.

"Ho sistemato i miei affari qui" si sentì in dovere di aggiungere. "Non ho più nulla che mi trattenga. È tempo che cambi aria."

Non fece cenno a Eloisa, che avrebbe iniziato i corsi estivi nel sud della Francia. Lei apparteneva a un mondo di cui il Chimico non avrebbe mai fatto parte. Non finché lui fosse rimasto in circolazione, almeno.

Per il resto... no, non c'era più davvero nulla che lo legasse a Londra.

"Se ripassi in città fatti vivo, mi raccomando" lo salutò il Chimico, porgendogli la mano, che Guillaume strinse nella propria.

"Tu abbi cura di te. E di lei" fece il vampiro, in tutta risposta, indicando con un cenno del capo la ragazza che era tornata alle sue farfalle. "E non pasticciare troppo con il Sangue degli Angeli. Difficilmente potrà mai venire qualcosa di buono da certa gente..."

Mentre già s'incamminava lungo il vialetto che collegava la porta d'ingresso con la strada, la voce dell'uomo lo raggiunse di nuovo.

"E salutami il tuo amico, quando lo rivedrai."

Guillaume non si fermò, non si voltò, limitandosi ad alzare la mano e ad agitarla in aria, in cenno di saluto.

***

"Sommo Maestro! Sommo Maestro!"

Ramsey, il gufesco assistente di Raistan, sembrava aver dimenticato una delle regole imprescindibili del luogo in cui si trovava. Non che corresse proprio per i corridoi di pietra, no, ma la sua andatura era abbastanza sostenuta da far sì che i suoi passi riecheggiassero, propagando un rimbombo metallico tutt'intorno. Per sua fortuna in quel momento nessuno aveva tempo e predisposizione d'animo per far caso a lui, non in quell'ala del palazzo disertata dai più.

"Sommo Maestro!" chiamò ancora, osando alzare la voce. L'eco di quel richiamo si perse nel silenzio desolato delle vaste sale deserte. Una ruga di disappunto increspò la fronte lasciata scoperta dai capelli di colore indefinibile. Eppure era certo che avrebbe trovato il Sommo Maestro lì. Non era un mistero per nessuno che fosse quello il luogo in cui preferiva ritirarsi, quando i suoi doveri non lo richiedevano al cospetto dei Giudici e il Kilar Rafael sembrava disposto a concedergli un po' di pace.

Era un vero peccato che non gli riuscisse di trovarlo. Ci teneva così tanto ad essere il primo a dargli quella notizia! Stava già per girare i tacchi e tornare alla sala comune, quando colse con la coda dell'occhio un movimento proveniente da uno dei davanzali delle finestre murate che si aprivano appena sotto il soffitto. Per un attimo pensò si trattasse solo di un lembo degli antichi tendaggi che pendevano laceri dalle intelaiature. Visto lo scarso uso che si faceva di quell'ala del palazzo, nessuno aveva pensato che fosse il caso di sostituirle da qualche secolo. Ma non ebbe bisogno di una seconda occhiata per sapere che non era così.

"Sommo Maestro, perdonate se vengo a disturbarvi" gridò, rivolto verso il davanzale avvolto nell'ombra. Non ottenne risposta, solo ancora un ondeggiare di tessuto scuro, che accolse come una concessione a continuare.

"Ho pensato che potesse interessarvi sapere che c'è gran fermento, di sopra." E aggiunse, consapevole che quella fosse l'ultima carta da giocare per avere l'attenzione del vampiro più antico, "il Kilar Rafael si è raccomandato che voi non veniste disturbato, fino a cosa fatte, ma ho creduto fosse opportuno informarvi."

La tenebra parve coagularsi nel punto esatto in cui il piccolo vampiro aveva colto il movimento. Un attimo dopo Raistan Van Hoeck atterrò senza un suono davanti a lui, dopo un volo di almeno venti metri. Flesse le gambe e subito si raddrizzò, gettando indietro i capelli che ricaddero in una massa argentea sulle ampie spalle rivestite dal velluto della veste nera.

Squadrò Ramsey con espressione cupa.

"Augurati che per una volta Rafael non abbia avuto ragione, cornacchia, perché se mi hai disturbato senza un valido motivo..." ringhiò. Non ebbe bisogno di concludere la frase. Era già stato fin troppo eloquente. Quell'atteggiamento ostile non parve scoraggiare il piccoletto, cosa che aveva davvero dell’incredibile, visto che viveva nel terrore del suo superiore.

"Nossignore. Sono sicuro che giudicherete il motivo più che valido" lo rassicurò. E dal momento che l'altro non rispose, limitandosi a fissarlo truce, si sentì autorizzato a continuare. "Poco dopo il tramonto è giunto un ospite del tutto inatteso. Avresti dovuto esserci, Sommo Maestro: è stato come se qualcuno avesse gettato una bomba in mezzo alla sala delle udienze!"

"Risparmiami le figure retoriche, Ramsey" lo ammonì Raistan, con voce atona. "Vieni al punto o togliti dai piedi."

"Sissignore. Per farla breve, sono tutti in gran fermento. Il Kilar Rafael ha quasi perso il controllo, non lo avevo mai visto così!"

Raistan lanciò un'ultima occhiata ammonitrice al proprio assistente.

"Un Arconte. Un Arconte del Concilio!" esclamò finalmente Ramsey, rendendosi conto che protrarre quell'attesa avrebbe potuto avere conseguenze nefaste. "Senza alcun preavviso, senza nessun annuncio ufficiale. Si è presentato direttamente ai cancelli, con una bolla ufficiale e due bauli da viaggio. Un Arconte vero!"

Questa volta fu il turno di Raistan di manifestare sconcerto. Che accidenti ci faceva un Arconte alla Casa Madre? C'era solo un motivo per cui quel genere di individui si muoveva, e non era mai un buon motivo.

"C'è un processo in corso?" si informò cauto, cercando di riordinare le idee. Per un attimo lo sfiorò perfino il dubbio che lo avessero fatto chiamare per lui, per giudicarlo una volta per tutte e liberarsi della sua scomoda presenza. Ma questo non avrebbe giustificato la reazione di Rafael.

"No, che io sappia. È la stessa cosa che ho pensato io" rispose pronto Ramsey. "E comunque perché il Concilio dovrebbe mandare un Arconte alla Casa Madre? Qui c’è già un tribunale, e se ci fosse una questione di importanza superiore, che esula dagli interessi del singolo Clan, dovremmo saperlo tutti. Per questo mi sono stupito e ho pensato voi doveste essere informato subito..."

Raistan lo zittì con un cenno della mano. Sì. Non era una questione da prendere sottogamba. In Europa il Concilio vantava solo tre Arconti, per quanto ne sapeva lui, figure super partes investite di pieni poteri, chiamate a giudicare i casi in cui la sicurezza dei Clan fosse messa in pericolo da questioni che esulavano la giurisdizione dei Clan stessi. Personalmente non ne aveva mai incontrato uno, e non ci teneva particolarmente. Erano individui ammantati di un'aura sinistra, intoccabili, che con i loro giudizi potevano invocare una sentenza di Morte ultima perfino sui regnanti. Il più delle volte si presentavano già accompagnati da un Esecutore, un boia incaricato di eseguire la condanna da loro pronunciata. Non c'era da augurarsi di avere mai a che fare con loro.

"Ho sentito Rafael bisbigliare qualcosa all'usciere" aveva ripreso intanto Ramsey, eccitato dall'attenzione che era riuscito a suscitare in Raistan. "Insomma, sembra che l'Arconte sia venuto per stabilire il suo Ministero qui, alla sede del Clan. Vuole usarlo come appoggio, e si aspetta la massima collaborazione da parte di tutti. Tra l'altro, è un francese, sembra. Il che giustificherebbe almeno in parte la scelta..."

Il piccolo vampiro notò con disappunto che il Sommo Maestro non lo ascoltava più. Anzi, gli aveva girato le spalle e si era incamminato attraverso la Sala e verso il corridoio che conduceva ai piani superiori. Partì all'inseguimento, cercando di non farsi distanziare.

"Un francese, dicevo" riprese, cercando invano di affiancare il vampiro più anziano. "Non si è mai visto un Arconte alla Casa Madre! Ci deve essere qualcosa di grosso in ballo! Magari sceglierà uno di noi come Esecutore!" continuò, quasi correndo per non farsi lasciare indietro.

Era sicuro che al Sommo Maestro aveva fatto piacere essere informato, si congratulò mentalmente con se stesso!

 

Arconti.

Ci mancavano gli Arconti, lì, alla Casa Madre. Un altro burocrate del cazzo da cui guardarsi, proprio quello che ci voleva. Magari avrebbe dovuto perfino parlargli, collaborare con lui. Gli si inacidiva il sangue solo a pensarci. Di un'unica cosa gli era grato ancora prima di fare la sua conoscenza: aveva fatto perdere le staffe ai Kilar. Man mano che si avvicinava al salone delle udienze, sentiva le loro voci irate e non riuscì a trattenere un ghigno, prima di ritornare a chiedersi che cosa, tutto ciò, avrebbe potuto comportare per lui. Quando spalancò la porta, tuttavia, e vide la figura di spalle, immobile davanti agli scranni dei giudici che schiumavano di rabbia, si bloccò a sua volta. Quello era.... no, non poteva essere. Eppure, chi se ne andava in giro vestito completamente di bianco, nel ventunesimo secolo? E tutto il resto... i capelli... la struttura fisica... cazzo... l'odore... Si accorse di stare stringendo la maniglia con tale forza da farla scricchiolare e si impose di allentare la presa. I giudici, in compenso, non sembravano nemmeno essersi accorti del suo ingresso e continuavano a inveire contro il nuovo arrivato, sventolandogli davanti scartoffie polverose.

"Ma che cazzo" si sentì dire, con una voce che non riconobbe assolutamente come la propria. Vi fu un attimo di silenzio costernato, talmente perfetto che la polvere, cadendo, produceva un frastuono assordante.

"E questi è il nostro Sommo Maestro" annunciò poi Kilar Rafael, la voce che grondava biasimo. Il tono e lo sguardo con cui accompagnò quell'annuncio non sembravano davvero adeguati a una simile presentazione. Il suo illustre ospite, tuttavia, non parve badarci più di tanto. Si voltò e fronteggiò il nuovo venuto, squadrandolo da capo a piedi con garbato interesse.

"Ho sentito molto parlare di voi, Sommo Maestro" asserì poi, chinando il capo in un cenno di saluto.

Rafael assisteva a quell'incontro con l'aria di uno che stesse camminando in equilibrio sulle punte di una selva di frecce acuminate.

"Sommo Maestro, l'Arconte del Concilio Supremo, Guillaume De Joie" espletò la presentazione come se avesse fretta di interrompere ciò che l'Arconte avrebbe potuto dire riguardo la fama di Raistan. E aggiunse, giusto per rivendicare il proprio ruolo in quello scomodo scambio: "L'Arconte ci farà l'onore di restare tra noi fino a data da destinarsi. Inutile dirvi che il Kilarmeth lo ha come ospite di assoluto riguardo e gli ha assicurato la propria completa disponibilità per tutto il tempo della sua permanenza...”

"... che sarà, prevedo, molto lunga, Kilar Rafael" Questa volta fu il turno dell'Arconte di interrompere il Giudice. Un fremito attraversò i presenti. Il volto di Rafael era dello stesso colore della pietra che pavimentava la sala, e della pietra aveva anche l'espressione.

"Naturalmente, Domine. Tutto il tempo che riterrete opportuno" sibilò.

Guillaume fece un cenno di graziosa accondiscendenza col capo, prima di tornare a rivolgersi a Raistan.

"E da parte vostra, sommo Maestro? Posso sperare nella più piena e assoluta collaborazione?"

"Ma. Che. Cazzo" ripeté Raistan, poi si rese conto che tutti gli occhi erano puntati su di lui, specie quelli del nuovo arrivato e dovette consapevolmente resistere alla tentazione di girare i tacchi e uscire dalla stanza. Tutte le emozioni che aveva tentato di soffocare in quegli ultimi mesi minacciavano di sfociare in qualche manifestazione davvero violenta e imbarazzante, per cui deglutì un paio di volte, prima di riuscire a balbettare qualcosa di sensato.

"Piena. Collaborazione" si sentì dire.

L'Arconte annuì compiaciuto. Del resto, non si era aspettato nulla di diverso. Era per quel motivo che si trovava lì. Solo per quello.

 

 

 

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