Lucia Guglielminetti's books on Goodreads
Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
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Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
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L'alchimia degli opposti II

 

1

 

Raistan Van Hoeck si stava godendo un po’ di sano relax domestico.

Allungato sul divano di pelle nera – di fatto l’unico mobile presente nell’enorme salone, se si escludeva l’imponente impianto home theatre – era immerso nella lettura di una raccolta di racconti di Lovecraft, quando il campanello trillò. Alzò la testa dai cuscini, sorpreso: da quando si era trasferito nella sua nuova dimora, circa sei mesi prima, non aveva mai ricevuto visite. La sua vita sociale era piuttosto limitata, per non dire inesistente. Il bello è che non gliene importava un fico secco.

Lo spinello che stava fumando lo aveva reso ancora più tranquillo, tuttavia, e nemmeno ringhiò, quando dovette alzarsi. Chi cazzo poteva essere, a quell’ora? Forse Greylord? Shibeen, la sua creatrice, tornata da chissà dove? Gli bastarono pochi passi in direzione della porta per rendersi conto che le sue previsioni erano del tutto errate. Riconosceva benissimo quell’odore. Soprattutto dopo aver bevuto parecchio del sangue di colui a cui apparteneva, in una notte che più folle non avrebbe potuto essere.

A onor del vero rallentò l’andatura ed ebbe anche la tentazione di fingersi assente, ma sospettava che l’ospite inatteso si fosse già accorto della sua presenza in casa. Non voleva che pensasse che aveva paura di lui. Non ne aveva, di fatto. O forse un pochino sì. Forse era la sua completa imprevedibilità che lo metteva a disagio. O no? La mistura di Ciro, nella canna, non era l’ideale per mettere insieme pensieri coerenti.

Arrivato nei pressi della porta, aspirò l’ennesima boccata di fumo e la trattenne, poi aprì.

Eccolo lì. Il maledetto francesino, di un’eleganza abbagliante quanto il sorriso che aveva stampato in faccia.

Raistan si appoggiò allo stipite con il braccio alzato, lo squadrò con sguardo neutro e lasciò sfuggire lentamente il fumo dalla bocca dritto sulla faccia di Guillaume. Non ebbe la reazione che sperava. L’attenzione dell’Immortale era tutta rivolta alla porzione di pelle scoperta tra l’orlo della maglietta nera e i pantaloni della tuta che Raistan indossava quella sera. Gli occhi gli si erano fatti torbidi, in un’espressione avida che l’Olandese aveva già visto e che non era sicuro gli piacesse.

“Come diavolo hai fatto a trovare casa mia, Fiorellino?” gli chiese.

Ci vollero alcuni secondi prima che Guillaume riuscisse a rispondere. Quando lo fece, le sue parole non avevano nulla a che fare con quello che Raistan gli aveva chiesto: “Ma tu ce l’hai il porto d’armi per andare in giro in questo modo, cheri? Sei pericoloso, dico sul serio.”

Allungò persino una mano con l’intenzione di seguire il contorno di quella fossa iliaca così appetitosa, ma Raistan gliela schiaffeggiò senza tante cerimonie. “Ti ho chiesto come hai fatto a trovarmi” sibilò, mentre Guillaume cercava di sporgersi oltre le sue spalle per sbirciare dentro casa.

“Kensington, cottage isolato, di pietra. Ce ne sono altri due, ma hanno cani nel giardino. Uno ha anche un’altalena. Mi sono sentito autorizzato a scartarli. E ho fatto bene. Allora, vediamo un po’ questa tua sontuosa dimora…”

Spostò da un lato Raistan con un gesto gentile, ma deciso e l’Olandese non riuscì a opporsi alla sua forza. Doveva cercare di non dimenticare mai che sotto quelle spoglie così delicate si celava un killer letale, più potente di lui. Prese un’altra lunga boccata di fumo, scosse la testa e si chiuse la porta alle spalle.

 

2

 

Guillaume si liberò con nonchalance del lungo soprabito bianco, rivelando un impeccabile completo dello stesso colore. I pantaloni cadevano con una linea dritta come filo a piombo, la giacca sembrava cucita su misura per le sue spalle, la sua vita, i suoi fianchi. Probabile che fosse proprio così. Dopo essersi guardato intorno un istante, lasciò cadere il soprabito sul divano e si tolse anche la giacca, rimanendo in maniche di camicia e panciotto. Valutò con un'occhiata di compiacimento l'home theatre, prima di andare alla ricerca di altre stanze.

“Fai pure come se fossi a casa tua, mi raccomando” lo inseguì la voce di Raistan. Lui non si prese la briga di rispondere, limitandosi a sogghignare tra sé. Quando tornò nel salone, l'Olandese era di nuovo stravaccato sul divano a fumare, il capo riverso all'indietro. Guillaume contemplò la lunga figura abbandonata con apparente rilassatezza, dalla quale, ne era certo, avrebbe potuto riscuotersi in qualsiasi momento, balzando in piedi in un fascio di muscoli pronti a scattare. Anche questo faceva parte della sua bellezza. C'era da chiedersi se Raistan se ne rendesse minimamente conto.

Prese posto in un angolo del divano, sedendo compostamente, il busto appena flesso in avanti, le mani intrecciate.

Raistan lo spiava cauto tra le ciglia. Era così perfetto da risultare fastidioso, con quel capelli pettinati all'indietro in un'onda che scendeva sul collo in morbidi boccoli disegnati dalla mano di un artista. Sarebbe bastato allungare una mano per sgualcirlo irrimediabilmente, e un po' faceva venire voglia di farlo. Ma in qualche modo l'Olandese sospettava che ci volesse ben altro per turbare quella strana creatura.

“Sì, anche tu mi sei mancato, Raggio di sole...”

Il volto di Raistan si contrasse in una smorfia orribile. Non si era reso conto di essere rimasto a fissare Guillaume in silenzio finché non aveva udito la sua voce. Ora il francese lo guardava con la consueta espressione serafica che avrebbe fatto prudere le mani a un santo o a un monaco buddista.

“Le notti erano lunghe e noiose senza il tuo fascino, il tuo acume, la tua brillante conversazione, la tua sagacia...”

“De Joie, trovi da solo la porta o vuoi che ti mostri dov'è?” lo interruppe secco Raistan.

L'altro si limitò a ridere.

Passarono alcuni minuti in cui il silenzio regnò sovrano, in casa Van Hoeck.

Raistan sembrava perso in un mondo tutto suo e fumava tranquillo, senza degnare della minima attenzione Guillaume, che invece fotografava l'ambiente con gli occhi come se lo stesse già arredando. Stranamente fu l'Olandese a rompere la quiete.

“Vuoi qualcosa da bere?” disse con voce roca. Teneva gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, mentre dalla canna abbandonata in un angolo delle labbra le spire di fumo salivano verso il soffitto. Guillaume si voltò verso di lui. “Certo, perché no?”

“La cucina è da quella parte” rispose Raistan, sollevando un dito e puntandolo verso una porta sul lato destro del locale.

Il sorriso si congelò sul volto del francese, che lo guardò incredulo.

“Dimmi un po', ma dove sei cresciuto? Presso una tribù di barbari, su un altopiano della Siberia? Sei mai stato minimamente gentile con qualcuno, in vita tua? Vita o non-vita, non fa differenza. E dire che sono venuto con le migliori intenzioni per aiutarti...”

“Sei venuto sperando di scopare. Peccato che la mia mezz'ora gay annuale sia finita poco prima che tu arrivassi...” rispose Raistan, senza scomporsi e senza nemmeno aprire gli occhi. D'altronde era sempre quella la sua tattica: mettere alla prova le persone portandole all'esasperazione, una scortesia dopo l'altra. Qualcuno – la maggior parte – scappava, ma quelli che, per qualche misterioso motivo, resistevano, avevano accesso anche al lato di lui più nascosto e che spiacevole non era. Se così non fosse stato, la sua creatrice lo avrebbe ucciso molto tempo prima. Qualche volta la tentazione l'aveva avuta, ma il suo amore per lui non era mai stato in discussione.

“Io non sono gay, idiota. Sai bene che queste catalogazioni umane tra di noi non hanno senso. Mi vedi, Van Hoeck?”

“Purtroppo sì, ma spero che sia una cosa passeggera” rispose l'Olandese, sghignazzando.

Un attimo dopo, una mano di Guillaume lo teneva saldamente artigliato per i capelli e Raistan fu costretto a dedicargli più attenzione. Spalancò gli occhi solo per stringerli in una fessura minacciosa e regalò al suo ospite un ringhio feroce dal fondo della gola, cercando nel contempo di fargli mollare la presa. La cosa si rivelò più ardua del previsto. Anche l'espressione del francese era minacciosa, adesso. La dolcezza dei suoi lineamenti era stata sostituita da una maschera gelida e le labbra erano sollevate a mostrare canini spaventosi, che Raistan non mancò di notare.

“Allora, mi vedi, zotico che non sei altro?”

La sua presa si fece ancora più decisa e Raistan ringhiò di nuovo. Tentò di colpirlo al volto con un manrovescio, ma la mano gli venne bloccata a mezz'aria.

“Rispondi!”

“Sì, ti vedo, cazzo, ti vedo. E allora?! Lasciami, ti avverto. Non mi toccare, non...”

“E allora avrai notato che sono bello. Bellissimo. E potrei avere tutti quelli che voglio. Maschi e femmine, per me non fa differenza. Sono anche ricco, colto e affascinante, se ti fosse sfuggito. Credi che abbia bisogno della tua compagnia, o dei tuoi favori sessuali? Il mondo è mio, Olandese. Basta che io tenda la mano per afferrarlo. Se sono qui è per mia scelta, non per necessità.”

Lasciò la presa sui capelli di Raistan e si alzò in piedi con uno scatto fulmineo, risistemandosi il colletto della camicia con mosse nervose. Voltò deliberatamente le spalle all'Olandese, per fargli capire che non aveva paura di lui, anche se era pronto a combattere e si aspettava di doverlo fare. Maledetto lui e i suoi modi da caprone! Odiava venire alle mani, alzare la voce e fare il gradasso ma, se la loro strana amicizia voleva avere uno straccio di possibilità, era necessario che l'Olandese capisse chi si celava sotto quella superficie tanto raffinata.

 

3

 

Raistan, del canto suo, si era acquattato in posizione d'attacco, gli occhi dalla pupilla verticale conficcati in mezzo alla schiena di quel maledetto francese. Il suo istinto era uno solo: balzargli contro e fare scempio di lui, cancellargli dalla faccia troppo bella quella sicurezza ostentata, fare a pezzi il suo corpo proporzionato e armonioso, cercando l'anima nella carne, ammesso che gliene fosse rimasta una briciola. C'era il sangue, sì, quello lo aveva assaggiato, accidenti a lui. Lo sentiva ancora scorrergli tra le labbra, possente, inarrestabile, un flusso di eternità prorompente che aveva rischiato di sbalzarlo da se stesso. Si accorse di avere la bocca arsa, le labbra dolenti. Le gengive si erano ritirate sulle zanne, e non solo per la rabbia. Più di ogni cosa desiderava affondare nuovamente in Guillaume De Joie, fino a ubriacarsene, possederlo come mai aveva desiderato possedere qualunque donna, qualunque uomo.

“Che c'è? Vuoi mangiarmi?”

Quando il francese gli rivolse di nuovo la parola, Raistan si accorse di aver digrignato i denti fino al punto di farli scricchiolare. Cercò di articolare un suono qualsiasi, ma la gola era arida come una cava di sabbia e aveva l'impressione di avere lamette da barba lungo l'esofago.

Guillaume lo guardava con espressione ineffabile. Non sorrideva. Si limitava a fissarlo con quel suo sguardo da giovane infinitamente vecchio, le labbra appena atteggiate in un broncio che tradiva una vulnerabilità solo illusoria. Impossibile capire cosa gli passasse davvero per la testa, e nello stato in cui Raistan si trovava, quell'imprevedibilità, che pure era più reale di qualsiasi piacevole maschera il francese avesse adottato a suo beneficio fino ad allora, era spaventosa.

Poi Guillaume inarcò un sopracciglio e il suo volto mutò all'improvviso, come una mosaico scombinato da una mano molesta, un caleidoscopio in perpetuo mutamento. Riassunse la consueta espressione annoiata e indolente.

“Suvvia, Von Hoeck, ti pare il caso di serbare rancore?” lo canzonò bonariamente, “Un ragazzone grande e grosso come te! Abbiamo del lavoro da fare, ricordi? Questa baracca non si ammobilierà da sola.”

Mentre parlava aveva recuperato il soprabito. “Muovi quel tuo appetitoso culo e cerca di starmi dietro. Ti piace la cucina asiatica?”

Raistan non gli rispose.

Non era in grado. Sfrecciò in cucina, spalancò il frigo e ne trasse due sacche di sangue che squarciò con i denti in rapida sequenza e svuotò avidamente, con le mani che tremavano, senza preoccuparsi di quello che gli finiva sulla maglietta o sul pavimento. Era l'unico modo per riassumere un vago controllo di sé. Perché quel tipo gli facesse un effetto tanto destabilizzante era un mistero, poi. Non gli era mai successo niente del genere in tre secoli, poco ma sicuro.

Fu strappato alle sue riflessioni dalla voce di Guillaume che, appoggiato allo stipite della cucina, lo stava guardando con espressione vagamente disgustata: “È così che ti nutri, di solito? Non mi sorprende che il mio sangue abbia avuto un effetto tanto devastante su di te. Dio, bisogna ricominciare tutto da capo, devo proprio insegnarti tutto...”

Si diresse verso di lui, ma Raistan si spostò rapido presso il lavello e gettò la plastica ormai prosciugata delle sacche. Si sentiva un po' meglio, un po' più padrone di sé. Ma solo un po'. Non voleva che quel maledetto francese si avvicinasse troppo. Quando lo aveva afferrato per i capelli, poco prima, aveva percepito tutta la sua letale energia e l'aveva temuta. E lui odiava temere qualcuno, perché l'imprevedibilità di Guillaume era anche la sua e non sempre riusciva a controllarsi. A conti fatti temeva se stesso tanto quanto il francese. Un bel problema, per usare un eufemismo.

“Vorrei che te ne andassi” gli disse, tenendosi artigliato al bordo del lavandino, il capo chino e i capelli che spiovevano in avanti a coprirgli il volto.

Sentì il corpo di Guillaume aderire alla sua schiena, le braccia che salivano a cingergli il torace e lo accarezzavano e si irrigidì con un lamento strozzato. Poi l'abbraccio si sciolse, ma solo per permettere alle sue mani di insinuarsi sotto la maglietta e sfiorargli la pelle dei fianchi e del petto. Lì si bloccarono. Raistan non poteva vederlo, ma l'espressione di Guillaume era cambiata. Aveva aggrottato la fronte e sgranato gli occhi, perché quello che sentiva sotto le dita era troppo inquietante. La pelle dell'Olandese era solcata da un reticolo di cicatrici, alcune in rilievo, altre infossate come solchi, come se qualcuno si fosse divertito a giocare a tris usando lui come lavagna.

Guillaume si staccò e gli sollevò lentamente la t-shirt, scoprendo il gigantesco tatuaggio che gli copriva la schiena da circa un anno. Un delirio di fiamme e argento con una città in rovina sullo sfondo, che celava le cicatrici delle frustate, ma non poteva annullarne la consistenza. I fianchi, poi, erano attraversati da tre enormi solchi per lato, come graffi inferti da un grosso animale. Le sue dita gli avevano suggerito che anche il torace fosse devastato da qualcosa di simile. Per una volta, Guillaume de Joie era rimasto senza parole.

Fece un passo indietro, fissando Raistan. Lui si era voltato, ma rifuggiva il suo sguardo. Si teneva ancora al bordo del lavandino, immobile. Poi, in un impeto di orgoglio, alzò gli occhi e intrappolò quelli dei francese.

“Ti è passata la voglia di toccarmi? Meglio così. Adesso alza i tacchi e lasciami in pace.”

Guillaume scosse il capo, in un gesto lento. Anziché retrocedere avanzò di uno passo, costringendo Raistan a schiacciarsi contro il lavandino. Sollevò la mano disegnando un arco flessuoso nell'aria, e allungò le dita a spianare la ruga che aggrottava la fronte dell'Olandese. Raistan distolse il volto, accentuandola ancora di più.

“Abbiamo tutti le nostre cicatrici, Olandese” mormorò Guillaume, inclinando il capo da un lato. “Alcune sono evidenti, come le tue, una carta geografica tracciata nella carne che ci riconduce a ciò che siamo stati, a ciò che non potremo mai più essere. Altre sono invisibili, incise nell'anima, marchiate a fuoco in ogni singola fibra del nostro essere” La voce gli si addolcì appena, mentre ritirava la mano. “In entrambi i casi sono il nostro retaggio, le fondamenta su cui erigiamo notte dopo notte il nostro personale impero.”

Si portò il polso alle labbra e vi affondò i denti. Pelle e carne si lacerarono con un rumore di carta crespa. Il sangue iniziò a colare sul pavimento della cucina, disegnando una scia di granati sulle piastrelle bianche. Raistan fissava quello stillicidio, gli occhi sbarrati, le labbra che tremavano irrefrenabilmente.

“Tutto ciò che costruiamo è fatto di sabbia e cenere” riprese Guillaume. Il blu dei suoi occhi aveva assunto quella tonalità torbida che ormai l'altro vampiro aveva imparato a conoscere. “Tutto è destinato a cadere, a svanire, ma non le nostre cicatrici. Loro sono la mappa che ci riporterà a casa, sempre.”

Quando avvicinò il polso sanguinante, Raistan non poté fare a meno di annusare rumorosamente l'aria. Il volto gli si deformò in un'espressione sofferente e un gemito sordo gli scaturì dal fondo della gola, trasformandosi in un verso gutturale prima di giungere alla bocca.

Poi, fulmineo, afferrò il braccio di Guillaume con furia e premette le labbra sulla ferita, con disperata voluttà.

Imprigionato in quella morsa, il francese socchiuse gli occhi, dilatando le narici, e le sue labbra si piegarono in un sorriso di sfinge.

 

4

 

Raistan lasciava che il sangue antico gli scorresse in gola, accogliendolo con il sollievo con cui un terreno riarso accoglie la prima pioggia. Non era come saziarsi dei mortali, inutile raccontarsi storie. Il piacere che derivava dal bere il sangue pompato da un cuore impazzito dal terrore non era paragonabile all'estasi assoluta che derivava dall'immergersi in quel flusso possente, che trascendeva il tempo, ingannava la morte. C'era la storia del mondo, in quel sangue, il suo principio, le sue innumerevoli fini, perché la vita di ogni uomo era un susseguirsi di piccole apocalissi, di infinite morti, dalle quali era sempre più difficile tornare. Il vampiro si immerse in quel caleidoscopio di voci e sensazioni, inseguendo la folla di pensieri, cercando tra i mille volti sconosciuti qualcosa che lo riconducesse all'uomo che stringeva tra le braccia. Si ritrovò in una sala da ballo, che era la somma di cento sale da ballo, in un delirante connubio di forme architettoniche le più disparate. In essa ballerini che indossavano abiti appartenenti a tutte le epoche e a nessuna volteggiavano al suono di una cacofonia assordante, che univa in sé ogni musica da ballo mai scritta… Tutti indossavano maschere di ogni foggia e colore, che trasformavano i loro volti in una visione grottesca e spaventosa.

Avvertì che Guillaume stava allontanando il polso dalla sua bocca. No, questa volta non glielo avrebbe permesso. Il francese aveva visto le sue cicatrici? Bene, adesso toccava a lui scoprire cosa nascondesse quella sua adamantina perfezione, quell'imperturbabile spensieratezza.

Si staccò lui stesso dal suo polso, solo per afferrarlo e sbatterlo contro il piano della cucina, schiacciandolo contro il bordo del lavandino. Col mento imbrattato di sangue si godette per un secondo lo stupore negli occhi blu del francese, la sua bocca carnosa socchiusa e miracolosamente priva di voce. Poi affondò nel suo collo, premendosi contro di lui, imprigionandolo in una morsa d'acciaio. Avvertì il corpo di Guillaume irrigidirsi e serrò ancora di più la stretta. Non avrebbe potuto impedirgli di liberarsi, se lo avesse voluto veramente, e lo sapeva. Poteva solo sperare di rendergli la cosa difficile. Sentirlo lottare lo eccitava terribilmente. Fu colto dal desiderio improvviso di possederlo in ogni modo possibile, di violare non solo il suo sangue, anche il suo corpo. Ma doveva approfittare della curva inerme di quel collo d'alabastro finché poteva, strappare da essa tutta l'estasi possibile.

Ridiscese nella sala da ballo, che ora era deserta, brandelli di festoni che pendevano dalle pareti in continuo mutamento, specchiere in frantumi che rimbalzavano la sua immagine in milioni di schegge taglienti. L'aria era satura dell'odore di sangue e fiori schiacciati. Il frastuono era cessato. Solo una melodia risuonava, in lontananza, un suono vivace di Gagliarda intonato da archi e strumenti a fiato su un tappeto di tamburi. All'improvviso un tramestio distrasse la sua attenzione, attirandola verso una grande porta a due ante. Prima che potesse realizzare altro, essa si aprì e una folla di uomini fece irruzione, rabbiosa e irrefrenabile, i volti sfigurati dalla ferocia resi irriconoscibili dal sangue che inzuppava anche le loro mani, le loro vesti.

Si sentì afferrare e scagliare lontano, dall'altra parte della cucina. Sbatté con violenza contro la parete e si rivoltò, pronto a scagliarsi contro quegli uomini e la loro oscura minaccia.

Ma dall'altro lato della stanza c'era solo Guillaume De Joie, che si tastava il collo cercando di porre rimedio al danno che lui gli aveva inferto. Appariva più pallido che mai, scarmigliato come non doveva essere stato da tempo immemore. Lo fissava senza intenzione, apparentemente senza rabbia, solo un po' accigliato. La cupezza nel suo sguardo lo faceva apparire giovane, esposto.

Raistan riusciva solo a pensare avido a quella bocca lieve come seta.

 

5

 

Una voce dentro di lui gli stava urlando di fermarsi. Era la parte saggia di se stesso. Ma quando mai le aveva dato retta?

“Chi ti ha detto che avevo finito, con te, Fiorellino?” ringhiò, aprendo e chiudendo i pugni. Poi scattò. Abbrancò il francese bloccandogli le braccia contro il corpo, lo sollevò e lo trasportò presso il tavolo, una lastra di marmo nero che campeggiava al centro della stanza, scaraventandocelo sopra prono e schiacciandolo su di esso con tutto il proprio peso. Guillaume cercò di sollevarsi, ma si ritrovò di nuovo col viso premuto contro il marmo e per la prima volta ringhiò. Donare il sangue a Raistan lo aveva indebolito molto e stava contemplando per la prima volta, e con notevole stupore, la possibilità di essere sopraffatto dall'Olandese, in quel momento non più razionale di un animale.

Antichi ricordi premevano per salire in superficie nella sua mente. Cose a cui non voleva pensare. Altre mani su di lui. Altri luoghi. Altre persone che ignoravano la sua volontà e facevano di lui ciò che volevano, come se fosse stato solo un pezzo di carne. Si divincolò con decisione, scalciando, ma Raistan gli si era piazzato tra le gambe e i suoi calci non avevano modo di andare a segno. Lo sentiva ansimare e ringhiare e quando i pantaloni gli vennero bruscamente calati sui fianchi fu un'improvvisa staffilata di odio a dargli la forza di afferrarsi al piano e trascinarsi in avanti quel tanto che bastava per poter ruotare il busto e raccogliere le gambe contro il petto. Investì l'Olandese con un calcio in pieno viso che lo fece rovinare all'indietro sul pavimento, con un ruggito di protesta. Si alzò in piedi di scatto, risistemandosi i vestiti con frenesia e si diresse verso di lui che stava tentando di alzarsi, la faccia trasformata in una maschera di sangue, i canini sguainati.

“Non farlo mai più!” gli urlò. “Mai più, hai capito? Mai più! Non sono la puttana di nessuno! Non lo sarò più!” Nemmeno si era accorto di aver preso Raistan per la gola e che sul suo volto era affiorata un'espressione sbigottita, come se si fosse appena svegliato da un sogno. Ci sarebbe voluto poco per strappargli via la trachea. Così poco... Registrò distrattamente le proprie dita affondare ai lati della cartilagine della sua gola, la mano di Raistan che si aggrappava al suo braccio e i penosi rantoli che gli sfuggivano dalla bocca, poi le dita dell'Olandese raggiunsero il suo, di collo, e incominciarono a stringere a loro volta.

“Forse...” tossì Raistan “Forse... è meglio... che... ci diamo... tutti e due... una calmata...”

Anche lo sguardo di Guillaume si snebbiò.

“È.. la prima... cosa... sensata... che hai detto... da quando... ti conosco... Raggio di sole...”

Lasciarono la presa quasi in contemporanea e si afflosciarono sul pavimento, l’uno davanti all'altro.

Rimasero in silenzio per un lungo istante, ognuno perso nelle proprie riflessioni, ma senza smettere di lanciarsi caute occhiate.

Poi Guillaume ruppe il silenzio: “Hai una vasca da bagno in questa capanna, o ti lavi nelle pozzanghere quando piove?”

Raistan fece per ribattere con una risposta acida, ma si trattenne. Era ancora turbato per quanto avvenuto poco prima, per il modo in cui aveva perso completamente il controllo, per quello che era stato sul punto di fare. Lo turbava anche il fatto che non gli fosse affatto passata la voglia, ma, se non altro, riusciva a mantenere una parvenza di razionalità. Inoltre il francese sembrava sconvolto quanto lui, anche se lo mascherava bene, e quando si passò la mano tra i capelli biondi gli parve stanco, esausto.

“C’è una doccia.”

Le labbra di Guillaume si piegarono in una smorfia costernata.

“Una doccia… così ti perdi almeno la metà del piacere di una sala da bagno. Non c’è problema, rimedieremo presto” continuò, alzandosi in piedi con un movimento felino.

“Devi proprio?” obiettò Raistan, aggrottando la fronte. Ora Guillaume incombeva su di lui e lo guardava dall’alto in basso. Alle sue parole inarcò un sopracciglio.

“Nel caso non te ne fossi accorto il mio outfit da duemila sterline è ridotto a uno straccio buono per pulire il pavimento di una macelleria” osservò caustico. Esagerato. Sì, il gilet bianco e la camicia erano inzuppati di sangue, ma i pantaloni avevano solo qualche schizzo, oltre alla chiusura strappata.

“Ok, fatti la doccia. E poi spero che leverai le tende.”

“E per i vestiti?”

“Ho un guardaroba. Prenditi quello che ti pare.” Non era il caso di fare una tragedia per due stracci, con quello che era successo! “Certo, ti cascheranno un po’ addosso” aggiunse, valutando con aria scettica la figura snella del francese.

“Tranquillo, è solo finché non arriviamo al mio appartamento” lo tranquillizzò quest’ultimo, slacciandosi i polsini della camicia con gesti nervosi. “Per quanto apprezzi il tuo look, non ci tengo ad andare in giro come una rockstar anni Ottanta.”

“Fottiti!” lo apostrofò Raistan, alzandosi a sua volta. Ma l’altro gli aveva dato le spalle e aveva già lasciato la cucina.

 

6

 

Guillaume lasciò scorrere lo sguardo sugli abiti di Raistan stesi davanti a lui. La stanza era occupata solo dal grande letto, semplice fino ad essere spartano, privo di testiera.

L’aria era satura del vapore che lo aveva seguito dal bagno e del profumo del doccia schiuma usato senza alcuna parsimonia. Guillaume amava fare docce molto calde, al limite dell’ustione. In realtà preferiva fare il bagno, ma in quel caso si era dovuto accontentare. Se non altro si sentiva meglio, i brutti ricordi lavati via insieme al sangue rappreso. Sentiva solo una grande stanchezza e il bisogno di nutrirsi il prima possibile, cosa che contava di fare non appena avessero lasciato il cottage.

Aveva scelto alcuni capi che potevano andare bene, nonostante le differenze fisiche tra lui e il bestione Olandese. Il tessuto freddo della camicia nera gli provocò un brivido di piacere quando scivolò sulle sue braccia e gli avvolse le spalle. Seta, nientemeno. Forse dopotutto lo aveva sottovalutato. I pantaloni avrebbero potuto risultare più problematici. Ne trovò un paio che non gli pendevano troppo dai fianchi e valutò brevemente la propria figura nello specchio che capeggiava sulla parete. Un giovane uomo dalla bellezza insolente, vestito con una noncuranza che su di lui si trasformava in sensualità.

C’era stato un tempo in cui si era convinto di essere maledetto, che Dio avesse voluto dargli quell’aspetto per condannarlo a una vita di sofferenza e umiliazione. Questo accadeva quando ancora credeva in Dio.

Raggiunse Raistan in salotto e lo trovò semidisteso sul divano.

“Sei pronto?” lo incitò, recuperando il proprio soprabito.

“Scusa...?” bofonchiò l’altro.

Guillaume sbuffò.

“Ho preso tre appuntamenti stasera e prima dobbiamo passare da me, così che mi possa cambiare. Dobbiamo cercare i mobili per questa tana, ricordi?”

Spalancò la porta d’ingresso e rimase in attesa che l’Olandese si degnasse di precederlo.

Raistan lo guardò, esasperato. “Per uno che tiene tanto al look, non ti sei nemmeno accorto che non posso uscire così. Mi toccherà lavarmi e vestirmi. Che noia, francese. Il concetto di serata tranquilla non fa parte del tuo vocabolario, vero?”

Detto questo si alzò e si diresse con aria indolente verso il bagno, conscio degli occhi di Guillaume puntati sulla sua schiena. Quando Raistan fu sparito dietro la porta, De Joie si guardò intorno e sospirò, impaziente. Si spostò verso l'impianto home theatre per esaminarlo, ma, quando udì l'acqua della doccia che incominciava a scorrere, i suoi piedi si mossero quasi per volontà propria verso la porta del bagno.

La aprì di uno spiraglio e si affacciò nella fessura. La doccia era perfettamente visibile anche da quello spazio così ristretto.

Ed ecco l'Olandese sotto il getto dell'acqua, il corpo bianchissimo che spiccava contro il marmo nero dello sfondo. Era voltato di schiena, entrambe le mani appoggiate alla parete, a testa china e lasciava che l'acqua gli si abbattesse tra le scapole, immobile come una statua.

'Il fuoco è la mia tenerezza, perché angelo e belva insieme nel mio spirito caddero abbracciati' recitava la scritta che attraversava il tatuaggio.

Oh, sì Olandese. È proprio quella la tua essenza' pensò Guillaume e allargò di qualche centimetro il varco, per stare più comodo. Poi Raistan si voltò e cercò tentoni il flacone dello shampoo, versandosene una generosa dose sul palmo della mano e cospargendosi i capelli, che prese a massaggiare con movimenti lenti e sensuali, gli occhi chiusi, i muscoli del costato che guizzavano sotto la pelle.

Guillaume si ritrovò suo malgrado ipnotizzato da quella visione. La fame ruggiva prepotente nelle sue viscere. E non era solo fame di sangue. Se non fosse stato già vestito di tutto punto, probabilmente si sarebbe scagliato verso la doccia, avrebbe scardinato la porta e avrebbe insegnato a Raistan Van Hoeck cosa significasse essere davvero in balìa di qualcuno. Ma non poteva. Avrebbe dovuto accontentarsi di guardare, per questa volta. Prima o poi lo avrebbe avuto. Oh sì. E niente e nessuno avrebbe potuto impedirglielo.

Le mani di Raistan scesero a insaponare il resto del corpo e Guillaume le seguì con lo sguardo, indugiando quando raggiunsero le parti intime e lì si fermarono. Si era voltato su un fianco, rispetto a lui, ora, ma Guillaume poteva vedere comunque il pugno alzarsi e abbassarsi lentamente sul suo membro, mentre con l'altra mano si reggeva alla parete, le dita che si contraevano e si allargavano al ritmo delle scariche di piacere che percepiva. Teneva di nuovo la testa bassa e gli occhi chiusi, con i capelli che gli coprivano quasi del tutto il viso, ma di tanto in tanto la piegava all'indietro e Guillaume poteva godersi il suo profilo, la bocca socchiusa in cui si intravedevano, letali, i canini, l'espressione di estasi che gli addolciva il volto. Nonostante lo scroscio dell'acqua, era in grado di udire i gemiti bassi e rauchi che salivano dalla gola di Raistan. Digrignò i denti. La fame stava raggiungendo il suo parossismo, e con essa il desiderio squisitamente umano di toccare quel corpo.

Si sintonizzò con il flusso mentale di Raistan e captò immagini vorticose di sesso sfrenato, con donne e con uomini, sangue, morte e lussuria. E vide se stesso. Si vide attraverso gli occhi dell'Olandese, assorbì la potenza delle sue fantasie su di lui, in cui attimi di dominio totale si alternavano ad altri di completa sottomissione. Spalancò gli occhi, quasi sull'orlo della perdita del controllo, giusto in tempo per vedere Raistan raggiungere il culmine e inarcare il corpo con un grido strozzato, per poi ricadere in avanti col capo e aggrapparsi al muro di fronte con le dita contratte.

Richiuse la porta e raggiunse il divano con gambe malferme, sperando di riuscire a riprendersi prima dell'arrivo dell'Olandese.

 

7

 

Mezz'ora dopo viaggiavano insieme lungo Edgware Road, direzione Belgravia.

Avevano optato per l'auto di Guillaume, una Maserati Grancabrio simile a un'affilata scheggia di onice. Il francese non aveva dovuto nemmeno faticare troppo per convincere il suo nuovo amico. Gli era bastato offrirgli la possibilità di guidare e Raistan era stato più che lieto di avere tra le mani quel gioiello. Sembrava divertirsi un mondo a far rombare il motore dell'auto e a spingerla a tutta velocità.

Guillaume, seduto accanto a lui, si godeva la corsa e le vibrazioni che dal sedile di pelle risalivano al suo corpo in una deliziosa tortura. Teneva il capo reclinato, gli occhi socchiusi, lanciando solo occasionali occhiate all'Olandese che, al suo fianco, fissava la strada come se volesse divorarla.

“Puoi fermarti un momento?” domandò a un certo punto, indicando un ampio parcheggio alla loro destra. Raistan si rabbuiò.

“Perché? Non mi hai detto di portarti a Belgravia...?”

“Non posso andare a casa mia in queste condizioni” lo interruppe Guillaume, con un sospiro. E visto che Raistan non sembrava comprendere, aggiunse: “Mi devo nutrire, Raggio di sole! Tu hai bevuto quel tuo disgustoso cibo congelato e ti sei tolto qualche soddisfazione con me...”

“Non quante avrei voluto” commentò l'Olandese con un ghigno malefico. Ma il lampo di puro odio che attraverso gli occhi dell'altro vampiro gli fece capire che non era il caso di rivangare l'accaduto.

“Non posso andare a casa senza essermi nutrito. Quindi gentilmente ferma questa macchina e fammi scendere. Sarà questione di un attimo.”

“Come no? Hai intenzione di azzannare il primo camionista che si ferma a pisciare, francese?” domandò Raistan caustico.

Guillaume fece un cenno di diniego, indicando un capannello di ragazzi intenti a ciondolare tra le polle di luce che i lampioni aprivano sull'asfalto.

Sul volto dell'Olandese si dipinse una maschera di scetticismo, ma fermò l'auto e lasciò che Guillaume scendesse. Non passarono che pochi secondi prima che un ragazzo si staccasse dal gruppo e gli si accostasse, le mani in tasca.

“Solo con te o anche con il tuo amico?” domandò, valutando la figura di Raistan seduto alla guida della decapottabile. Non poteva avere più di vent'anni, capelli rosso scuro lunghi sugli occhi e carnagione chiara.

“No, solo con me, dico bene?” rispose Guillaume, voltandosi per lasciare a Raistan un'occhiata. Per tutta risposta l'Olandese partì sgommando, andando a parcheggiare in fondo allo spiazzo. Il ragazzo alzò le spalle, facendo cenno a Guillaume di seguirlo. Ma lui lo fermò.

“Fai venire anche un tuo amico, ti spiace?” chiese, ostentando un sorriso che avrebbe convinto gli angeli a staccarsi le ali, figurarsi un marchettaro di Edgware Road a dividersi un cliente con un collega.

Accanto al parcheggio si apriva un piccolo spazio verde. Chiamarlo 'parco' sarebbe stato esagerato, ma gli alberi e i fitti cespugli fornivano ai ragazzi la privacy necessaria per svolgere il loro lavoro.

Guillaume attese accanto a un platano che il rosso lo raggiungesse insieme a un altro ragazzo un po' più robusto. Se non altro non avrebbe dovuto preoccuparsi di indebolirlo troppo, quando avesse finito con lui.

Uscì dal folto degli alberi qualche minuto dopo, con passo elastico e le falde del soprabito che gli svolazzavano intorno. Quando saltò sul posto del passeggero, al fianco di Raistan, aveva un'aria decisamente soddisfatta.

“Forza Olandese, abbiamo mille cose da fare e la notte è troppo breve!” annunciò allegramente.

 

8

 

“Vuoi passare o no da casa? Se ti fosse sfuggito, non sono il tuo chaffeur.”

Raistan si deterse la bocca con un gesto veloce e lanciò un'occhiata furente a Guillaume, che lo guardò incuriosito. A giudicare dalle vibrazioni malefiche che emanava, sembrava di umore più funereo del solito.

“Sì, devo andarci per forza. Beh? Che ti succede, Raggio di sole?”

“Offrire no, eh? Mi hai fatto tornare la sete. Stronzo.”

Schiacciò il pedale dell'acceleratore e partì in picchiata, mentre Guillaume lo fissava, sorpreso. Quel tipo aveva una faccia tosta da concorso.

“Ma senti chi parla a proposito di offerte! Ti ricordi cos'è successo nelle toilette dello Steel Flamingo, vero, perché sua maestà non poteva condividere la sua preda con un suo simile assetato?!”

“È diverso” tagliò corto Raistan, bruciando un semaforo senza nemmeno rallentare.

“E perché sarebbe diverso? Tra l'altro, ti dispiacerebbe andare più piano? Non vorrei concludere la serata alla Polizia. Grazie a te è già stata abbastanza movimentata.” Le immagini di Raistan che si toccava nella doccia minacciarono di scatenare di nuovo la sete, in lui, quindi preferì pensare ad altro. Ma 'altro' poteva significare il tentativo di stupro di cui era stato vittima poco prima dello show acquatico di Raistan, quindi scelse di non pensare proprio a niente e di attendere la risposta.

“Non ci conoscevamo. Non ero tenuto a condividere un bel niente con te. Non eri mio...”

“Tuo? ...” chiese Guillaume, pieno di aspettativa. Vide le sue mani stringere il volante con ancora più forza e sentì la plastica scricchiolare.

“Non eri nessuno. Basta con le domande idiote. Dove devo fermarmi?”

Il francese gli diede le ultime indicazioni e Raistan parcheggiò a lato del marciapiede in uno stridio di freni. Quando scesero dall'auto, Guillaume gli fece strada all'interno di un sontuoso palazzo d'epoca. Furono accolti dal portiere, il discreto signor Moss, che, se si accorse della stranezza del nuovo arrivato non lo fece notare in alcun modo e li salutò entrambi con calore. Guillaume ricambiò il sorriso, mentre Raistan si limitò a un secco cenno della testa e distolse subito lo sguardo. Aveva dimenticato di indossare le lenti a contatto e le pupille da rettile, nell'azzurro ghiaccio dell'iride screziata di rosso, spiccavano come minacciose stele funerarie. Salirono sul piccolo ascensore privato che portava all'attico. Il francese digitò un codice sulla tastiera posta all'interno della cabina e si prestò al riconoscimento vocale dicendo “Raggio di sole”, cosa che gli fruttò un gestaccio da parte dell'Olandese.

“Vivi con un'umana?” gli chiese quello appena le porte si chiusero. Il vago sorriso di Guillaume fu sostituito all'istante da un'espressione gelida come l'inverno. Avrebbe dovuto immaginare che l'Olandese ne avrebbe sentito l'odore, in un ambiente così piccolo.

“No” rispose in tutta fretta, ma poi vide le sopracciglia di Raistan inarcarsi scettiche e si rese conto che la sua bugia non avrebbe retto a lungo.

“Non sei bravo a mentire, fighetto. Allora non sei una checca totale come pensavo, complimenti! E com'è? Visto che sei in debito con me non mi dispiacerebbe condivi...”

Non riuscì a concludere la frase, perché si ritrovò spiaccicato contro la parete dell'ascensore, tenuto per la gola da una mano che assomigliava a una morsa. Sgranò per un attimo gli occhi, sorpreso da una reazione tanto repentina e violenta, il volto del francese vicinissimo al suo, con i canini scoperti in un ringhio.

“Ascolta quello che ti dico, Olandese. Chi lei sia non ti riguarda. Come sia tanto meno. Non condivideremo niente che la riguardi, nemmeno il pensiero di lei, è chiaro? E in ogni caso non c'è, in questo momento. Lei ha la sua vita, io la mia. Non me lo farai ripetere una seconda volta, ne c'est pas?”

Lasciò la presa e si lisciò i capelli, con gli occhi ancora puntati in quelli di Raistan che, per parte sua, si stava massaggiando la gola con aria offesa.

“Basta chiedere, Fiorellino...” disse, schiarendosi la voce. Le porte dell'ascensore si aprirono, finalmente, dando loro accesso al grande attico di proprietà di Guillaume.

“Accomodati, fai come se fossi a casa tua. Io vado a cambiarmi” disse, attraversando l'enorme salone che costituiva la parte principale della sua dimora, in cui antico e moderno si mescolavano per formare un amalgama del tutto nuovo e molto piacevole. Poltrone e divani un po' ovunque, una grande libreria che occupava un'intera parete, quadri delle epoche più diverse e una statua a grandezza naturale, somigliante a Guillaume in ogni dettaglio, in un angolo della stanza. Fu quest'oggetto ad attirare l'attenzione di Raistan, che la raggiunse a passo lento, scrollando la testa con un vago sorriso. Vanesio a tal punto da tenere un monumento di se stesso in casa, incredibile. Lo avrebbe preso per i fondelli per i successivi seicento anni, poco ma sicuro.

Udì una porta aprirsi, ma non ci fece caso, convinto che fosse il suo ospite che tornava da lui.

Invece una voce giovane e piena di meraviglia lo fece voltare di scatto.

“Ma che figata! Sephiroth!” esclamò una ragazzina sui quindici anni, poco oltre la soglia della stanza, fissandolo con espressione deliziata. Fu con orrore che la vide impugnare il cellulare e puntarglielo contro per fotografarlo. Non riuscì a limitare la velocità del proprio scatto per raggiungerla. Un attimo dopo glielo aveva strappato di mano, suscitando le sue proteste nonché uno strillo di spavento.

“Ehi! Ridammelo! Capo! Ziooooo! C'è un maniaco in soggiorno che mi ha rubato il cellulareeee!”

“Taci ragazzina, cosa vuoi che...”

Zio?!! Non aveva ancora potuto riaversi dallo stupore per quell'inaspettata rivelazione che percepì una ventata alle proprie spalle e si senti afferrare per la collottola, nella fattispecie il bavero sollevato del cappotto di pelle, reduce da un lavaggio professionale che lo aveva riportato al suo antico splendore dopo l'atterraggio nei rifiuti.

Si irrigidì e tentò di voltarsi, imprecando, ma venne scrollato come un cucciolo disobbediente e ringhiò, mentre la ragazzina li osservava con tanto d'occhi e quell'irritante sorriso ancora stampato sul volto acerbo.

“Che cosa ti avevo appena detto, Olandese? Buonasera, mon chérubin, questa... persona se ne stava giusto andando, non prima di averti ridato il telefono. Che cosa ne volevi fare, si può sapere?” sibilò Guillaume, strappandogli il cellulare di mano e restituendolo alla protetta.

Raistan si divincolò e riuscì a sfilarsi il cappotto, che rimase in mano al francese come la pelle di un serpente. Dopodiché lo abbrancò per la camicia, ancora fuori dai pantaloni, e lo fece volare attraverso la stanza come un fuscello, per poi dirigersi come una furia verso la porta.

“Ci mancava la famiglia Addams! Io me ne vado, mi sono rotto le palle!”

Udì la ragazzina che commentava l'accaduto con un Wow sognante e mandò a quel paese anche lei ma, quando aveva già la mano sul pomello della porta, quella stessa voce lo richiamò: “Aspetta! È.... è stata colpa mia, non mi ricordavo la faccenda delle foto... scusa!”

Raistan si fermò e trasse un lungo, inutile sospiro, poi si voltò, lo sguardo basso e torvo.

“Chi cazzo è Sephiroth, comunque?”

 

 

 

9

 

“Oh, è un figo assurdo!!” esclamò lei, coprendo la distanza che li separava, ma fermandosi comunque a qualche passo da lui. Indossava un'uniforme scolastica, camicetta, pullover, gonna di tartan, tutto sui toni del verde e del bordeaux. Anche i calzettoni richiamavano gli stessi colori e il nome della scuola. Era scalza, in quel momento, e in generale il suo aspetto tradiva una certa ribelle trascuratezza.

“È il cattivo di Final Fantasy VII. È stato eletto come miglior personaggio del gioco, superando i protagonisti Cloud e Aerith” aggiunse, come a sottolineare il complimento non indifferente che gli aveva rivolto.

Nel frattempo Guillaume l'aveva raggiunta. Le posò una mano sulla spalla, fissando al contempo Raistan con rabbiosa rassegnazione.

“Eloisa, lui è Raistan. Raistan, lei è Eloisa” sibilò.

Eloisa allungò la mano verso Raistan, ma Guillaume la trattenne e lei la lasciò cadere, delusa. Lo sconforto sul suo volto durò dieci secondi scarsi.

“Perché non mi porti mai a casa i tuoi amici fighi, Capo? Solo quello sfigato del signor Kane... Non mi pare giusto!” protestò.

Raistan non poté fare a meno di notare quanto le sue espressioni ricordassero quelle del francese, soprattutto quando faceva la petulante. E poi gli stessi occhi blu, gli stessi capelli biondi, che però nella ragazzina si arricciavano in boccoli gorgoneschi, sciolti sulle spalle in una folta criniera. Se Guillaume non fosse stato ciò che era, avrebbe creduto fossero padre e figlia, o fratello e sorella.

“Non dovresti essere così cattiva col povero Douglas. Mi ha detto che l'altro giorno lo hai lasciato fuori ad aspettarti sotto la pioggia, senza avvertirlo che saresti uscita un'ora dopo. Tu piuttosto, non dovresti essere a danza, mon chérubin?” Guillaume giocherellava distrattamente con i riccioli della ragazza.

“Non dovresti rispondere a una mia domanda con una domanda” ribatté lei, alzando su di lui il naso con un'impertinenza degna di miglior causa. “Mi potresti confondere. Ho quindici anni. Sono in una fase molto vulnerabile.”

Guillaume non poté trattenere una risata.

“Bien, io e Sephiroth abbiamo del lavoro da fare, ma petite fleur de vanille” riprese, portandosi una ciocca dei suoi capelli al volto per annusarne il profumo. “Visto che, a quanto pare, eri troppo stanca per andare a danza, tu fili a letto, così domani sarai fresca e riposata per la scuola...”

“No! Ti prego! Ti prego! Ti prego!” gemette la ragazza, bloccandogli la mano e imprigionandola nelle proprie. Nel giro di un secondo aveva assunto un'aria da supplice che avrebbe commosso i sassi. Decisamente figlia di suo padre, pensò Raistan, nascondendo un ghigno.

“Restate un po'! Guardiamo un film insieme! Una puntata di True Blood!! Dai, Capo!” Lacrime all’apparenza autentiche minacciavano di tracimare dagli occhi blu. Si rivolse a Raistan, porgendogli la mano, come un bambino che cercasse di far fare pace a mamma e papà dopo un litigio.

“Signor Sephiroth, rimani qui. Per favore. Lo so che a lui farebbe piacere. A me tantissimo. Ti faccio leggere i miei fumetti. Possiamo giocare a Final Fantasy...”

Guillaume liberò la mano e assestò un buffetto alla testa della sua protetta. Subito le lacrime sparirono, lasciando il posto a un nuovo guizzo di ribellione, quando lei glielo restituì.

“Sul serio, Eloisa, ho preso degli appuntamenti per il signor Sephiroth. Lo sto aiutando ad arredare casa” le spiegò più dolcemente. Eloisa rivolse a Raistan un'occhiata scettica, come se non riuscisse a capacitarsi che uno come lui potesse perdere tempo con una cosa così prosaica.

“Ok, Capo, sei tu quello bravo! Puoi sbrigartela al telefono e col computer. Pensa ai mobili e lasciami giocare con Raistan. Ce ne stiamo zitti e buoni sul divano e ti lasciamo lavorare, vero?” concluse rivolta all'Olandese, nell'evidente ricerca di un appoggio. Di nuovo aveva assunto quell'aria commiserevole che faceva pensare a una Cosette un po' cresciuta sui poster di Les Miserables.

 

10

 

Raistan andò in confusione.

Naturalmente questo non si rifletté in nessun modo sulla sua faccia. Si limitò a guardare Eloisa con più fissità del solito. Non era previsto che ragazzine in divisa da college spasimassero per la sua compagnia. Per qualche lungo istante, nessuno si mosse né fece alcunché. Lui batté le palpebre e aggrottò le sopracciglia bionde.

“Pronto?! Ci sei? Vuoi giocare un po' con me a Final Fantasy, allora? È presto, avete tutta la sera per le vostre faccende... non voglio stare sempre qui da sola... per favoooooore...”

L'Olandese si passò una mano tra i capelli e lanciò un'occhiata a Guillaume, che lo stava guardando con un’espressione tra l'esasperato e il divertito. Se non avesse accettato, c'era la possibilità che il francese gli spezzasse le gambe per averla contrariata. D'altro canto, se lo avesse fatto, avrebbe potuto pensare che stava cercando di... sedurla o qualcosa del genere. Chi poteva dire che cosa passasse per la mente di quello squilibrato?

“Ehm...” borbottò e si accigliò di nuovo. Fu proprio Eloisa a rompere l'empasse: lo prese per un polso e se lo trascinò dietro presso il divano davanti all'enorme schermo piatto che campeggiava su una parete. “Voi siete immortali, ma io non ho tutta la vita per una risposta. Tò!” gli mise in mano un joystick e lo strattonò fino a che non l’ebbe convinto a sedersi. La faccia di Raistan era quella di uno che fosse stato catapultato in una dimensione parallela e non avesse la più pallida idea di come uscirne.

Guillaume si sedette su una poltrona e li guardò, pensieroso. Forse avrebbe dovuto passare più tempo con la sua protetta. Doveva sentirsi sola in quel grande appartamento, senz'altra compagnia che la governante e di tanto in tanto Douglas, il suo commercialista. Eloisa intanto si era lanciata nelle spiegazioni tecniche, mostrando a Raistan l'uso dei tasti e illustrandogli vita, morte e miracoli di ogni personaggio.

“Ecco Sephiroth! Guarda come ti somiglia! Ti lascio l'onore di impersonarlo, anche se gli rovinerai la reputazione! Se premi X puoi sceglierti le armi, poi vai giù pesante di O e li fai fuori tutti! Coraggio, prova!”

Raistan non le rispose, ma fece come gli era stato suggerito. Dopo pochi minuti, grazie alla velocità ultraterrena con cui riusciva a muovere le dita, era diventato un maestro di combattimento virtuale ed Eloisa guardava lo schermo a bocca aperta. Guillaume fingeva di leggere un libro, ma in realtà osservava con aria malinconica quella coppia virtuale che si sfidava a colpi di spada su uno schermo e quell’altra, quanto mai strana, che lo faceva sul divano del soggiorno. Era bello vedere Eloisa sorridere e divertirsi. Era piuttosto cupa, negli ultimi tempi. Sì, doveva passare più tempo con lei.

L'espressione di Raistan, invece, era molto particolare. Più intensa del solito, con gli occhi fissi sullo schermo e le palpebre che non si abbassavano mai; di tanto in tanto le sue labbra sembravano tremare, come se si stesse sforzando di non ridere, ma dopo un colpo particolarmente efficace non riuscì più a trattenersi e la bocca gli si distese in un ghigno. “Hehe” fece e quello fu tutto.

“Grande! Batti il cinque!” gli urlò la ragazzina, colpendolo con una pacca sulla spalla e alzando la mano per scambiare quel gesto di saluto. Lui la guardò, poi guardò la sua mano sollevata e incredibilmente allungò la propria per toccarla. Lanciò un'occhiata al francese e vide che stava leggendo, ma che anche lui sorrideva.

“Penso che sia meglio che andiamo, adesso. E credo che tuo... zio... abbia ragione. Devi andare a dormire, è tardi.”

“Ma voi due siete amanti?” esclamò la ragazzina, guardandolo con aria candida.

I due vampiri scattarono in piedi come se il loro sedile avesse preso fuoco.

“A dormire! Adesso! Forza, mon trésor, o ti verranno le occhiaie e il tuo splendido incarnato si rovinerà. Saluta Raistan, ringrazialo per aver giocato con te e digli arrivederci. O forse sarebbe meglio addio, devo ancora decidere che cosa farne di lui.”

La prese per le spalle e la pilotò con decisione verso la sua camera, ignorando le sue proteste e la decina di volte in cui gli diede del despota e del palloso.

“Ciao Sephiroth, è stato un piacere! E lasciami, so camminare da sola!”

Raistan ridacchiò e scosse la testa, poi raccolse il cappotto dal divano e lo indossò, avvicinandosi alla libreria per curiosare.

“Bene, sei pronto? Deliziosa, vero?”

“Tale quale suo zio. Sì, sono pronto, anche se vorrei sapere dove hai intenzione di portarmi. I negozi sono chiusi, a quest'ora.”

“Lascia fare a me, Raggio di sole. Non c'è porta che il mio fascino non possa aprire.”

“Allora siamo a cavallo.”

 

11

 

“Vuoi finirla di ridere, De Joie? ...”

Raistan redarguì aspramente il giovanotto biondo che, al suo fianco, era scosso da un tremito convulso che non sembrava conoscere requie. L’unica reazione che ottenne fu di vedere il francese esplodere in un nuovo parossismo di risate simili a metallo scrosciante. Faticò a non imitarlo e a mantenere un fiero cipiglio, gli occhi fissi sulla strada che scorreva veloce oltre il parabrezza.

“Scusa, Olandese, ma non riesco a togliermi dalla mente l’espressione di quel povero signor Mosley quando gli hai detto dove poteva ficcarsi la lampada Kundalini a forma di mostro marino!”

Raistan sbuffò, nascondendo una risata.

“Bah, con la forma che aveva non avrebbe nemmeno dovuto faticare troppo. E poi sembrava averne un gran bisogno.”

Quella risposta non fece che alimentare ulteriormente l’ilarità del francese.

Il pensiero della faccia lunga di Reginald Mosley atteggiata a un’espressione tra l’incredulo e il costernato avrebbe perseguitato Guillaume per anni. Avrebbe dovuto immaginare che non sarebbe stata un’idea felice portare quel selvaggio di Raistan nell’esclusivo atelier del designer senza prima averlo informato del carattere di quest’ultimo. O senza aver avvertito Mosley riguardo a chi gli stesse portando in casa.

Fin dal primo approccio gli era stato chiaro che l’incontro sarebbe finito malissimo.

Reginald li aveva accolti nel super attico che utilizzava come esposizione su Regent Street, un open space con le pareti in cristallo che occupava l’intero piano di un grattacielo e offriva una vista spettacolare su Londra in ogni direzione.

“Signor De Joie!” aveva trillato giulivo, sporgendosi per baciarlo su entrambe le guance, prima di rivolgere la propria attenzione al suo massiccio accompagnatore. Il quale era rimasto come ipnotizzato davanti al completo indossato dall’uomo. Uomo poi…

“Benvenuto anche a lei. Gli amici di Monsieur sono amici miei, signor? ...”

“È vestito di rosa” aveva sentenziato Raistan per tutta risposta. Non era una domanda. Era evidente che i pantaloni, la giacca e perfino le scarpe indossate dall’uomo fossero di quel colore. E Raistan aveva tanti difetti, ma non era daltonico.

Malva, per l’esattezza” lo aveva corretto ilare Mosley, aggiustandosi pieghe inesistenti della redingote “Una cosuccia che John Galliano ha disegnato in esclusiva per me” aveva aggiunto, minimizzando con un gesto lezioso della mano, all’anulare del quale brillava un gigantesco anello con una pietra rosa, pardon, malva.

Guillaume aveva sorriso, comprensivo. Raistan aveva la faccia di uno che fosse sprofondato con entrambi i piedi in una cacca di mucca.

Ciononostante si era lasciato trascinare dal francese all’interno dell’atelier, incapace di staccare gli occhi dal padrone di casa, che non aveva ancora smesso di cianciare a vanvera.

“Ma che è questa roba?” aveva bisbigliato all’orecchio di Guillaume, dopo averlo afferrato per un braccio e averlo attirato a sé. Lui aveva sorriso, al solito.

“È uno dei più famosi designer e arredatori di Londra. Lavora con star del cinema, della musica, perfino con la famiglia reale. Vedrai, troveremo qualcosa che fa al caso tuo” lo aveva tranquillizzato, strizzandogli l’occhio.

Sì, come no?

Reginald poteva avere quaranta come ottant’anni, forte dell’immortalità donata dalla chirurgia plastica e dalla cosmesi. Perfino i suoi capelli incolore sembravano rosa, o malva, ma forse solo perché riflettevano tutto il colore che portava addosso.

Quanto al luogo in cui li aveva condotti, a Raistan sembrava uscito dall’incubo di un folle. C’erano alcuni pezzi non male, costruiti in cristallo nero e acciaio, ma al vampiro era sfuggito quale fosse il loro utilizzo. Potevano essere tavoli come box doccia, indifferentemente. Per il resto…

“Guardate che bello questo, ragazzi” Anche il fatto che quell’individuo ridicolo avesse la pretesa di trattarlo come se lo conoscesse da sempre gli faceva venire voglia di staccargli la testa e giocarci a bowling.

“Ne ho appena venduto uno a Elton, per la casa nel Sussex. Non è divino?” aveva esclamato, indicando un bacile che poteva essere benissimo un’acquasantiera o una sputacchiera, o entrambe le cose. All’interno aveva dei led verde acido.

Guillaume si era limitato ad annuire, evidentemente incapace di esprimere il proprio soverchio entusiasmo. In realtà si stava godendo le espressioni che si susseguivano sul volto di Raistan e che andavano dall’incredulità, alla costernazione, al puro odio.

“E questo è un pezzo unico” aveva seguitato l’omiciattolo in malva, mostrando loro una poltrona che sembrava un piumino da cipria troppo cresciuto, di un color prugna che faceva male agli occhi.

Gwyneth ne aveva commissionate due color erba bagnata, prima che le cose con Chris precipitassero… Quindi nel caso ci sarebbero anche quelle” si era affrettato a proporre.

Raistan aveva fissato Guillaume, incredulo. Ma davvero quel tanghero pensava che avrebbe potuto portarsi in casa un simile orrore? Il francese gli aveva fatto il segno di ‘ok’ con le dita. Si vedeva che si stava divertendo un mondo, accidenti a lui!

Ma davanti a una lampada che aveva ricordato a Raistan un verme solitario che avesse mangiato delle uova intere, realizzato con un unico tubo luminoso tutto ritorto e percorso da bozzi tondeggianti, la pazienza dell’Olandese era andata a farsi fottere.

“Da quanto mi ha detto Monsieur, questa sarebbe perfetta per te, Raistan” aveva annunciato Mosley, prendendo a braccetto il sempre più incarognito Olandese. “Sir Kenneth ne ha voluta una per la scenografia della Tempesta lo scorso anno, un gioiello monumentale lungo venticinque metri. Questa è la versione più piccola, una Kundalini originale. Se ti piace, per te costa solo cinquemila sterline” gli aveva bisbigliato con aria complice.

Era stato allora che era successo il fattaccio.

Raistan si era liberato dalla presa della checca rosa, ops, malva, poi si era abbassato su di lui avvicinando il viso a poche spanne dal suo e rivelandogli canini e pupille da rettile in tutto il loro splendore. Per un bel glamour c'era sempre tempo, ma ora la priorità era terrorizzarlo quanto più possibile.

“C'è qualcosa in me che ti faccia anche lontanamente pensare che potrei gradire una merda del genere, Reginald?” Aveva pronunciato il suo nome con un tale disgusto nella voce da farlo suonare come il più terribile degli insulti. Quello aveva squittito e fatto un precipitoso passo indietro, fissandolo a occhi sgranati, con la bocca umidiccia che si apriva e si chiudeva come quella di un pesce. Poi si era gonfiato come un tacchino e aveva strillato, scandalizzato: “Ma è una Kundalini originale! Zotico!”

A quel punto Guillaume, già preda di quell'ilarità che gli avrebbe fatto compagnia a lungo, aveva ritenuto saggio frapporsi tra l'arredatore e l'Olandese, che aveva tutta l'aria di volergli squarciare la gola da un minuto all'altro e gli stava illustrando con dovizia di particolari che cosa avrebbe dovuto farne della lampada, e dove. Aveva velocemente incantato il botolo rosa-vestito e si era trascinato dietro Raistan fino alla porta dell'attico, faticando non poco per fargli varcare la soglia. Percepiva le ondate di energia negativa che si sprigionavano da lui e aveva ritenuto saggio non mettersi a ululare dalle risate fino a che non si fosse calmato un po', ma aveva resistito soltanto fino all'auto, dove finalmente aveva dato sfogo a tutta la propria ilarità. E ora, venti minuti buoni dopo quella scena esilarante, non riusciva ancora a smettere.

“Se non la pianti, giuro che inchiodo e ti scaravento giù dalla macchina. Lo hai fatto apposta, stronzo!”

“Non... non nego di aver pregustato quei momenti... Dai, non ti arrabbiare, Raggio di sole. Tra un paio di secoli, quando ci ripenserai, lo troverai divertente anche tu. La tua faccia... avresti dovuto vedere la tua faccia... È vestito di rosa... E come lo hai detto... sono morto!”

“Non era rosa. Era malva” borbottò Raistan e finalmente scoppiò anche lui in una risata liberatoria, cavernosa tanto quanto quella di Guillaume era squillante.

 

12

 

“Basta... Se non hai da propormi niente di meglio, me ne torno a casa, Fiorellino” disse l'Olandese, non appena riuscì a riacquistare il controllo di sé. Si sentiva strano e non era sicuro che quella sensazione gli piacesse. Di nuovo la nostalgia. C'era stato un tempo lontano in cui aveva riso così con qualcun altro. Con Stefan, il suo migliore amico. Pensare a lui gli provocava ogni volta un rimpianto bruciante, quindi lo faceva meno possibile, ma quel maledetto francese aveva già evocato il suo ricordo in più di un'occasione e non era una cosa saggia, per Raistan. Non voleva affezionarsi in quel modo a nessuno, mai più. Centosettant'anni anni di strazio, gli era costato. Guillaume vide i suoi occhi stringersi in due fessure spietate puntate sulla strada e l'espressione divertita sul suo viso evaporare, sostituita da un muro di ghiaccio e pietra. Anche le sensazioni che emanava erano gelide e fecero passare la voglia di ridere anche a lui. Si insinuò in punta di piedi nella sua mente – grazie allo scambio di sangue era possibile, ora – e vide il volto allegro di un ragazzo dagli occhi scuri e vivaci, con lunghi capelli mossi e il naso un po' all'insù.

“Dove devo andare?”

La voce dell'Olandese lo riportò bruscamente alla realtà e per un attimo non riuscì a rispondergli, solo a guardarlo con una tristezza che si era fatta anche sua. Avrebbe voluto dirgli che lo capiva e che conosceva bene quella sensazione di perdita, come un buco al centro dell’anima che, per quanto ci si sforzi, non si riesce più a colmare, ma era altrettanto sicuro che le sue parole non sarebbero state accolte nel modo giusto. Non in quel momento. Forse mai. Eppure...

“Alla prossima, svolta a destra. So perché sei sempre triste, Raistan Van Hoeck.”

Raistan non gli rispose subito, ma Guillaume vide le sue mani stringere il volante fino ad averne le nocche sbiancate. “Lo siamo tutti, ma abbiamo imparato a indossare delle maschere, ne c'est pas? Qualcuno, come me, è più bravo di altri... Tramuta in lazzi lo spasmo e il pianto, in una smorfia singhiozzo e dolor, ridi pagliaccio sul tuo amore infranto, ridi per quel che t'avvelena il cuor...”

“Taci. Ho sempre odiato la lirica” rispose Raistan, fingendo di non capire, anche se aveva inteso benissimo. Parcheggiò la macchina con il consueto stridio di freni e ne balzò fuori con precipitazione, accendendosi una sigaretta subito dopo. Guillaume rimase seduto nell'abitacolo ancora per qualche istante, poi scrollò la testa e scese a sua volta.

“Bene, Olandese. Adesso si fa sul serio” gli disse e si avviò verso un grande capannone, facendogli segno con la mano di seguirlo.

Raistan, che dopo l'incontro con Mosley non sapeva cosa aspettarsi, si rilassò non appena ebbe lasciato vagare lo sguardo sul contenuto dello stanzone. A un rapido colpo d'occhio non si vedevano lampade dalle forme equivoche o piumini da cipria color erba bagnata. Solo robusti mobili di legno, scrivanie Roll Top Desk americane di fine Ottocento, poltrone Biedermeyer e Bergère, grandi librerie di mogano e noce.

Anche il giovanotto che andò loro incontro aveva indubbiamente un'aria più rassicurante.

“Signor De Joie, che piacere rivederla” salutò stringendo la mano a Guillaume, poi si rivolse a Raistan. Aveva una trentina d'anni, la carnagione olivastra che tradiva un'origine esotica - forse creola - sotto la barbetta corta e curata e notevoli occhi color dell'ambra. Indossava un completo sportivo ed elegante che metteva in risalto il suo fisico atletico e longilineo.

“Spiacente di averti fatto attendere così tanto, René, ma siamo stati trattenuti” si scusò Guillaume. Raistan non poté fare a meno di notare che ancora gli scappava da ridere. Bastardo.

“Non c'è problema” scrollò le spalle il giovanotto “Se volete seguirmi ho già selezionato alcuni pezzi sulla base delle foto dell'immobile.”

Ciò detto, si avviò attraverso l'esposizione di mobili.

“Quali foto?” domandò Raistan a Guillaume, arricciando appena il naso. “Sei venuto a casa mia solo stasera... come avrebbe fatto questo bellimbusto a vedere l'interno di casa mia?” domandò, sospettoso.

Il francese sollevò gli occhi al soffitto.

“Come sei antico, Van Hoeck” sospirò, estraendo dalla tasca interna della giacca uno smartphone di ultima generazione. “Durante il mio sopralluogo a casa tua ho scattato le foto e le ho subito spedite a René, e mentre tu ti divertivi a tirare spadate, caro il mio Sephiroth, e a bistrattare il povero Mosley, lui ha lavorato per te. Non sono stato bravissimo?” concluse, guardandolo come se si aspettasse come minimo di essere abbracciato per la gratitudine.

“Un cazzo!” esclamò invece Raistan, scoprendo i denti. “Come ti sei permesso di fare foto dentro casa mia?!”

Guillaume sbuffò. “Ma sei davvero incontentabile! Uno si fa in quattro per aiutarti e questo è il ringraziamento? Muoviti, che Renè non ha tutta la notte” concluse, sospingendolo senza troppe cerimonie sulle tracce di quest'ultimo.

“E poi che razza di posto è questo?” domandò Raistan, mentre si guardava intorno. “Non ha l'aria di un mobilificio. Anche questo tuo Renè è un arredatore frocio?”

“A essere precisi è un ricettatore” cinguettò Guillaume, con un sorriso che avrebbe disarmato San Giorgio, con buona pace del drago. “Riguardo alle sue preferenze sessuali non ho ancora avuto modo di indagare. Perché, sei interessato?”

 

 

13

 

Due ore dopo, i vampiri lasciavano il magazzino. Guillaume canticchiava e Raistan... beh, almeno non aveva il solito cipiglio.

“Allora, sei soddisfatto, Raggio di sole? Mi sembra che tu ti sia accaparrato degli ottimi pezzi e a un costo molto ragionevole. Sei solito incantare tutti i commercianti in cui ti imbatti, a proposito?”

“Se posso sì. Fa risparmiare un sacco di tempo e di noiose contrattazioni. Non dirmi che tu sei così idiota da pagare il prezzo che ti richiedono!”

“Non ho problemi di soldi e ho un ottimo commercialista, quindi non bado a questi dettagli insignificanti...”

“Nemmeno io ho problemi di soldi, cosa credi? Ma è il principio. Noi siamo superiori, quindi perché dovremmo adattarci a quello che loro stabiliscono? Ho pagato il giusto, né più né meno” disse Raistan facendosi rimbalzare le chiavi della macchina sul palmo della mano, senza riuscire a nascondere un ghigno soddisfatto.

“Trenta euro per quella Biedermeier non è quello che definirei il giusto... Hai dei parenti scozzesi, per caso?”

“Certo che era il giusto! Era rubata, se ti fosse sfuggito. Una persona onesta come te non dovrebbe incoraggiare certi commerci. L'ho lasciato vivo, cosa vuoi di più? Possiamo tornare a casa, adesso? La mia quota shopping annuale si è esaurita, direi.”

“Ma sei matto? Manca il pezzo più importante!”

“Per me i pezzi più importanti sono il divano e l'impianto home-theatre e li ho già. Per te immagino che sia lo specchio... fortuna che le vecchie leggende non sono vere, eh? Come faresti, senza poterti guardare almeno dieci volte all'ora?”

Guillaume lo colpì con uno schiaffetto scherzoso sulla spalla, poi salirono in macchina.

“Il letto, Olandese. Il letto! Forza, andiamo. E una volta arrivati, si fa come dico io.”

 

14

 

La pesante porta si aprì con un clangore metallico che riecheggiò per un istante, rimbalzando nell'oscurità.

“Rimanga qui un momento” si raccomandò la donna, immergendosi in quella tenebra vellutata. I suoi tacchi risuonarono sul pavimento, perdendosi un po' più in là, per poi zittirsi. Ci fu un momento di perfetta oscurità, d’inviolato silenzio. Poi grandi lampade al neon presero a sfarfallare, ronzando sommessamente e rivelando lo stanzone deserto.

Miss Hallywell tornò sorridendo verso il potenziale cliente, ondeggiando sinuosa sui tacchi. Il tailleur avorio indossato sopra la camicetta bordeaux denotava buon gusto e la volontà di apparire professionale nonostante l'orario insolito di quella consulenza.

“Mi segua, prego” lo invitò, con un sorriso.

Guillaume non se lo fece ripetere, sorridendo a sua volta, le falde del soprabito bianco che si aprivano come ali a ogni passo.

“È stata davvero di una cortesia squisita nell'accordarmi questa visita fuori orario” disse, mentre avanzavano insieme attraverso il vasto ambiente, a metà tra un magazzino e una sala di museo. Sussistevano pochi dubbi che molti dei mobili e delle suppellettili custoditi nel caveau della Harrington Inc. avrebbero dovuto trovarsi effettivamente nei musei. Solo il fatto che la società fosse una delle più antiche e stimate di Londra, che vantasse una collaborazione secolare con Christie's e accettasse commissioni dai collezionisti di tutto il mondo, faceva sì che a Scotland Yard non venisse in mente di indagare su quante di quelle meraviglie fossero detenute nei suoi magazzini legalmente.

“Siamo abituati a lavorare con clientela da tutto il mondo” rispose Miss Hallywell, scoccandogli un altro sorriso tutto efficienza e premura. Portava i capelli biondi raccolti in uno chignon, un vezzo quasi d'altri tempi che non aveva mancato di affascinare il suo cliente. “Di fatto non abbiamo orari. Inoltre il fatto che siate amico di Mister Rosanegra...”

Alla menzione dell'Arcivescovo, Guillaume ostentò un'espressione di beata incoscienza. Se solo Rosanegra avesse saputo che il suo nome era stato usato per un simile scopo... Ma non c'era motivo che lo scoprisse.

Passarono davanti a una serie di cassapanche finemente dipinte con motivi bucolici, risalenti al Settecento francese, ad alcuni stipi in ebano e avorio intarsiati con grazia squisita, perfino a una fila di scranni di noce intagliati con una profusione di figurine, presumibilmente strappati al coro di una chiesa chissà dove.

“Ed eccolo qui” annunciò infine la donna, fermandosi accanto a un sontuoso letto a baldacchino. “Napoleone lo acquistò per Giuseppina Beauharnais prima di partire per la campagna d'Egitto. La struttura originaria è della fine del Cinquecento e faceva parte del mobilio di uno dei castelli in Loira... vedete i tre fleur de lis, simbolo della dinastia Valois?”

Vedendo che il suo cliente osservava il letto con espressione cupa, a dispetto del sorriso, la donna temette che il mobile potesse essere considerato troppo datato e richiamò l'attenzione su altri dettagli.

“Napoleone lo fece restaurare interamente. Il baldacchino e la testiera sono originali della fine del Settecento, seta di Lione tempestata di perle africane e piccole api d'oro. Il materasso è stato riempito in tempi recenti, ma è d'epoca anch'esso.”

“È davvero bellissimo” la tranquillizzò Guillaume, costringendosi a distogliere la mente da ricordi funesti. Detto fatto, le nubi abbandonarono i suoi occhi lasciandoli tersi e luminosi come il mattino.

Rinfrancata, Miss Hallywell si aggiustò gli occhiali sottili sul naso.

“Bene, sono certa che anche sua moglie lo adorerà e, se posso permettermi, trovo davvero molto romantico che lei abbia pensato a un regalo come questo per il vostro primo anniversario. Non sono molte le donne che possono vantarsi di dormire in un letto donato da Napoleone alla propria sposa.”

“Oh, noi non abbiamo alcuna intenzione di dormirci” le strizzò l'occhio Guillaume e la donna non poté fare a meno di ridacchiare sommessamente, nascondendo l'improvviso rossore che quella battuta le aveva suscitato.

“Come le ho già detto, è stata di una gentilezza squisita, cherie” riprese subito Guillaume, sfilandosi gli occhiali appena fumé e infilandoli nel taschino della giacca, “e quasi temo di abusare della sua cortesia domandandole un altro favore...”

“Se posso, molto volentieri, Mister De Joie” rispose lei, pronta.

Lui la valutò con una lunga occhiata, che la costrinse a sistemarsi una ciocca di capelli che non aveva alcun bisogno di essere sistemata.

“Potrebbe stendersi sul letto... No, non si allarmi. È solo per vedere l'effetto che fa. Per mia moglie, sa...”

“Certo, comprendo benissimo” rispose lei, cancellando ogni traccia d’imbarazzo dal proprio volto. Sedette sul materasso, che l'accolse morbido facendola affondare leggermente. Poi, sotto lo sguardo incoraggiante di Guillaume, si sdraiò supina, le braccia lungo i fianchi, le gambe serrate, lo sguardo rivolto al baldacchino che si gonfiava sopra di lei come spuma di mare.

“È comodo?” s’informò Guillaume e lei si stupì di udire la sua voce, poco più che un sussurro roco, così vicina, come se, sdraiato accanto a lei, le stesse bisbigliando all'orecchio. Ma quando girò lo sguardo per verificare lo vide in piedi, dove lo aveva lasciato, e si rilassò impercettibilmente.

“Sì... molto” rispose, cercando di apparire a proprio agio. Fece per alzarsi, ma questa volta l'uomo si mosse, posandole una mano sulla caviglia.

“Sttt... non così in fretta. Come le accennavo, mia moglie ed io non abbiamo alcuna intenzione di dormire su questo letto.”

La voce dell'uomo risaliva come un'onda lenta, suadente, percorrendo lo spazio che li separava come una calda marea. Allo stesso modo la mano scivolava lungo il suo polpaccio, fino alla curva flessuosa del ginocchio, oltre l'orlo della gonna e alla morbidezza della coscia. Indugiò un istante sul pizzo dell'autoreggente che mordeva la carne delicata creando un delizioso turgore. Un sorriso compiaciuto sbocciò sulle labbra piene dell'uomo.

“Ma signor De Joie...” mormorò lei, in un soffio. Si sentiva ubriaca senza aver bevuto, frastornata come se si fosse risvegliata all'improvviso da uno strano sogno e inequivocabilmente eccitata, come non le capitava da tempo immemore. S’inumidì le labbra improvvisamente secche, rendendole più lucide e gonfie. Irresistibili.

Frattanto la bocca di Guillaume aveva preso a seguire il percorso già tracciato dalla sua mano, depositando una scia di umidi baci dal collo del piede su, fino al ginocchio, alla coscia ora nuda.

“La mia signora è esigente” mormorava, tra un bacio e l'altro, mentre le sue mani si muovevano sicure sul corpo tremante della donna, insinuandosi sotto gli abiti, aprendosi la via fine alle pieghe più riposte della sua carne. “Non vorrei mai portarle in casa qualcosa che non possa soddisfarla completamente.”

Un bacio si mutò in un piccolo morso, nell'incavo del ginocchio di Miss Hallywell. Lei gemette piano, inarcandosi.

“Non è così, cuor mio?” domandò ad alta voce Guillaume. Ma ormai la donna era talmente preda dei propri sensi da non rendersi più conto se il francese si stesse rivolgendo a lei o a qualcuno sopraggiunto solo allora.

Anche quando la struttura del letto cedette sotto il peso di un altro corpo non ci fece quasi caso, le dita di Guillaume che torturavano deliziosamente il suo turgore sotto la gonna.

Ebbe la visione vaga di una figura solida che incombeva su di lei, lunghi capelli argentei, occhi dal taglio allungato, predatorio, chini a divorarla.

Poi la bocca del francese scese a morderle l'interno delle cosce in una squisita tortura, e la donna non poté che sciogliersi senza riserve al piacere.

 

15

 

“Smettila di chiamarmi 'moglie', squilibrato” borbottò Raistan, allungandosi sul letto. Aveva seguito tutto il teatrino del francese, passando da una pozza d'ombra all'altra e aveva sorriso della sua abilità e delle sue squisite maniere, qualcosa che lui non esercitava da molto tempo. Non è che non conoscesse il galateo, anzi, ma la sua natura impaziente gli impediva di indugiare in modi tanto cerimoniosi. A lui interessava la sostanza e niente più.

Quella deliziosa umana coricata al suo fianco, con lo sguardo perso nel vuoto e gemiti da gatta in calore che le sfuggivano dalle labbra socchiuse, ad accompagnare ogni tocco di Guillaume, faceva parte della sostanza. Si abbassò sul suo collo per annusarla e apprezzò quello che percepì. L'odore della sua pelle misto al profumo – The One, ci avrebbe scommesso i canini – erano una miscela davvero appetitosa. Percorse il collo eburneo con la lingua, strappando nuovi gemiti alla donna che si contorceva sotto il tocco esperto di Guillaume, poi affondò i denti nella sua carne, giocando con i suoi capelli morbidi fra le dita, almeno fino a quando la sua stretta si fece più decisa, per impedirle di voltarsi. La donna si inarcò e raggiunse un primo, violento orgasmo, sottolineato dalla risata cristallina di De Joie.

“Serata fortunata, piccola umana, ne c'est pas?” le sussurrò lui all'orecchio, anche se non si aspettava una risposta.

“Già. Ma io non sono il buon samaritano” disse Raistan e si sollevò in ginocchio con una mossa fulminea, il sangue che gli colava ancora dalle labbra e sul mento. Si aprì la patta dei jeans neri e se li abbassò sui fianchi, poi sovrastò la donna, aprendole le gambe con le proprie e penetrandola con energia, suscitando nuovi lamenti in cui dolore ed estasi si intrecciavano. “E tu, Fiorellino? Non approfitti di tanto ben di dio?” gli chiese, puntando gli occhi nei suoi.

“Di quale ben di dio parli, Raggio di sole?” ridacchiò Guillaume, occhieggiando le natiche dell'Olandese, che si contraevano assecondando le sue spinte decise.

“Di quello che ti pare...” rispose Raistan e tornò ad affondare i denti nella gola della ragazza.

 

16

 

Le labbra di Guillaume s’incurvarono in un sorriso morbido come velluto. Si rialzò lentamente, flettendo il busto, e si sfilò lo giacca. Poi prese a sbottonarsi la camicia, un bottone dopo l’altro, senza smettere di guardarlo, mentre a ogni spinta sollevava Miss Hallywell come un’onda.

A torso nudo, i pantaloni slacciati, tornò a chinarsi sul volto di lei, distorto dal piacere, e le baciò la fronte, gli zigomi, le labbra, prima di scendere sull’arco palpitante della gola ad aprire una nuova ferita. Quando la donna godette, squassata dall’estasi, il suo sangue gli riempì la bocca in fiotti violenti. Si affrettò a frenarne il flusso, per non indebolirla troppo, accarezzandole i capelli. Si accorse che ora Raistan lo stava guardando, in attesa. Ebbe una visione fugace dell’Olandese in ginocchio sul letto, il sangue che si andava asciugando in una maschera scarlatta sul suo volto, il sesso ancora umido degli umori di lei. Un dio fattosi carne, e quella carne subito mutata in pietra. Un dio ancora preda degli appetiti degli uomini, ma sublimati, come la sua nuova natura esigeva, esasperati nel loro essere insaziabili. Non aveva mai conosciuto un vampiro come lui. La sua antichità, ben lungi dall’affrancarlo da debolezze e bisogni tipicamente umani, rendeva questi ultimi più sfrenati. Anche ora che guardava Raistan Van Hoeck, la bellezza sfrontata del suo corpo, percepiva la sensualità squisitamente umana che emanava e desiderava toccarlo, affondare le mani nella massa scomposta dei capelli, baciare le sue labbra dalla piega irriverente. Ma più di tutto bramava il suo sangue, il profumo del quale lo inebriava nel grembo denso di odori del letto.

In un certo senso lo invidiava. Da quanto tempo non provava il semplice desiderio per un altro corpo? Che senso avrebbe avuto per lui penetrare quella donna a farla sua quando aveva già avuto il suo sangue e tutta l’estasi che ne derivava? Eppure c’era stato un tempo, infinitamente lontano, nel quale aveva tratto il proprio piacere dal condividere con qualcuno la stessa donna, in notti senza fine nelle quali si illudeva di essere libero di amare chi voleva, di appartenere solo a se stesso. Scacciò quel pensiero, relegandolo nuovamente nel Mar dei Sargassi di tutto ciò che di bello e soprattutto terribile era stata la sua vita mortale. Un vaso di Pandora che non sarebbe stato saggio aprire per nessun motivo.

“Beh, francese, hai già finito?”

La voce di Raistan lo riscosse dalle sue riflessioni. L’Olandese lo fissava, con aria tra il deluso e il divertito. Guillaume si costrinse ad atteggiare le labbra a un sorriso sfrontato, inarcò un sopracciglio e fece sì che tutto il suo volto si rivestisse della maschera che si esigeva da lui, in quel momento.

Au contraire, Olandese” sorrise, ma il sorriso non arrivò agli occhi. Non che Raistan potesse rendersene conto in quel momento. “Solo, ti vedevo così preso dalla nostra comune amica che mi sarebbe parso indelicato intromettermi.”

Raistan sbuffò una risata.

“Certo che la lingua la sai usare proprio bene tu” si complimentò, facendosi da parte per lasciargli spazio tra le cosce di Miss Hallywell.

Guillaume fece una breve risata, accarezzando le gambe nude della donna, che non aveva ancora cessato di tremare. Ma, prima che potesse indurre il sangue a confluire al proprio membro, per simulare un’erezione soddisfacente, si sentì afferrare alle spalle. S’irrigidì per un istante, avvertendo la solidità del corpo di Raistan dietro di sé, il suo torace nudo che premeva contro la sua schiena, i capelli che ricadevano a solleticargli la pelle. Avvertì la pressione della sua carne ingombrante attraverso il tessuto dei pantaloni. L’Olandese lo tratteneva con un braccio contro di sé, stringendolo all’altezza del collo. Una presa giocosa, più che minacciosa, dalla quale Guillaume avrebbe potuto liberarsi con facilità.

“Ma magari con lei non ti interessa usare qualcos’altro…” gli bisbigliò Raistan nell’orecchio, e prima che Guillaume potesse chiedergli a che gioco stesse giocando, l’Olandese si portò il polso alla bocca e lo aprì coi denti, accostandolo poi alle sue labbra. L’odore del sangue a distanza così ravvicinata gli provocò una vertigine.

“Non è quello che vuoi, Fiorellino? Che cosa vuole lei lo abbiamo già capito entrambi… che cosa le piace… adesso voglio vedere cosa piace a te.”

Ora gli cingeva con l’altro braccio la vita, facendolo aderire a sé, mentre gli premeva il polso sulla bocca, forzandogli le labbra. Non che ce ne fosse bisogno. Guillaume emise un singolo sospiro, chiuse gli occhi e sollevò entrambe le mani ad afferrare il braccio di Raistan, mentre iniziava a bere da lui. Ed ecco l’estasi autentica, unica, il fragore di quella marea possente che tornava a lambirlo, trascinandolo fuori da se stesso, scagliandolo agli antipodi di un cielo non suo, tra stelle oscure che nascevano ed esplodevano nel bagliore di infinite nova.

Sentì la mano libera di Raistan cominciare a muoversi lungo il suo corpo, percorrere il suo petto indugiando appena sui capezzoli, scendere al ventre e ai fianchi in lente, estenuanti carezze. Se l’Olandese si fosse limitato a toccarlo ne avrebbe tratto un seppur effimero piacere, ma il fatto che lo toccasse mentre beveva da lui era tutto un altro discorso. Si sentiva come uno strumento sfiorato da un musicista esperto, colmo di una musica che attendeva che le corde giuste fossero toccate per poter risuonare.

Si muovevano insieme ora, cullati dallo stesso moto ondoso, e il petto di Raistan lo sosteneva come il mare sostiene la luna. Anche quando la mano dell’Olandese lo liberò dai pantaloni, Guillaume non oppose resistenza. Lasciò che la sua carne entrasse in lui come il suo sangue stava già facendo e che i loro corpi si adattassero l’uno all’altro, senza cessare quel movimento di marea. Solo quando Raistan affondò i denti nell’incavo del suo collo sbarrò gli occhi, sorpreso da quella duplice violazione. Ma non smise di bere né di muoversi contro il corpo che lo sosteneva e lo imprigionava.

Mentre il movimento aumentava d’intensità anche il sangue fluiva da uno all’altro più rapidamente.

Sangue immortale, sangue potente, da un corpo all’altro, in un reciproco scambio che era allo stesso tempo possedere e donarsi, soccombere e trionfare. Nell’istante in cui sentì Guillaume stringersi intorno alla sua carne, Raistan si rese conto di essere preso mentre prendeva, che quel corpo che credeva di possedere lo stava possedendo a sua volta e quella sensazione, ben lungi dall’allarmarlo, aumentò fino al parossismo il suo desiderio.

Quando il piacere del sangue si aggiunse a quello del sesso, perse semplicemente il controllo. La fame che lo divorava non conosceva sazietà, la sete che lo bruciava non conosceva sollievo. Andava alla deriva, avvinghiato a quelle membra che si fondevano con le sue, come si fondevano le anime, sciolte da ogni ragione e perché, libere di fluire l’una nell’altra, come correnti opposte ma di uguale intensità. Non c’era spazio per i ricordi, le immagini delle vite di entrambi erano frammenti vorticosi, un pulviscolo abbagliante che li avvolgeva.

Quando infine il piacere raggiunse il culmine, Raistan non comprese se fosse lui a riversarsi in Guillaume o quest’ultimo a colmarlo di sé come una coppa lasciata troppo a lungo vuota.

Anziché staccarsi, si abbassò su di lui, racchiudendolo come un mantello, come una conchiglia, e ricaddero così sul materasso, accanto alla donna perduta nel proprio deliquio. Giacquero senza parlare, nel silenzio assordante dei loro respiri assenti, dei loro cuori silenziosi.

Fu Guillaume il primo a riprendersi, svincolandosi dall’abbraccio dell’Olandese, solo per voltarsi verso di lui e contemplarne il volto. Allungò le dita a ridisegnarne i contorni, a modellarne gli zigomi perfetti, le labbra piene, le palpebre socchiuse all’angolo delle quali tremavano lacrime scarlatte. Non gli era mai apparso così bello. Continuò a sfiorarlo con carezze lievi, la fronte, le guance, i capelli, il collo. Lo toccava come un cieco che inventasse un sembiante per chi gli stava innanzi, e la carne di Raistan sembrava reagire a quel tocco trasformandosi, acquistando nuova consistenza, nuova forma.

“Credo dovremmo farlo” mormorò, con voce roca.

Le narici dell’altro si dilatarono appena e gli occhi si aprirono rivelando le pupille allungate.

“Cosa?” soffiò sulle sue labbra, come se esalasse l’ultimo respiro, un respiro custodito fino ad allora, solo per quell’istante.

“Il letto. Comprarlo” rispose Guillaume, stiracchiandosi languidamente. E senza smettere di accarezzarlo aggiunse: “Ti ho mai detto che ho conosciuto Giuseppina Beauharnais? Gran donna… molto calda. Ti sarebbe piaciuta…”

Non poté finire la frase, perché Raistan aveva allungato le dita e gliele aveva posate sulle labbra.

“Stai zitto…” sussurrò, arricciando la bocca in uno stanco ghigno.

 

17

 

Fu un gemito della donna al loro fianco a riportarli alla realtà. Erano entrambi sprofondati in una sorta di limbo della coscienza, senza pensieri e senza consapevolezza di nulla, nemmeno dei propri corpi. Abbandonati sulle lussuose coltri, abbastanza vicini da sfiorarsi, aprirono gli occhi all'unisono e incontrarono quelli dell'altro, leggendovi la stessa pigra soddisfazione e una certa dose di irritazione per l'infrangersi della loro pace.

“Forse dovremmo andarcene, adesso” sussurrò Guillaume, voltandosi a guardarla.

“Cinque minuti” rispose l'Olandese, chiudendo di nuovo le palpebre e raccogliendo le lunghe gambe verso il petto, fasciate dai jeans ancora abbassati sui fianchi. Guillaume annuì silenzioso e si accostò alla ragazza, bisbigliandole qualcosa nell'orecchio. In quel modo non si sarebbe svegliata fino al mattino. Non c'era fretta. Non più. Se non fosse stato per l'incombere dell'alba, da lì a un paio d'ore, avrebbero potuto restare a lungo. Di nuovo venne colto da un senso di rabbia per la schiavitù che gravava su di loro a causa della luce, ma s'impose di non pensarci e di godere di quegli ultimi istanti assieme a Raistan, che per una volta appariva in pace con se stesso e col mondo. E con lui. Riprese ad accarezzargli un braccio, temendo segretamente di essere respinto e paventando il momento il cui l'Olandese sarebbe tornato ad erigere il proprio muro personale che lasciava fuori il mondo.

“Stai bene, cheri?” gli chiese, desiderando abbracciarlo ma senza osare farlo. Dio, sarebbe stato sempre un simile tormento, se avessero... dato inizio a qualcosa insieme?

“Mmmmm...” borbottò Raistan e mentre Guillaume stava pensando che si fosse addormentato, l'Olandese aprì gli occhi e lo guardò, serio. “Quando eravamo a casa mia e io ho tentato di... ehm... hai detto una cosa... che non saresti più stato la puttana di nessuno... Avrei smesso, sai? Anche se non mi avessi spaccato il naso con quel calcio... Chi ti ha...”

“Taci” lo interruppe, improvvisamente gelido.

Poi gli appoggiò un dito sulle labbra, gli accarezzò il viso.

“È passato tanto tempo... non è più importante...” riprese, più dolcemente, ma gli occhi di Raistan rimanevano arpionati ai suoi. Alla fine li chiuse di nuovo e sembrò godersi il suo tocco gentile, almeno fino a quando Guillaume non percepì un muscolo guizzare nella sua mascella, improvvisamente rigida. “Non molto tempo fa sono stato imprigionato dai servizi segreti francesi. Ho trascorso tre anni nelle loro mani, di cui due in un cilindro di cemento talmente angusto da non potermi nemmeno allungare completamente. Sempre da solo, sempre al buio, costretto a leccare il cibo da terra, quando si ricordavano di portarmelo. Poi, un giorno, sono venuti a prendermi. Mi hanno trascinato nelle docce e mi hanno ordinato di lavarmi. E mentre ero lì, debole come un bambino, sono tornati. Erano in sette. Mi hanno... Avevano gli sfollagente. Hanno usato anche quelli. Tu forse eri solo un umano... Io ero quello che sono adesso. Eppure non sono riuscito lo stesso ad impedirglielo... e non ho mai provato tanta vergogna come in quel momento. Non sei solo, Guillaume De Joie. Non è stata colpa tua. E adesso andiamocene a casa.”

Si mise a sedere con un movimento fulmineo e prese a rivestirsi, dandogli le spalle.

Guillaume invece non si mosse, lo sguardo rivolto al baldacchino, immobile come una scultura sul coperchio di un sarcofago. Se avesse permesso a un singolo muscolo del volto di tradirlo sarebbe stato sopraffatto dalla ridda di emozioni che si affollavano in lui. La confessione che Raistan gli aveva appena fatto, e che di certo gli era costata uno sforzo immenso, era di per sé sconvolgente, ma il solo il fatto che lo avesse chiamato per nome per la prima volta sarebbe stato sufficiente a scalfire la sua inespugnabile imperturbabilità. Così era troppo. Davvero troppo.

L'Olandese si voltò a guardarlo da sopra la spalla e gli rivolse un sorriso triste e malandrino nello stesso tempo, poi gli strizzò l'occhio.

“Guarda che ti lascio qui con la Bella Addormentata...”

Gli tese la mano e Guillaume ci si aggrappò come se fosse sul punto di annegare, lasciandosi strappare a quel comodo giaciglio, grato per quel gesto più di quanto avrebbe mai potuto esprimere a parole, così come per la rivelazione di poco prima. Spensero le luci, prima di andarsene e si tuffarono di nuovo nel buio a cui appartenevano.

 

 

EPILOGO

 

L’auto si fermò davanti al cottage col consueto stridore di freni. Raistan sembrava incapace di fermarsi in altro modo. O, come Guillaume sospettava, provava un intimo piacere nel produrre quel suono.

Non avevano parlato molto, durante il rientro.

Uno fissava la strada che si srotolava davanti a loro, la mascella contratta, lo sguardo cupo.

L’altro sembrava perduto a contemplare le luci della città che impallidivano nel chiarore dell’alba incipiente. Non avrebbero spento stelle, non quella notte.

Quando scesero dall’abitacolo, i primi uccellini cinguettavano già tra i rami dei platani e degli ippocastani. Raistan rivolse al cielo uno sguardo rabbioso e insofferente. Eppure c’era una bellezza innegabile nel modo in cui la luce mutava, stendendo un velo color madreperla sull’erba umida di rugiada, sulle facciate delle poche case che sorgevano sparse in quel lembo di campagna a un passo dalla metropoli. Tutto appariva più bello, più pulito, al sorgere del nuovo giorno. Tutto sembrava possibile. Ovviamente era solo un’illusione.

Si voltò a guardare Guillaume. L’alba gli donava. Forse era perché il bianco dei suoi abiti ne catturava il chiarore, dando l’impressione che riverberasse di luce propria. Sembrava avvolto da una foschia impalpabile, che rendeva la sua figura quasi evanescente, sul punto di svanire. Ed era esattamente quello che sarebbe accaduto a breve. Tra un istante se ne sarebbe andato e chissà se e quando l’avrebbe rivisto. Raistan sbatté la portiera con più forza di quanta fosse necessaria.

“Faresti meglio a muoverti” intimò brusco, distogliendo lo sguardo dal francese. “Belgravia non è dietro l’angolo, e presto la gente si metterà in strada per andare al lavoro. Morire imbottigliato in un ingorgo non mi sembra un’uscita di scena degna di te.”

Udì la breve risata di Guillaume, poco più che un sospiro.

Tornò ad alzare gli occhi su di lui. Con le mani ficcate nelle tasche del soprabito candido e i capelli tirati indietro sembrava un playboy reduce da una notte brava. Non che la realtà fosse troppo diversa.

Gli lanciò le chiavi dell’auto e lui le prese al volo.

“Comunque insisto, dovresti valutare seriamente l’eventualità di comprare il letto di Giuseppina.”

“Il mio letto va benissimo” sbuffò Raistan, alzando le spalle. “È uno dei pochi pezzi di arredamento che non vedo la necessità di cambiare.”

“È così comodo?” s’informò Guillaume, interessato.

“Sì che lo è” rispose l’altro, lanciando sguardi sempre più nervosi all’orizzonte che si rischiarava.

“Allora, come tuo consulente di arredamento, converrà che lo provi” annunciò allegramente Guillaume, attivando con un gesto della mano la chiusura automatica della macchina e avviandosi verso il cottage. Si fermò sulla porta, voltandosi a guardare perché Raistan non lo stesse seguendo.

L’Olandese se ne stava in mezzo al vialetto, aureolato dall’alba che accendeva i suoi capelli di riflessi cangianti.

“Beh? Non mi inviti a entrare?”

Raistan colmò con poche falcate la distanza che li separava e aprì la porta, lasciando che Guillaume lo precedesse. La chiuse alle loro spalle con due giri di chiave e il catenaccio. Giusto nel caso che il francese cambiasse idea. Dopotutto era un fottuto squilibrato.

 

 

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Commenti: 3
  • #1

    missing sun (domenica, 16 novembre 2014 18:37)

    È ufficiale Raistan e Guillaume mi stanno entrando sotto la pelle, sto covando una dipendenza da duo Franco-Olandese...Mi sono commossa fino alle lacrime perché finalmente vedo un velo di felicità illuminare l`oscurità totale in cui Raistan è piombato 170 anni fa, dopo la morte di Stefan...Ne voglio ancora e ancora di questi due!

  • #2

    LuciaG (domenica, 16 novembre 2014 18:46)

    Ma che bei commenti sta disseminando in giro la nostra Missing Sun... siamo molto felici che le nostre storie ti piacciano. Altre ne verranno!

  • #3

    Federica Soprani (lunedì, 17 novembre 2014 13:47)

    Grazie Missing Sun!